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La cultura (economica) che fa la differenza

Nel lungo periodo il grado di alfabetizzazione economica della popolazione influenza l’andamento dell’economia del paese. Perché da esso dipende il consenso dell’elettorato a riforme strutturali. Tanto che spesso le cattive politiche sono popolari, mentre quelle buone ricevono ben scarso sostegno. E infatti il populismo si fonda sull’ignoranza di concetti economici di base. Non ne sono esenti gli stessi uomini di governo. In particolare in Francia e Italia, c’è bisogno di politici “economicamente colti”. Sull’esempio del Cile degli ultimi anni.

Alcune scelte e alcune dichiarazioni di politici sollevano la questione della relazione tra consenso popolare verso particolari politiche economiche e grado di alfabetizzazione economica della popolazione. Spesso le cattive politiche sono popolari, mentre le buone politiche ottengono uno scarso sostegno. Il sostegno popolare alle riforme strutturali dipende dalle conoscenze di natura economica dell’elettorato di un paese. In democrazia, più sono diffuse, più è facile per il governo varare buone politiche.

Il ministro e il prezzo dei fiori

La cultura economica non dovrebbe essere data per scontata neanche tra gli uomini di governo che si occupano di politica economica. Mi viene in mente un episodio di una ventina d’anni fa. Partecipavo a una conferenza a Napoli, e la sera in albergo mi capitò di accendere la televisione e ascoltare un’intervista all’allora ministro dell’Industria. Si discuteva del mercato all’ingrosso di fiori a Roma. Il ministro descriveva il luogo dove la mattina presto arrivavano i grossisti per vendere i fiori a migliaia di fiorai. Ed esprimeva tutta la sua sorpresa per il fatto che per fiori dello stesso tipo, i prezzi tendevano a convergere tra i diversi venditori, come c’è da aspettarsi in un mercato competitivo con piena informazione. Il ministro attribuiva la convergenza dei prezzi a un cartello. Esprimeva anche la sua preoccupazione per il fatto che in particolari occasioni – citava la festa della mamma, San Valentino e Ognissanti – il prezzo dei fiori aumentava, “proprio quando la gente vuole comprare più fiori”.
Gli aumenti sembravano ingiusti al ministro, che dava l’impressione di non conoscere la legge della domanda e dell’offerta. La sua conclusione era che il governo avrebbe fatto bene a intervenire per prevenire questi abusi. Non potei fare a mano di chiedermi che tipo di persona quel ministro avrebbe nominato in un’Autorità antitrust. Erano anche i tempi in cui su molti muri italiani si poteva leggere “congelate i prezzi, non i salari”.

