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Le molte ombre della politica del lavoro

Lotta al precariato

1. Il programma dell’Unione si propone in primo luogo di combattere il lavoro precario favorendo il lavoro stabile a tempo indeterminato; e indica come passaggio legislativo cruciale per il conseguimento di questo obbiettivo il “superamento” della legge Biagi (Dlgs n. 276/2003), cui si imputa di avere invece favorito il lavoro precario. Su questo terreno, però, la prima misura efficace del governo è consistita in un giro di vite contro l’abuso delle collaborazioni autonome “a progetto” nei call centre, dato mediante l’emanazione della circolare del ministro del Lavoro n. 17/2006, che è essenzialmente fondata su di una applicazione rigorosa di quanto disposto su questa materia dalla stessa legge Biagi.
Non è il caso di riconoscere onestamente che quella legge non ha favorito e non favorisce affatto il lavoro precario e che il dualismo del nostro mercato del lavoro affonda le sue radici nell’assetto istituzionale che il mercato stesso è venuto assumendo molto prima della XIV legislatura, lungo l’arco dell’ultimo quarantennio?
2. La stabilizzazione ope legis di molte decine di migliaia di lavoratori precari nel settore pubblico, che si sta preparando in questi giorni, non accompagnata da alcuna misura volta a rimuovere le cause strutturali di quel dualismo – che nel settore statale è particolarmente marcato per la maggiore rigidità e amovibilità degli addetti – non rischia di rendere ancora più difficile l’accesso al lavoro stabile in questo settore per le generazioni future?

“Amministrazione pubblica di qualità” e “rilancio dell’impiego pubblico”

1. Sul piano della negoziazione collettiva delle condizioni di lavoro nel settore pubblico il primo anno del nuovo governo non è stato particolarmente brillante, né coerente con queste due enunciazioni contenute nel programma elettorale. Come intende il governo assicurare che una parte consistente dell’aumento di spesa preventivato per il rinnovo dei contratti degli statali sia destinato davvero a premiare l’efficienza e la produttività individuali e collettive?
2. Quali iniziative il governo intende adottare per favorire il radicamento della cultura della valutazione e della misurazione dell’efficienza e della produttività nelle amministrazioni pubbliche?
3. Uno dei mali peggiori delle nostre amministrazioni pubbliche consiste nell’obliterazione di fatto delle prerogative della dirigenza: in particolare, del potere di organizzazione e trasferimento del personale e del potere disciplinare (le sanzioni disciplinari sono ridotte a improbabili pene accessorie che scattano soltanto in seguito alle condanne penali). Non è il caso di restituire alle amministrazioni pubbliche la necessaria reattività, sul piano organizzativo ma anche su quello disciplinare, rispetto alle disfunzioni gravissime che vengono denunciate ormai quotidianamente?

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3.1. Può considerarsi congruo con questo obbiettivo il riconoscimento del carattere necessariamente “consensuale” del trasferimento del dipendente pubblico, contenuto nel Memorandum firmato da governo e sindacati il 18 gennaio scorso?
3.2. – Può considerarsi congrua l’unica iniziativa adottata dal governo in materia di ripristino della necessaria severità disciplinare nei confronti dei dipendenti, consistente nel ridurre da tre a due anni l’entità della condanna penale del dipendente pubblico cui può conseguire il licenziamento disciplinare? È giusto che un impiegato pubblico conservi il posto anche se condannato (purché a meno di due anni) per reati contro l’amministrazione pubblica?

Sistema delle relazioni sindacali

Nel programma dell’Unione si prevede che siano imprenditori e sindacati a decidere i contenuti della riforma della struttura della contrattazione collettiva e la corrispondente riforma della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Senonché da ormai tre anni la trattativa fra le parti sociali su questo terreno è totalmente bloccata. Nel frattempo si è aggravata la crisi del sistema delle relazioni sindacali: è ormai normale che un contratto collettivo nazionale venga rinnovato con mesi o anni di ritardo rispetto alla scadenza, soprattutto (ma non solo) nel settore pubblico e nei vari comparti dei servizi pubblici, anche a causa dell’evidente sovraccarico di funzioni determinatosi sulla contrattazione di livello nazionale. Il governo è intenzionato a svolgere un ruolo propulsivo nei confronti delle parti sociali, come lo fece nel 1992 e nel 1993? Se sì, quali sono le linee essenziali della riforma che intende promuovere? Oppure il governo intende astenersi da qualsiasi iniziativa su questo terreno?

