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Riforma del calcio ancora all’anno zero

L’indagine dell’Agcm suggerisce modifiche alle “regole del gioco” volte a mantenere condizioni di equilibrio sul campo tra le diverse squadre e a evitare il ripetersi di fenomeni degenerativi. Le proposte riguardano la negoziazione dei diritti televisivi, l’organizzazione della Lega e della Federazione, le regole di ingaggio e compravendita dei giocatori e l’attività dei procuratori. E’ però viziata sia nelle premesse che nelle conclusioni. E l’applicazione di alcuni suggerimenti potrebbe causare un risultato opposto a quello desiderato.

Gran parte dell’analisi condotta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato si regge sulla circostanza che l’interesse dei tifosi, e di conseguenza la loro disponibilità a pagare per assistere dal vivo o in televisione a un certo evento sportivo, sia decrescente al diminuire dell’equilibrio sul campo.
Nella letteratura di team sports economics (Tse), tale circostanza è però solo un’ipotesi, la cosiddetta uncertainty of outcome hypothesis, che, dunque va verificata empiricamente caso per caso. E le verifiche hanno fin qui dato risultati ambigui. Si tratta poi di un’ipotesi che deriva dall’esperienza sportiva Usa e ormai sempre più rara nella modellistica di Tse. Uno dei suoi difetti è infatti di trascurare una distinzione che riveste invece notevole importanza nel contesto europeo, ovvero quella tra tifosi committed e uncommitted. I primi sono i “veri” tifosi, quelli che seguono sempre e comunque la squadra del cuore, a prescindere dai suoi risultati; gli altri sono i tifosi per così dire “da salotto”, che seguono un certo sport solo per lo spettacolo, ma senza essere troppo coinvolti. L’ipotesi si riferisce solo a questi ultimi, probabilmente il tipo più comune negli Stati Uniti, ma non ai primi, probabilmente i più numerosi in Europa. Ignorare la distinzione può condurre a prescrizioni controproducenti, per esempio se si tralascia il fatto che è la proporzione tra i due tipi di tifosi a determinare la distribuzione delle vittorie tra i diversi club che massimizza il benessere sociale. (1)

Concorrenza e cooperazione nello sport

L’ambiguità dell’espressione “promuovere la concorrenza” nel settore del calcio, e dunque la confusione sul reale obiettivo delle misure suggerite nell’indagine, indebolisce l’analisi dell’Agcm anche da un altro punto di vista. Si omette infatti di considerare che sotto il profilo dell’interesse economico (distinto da quello strettamente sportivo) un club minore potrebbe veder migliorare i propri bilanci per effetto di una riduzione nel numero delle vittorie. Questo in presenza di un meccanismo di redistribuzione delle risorse tra i club tale per cui un aumento dei successi sul campo dei club grandi, e quindi dei loro ricavi, genera anche un aumento della quota che viene redistribuita per mutualità ai club minori. L’aumento può infatti risultare superiore a ciò che una squadra minore guadagnerebbe in più nel caso migliorasse la propria performance sul campo a scapito dele “grandi”. Tale semplice principio può spiegare meglio di non provate ipotesi collusive per quale motivo in Lega calcio, pur in presenza di un meccanismo assolutamente democratico di voto capitario, non si sia mai assistito a una “rivolta” dei club minori contro le grandi per la distribuzione delle risorse. Ovviamente questo non significa che l’attuale distribuzione delle risorse nel calcio italiano sia quella ottimale. (2) Il fatto però è che un ragionamento di questo tipo è esemplare delle peculiarità sottostanti la fornitura del particolare “prodotto” denominato “evento sportivo di squadra”. Dato che per organizzare una partita, o un campionato, occorrono almeno due club (in termini tecnici, si tratta di una produzione congiunta inversa), sottovalutare l’elemento cooperativo, e quello altrettanto rilevante della complementarietà, non può che condurre a gravi errori di valutazione.