Populismo e ignoranza

Tutto ciò ci porta a una domanda ovvia: come reagirebbero gli elettori a una legge che impedisse ai prezzi dei fiori di crescere per la festa della mamma o a San Valentino? Come reagirebbero a una politica che congelasse i prezzi, ma permettesse ai salari di continuare ad aumentare? La risposta è che probabilmente quanto più gli elettori sono ignoranti in economia, tanto più sono a favore di quelle politiche. Verosimilmente c’è scarsa o nessuna correlazione tra la cultura generale degli individui e le loro conoscenze di economia: si può essere molto colti e totalmente ignoranti in materia economica.
Il populismo in economia si fonda sull’ignoranza economica e il ruolo che questa gioca nella politica economica dei diversi paesi non ha ricevuto tutta l’attenzione che merita. Che io sappia, nessuna istituzione o “think tank” ha costruito un indice del grado di alfabetizzazione (o di ignoranza) economica della popolazione dei diversi paesi. Se un simile indice esistesse, vi scopriremmo probabilmente grandi differenze tra paesi. Ad esempio, i cileni avrebbero un punteggio più alto degli argentini, e gli olandesi o finlandesi più alto dei francesi e degli italiani.
Non sto parlando di una conoscenza formale dell’economia, ma di una comprensione intuitiva dei suoi concetti base, come il legame tra salari e produttività, il ruolo di profitti e prezzi nell’allocazione delle risorse, il concetto di costo-opportunità, il ruolo della concorrenza, e così via.
La conoscenza intuitiva dei principi base dell’economia da parte dei cittadini è uno dei principali elementi che permettono l’attuazione di buone politiche: dove questa manca, le cattive politiche trovano terreno fertile. Nel lungo periodo, il grado di alfabetizzazione economica è destinato ad avere un’influenza significativa sull’andamento dell’economia di un paese.
I governi dovrebbero o meno giocare un ruolo nel promuovere le conoscenze economiche? È una questione aperta. Di norma, sono stati gli accadimenti storici, i buoni esempi e le buone politiche a svilupparle, mentre l’educazione formale delle scuole non ha giocato un ruolo significativo. Ogni volta che i ministri difendono le cattive politiche, danno un contributo a mantenere la popolazione nell’ignoranza economica, così generando una significativa esternalità negativa.
Forse la lezione più importante che il Cile ha insegnato al mondo nell’ultimo ventennio è che i suoi portavoce economici, eminenti economisti, hanno fatto crescere notevolmente la cultura economica della popolazione cilena. Ciò ha facilitato l’attuazione di buone politiche economiche, quasi eliminandole dal dibattito pubblico. C’è da sperare che accada lo stesso anche nei paesi europei, e in particolare in Francia e Italia, dove politici “economicamente colti” sono più che necessari. I ministri di questi paesi hanno una grande responsabilità: attraverso quello che dicono devono riuscire a far crescere il grado di alfabetizzazione economica, non di ignoranza.
E nel perseguire questo obiettivo, anche lavoce.info può senz’altro dare un contributo utile.

Versione inglese

Some policies and declarations by policymakers raise questions about the relationship between popular support for particular economic policies and the economic literacy of the population. At times bad policies are popular and good policies get little popular backing. Popular support for structural policies depends significantly on the economic literacy of a country’s electorate. In democracies, the higher is that literacy the easier it will be for governments to promote good policies.

Economic literacy should not be taken for granted even among policymakers involved in making economic policy. I recall one time, some two decades ago, when I was attending a conference in Naples. Back in the hotel in the evening, I turned on the television and listened to an interview that a reporter was having with the then minister of industry. They were discussing the wholesale flower market in Rome. The minister described a location in Rome where, in the early morning, a number of wholesalers came to sell flowers to thousands of retailers. The minister expressed surprise that prices tended to equalize, for similar flowers, among the sellers– as one would expect in a competitive market with full information. He attributed that equality in prices to a cartel. He also expressed concern that on particular holidays— he mentioned mother’s day, Valentine day, and all Saints’ day—the prices went up, “just when people wanted to buy more flowers”. These price increases seemed unfair to the minister. He did not seem aware of the law of demand and supply. He concluded that it would be desirable for the government to intervene to prevent these abuses!. I could not fail to wonder what kind of person that minister would nominate to an Antitrust. This was also the time when one would read on many Italian walls: “freeze prices, not wages.”

This leads to an obvious question. How would voters react to a policy that prevented the prices of flowers from rising on mother’s or Valentine day? How would they react to a policy that froze prices but allowed wages to keep rising? The answer is likely to be that the more economically illiterate are the voters, the more they would back those policies. Probably there is little or no correlation between the general culture of individuals and their economic literacy. One can be very cultured and totally illiterate on economic matters.
Economic populism rests on economic illiteracy. The role that the latter plays in the economic policies of countries has not attracted the attention that it deserves. As far as I know, no institution or think tank has developed an index of economic literacy (or illiteracy) among the populations of different countries. If it existed, such an index would probably find wide differences among countries, It would, for example, give a much higher score to the Chilean population than to that of Argentina; or to that of the Netherlands or Finland than to that of France or Italy.

