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  1. Giovanni Rapisarda Rispondi
    I governi di tutto il mondo sono alle prese con problemi sempre piu’ seri per contenere i budget di spesa in alcuni settori “vitali” come salute, energia, ect., dove la domanda dei consumatori e’ crescente e non sono accettabili compromessi (e lo stesso dicasi per alcuni settori del “lifestyle”). Un’opzione disponibile per contenere questa pressione finanziaria sulla spesa pubblica e’ legata allo sviluppo delle cosidette “disruptive innovations”, vale a dire prodotti/servizi meno costosi, piu’ semplici e piu’ convenienti. Le Grandi Aziende (Incumbents), produttrici di “sustaining innovations”, tendono ad investire grandi capitali in un’ innovazione che mira a rendere piu’ appetibili nel tempo prodotti/servizi “esistenti”, ma senza necessariamente ottenere risultati qualitativamente migliori. Le Start Up o SME tecnologiche (Innovators), produttrici di “radical innovations”, tendono ad investire in un’ innovazione che mira ad immettere sul mercato prodotti/servizi “rivoluzionari” rispetto a quelli esistenti. In Italia, il potere industriale consolidato (Incumbents) tende a preferire uno spostamento delle risorse pubbliche di incentivazione verso una riduzione delle tasse o verso il credito di imposta (incentivazione indiretta), al fine di rendere piu’ conveniente o anticipare la realizzazione di investimenti che nella maggior parte dei casi realizzeranno comunque. Pertanto, una politica industriale che intenda incentivare gli Innovators, considerato la rilevanza strategica di questo tipo di innovazione ai fini della competitivita’ di un Sistema Paese (ormai riconosciuta quasi da tutti) ed in mancanza di un mercato finanziario sviluppato ed aperto e fino alla sua piena realizzazione, dovra’ prevedere contributi in conto capitale, indispensabili a favorire investimenti in ricerca che altrimenti non saranno mai realizzati.
  2. Davide Tarasconi Rispondi
    Mi sorprendo di come ancora ci si limiti a considerare l'erogazione di incentivi come driver per l'innovazione: altrettanto sorprendente che gli indicatori di performance utilizzati siano solo di natura strettamente economico/finanziaria. Una dimostrazione che l'innovazione è prima di tutto un fatto culturale, che ancora non abbiamo ben compreso. Ben venga che i policymakers vogliano favorire l'innovazione mettendo fondi a disposizione, ben venga che incontrino i favori delle aziende: quello che manca è una nuova visione su come organizzare i progetti innovativi e come misurare la loro efficacia al di là dell'aspetto di rendicontazione.
    • La redazione Rispondi
      In realtà i provvedimenti da noi analizzati riguardano la legge provinciale 4/81 del Trentino inerenti incentivi all'investimento e non relativi all'innovazione. "l'innovazione" richiamata nel titolo del nostro intervento è quella delle politiche industriali! Gli indicatori presi in esame forniscono un quadro organico della situazione "competitiva" delle imprese incentivate. L'idea di fondo è che un incentivo all'investimento per essere giustificato deve provocare un qualche effetto significativo sugli aspetti più importanti della vita economica di una impresa: la sua capacità di generare profitti, la sua capacità di essere competitiva (produttività, crescita) e la sua capacità di mantenere o generare occupazione (dimensione e crescita). Se poi entriamo nel merito dei driver dell'innovazione: siamo d'accordo, la questione rimane aperta e da approfondire con il supporto di valutazioni quantitative relative al fenomeno.