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Il protezionismo di parte

Il ricorso sistematico al protezionismo di parte è funzionale alla preservazione della tradizione ideologica, che identifica destra e sinistra con i fattori di produzione capitale e lavoro. Ma è al tempo stesso la ragione vera dell’incapacità di cambiamento della politica di fronte alla globalizzazione, della resistenza a estendere gli interessi politici al livello europeo, nonché della perdita di credibilità della politica e di chi governa. Ecco perché il Partito democratico e quello delle Libertà non possono ancora nascere.

All’inizio di maggio, Pierluigi Bersani, in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui si candidava alla guida del Partito democratico, proponeva come punto qualificante del programma del partito la riforma del capitalismo italiano, con l’obiettivo di aprirne gli assetti proprietari. Lo stesso giorno, il 3 maggio, in un colloquio col “Financial Times”, Nicolas Sarkozy, allora candidato di centrodestra alla presidenza della Repubblica francese, proponeva una politica industriale di protezione per le imprese nazionali francesi nel contesto europeo, subito suscitando analoghe riflessioni nei conservatori tedeschi (Cdu). Non è paradossale che a sinistra si invochi dinamismo imprenditoriale e proprio a destra lo si contrasti?

Destra e sinistra di fronte alla globalizzazione

Non lo è: la destra protegge l’idea convenzionale del proprio elettorato, mentre la sinistra – per le stesse ragioni, molto più simboliche che sostanziali – vuole esporlo alle durezze dell’integrazione globale. Gli obiettivi strumentali di proteggere o di esporre il capitale producono – in un ambiente globale e non più nazionale – obiettivi finali del tutto contraddittori: il capitale protetto dalla destra perde efficienza e si indebolisce, quello “aperto” dalla sinistra attraverso la concorrenza si rafforza. In questo semplice ritratto stilizzato del confronto politico, la globalizzazione inverte destra e sinistra.
Un esito speculare si registra in materia di riforma del welfare e del lavoro. Negli ambiti di interesse convenzionalmente più vicini agli elettori di sinistra, è la destra spesso a introdurre riforme che fanno funzionare il mercato in modo più dinamico ed è la sinistra che tende a conservare lo status quo. Il risultato è che, in un ambiente globale, l’obiettivo di aumento dell’occupazione è spesso ottenuto attraverso politiche di destra anziché politiche di sinistra.
Accettando di semplificare il più possibile la lettura dei comportamenti di parte in politica, si può dire che la destra tende a proteggere il capitale e ad “aprire” il lavoro, mentre la sinistra fa il contrario. Il governo Berlusconi fa approvare la legge Biagi, ma depenalizza il falso in bilancio. Berlusconi stesso si presenta all’assemblea di Confindustria dichiarando che “il vostro programma è il mio programma”. Il governo Prodi liberalizza alcuni mercati dei servizi e interviene sulle alleanze internazionali delle imprese, ma non riforma i sistemi di assistenza sociale, la funzione pubblica né il mercato del lavoro. Nello stesso giorno in cui Bersani dichiara di voler intervenire sui capitalisti, il ministro per il Lavoro, Cesare Damiano, propone la sua non-riforma delle pensioni. Comportandosi così, destra e sinistra – consapevoli o no – obbediscono al principio del “protezionismo di parte”.
Il “protezionismo di parte” è un’innovazione concettuale che si ottiene integrando i criteri convenzionali di polarizzazione politica, destra-sinistra, capitale-lavoro, tipici del Novecento con il criterio di chiusura-apertura determinante nella condizione di sovranità non esclusiva degli ultimi anni. Il “protezionismo di parte” rende così comprensibili i paradossi che hanno caratterizzato l’applicazione delle categorie politiche convenzionali di destra e di sinistra nell’ambiente economico “aperto” dalla globalizzazione. Buona parte della storia politica europea degli ultimi trent’anni, in particolare in Germania, Francia e Italia, può essere chiarita attraverso la logica del protezionismo di parte ancor più che da quella degli interessi nazionali.