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Bilancio di un anno di governo

  1. barbara bondavalli

    Il governo vuole abolire il precariato? Benissimo si apra il dibattito sull’articolo 18 e sulle reali possibilità per un’azienda privata di licenziare i fannulloni.
    Tali possibilità sono pari a zero e chi dice il contrario è pregato di verificare.
    Se volete mantenere le garanzie per l’articolo 18 così come sono scordatevi di aumentare l’occupazione diminuendo le possibilità di ricorrere al lavoro precario.
    E chi è un lavoratore precario ringrazi i sindacati che proteggono tutti quei lavoratori che occupano un posto in azienda senza poter essere toccati anche se non fanno niente.
    P.S. se la legge Biagi verrà “superata” come dicono quelle persone fuori dalla realtà che ci governano, noi imprenditori andremo a produrre nei paesi dove la flessibilità è maggiore. E chi non potrà andare all’estero chiuderà perchè uscira dal mercato. Quindi l’occupazione calerà, precaria o no.

  2. valeria

    Lotta al precariato1
    Per quello che attiene al superamento della Legge Biagi, credo che il governo lo abbia fatto capire apertamente di dover per forza di cose dare una botta al cerchio e una alla botte: da un lato i contratti flessibili sono nati con il pacchetto Treu, quindi da un governo di sinistra. Dall’altro (come è stato scritto ripetutamente da giornalisti e studiosi) la Legge Biagi contiene nel suo disegno originario una parte importante dedicata alle tutele. Parte rimasta, proprio quella, ancora inapplicata.
    Quindi da un lato per combattere il precariato il Governo usa gli strumenti applicativi dalla Biagi (colpo alla botte) e dall’altro si scaglia contro la Legge stessa attaccando quei contratti (botta al cerchio) che incarnano il precariato e l’aleatorietà del lavoro: lo staff leasing o il job on call. Peccato però che questi contratti abbiano avuto una applicazione pressochè nulla. Si è praticamente dichiarata battaglia contro un nemico innoquo. Ma non è colpa del Governo, o della cattiva intenzione o strategia di Prodi. E’la realtà dei fatti di una maggioranza formata da forze che hanno punti di vista lontani tra di loro e che devono stare insieme e che quindi devono accontentare componenti ed elettori differenti: si è tratta in fondo di una strategia di comunicazione. L’agire politico, inutile negarlo, si deve coordinare, pena la immobilità e quindi la sconfitta, con il consenso. E dato che in questo caso si tratta di un tema caldissimo come quello del lavoro, che entra nella vita e nelle case di tutti, e che ha seminato morti, non può prescindere da una grande partecipazione. E a dispetto di una comunicazione veloce e di effetto, su questo fronte i tempi di manovra non possono che essere lenti perché deve avvenire anche una importante evoluzione culturale da parte dei politici, dei lavoratori, dei sindacati, degli imprenditori.

  3. valeria

    La triade: stabilità, precariato, flessibilità
    Dal lato di molti cittadini, politici, sindacati, il parametro della “fisiologicità” è il contratto a tempo indeterminato. Fuori di qui si è fuori dalla grazia di Dio. Ma intanto diversi sondaggi iniziano a raccontare che tantissimi lavoratori vorrebbero, ma non riescono, cambiare lavoro con facilità (crollo del mito del posto fisso). Ma la comunità non può fare il salto nel buio da sola. Deve sentire di potersi fidare e oggi non si fida: dare in mano la flessibilità in uscita ai datori di lavoro e un po’ come la questione del porto d’armi o del trapianto degli organi: il rischio folle è nella possibilità di un uso distorto e indiscriminato dello strumento da parte del soggetto forte.
    L’approdo a una situazione di equilibrio tra tutele e libertà non è cosa veloce. Soprattutto se deve passare attraverso vicoli storici. Quello cui dovremmo mirare è innazitutto il superamento del dualismo “stabilità e precariato”, prendendo atto che esiste a questo punto una triade perché ai due si aggiunge l’elemento flessibilità (che può essere cosa altra rispetto al precariato). E il dualismo tra stabilità e precariato è la risposta inadeguata che fino ad oggi il nostro mercato ha dato ai cambiamenti ma ciò è dovuto al nostro assetto istituzionale, caratterizzato da: 1) elevato costo del lavoro 2) eccessiva rigidità in uscita e in entrata. Il mercato non è più in grado di gestire questo sistema e risponde uscendo dal sistema stesso ed entrando nella illegalità: contratti di collaborazioni che sono assunzioni low cost e il sommerso. Il programma di Prodi, al di là dell’assemblaggio comunicativo, credo stia andano verso il fronte giusto, operando sull’abbassamento del costo del lavoro, primo grande handicap del nostro sistema. Per quello che riguarda il secondo handicap, rigidità in uscita oltre che in entrata (articolo 18 e anche la cultura della valutazione) i tempi di manovra non possono che essere lunghi.