I am not talking here of knowledge of formal economics but of a kind of intuitive understanding of basic economic concepts, such as the link between wages and productivity; the role of profits and prices in allocating resources; the concept of opportunity costs; the role of competition; and so on. This intuitive knowledge of basic economic principles on the part of citizens must be a major ingredient for the promotion of good economic policies. Where it is missing, bad policies will find a fertile soil. Over the long run economic literacy is bound to influence significantly the economic performance of a country.

It is an open question whether governments should play a formal role in promoting such literacy. Such literacy has normally been promoted by historical developments, by good examples, and by good policies. Formal training in schools has not played a significant role. Each time that ministers defend bad economic policies, they are contributing to the economic illiteracy of the population, thus generating a significant negative externality. Perhaps the most important lesson that Chile has taught the world in the past couple decades is that its economic spokesmen who were top economists have managed to increase dramatically the economic literacy of the Chilean population. This has facilitated the promotion of good economic policies, almost removing them from the political debate. Hopefully the same might happen in European countries and especially in France and Italy. Here economically literate policymakers are badly needed. The ministers of these countries have a great responsibility in making sure that when they speak, they are contributing to economic literacy and not illiteracy.
Lavoce.info has been playing, and can continue to play, an important role in educating Italians and in promoting good economic literacy. I hope that its voice will continue to be heard.

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21 commenti

  1. Paolo Cesario

    Mmi lascia perplesso l’atteggiamento di chi considera ignorante l’altro se il ragionamento che propone non parte dagli stessi presupposti.
    Dubito che il politico preoccupato per l’incremento dei prezzi dei fiori non si rendesse conto che questo è legato a leggi di mercato; il problema è se la legge di mercato coincide con l’interesse “globale” della comunità.
    Se a causa della legge di mercato la “ricchezza” del paese migliora, sia ben accetta tale legge, se ciò non avviene, il governo della cosa pubblica deve intervenire con una regolazione.
    MA cosa è “ricchezza” del paese? Forse i classici indici inconprensibili ai più usati degli economisti, non sono il migliore strumento: a parità di debito pubblicolo stesso PIL non vuol dire uguale ricchezza: ricchezza è anche livello di scolarità, qualità della sanità pubblica e della scuola, tempo libero e qualità di come lo si vive.
    Tutto questo è legato alla distribuzione della ricchezza economica: il libero mercato non sempre risolve tale problema. Se in italia i prezzi dal 1999 sono raddoppiati e così non gli stipendi, questo non è andato a vantaggio della collettività ma di coloro che hanno saputo combattere meglio nella giungla della competizione economica, non i dipendenti, non i cococo, non i piccoli esercizi commerciali che abbiamo visto chiudere a raffica negli ultimi anni per la riduzione del potere di acquisto.
    Regolazione e controllo della collettività dovrebbero proteggere i produttori dal potere dei grossisti perchè l’arricchimento eccessivo dei grossisti non reca nulla collettività dovrebbe controllare che se dopo una gelata aumenti il costo della frutta, tale compensazione sia equamente distribuita fra tutte le categorie che hanno subito il danno e non a favore di quelle più forti, e questo sicuramente non contro le leggi dell’economia, ma contro quelle del mercato senza controlli.

  2. martino

    In my opinion, Mr. Tanzi hits the mark.
    Economic illiteracy is really the cause of the italian adversity to the deep changes that Italy’s socio- economic situation requires. It seems that nobody knows that the public debt fuelled economical growth of the ’70 is now an unbearable weight over the nation’ younger generations. and no one dare explaing it to the people. the same could be said for the inpact pf increased ageing population and low natality on pension schemes.
    If no one in the government (and politics don’t help, think about the most ignorant of all, Mr Di Pietro…) takes the time and the responsability to explain why some reforms should be taken to avoid economic collapse in the medium run then you can’t expect people to accept them (but reforms should be made anyway).

