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Anvur, Agenzia per il reclutamento dei ricercatori

L’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca prima ancora di nascere, è già un giocattolo in mano al potere. Le si demanda un compito nella sostanza impossibile: valutare i singoli ricercatori. Ne ha anche un altro, improprio ma preciso: coprire, tramite l’effetto annuncio l’ennesima infornata di dipendenti pubblici. Perché l’Anvur di oggi è molto diversa dall’idea originaria. E il cambiamento di missione si accompagna al piano di assumere 10mila docenti di terza fascia in tre anni, di cui 4mila subito.

È ormai imminente la creazione dell’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca. Il 12 marzo scorso il ministro Mussi ha presentato la prima bozza sulla sua missione e sulla composizione del suo consiglio direttivo (documento 1, in allegato). Al documento ha fatto seguito, il 22 marzo, una serie di “linee-guida” per il reclutamento dei ricercatori universitari, nel quale l’Anvur gioca un ruolo inaspettato (documento 2, in allegato). E da queste linee-guida è finalmente scaturita, il 4 aprile, la prima bozza di regolamento sui concorsi per ricercatori prossimi venturi, a maggio e novembre (documento 3, in allegato).

I compiti dell’Anvur

L’Agenzia delineata da tutti questi documenti appare cosa assai diversa da quella prefigurata dal suo primo promotore, il sottosegretario Modica. Altrettanto diverso appare il contesto in cui si andrà ad inserire.
Nel progetto di legge presentato dal senatore Modica, quando ancora sedeva sui banchi dell’opposizione (documento 4, in allegato), l’Anvur avrebbe dovuto valutare ex post la produzione scientifica dei dipartimenti e influenzare direttamente, seppure per una percentuale assai limitata, l’assegnazione dei fondi di ricerca. L’Agenzia non sarebbe scesa nel dettaglio dell’attività dei singoli ricercatori, per consentire alle strutture dipartimentali di gestirsi autonomamente. Infine, avrebbe dovuto essere in qualche modo indipendente dal ministero.
L’Anvur del ministro Mussi, prima ancora di nascere, ha già cambiato fisionomia.
Il consiglio direttivo che la presiederà sarà interamente di nomina ministeriale, seppure entro liste predisposte da vari organizzazioni italiane ed europee. Poiché i membri restano in carica cinque anni, e verranno nominati entro breve, è immediato desumere che ogni cambio di legislatura (e di ministro) sarà seguito, dopo massimo due anni, da un cambio di consiglio. La dipendenza dall’esecutivo in carica è rafforzata dalla norma che prevede che i membri del consiglio nominati per rimpiazzare eventuali membri uscenti prima della fine del mandato decadranno non dopo cinque anni, ma insieme al resto del consiglio.
I compiti di valutazione delle strutture di ricerca e di influenza sulla assegnazione dei fondi restano inalterati, ma scompare ogni cenno al ruolo dell’Anvur nell’assegnazione dei fondi di ricerca.
Soprattutto viene affidato all’Anvur un ruolo rilevante nel determinare le carriere dei singoli ricercatori, mai menzionato prima né dal sottosegretario Modica né da altro esponente della maggioranza. Nei documenti 2 e 3 sul reclutamento dei ricercatori universitari, l’Anvur fa capolino come terzo attore di una struttura tricefala, composta da:

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– una commissione nazionale che giudicherà l’idoneità dei candidati a ricoprire il ruolo di docente di terza fascia;
– una commissione locale (presieduta nientemeno che dal rettore) per la selezione di una rosa ristretta di candidati già giudicati idonei e quindi del vincitore;
– l’Anvur, appunto, che dopo tre anni andrà a valutare, caso per caso, la produttività scientifica di ogni vincitore per confermarlo in ruolo oppure no.

In questo schema sarebbe sottratto agli atenei quello che ora è un puro rito formale (la “conferma” del ricercatore dopo i primi tre anni di attività, che non si nega a nessuno) per affidarlo all’Anvur, nella speranza che questa lo renda sostanziale (cioè non confermi almeno qualche ricercatore).