  4. Daniela

    Sono d’accordo con il commento di Barbara Bondavalli. Lavoro in una grande azienda e anche se io e molti miei colleghi facciamo il nostro dovere e molto di più, ce ne sono altri che si possono permettere di fare poco nulla e male tanto per l’azienda è impossibile licenziare. Per esperienza so che un imprenditore saggio non licenzierà mai nessuno che dimostra onesta e impegno in azienda, sia che faccia le pulizie che il manager. Sono stata precaria per anni e se ora mi metto dalla parte delle aziende capisco che significa avere la necessità di fare solo contratti a termine. C’è spesso dinonestà da parte delle imprese ma ci sono anche tantissimi lavoratori disonesti coperti dal sindacato che danneggiano un’intera categoria. Il sindacato ha ampie colpe.

  5. nicola massarelli

    Cara Barbara,
    in primis, non credo che occorra ricordare che l’art. 18 non si applica alle aziende con meno di 15 addetti, ovvero alla stragrande maggioranza delle aziende italiane.
    L’art. 18, poi, non vieta il licenziamento individuale qualora intervenga una giusta causa, ma tutela il lavoratore da discriminazioni di vario genere, tra le quali quella legata alla militanza sindacale.

    Il problema dell’art. 18 a mio avviso non è di natura legislativa ma giurisprudenziale. Siccome è difficile giudicare se il motivo del licenziamento sia giusto o meno, il giudice tendenzialmente dà ragione al lavoratore.

    In ogni caso, nelle aziende private di dimensioni maggiori i casi di contenzioso “vero”, dovuto all’effettivo scarso rendimento del lavoratore, sono generalmente pochi e in generale pesano poco sulla situazione economica e finanziaria dell’azienda.

    Il probelma della fuga all’estero delle aziende italiane, quindi, non credo che sia determinato dalle eccessive rigidità del nostro mercato del lavoro, che anzi è ormai molto flessibile, quanto piuttosto da un livello del costo del lavoro strutturalmente inferiore.

  6. susi veneziano

    Quello che preoccupa dell’attuale impianto normativo sul mdl è, come ha evidenziato Luciano Gallino, l’abbassamento dei livelli di tutela del lavoro rispetto a un processo di ri-mercificazione.
    Tutelare non vuol dire necessariamente irrigidire i vincoli per le imprese. Può significare ad esempio un ruolo dello Stato più e meglio caratterizzato nelle funzioni di tutela e sicurezza del lavoro. Questo significa però ripensare organicamente la funzione pubblica, specie per quel che riguarda le attività amministrative, il sistema informativo, la cooperazione tra sistema pubblico e privato dei servizi per l’impiego, il presidio del territorio. A livello territoriale tali funzioni, con il decentramento e con una debolissima, e largamente elusa, normativa di indirizzi nazionali, risultano fortemente indebolite, se non scomparse. Questi aspetti, insieme alla inadeguatezza dell’attuale sistema di ammortizzatori sociali, legano inevitabilmente alla flessibilità l’accentuarsi degli elementi di precarietà e di rischio fisico nel lavoro che oggi registriamo. sv. (Agenzia del Lavoro Regione Campania).

  7. martino

    Ma l’articolo 18 va abrogato e modificato proprio a causa della stratificazione giurisprudenziale che di fatto ha fossilizzato il rapporto di lavoro. la dinamica licenziamento – azione legale – obbligo di reintegra (con tutto quello che comporta esappiamo bene tutti) nella sua applicazione concreta impedisce, di fatto e se non con un costo impensabile, di licenziare il dipendente che faccia poco o niente a detrimento del lavoro svolto di tutti gli altri. peraltro, postoil vero problema, è che questo parametro, nato per il settore privato, è utilizzato per il lavoro subordinato dei dipendenti pubblici (settore nel quale spesso i licenziamenti sarebbero più giusti(ficati)) ecco che diventa impossibile per lo Stato e dunque per la collettività dei taxpayers di liberarsi dei disonesti.

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