  3. Lorenzo Sandiford

    Completamente d’accordo!
    Se non ricordo male, anche il governatore della banca centrale degli Stati Uniti, Bernanke, qualche settimana fa, durante un suo intervento, fece cenno alla importanza di una alfabetizzazione economico-finanziaria dei cittadini statunitensi.
    Lì il riferimento era più specifico e rivolto alle competenze finanziarie. Ma il succo è lo stesso. Anche perché non credo che si possano avere le idee chiare sulle questioni finanziarie senza conoscere alcuni concetti economici elementari.

    Lorenzo Sandiford

  4. voltaire

    al di lá della forma, che trovo impeccabile, nella sostanza dell articolo (ma non solo in questo articolo) avverto il – intramontabile! – tentativo di tacciare di ignoranza tutti coloro che difendono (o tentano di farlo) gli interessi dei ceti piu deboli, che in quanto tali, sul mercato hanno scarsa o nulla forza di contrattazione.

    al contrario, guarda caso, tutto cio che va verso un alleggerimento dei diritti (non solo sotto il profilo retributivo) dei lavoratori dipendenti é inteso come un “progresso” economico.
    beh, se si considerano i lavoratori come delle merci (cosa che mi guardo ben dal pensare, ma che altri – a quanto pare – pensano tranquillamente), allora é assolutamente positivo abbassarne i costi.

    sto benedetto mercato!! chiamato ed invocato a destra e a manca.
    volete sapere una curiosita?
    NON esiste un testo di economia che definisca chiaramente cos’é e da chi é composto il mercato, che vada oltre al classico concetto di domanda e offerta.

    peccato (per gli economisti?) che “dietro” questo concetto astratto ci siano in realta dei soggetti:
    il mercato é composto dai piu svariati soggetti che vi prendono direttamente o indirettamente parte: istituzioni (con il potere normativo), imprenditori, consumatori, dipendenti, autonomi ecc. ecc.

    l unica cosa certa é che NON tutti i soggetti hanno lo stesso potere sul mercato.

  5. Barbara

    Mi spiace che l’unico esempio sia il Cile, altri citano la Cina come un buon esempio di riforme e cambiamenti portati in porto.
    Dopo aver studiato 10 anni economia non posso essere in disaccordo sui benefici della cultura economica, ma disturba un po’ il sorvolare sul fatto che uno dei problemi delle democrazie e’ il bisogno di consenso e di superare visioni particolari o di breve periodo (per citare un paper proprio vecchio Fernández, Raquel & Rodrik, Dani, 1990). Per l’appunto … delle DEMOCRAZIE. Non mi pare che il cile di 20 anni fa lo fosse e una serie di cambiamenti che forzano l’apprendimento dell’economia (riforme imposte senza troppo doversi curare di bilanciare tra chi ne beneficia e chi no) accaddero prima di 20 anni fa.
    Mi chiedo poi fino a che punto la cultura economica risolvera’ il problema di interessi contrastanti, tra generazioni e nella stessa generazione se la solidarieta’ e’ perduta.
    Non si dica che se la torta cresce ne traggono benefici tutti, se la torta cresce ne traggono beneficio tutti se poi c’e’ un bel trasferimento “lump sum” a chi trae solo svantaggi. Di solito questo trasferimento non avviene.

  6. PIERANGELO

    Condivido in gran parte il commento dell’ultimo intervento (Cesario). Oggi le nostre società si trovano davanti all’evidenza che i parametri di pura valenza economica ( PIL in primis) diventano largamente INSUFFICIENTI a valutare il valore sociale CONDIVISO, cioe’ l’obiettivo comune che possiamo chiamare il benessere, l’equilibrio tra le classi sociali, in ultima analisi la FELICITA’ DI UNA NAZIONE, per ricorrrere ai padri fondatori della patri del capitalismo.
    Ecco allora i tentativi di introdurre nuovi criteri di valutazione, il grande tema degli INTANGIBILI, mi pare che la RICERCA si orienti sempre di più a riconoscere la INSUFFICIENZA degli attuali parametri.
    Mi auguro che la imminente sessione di Trento, che ha messo il CAPITALE SOCIALE al centro del dibattito, possa fornire delle proposte interessanti che possano aiutare tutti a riflettere in questo senso