Un piano per diecimila assunzioni

Il cambiamento di missione si accompagna al piano di assumere 10mila docenti di terza fascia in tre anni, di cui 4mila subito. (1) Intenzione apparentemente lodevole, ma c’è un dettaglio: in pochissimo tempo l’Anvur si ritroverebbe a dover emanare regolamenti attuativi (quali pubblicazioni accettare per la valutazione? Come valutarle? E i brevetti? E le conferenze? E la didattica?), raccogliere informazioni su migliaia di persone (quante esattamente? Con che modalità? E quali scadenze?) e quindi deciderne il destino.
E non si tratterebbe solo dei ricercatori. Dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro, emerge che questo barocco schema di reclutamento e valutazione andrà in futuro applicato anche ai professori associati e ordinari. Anche di quelli, uno per uno, l’Anvur dovrebbe andare a valutare l’operato.
Dove resterebbe il tempo di fare l’altra valutazione, quella delle strutture? E perché impegnare l’Anvur in un compito di micro-management delle carriere (per cui la bozza del ministro prevede già un livello di ricorso per ogni valutazione negativa, e per cui non è difficile anticipare chissà quanti ricorsi al Tar subito dopo), quando dalla valutazione delle strutture dovrebbero discendere naturalmente gli incentivi per queste ultime a non reclutare persone inadeguate? E in base a quale esperienza l’Anvur dovrebbe agire, visto che il Civr ha fatto tutt’altro mestiere? Perché mai non dovremmo credere che, soffocata da carte e ricorsi, l’Agenzia non finirebbe anche lei per cedere e, come oggi fanno gli atenei, confermare tutti i ricercatori?
Cercare una risposta a queste domande in una visione strategica dell’università italiana è impossibile, perché quella visione non sembra esserci. I toni catastrofici sullo stato dei ricercatori precari e l’assoluta urgenza di una immediata risoluzione dei loro problemi sono quelli tipici di ogni politico che prepari un provvedimento straordinario, sia esso un indulto, una sanatoria o un reclutamento en masse di impiegati pubblici (4mila subito, 10mila al più presto).
Ed è proprio questo il senso dei documenti appena approvati. A leggerli, non si riesce a non pensare che siamo di fronte a una costituency elettorale cospicua, quella dei ricercatori precari, e a un politico che sta annunciando, in questi stessi giorni, la nascita di un nuovo partito.
L’Anvur, prima ancora di nascere, è già un giocattolo in mano al potere, una foglia di fico a cui si demanda un compito nella sostanza impossibile (valutare i singoli ricercatori) e uno improprio ma preciso, quello di coprire, tramite l’effetto annuncio (“non temete: assumerò 10mila persone, ma l’Anvur farà buona guardia su di loro”) l’ennesima infornata di dipendenti pubblici.
I 10mila precari di oggi diventeranno domani 10mila docenti per tutta la vita e chi oggi precario ancora non è, ma solo studente o dottorando, persa questa occasione, vedrà di nuovo chiudersi le porte della Torre d’Avorio. Sarà allora costretto, come chi l’ha preceduto, ad accamparsi sulla soglia, in attesa di una nuova sanatoria, o di una nuova Anvur.
O forse se ne andrà all’estero, a cercare la fama che si merita e aspettare il nuovo piano, naturalmente straordinario, per il rientro dei cervelli in fuga.

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(1) Intervista del ministro al Messaggero del 4 aprile 2007.