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La chiusura degli anni Novanta

La prima risposta politica alla sfida dell’apertura globale dei mercati è stata di chiusura negli anni Novanta. In Europa in particolare ha comportato un grave rallentamento del processo di integrazione politica e nella creazione di un mercato dei servizi. La tentazione della chiusura, evidentemente inefficiente, ha lasciato il posto a una risposta più sofisticata: destra e sinistra hanno aperto all’integrazione e alla concorrenza globale i soli mercati riferibili agli elettori dell’avversario, mentre hanno protetto i propri elettori. Anche questa risposta è inefficiente: induce uno squilibrio nell’impiego efficiente dei fattori produttivi, scarica in modo asimmetrico i costi di aggiustamento alla competizione globale su uno di essi, accentua la retorica antagonista tra capitale e lavoro e assorbe la capacità di innovazione politica di destra e sinistra. Il ricorso sistematico al protezionismo di parte è funzionale alla preservazione della tradizione ideologica, che identifica destra e sinistra con i fattori di produzione capitale e lavoro, ma è al tempo stesso la ragione vera dell’incapacità di cambiamento della politica di fronte alla globalizzazione, della resistenza a estendere gli interessi politici al livello europeo, nonché della perdita di credibilità della politica e di chi governa.
Il Partito democratico non potrà rappresentare con coerenza e credibilità l’attore di governo della sinistra se non si unirà, prima di tutto, attorno a un progetto di riforma del mercato del lavoro e del welfare. Il Partito delle libertà non ha titolo a rappresentare gli obiettivi politici della destra finché non definisce la propria visione del capitalismo al di fuori degli interessi dei capitalisti.
Migliorare se stessi, per migliorare gli altri: la strada perché ciò avvenga in Italia è ancora interamente da tracciare.

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* Carlo Bastasin, editorialista della Stampa, è autore di “Destra e Sinistra – politiche chiuse, società aperta” pubblicato nel maggio 2007 da Università Bocconi Editore.

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  1. renato

    Batasin ha ragione in linea di primcipio ma modificare la situazione attuale, da parte i un mercato, quello italiano, che offre poche certezze, i pare veramente dura. Con una economia da vaso di coccio vedo dura ogni variazione, anche perchè anche se molti sobno d’accordo che la liberalizzazione , da sola genererebbe mercato e quindi benesere, proprio l’assenza di certezza fa da freno. E’ assenza di certezza che si può assimilare all’assenza di legalità che si percepisce a tutti i livelli e sia a destra che a sinistra. Naturale che i gruppi di potere ed i sottogruppi, difendano il proprio capitale politico, visto che gli attuali onorevoli sono solo personaggi cooptati da gruppi di potere diversi, non sano come spenderlo e quindi preferiscono metterelo “sotto il mattone” in attesa che il sistema, speriamo presto, sia in grado di “utilizzarlo”.

    • La redazione

      E’ molto frequente in questi giorni privilegiare il tema della scarsa legalità nei comportamenti politici. In particolare sottolineando lo spreco di risorse e la pletora di quella che un libro (di Rizzo e Stella) chiama la “casta” della classe politica. E’ un modo legittimo, come ha riconosciuto lo stessa D’Alema, e molto popolare. Tuttavia a me pare che lo spreco di risorse in funzione clientelare sia possibile solo perchè resta in piedi l’alibi ideologico della destra e della sinistra. E’ necessario restituire un significato a politiche di destra o di sinistra che non sia solo un paravento come appare ora. Per farlo è necessario definire destra e sinistra come politiche di apertura in epoca di globalizzazione. per questo ho trovato utile il concetto di protezionismo di parte, come radice dell’errore. Esiste d’altronde una parentela tra ideologia, chiusura e protezione. Con la scusa dell’ideologia i partiti proteggono il proprio elettorato anzichè proporre un’idea aperta della società

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