  7. rosario nicoletti

    Un plauso all’autore dell’articolo per avere evidenziato una causa importante del declino del Paese. Vorrei sommessamente ricordare che – analogamente all’ignoranza diffusa in economia – esiste l’ignoranza per i principi della scienza che ci porterà a disastri forse in modo ancora più rapido. La mancanza di progettualità nei problemi energetici o nello smaltimento di scorie e rifiuti è il prodotto di questa ignoranza. Firmiamo accordi e protocolli senza capire le conseguenze: i disastri sono dietro l’angolo.

  8. Claudio Resentini

    Il prof. Tanzi finge di non sapere che i mercati funzionano grazie al diritto ed alle norme sociali e non certo in virtù di leggi naturali immutabili.
    E alla base del diritto e delle norme sociali ci sono considerazioni etiche e politiche su ciò che possa essere considerato giusto o no, ma evidentemente al prof. Tanzi questo non interessa. D’altra parte non è materia da economisti … A ciascuno il suo mestiere.
    Cordiali saluti.

  9. Osvaldo Pavese

    1) Una indagine pubblicata su un quotidiano italiano ci informa che il 49 % per cento degli italiani usa ancora il dialetto in famiglia e con gli amici, cioè per il 90% delle sue conversaszioni. Domanda: esistono Manuali di Economia nei diversi dialetti del nostro paese?
    2) I politici hanno un orizzonte di 5 anni. Si basano sulla cultura che l’elettore ha “adesso”. A molti politici la mancanza di cultura economica poi fa molto comodo.
    3) Concorrenza: Oltre ai grossisti di fiori, anche le banche, le aziende petrolifere ecc. tendono a uniformare i prezzi. Quindi il consumatore deve acquistare ad un unico prezzo, come se essitesse un monopolio. Ergo: la “concorrenza” non esiste.
    Ma non era la panacea contro il “dirigismo” lo “statalismo”, Ismo ismo….
    Osvaldo Pavese

  10. Giovanni Macchia

    Studiare tempo fa i libri di testo universitari seguendo il corso sostenuto in una grande facoltà italiana. Ma ovviamente occorre avere molta pazienza e molto interesse per fare ciò. Secondo me, invece, occorrerebbe rendere obbligatorio lo studio dell’economia nella scuola media superiore (almeno), come la Matematica e il Latino. In un mondo globalizzato e in una Italia in cui buona parte dei diplomati non riesce a laurearsi e deve inventarsi un mestiere, avere delle conoscenze di base non sarebbe una cosa malvagia. Inoltre, sapere cosa è il PIL, la legge della domanda e dell’offerta (mi fa ridere l’esempio del ministro), l’oligopolio, il monopsonio etc. etc. E’ l’unica soluzione possibile. Inoltre, male non sarebbe un programma televisivo sull’economia, sull’onda del “Non è mai troppo tardi” degli anni 60.

    Per quanto riguarda la classe politica, posso darne una testimonianza mia personale (milito nella Margherita nella provincia di Taranto). Ritengo che tutto dipende dalle strategie di crescita e di formazione di una classe dirigente politica. Il nostro coordinatore provinciale, ad esempio, ha istiuito dei gruppi di lavoro su alcune tematiche (io coordinavo quello relativo al “progettare lo sviluppo”) con l’obiettivo di proporle come programma della Margherita Provinciale di Taranto. Il lavoro è andato avanti per parecchi mesi 82-3) in cui i gruppi siincontravano ed elaboravano proposte. Ovviamente questo comportava studiare i FESR, i FEASR, i FSE, la Finanziaria e le necessità del territorio. In questo modo ben 40 persone (il numero dei partecipanti ai gruppi) posson ora dire di aver fatto una analisi dello stato del territorio e dei suoi bisogni, individuato progetti da portare avanti e anche le modalità di finanziamento. Ritengo che questo sia stata una buona palestra per tutti. Posso concludere pertanto che la capacità economica dipende sicuramente anche da una “formazione sul campo” adeguata