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  1. Alessandro Albertin

    Nell’articolo si segnala il problema che la neonata (neonascente??) Anvur incontrerebbe nel valutare rapidamente prima 4.000 e poi 10.000 ricercatori.
    La soluzione è molto semplice ed è già stata sperimentata più volte in Italia: si creano 100 sottocommissioni “temporanee” a cui assegnare prima 40 e successivamente 100 ricercatori cadauna.
    Posso addirittura ipotizzare la composizione di ogni sottocommissione (10 elementi in totale):
    3 dell’ateneo a cui appartengono i ricercatori da giudicare (meglio essere sicuri che le scelte siano quelle giuste)
    3 espressione della realtà socio-economica locale (politici trombati, amici, ecc.)
    3 espressione dei sindacati (ci devono esere sempre)
    1 esperto vero (per salvare le apparenze)

    La mia “soluzione” può sembrare qualunquista e provocatoria ma temo sia realistica

    Saluti

  2. Fabrizio Maimone

    Sono uno dei precari di cui parla l’articolo. Da buon contrattista, insegno e faccio ricerca (mio malgrado) per passione e svolgo un’altra professione per vivere (che fortunamente mi piace e mi soddisfa). Definire barocca questa riforma è quasi eufemistico. Nella catena di valutazione mancano solo la NATO e il Club di Topolino. Spero solo che, dopo le elezioni, questo ulteriore prodotto del “genio italico” venga messo nel dimenticatoio, dove merita di stare. Anch’io sono contrario alle sanatorie (ancora la Scuola e l’Università stanno pagando quelle degli anni 70!). E come molti colleghi e amici precari, mi piacerebbe accedere alla carriera universitaria dalla porta principale, per titoli e meriti. Che a molti precari, ve lo assicuro, non mancano. Come dimostra la continua diaspora di ricercatori e docenti italiani nel mondo, in Italia non mancano le intelligenze. E’ il sistema ad essere costruito per scoraggiarle. Lancio un appello alla politica, ai poteri forti, a quelli deboli, all’opinione pubblica, ai marziani, insomma, a chiunque voglia ascoltare: il futuro dell’Italia passa dalla ricerca, dall’università, dalla conoscenza. E’ una questione molto più importante del debito pubblico, dei parametri europei, dei DICO. Bisogna farsene carico subito. Nel frattempo, avendo 38anni, continuo a resistere, come molti amici e colleghi. Però, ai miei neolaureati, consiglio di andare all’estero. Alla loro età, lo farei anch’io.

    Cordialmente
    Fabrizio Maimone

  3. gp

    Prof. Lissoni
    In realtà questo affanno nel cercare ricercatori è dovuto unicamente alla necessità di ricercare mano d’opera. Come lei sa molti atenei hanno deciso di utilizzare i ricercatori anche per la didattica … base larga e vertice stretto servono solo a mantenere i privilegi di una casta. La conseguenza è che molti ricercatori non vengono seguiti nel loro percorso di ricerca, non pubblicano e quindi si troveranno come ricercatori a vita e non associati od ordinari a vita!! Le ricordo ad esempio che il blocco dei concorsi ha per ora avuto il nefasto effetto di creare una massa di ricercatori che dopo anni di insegnamento e ricerca (verrebbe da dire a differenza dei professori) preme per poter diventare associato!
    Lei sa meglio di me come siano scandalosi i concorsi per ricercatore ed ancora di più quelli per associato. La commissione esaminatrice ha potere di vita e di morte, è insindacabile eppure assolutamente poco trasparente. Per poter sperare in un ricorso al Tar occorre che qualcuno eserciti violenza fisica, non essendo sufficienti irregolarità di vario genere (che manco vengono prese in considerazione).
    E’ un dato di fatto che la stragrande maggioranza dei concorsi ha già un vincitore acclamato ben prima dell’esame!
    La parodia dei concorsi da associato è nota: verbali del primo giorno chiusi e poi riaperti, totale soggettività (neanche dichiarata a priori) nella valutazione dei titoli, nessuna comunicazione ai concorrenti se non alla fine, ecc. ecc. Le prove orali, ed in particolare la lezione, sono una vera e propria presa in giro: i candidati hanno già passato ANNI ad insegnare davanti a migliaia di studenti … e se anche è “strepitosa” tanto valgono solo i titoli!!
    Prima si sceglie chi vince e poi si scelgono i criteri.
    Se un ritorno alle liste nazionali non è gradito, occorre però ripristinare quei diritti e quella trasparenza che attualmente sono sistematicamente negate.
    Saluti