    Giovanni Macchia

  11. Valeria

    Concordo con Tanzi circa la necessità che i cittadini accrescano la propria cultura economica, necessaria ad una maggiore consapevolezza e capacità critica nei confronti della politica economica. Ma se da un lato quest’esigenza oggi è più forte che in passato perché i programmi di governo (e relative campagne elettorali) si basano su proposte di manovre economiche e non tanto su progetti di riorganizzazione della società, dall’altro ritengo che questo sia il problema antico della distanza tra le élite e le masse, problema che si presenta in tutte le questioni politiche, istituzionali, sociali più complesse. Una per tutte: la questione della legge elettorale. Il poco spazio a disposizione non mi permette di parlare della distanza abissale che c’è tra quello che si dibatte e quello che si legge in qualsiasi manuale di scienza della politica circa il rapporto (tutt’altro che semplice) tra sistema elettorale e sistema politico. Ma è proprio perchè sussiste questo divario di formazione che le élite dovrebbero smetterla di rivolgersi ai cittadini attraverso i canoni della comunicazione, che sono sì di immediata comprensione per tutti, ma sottendono a meccanismi di persuasione per definizione ben lontani da quelli dell’informazione. Non credo poi che il ministro in questione ignorasse la legge della domanda e dell’offerta. Magari non si è infilato nel coro di chi sostiene che sia essa una legge sacra, perfetta e intoccabile (ingovernabile). Il nostro mercato tra le sue leggi dominanti ha oggi quella libertà di speculazione: in borsa, nel mattone, negli affitti, nei crediti al consumo. Pur credendo nel mercato libero, mi chiedo: che male ci sarebbe se fossero poste delle limitazioni contro le impennate speculative dei prezzi quando questi riguardano beni di cui non si può fare a meno, come gli affitti delle case? Vito Tanzi si chiede tipo di persona quel ministro avrebbe nominato in un’autorità antitrust. Io mi chiedo invece se Vito Tanzi lo vorrebbe affatto l’antitrust.

  12. Giuseppina Mirto

    Innanzitutto voglio complimentarmi con l’autore Vito Tanzi per aver scritto questo articolo lo trovo molto riflessivo. Putroppo quello che scrive è vero,oggi ci troviamo proprio in una situazione in cui ministri, governi e cittadini parlano,giudicano e commentano senza avere alla base un minimo di cultura economica.Io credo che gli uomini di governo siano i primi ad ignorare tale cultura perchè troppo presi dalla brama di apparire o semplicemente perchè ignorare le regolo economiche per loro può essere un attenuanete, ma tralasciamo questo punto perchè di certo non possiamo parlare di politica…l’unica cosa che volgio dire è che credo sia giusto che ognuno di noi per srupolo di coscienza alemno un minimo di quella che è la cultura economica non dovrebbe ignorarla.Ioda poco l’ho studiata e devo dire la verità mi è risultata molto utile. Cordialmente

  13. R. de Faveri

    Gentile Tanzi,

    sono perfettamente d’accordo con quello che lei ha scritto. Posso inoltre confermare che in Norvegia, dove i miei due figli una trentina di anni fa hanno frequentato le scuole dell’obbligo, che praticamente durano 13 anni, lo studio dei principi fondamentali dell’economia fa parte integrante del programma di aritmetica/matematica fin dal primo giorno di lezione.
    In particolare, alle elementari i problemini vertono sull’economia personale, nelle medie si passa all’economia familiare e nelle superiori all’economia sociale.
    Il risultato e’ che dalla donna delle pulizie, al grande luminare della scienza, allo scultore d’ avanguardia, al giocatore di football, tutti, ma proprio tutti, hanno un medesimo modello di solide conoscenze di base che evita di avere ministri come quello che lei ha citato, e cittadini che magari si aspettano la luna, e poi non comprendono che esiste un ferreo nesso logico fra il pagamento di TUTTE le tasse da parte del cittadino stesso, e i servizi che il ‘welfare state’ sara’ in grado di erogare.
    per esempio, nessun norvegese e’ stato felice, ma nessuno ha neppure battuto ciglio, quando gia’ da molti anni l’eta’ della pensione e’ stata portata a 67 anni, ben sapendo che e’ una triste realta’ della vita il fatto che 2 piu’ 2 fa 4, che, se voglio andare al cinema devo pagare il biglietto, e che se voglio una etta della torta comune devo pagare gli ingredienti al pasticcere. Elementare’

    Mi rendo conto che non e’ ‘sportivo’ paragonare la nostra povera Italia alla Scandinavia, perche’ in quanto a senso civico ci sono anni luce di differenza. Tuttavia, sognare non e’ un peccato, e una riforma che introduca quanto sopra, non costerebbe nulla e avrebbe effetti virtuosi inimmaginabili nel giro di una ventina di anni.
    Un dubbio: siamo sicuri che i nostri politici desiderino cittadini informati e critici?

    Cari saluti,
    Roberto de Faveri

  14. Costantino Altieri

    una conoscenza di base economica è necessaria come momento stumentale per tradurre e comprendere decisioni prima di natura politica e quindi sociale. Teorie quali quelle del positivismo economico di matrice americana sono state superate. Il meracato quale luogo dell’incontro della domanda e della offerta va dove vogliamo che vada. Alla base vi è la scelta tra mercato ordoliberale e mercato solidale.
    Di qui è fondamentale avere delle conoscenze economiche sia per capire,per proporre e per criticare.

  15. Emiliano Leccese

    Complimenti al prof. Tanzi perchè raramente ho letto articoli più brillanti sul tema. Il problema trattato è serio ed attuale. La politica italiana è digiuna di economia e questo è quanto meno scandaloso. In particolar modo in certe parti politiche e tra i sindacati dilaga un populismo ridicolo!
    Speriamo che molti leggano e si interroghino sui problemi posti dal Professore!

  16. hominibus

    Le regole del libero mercato sono molto semplici e non hanno bisogno di indottrinamento, anzi, qualunque intervento per ridurre la sua naturale giustezza ottiene l’effetto di turbarne la benefica azione.
    Gli squilibri sociali in grande parte dipendono dalla volontà dei governanti e dalla complicità dei governati più abbienti, che di concerto impediscono di estendere l’applicazione dei criteri mercantili nella imposizione fiscale.
    E grande responsabilità hanno le università, che insistono acriticamente o ipocritamente in insegnamenti disonesti nelle materie di economia e finanza pubblica.

  17. MarcoFI85

    Sono uno studente universitario, iscritto alla facoltà di Economia a Firenze.
    Nonostante la poca esperienza e le limitate conoscenze in mio possesso, dopo aver letto questo articolo, non ho saputo resistere nell’aggiungere anche un mio modesto commento.
    Premesso che credo sia pienamente condivisibile la relazione sugli effetti dell’alfabetizzazione economica (intesa in senso lato, credo) presente nell’articolo sopra, volevo aggiungere una considerazione:
    Dalla grande ignoranza in materia economica presentata, deduco che le libere professioni e, in generale, tutti gli incarichi a stretto e diretto contatto con i ‘meccanismi economici’, possano rappresentare quella fascia, quell’èlite economicamente istruita (o, almeno, tendenzialmente più istruita).
    La domanda che vi pongo è: quali relazioni vi sono, dunque, fra l’evasione fiscale registrata in Italia e l’alfabetizzazione economica?
    Non è curioso constatare che, paradossalmente, proprio coloro su cui pesa l’ignoranza economica sono contribuenti “migliori” mentre, invece, chi potrebbe essere definito “economicamente acculturato” ha una maggiore tendenza all’evasione?
    Credo che, purtroppo, anche su questo argomento siamo di fronte ad un’anomalia tutta italiana.