  4. laura benigni

    Gli obbiettivi di questi ultimi provvedimenti sono molto molto ambiziosi. Sicuramente genera inquietudine la creazione di procedure e istituzioni ancora una volta inedite, tutte da mettere insieme, tutte da rodare, che sostituirebbero completamente il sistema o il non sistema preesistente. Eppure le comunità scientifiche esistono e resistono, nonostante le differenze dei sistemi formativi e organizzativi nazionali. Il sistema della meritocrazia e della valutazione tra pari seppure imperfetto, garantisce un sufficiente rispetto delle capacità e del merito con una approssimazione certamente superiore a qualsiasi filtro politico e o burocratico. Costruire un sistema “semplice” di valutazione e di reclutamento, non eccentrico rispetto alle attese della comunità scientifica dovrebbe essere l’obiettivo di ogni intento innovatore del sistema università-ricerca pubblica. A cominciare dalla valutazione programmata dei bisogni formativi e delle linee di sviluppo della formazione postuniversitaria. E’ difficile credere nella innovazione senza un piano di sviluppo. E i piani di sviluppo non sono fatti di numeri..richiedono piuttosto ascolto della comunità scientifica nazionale e non. Questo percorso riproducibile ci permetterebbe di imitare ed estendere quanto c’è di positivo nelle buone e ottime pratiche presenti anche in molte realtà italiane e di confrontarci con le buone e ottime pratiche internazionali.
    E’ ingenuo pensare che tutta la realtà della ricerca e della università italiana siano da rivoluzionare e che le realtà degli altri paesi siano tutti inarrivabili esempi positivi. Sarebbe facile dimostrare che la comparazione fra sistemi formativi e scientifici è un pò più complessa.
    Di questa complessità internazionale dovrebbe farsi carico un buon progetto semplice e comprensibile almeno agli addetti ai lavori.

  5. Jacopo DeRossi

    Ho letto l’articolo sull’anvur ed i primi commenti. L’articolista e’ critico, forse indignato. Io invece mi chiedo: ma perche’ l’universita’ italiana non dovrebbe fare una sanatoria per infornare le moltitudini di precari che da anni la popolano?
    L’universita’, in Italia, e’ una cosa sola: e’ pubblico impiego. Come si creano e si stabilizzano i precari nella scuola, cosi’ avviene ed avverra’ anche nell’universita’.
    Il vero problema, che mi sembra sfugga a tutte le analisi, e’ che in italia una universita’ di qualita’ non serve a nessuno, a nessun settore della vita economica e sociale. Altrimenti, il paese stesso non potrebbe permettersi il lusso di avere accademie popolate interamente da incompetenti in eta’ senile o giovinastri i quali, per il fatto stesso di rimanere a lungo nel sistema, non possono non essere piu’ o meno d’accordo con le sue regole.
    Mi ricordo ancora un collega, quando studiavo all’estero, che tornava in italia a fare un concorso da ricercatore. Gli chiesi: “ma cosa vai a fare con uno stipendio da fame?”. Lui mi rispose: “ci vado perche’, se vinco il concorso, intanto ‘acquisisco diritti’ “.

  6. Marco Reale

    Rispetto al CIVR e’ sostanzialme un giro di 180 gradi. Da un controllo a valle operato nei sistemi universitari di successo e che si era intrapreso si ritorna al vecchio controllo alla fonte che ha portato il sistema Italiano ad una posizione incresciosa.
    Ci sono degli ottimi articoli sul sito di Roberto Perotti.
    In particolare per quanto riguarda l’articolo
    “The Italian University System: Rules vs. Incentives”, suggerirei di tradurlo in Italiano e aggiungere molte figure tra cui qualche foto di veline, con particolare attenzione alla copertina ….chissa’ forse allora…