    Marco

  18. giovanni ruberti

    Complimenti professore: intervento lucido e puntuale, ma ahimè forse un pò velleitario.
    Il nostro sistema politico e i nostri politici sono cresciuti con un sistema di valori tendenzialmente massimalisti e di contrapposizione ricchi/poveri, capitalisti/proletari e quindi tendenzialmente demagogico e non orientato alla razionalità con cui normalmente le logiche economiche si muovono. veda lo stupore del sistema politico all’affermazione di TPS che per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici ha espresso un concetto lapalissiano: in una situazione di risorse scarse i maggiori impegni economici assunti con il rinnovo del contratto andranno a detrimento delle risorse disponibili per le altre cose da finanziare. sconcerto tra sindacalisti e uomini di governo! ancora non hanno capito che le risorse non sono infinite!

  19. Marco Solferini

    Popolo ed ignoranza: l’ossimoro più pericoloso, l’alleanza più proficua. Alterne sono le fasi della storia, più cicliche dell’economia contemporanea e più oscure, alla negletta cultura dell’apprendimento. Il deficit risiede nella scarsa propensione ad insegnare, nell’incapacità di apprendere, o forse nella distrazione colpevole paragonabile al mallo di una buona noce silenziosa, irriverente alle stagioni? L’ignoranza che l’Autore cita è un danno, forse, ma è un tutt’uno con la mentalità dei concetti e paradossalmente è possibile che abbia una funzione, un suo equilibrio, persino una utilità. L’evoluzione è selettiva. La civiltà è selettiva. Per quale ragione le lampadine dell’Eureka dovrebbero accendersi come un domino di illuminismo economico; il risorgimento appartiene alle menti preparate, e la preparazione si coltiva con la selezione che il carattere e l’indole attribuiscono ai concetti, alla sociologia del comportamento. Non sarebbe meno utopico se le persone preparate siedessero nei luoghi ove possono insegnare e realizzare, mentre il Popolo, comprende l’importanza della capacità di discernimento fra il menzogniero rispetto al realistico, investendo sulle generazioni future con l’originalità, tipica della diversità? Non esiste forse un ordine anche nel caos? Dipende solo da cosa si intende per l’uno e cosa per l’atro…

  20. andrea

    Complimenti professore per il suo intervento che ritengo, da un punto di vista accademico, esemplare. La parte più difficile è però quella di insegnare alle persone questa cultura economica, specie, politica economica. Infatti ogni tentativo di introdurre delle misure di politica economica serie fatte in Italia sono naufragate nel nulla oppure approvate con forti limitazioni. Da studente di laurea specialisita in decisioni economiche, impresa e responsabilità sociale, mi sono reso conto di questa “ignoranza” populista. La lezione cilena, ma anche quella nordica dovrebbe insegnare che riforme economiche proposte con intelligenza e senza guardare se intaccano o meno privilegi di qualche categoria di persona sono efficaci ed efficenti. Noi tutti dovremo spiegare alle persone la cultura economica.

  21. Marco Boleo

    Egregio prof. Tanzi,
    vi è un sito http://www.appellodeglieconomisti.com dove settanta economisti certificano l’idea che è sbagliato fare una finanziaria lacrime e sangue quando si può tranquillamente farne una che stabilizzi solo la crescita del debito in barba ai parametri di Maastricht. Se io vado a spiegare ad elettori della sinistra radicale che bisogna fare una finanziaria per rimanere in Europa i più informati mi rimandano a questo sito. Vengo ora al punto: su che teorie deve essere fondata la cultura economica che ognuno di noi dovrebbe avere. Nel suo esempio il Ministro aveva delle carenze nella conoscenza della microeconomia dove credo che non vi siano grosse divergenze. Un caro saluto
    Marco Boleo

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