  7. laura benigni

    Credo che il processo in corso rappresenti solo il tentativo di creare condizioni normali in Italia, per il sistema università-ricerca. Quanto più il mestiere di ricercatore, di scienziato, di professore universitario saranno “lavori normali” per i quali può esistere vocazione , ambizione, passione per le ragazze e i ragazzi italiani al punto di poter essere descritto e reso attraente sin dai percorsi di orientamento professionale alla fine della scuola dell’obbligo, forse usciremo da una fase buia in cui alcuni percorsi di carriera e alcuni curricula ci appaiono incomprensibili, immeritati e danneggiano l’immagine del sistema formativo e della comunità scientifica italiana, per non parlare della sua gestione.
    L’entusiasmo recente per festival della scienza e della matematica, in cui era possibile vedere folle di persone di tutte le età ,fanno intravedere questa voglia di normalità, di sapere, di intelligenza, di gioco, in un paese normale.
    Qualsiasi volontà di innovazione che tenti di passare dalla fase magica, alla visibilità e alla descrivibilità dei percorsi, sembra comunque un cammino virtuoso verso quella normalità che sembra irrinunicabile anche in altri campi, come ad esempio il sistema concorsuale nelle aziende sanitarie.

  8. rosario nicoletti

    A differenza degli interventi verbali, le prime (due) mosse concrete di questo Ministro si sono rivelate piuttosto infelici. Nel “regolamento” si delinea una Agenzia tuttofare e non si capisce con quali metodi o criteri svolgerà la valutazione: valutazione che sarebbe estesa ai singoli docenti. Le nuove norme di reclutamento sono difficilmente applicabili per la loro macchinosità. Sarebbero, se applicate, inefficienti, essendo basate largamente su una valutazione di titoli: titoli di norma scarsamente significativi nel caso di candidati alla posizione di Ricercatore. L’autore dell’articolo può trovare conforto nel fatto che il reclutamento del personale universitario è materia che incide sull’autonomia universitaria, costituzionalmente garantita, e può essere regolata (entro certi limiti) solamente da leggi parlamentari: le nuove norme (decreto ministeriale) sono destinate ad affondare.
    Sparirebbe così la possibile sinergia tra i due provvedimenti.

  9. Diego

    Ringraziando per la possibilità di esprimere opinioni, cosa che nell’Italia di oggi è sempre più rara, mi sembra chiaro (anche leggendo i tanti commenti) che il mondo delle università italiane è un malato quasi terminale; basta osservare qualche classifica internazionale degli atenei per accorgerci che le facoltà più rinomate del bel paese sono quasi invisibili e alle spalle di centinaia e centinaia di atenei in giro per il globo. Io credo che la cura sia inadeguata alla diagnosi. Il problema è la scarsa competitività fra atenei causata dalle uguali prospettive di impiego dopo lo studio, dalla livellamento (basso) della qualità del corpo docente e spesso dallo scarso impegno riposto nell’attività di insegnamento. Gli studenti non scelgono in base alla qualità o alle prospettive di carriera futura (avete mai sentito atenei che si reclamizzano grazie alla qualità del proprio corpo docente?. NO). Quanti studenti internazionali ci sono in Italia? Quasi nessuno..
    Intanto però le tasse aumentano (ben di più dell’inflazione) e in molti Atenei del nord, in media, si pagano tasse solamente di poco inferiori alla metà di quelle pagate in un istituto anglosassone medio (che però qualitativamente è molto migliore e viene finanziato in modo totalmente differente)
    I concorsi non saranno mai trasparenti e le regole aggirate fino a che non sarà l’utente a condannare i “nullafacenti”e “imbroglioni” (che sono presenti sia nella pubblica amministrazione che nelle Università). Inoltre un paese come il nostro agevola, grazie a stipendi da fame, alla sopportazione totale dei costi della flessibilità da parte del lavoratore e ad un sistema produttivo in larga parte esposto alla concorrenza sul prezzo da parte dei paesi asiatici) l’importazione di lavoratori non qualificati e l’esportazione delle menti che non trovano né spazio ne reddito dignitoso.Direi che il problema dell’università è lo specchio di un sistema malato e con una Agenzia in più non si risolverà certo il problema…

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