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Proposte fuorvianti

Del tutto fuorviante appare quindi la proposta di togliere alla Lega calcio il potere sulla distribuzione dei proventi della futura cessione collettiva dei diritti tv, motivandola con il rischio di conflitti di interesse. Già appare dubbia la legittimità giuridica di togliere alla Lega ogni controllo sui ricavi della vendita del prodotto “campionato di calcio” che essa offre al mercato in qualità di associazione di imprese. Nell’indagine si legge inoltre che: “compito primario delle Leghe dovrebbe consistere nell’elaborazione di regole finalizzate a rendere il proprio prodotto (il campionato e la Coppa Italia) sempre più interessante e appassionante per gli utenti del calcio, favorendo una competizione equilibrata tra le compagini sportive associate (…)” (§308). Ma l’esperienza americana e la logica economica indicano che la principale di tali regole riguarda proprio i criteri di (re)distribuzione delle risorse, per cui la proposta dell’Agcm renderebbe impossibile alla Lega adempiere alla sua funzione primaria. (3)
Giudizio negativo fa infine espresso sul cosiddetto obiettivo della stabilità contrattuale che, secondo l’Autorità, dovrebbe essere perseguito attraverso opportune restrizioni nei rapporti tra giocatori e club. Secondo gli estensori dell’indagine, rapporti contrattuali stabili favorirebbero “il dispiegarsi delle dinamiche concorrenziali” (ancora una volta non è chiaro a quale tipo di concorrenza si faccia riferimento), ridurrebbero le occasioni di collusione tra i club e sarebbero graditi ai tifosi che amano i giocatori che vestono per lungo tempo la stessa maglia. (4) La stabilità sarebbe promossa prevedendo una durata minima dei contratti e un periodo protetto in cui la loro risoluzione sia impossibile, restringendo il più possibile (o vietando) gli scambi durante il campionato e proibendo tout court i prestiti. Nuovamente, trattasi di mere petizioni di principio. L’analisi non offre alcuna evidenza empirica o analitica del fatto che tali misure possano favorire la competizione sportiva, o economica, tra squadre. Anzi, l’eliminazione dei prestiti impedirebbe la riduzione del divario tecnico tra grandi e piccoli club. Inoltre, l’esperienza degli sport professionistici americani, dove gli scambi di giocatori sono praticamente sempre possibili fino a poco prima dell’inizio dei playoffs, sembra indicare che tale struttura delle relazioni contrattuali favorisce l’equilibrio sul campo. Ancora una volta, l’errore cruciale è applicare il paradigma teorico della collusione valido per le industrie tradizionali al settore dello sport di squadra. In particolare, se assumiamo che lo stock di talento tecnico-atletico sia in larga misura dato (le uniche variazioni sono generate dai flussi di talento in entrata e uscita da e verso i campionati esteri), è evidente che consentire la più libera circolazione del talento tra i diversi club appare la via maestra per promuovere condizioni di maggiore equilibrio. La teoria economica insegna che un pianificatore benevolente, al fine di realizzare quell’allocazione del talento tra i club che massimizzi il benessere sociale (o l’equilibrio sul campo, o il profitto totale), interverrebbe continuamente a correggere tale allocazione al variare del grado di complementarietà di ogni unità di talento con le altre esistenti nelle diverse squadre. Obiettivo delle regole contrattuali dovrebbe essere quello di replicare per quanto possibile tale allocazione e non si vede come si possa farlo introducendo elementi di rigidità.
Le critiche qui espresse (5) non riguardano né la premessa dell’indagine, ovvero il fatto che lo sport professionistico debba comunque essere soggetto, nei suoi aspetti economici, alle norme sulla concorrenza, né il fatto che l’attuale organizzazione del calcio in Italia necessiti di una profonda revisione. Il punto è che il mix di concorrenza e cooperazione tipico degli sport di squadra richiede strumenti di analisi del tutto specifici. E la paziente e faticosa verifica empirica delle diverse ipotesi e soluzioni. Purtroppo, l’indagine Agcm è gravemente deficitaria sotto entrambi gli aspetti e questo condanna irrimediabilmente all’irrilevanza la stragrande maggioranza delle prescrizioni in essa contenute. Il calcio italiano va riformato, ma credere di poterlo fare ignorando decenni di letteratura di economia dello sport significa inchiodare il processo di riforma a un perenne, e deprimente, anno zero.

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(1) Tale distribuzione può pertanto essere anche molto distante da quella di perfetto equilibrio. Si veda il saggio di Stefan Szymanski sull’Economic Journal del febbraio 2001.
(2) Chi scrive è per esempio decisamente a favore della vendita collettiva dei diritti tv con un meccanismo di riparto analogo a quello, citato anche nell’indagine, della Premiere League inglese (magari corretto dalla previsione di una quota a favore dei club peggiori di ciascuna stagione a scopo di riequilibrio, dato che la minaccia della retrocessione eviterebbe comunque il rischio di comportamenti opportunistici).
(3) Il rischio di conflitto di interessi paventato dall’indagine, non va enfatizzato: sarebbe come dire che per evitare un conflitto di interessi il cda di una società non dovrebbe avere alcun potere sulla politica dei dividendi (a quando un’authority ad hoc anche per questo?), oppure che dovrebbe proibirsi ai soci di fungere da amministratori
(4) A riprova dell’approssimazione del testo, quest’ultima affermazione può riferirsi soltanto a tifosi committed, ovvero a quel tipo di appassionati che non sono oggetto di analisi in tutto il resto dell’indagine.
(5) E molte altre che non ho lo spazio per formulare. Ad esempio, riguardo al più che discutibile suggerimento – figlio dell’altrettanto discutibile recente sentenza Meca – Medina della Corte di giustizia europea (18 luglio 2006, causa C-519/04) – di eliminare completamente la c.d. clausola compromissoria, consentendo ai tesserati di rivolgersi sempre a comunque alla giustizia ordinaria. Questo al fine di evitare le possibili distorsioni alla concorrenza indotte dalle decisioni della giustizia sportiva.

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  1. Alberto Marcheselli

    C’è qualche aspetto che mi lascia perplesso.
    Il primo è che mi pare che sia trascurato il valore sociale/etico/educativo del calcio, riconosciuto di recente anche dal Parlamento Europeo.
    Mi domando se non debba essere accolta quanto meno con un po’ di imbarazzo una competizione che finge di essere tale e invece vede gli apparenti competitori cointeressati alla vittoria del più forte. Condivido che il sistema porti a questa situazione senza pratiche collusive, ma non mi pare affatto virtuoso. L’opacità del sistema mi pare un dato negativo.
    Non mi convince neanche la critica fondata sul ruolo della Lega. l’Acgm parte dal presupposto che sia una autorità di regolazione, l’articolo da una prospettiva opposta. Assimilare la Lega a un cda mi pare allora una petizione di principio.
    Più in generale, mi piacerebbe che tutte queste analisi “spinte” su modelli economici concorrenziali, respingessero, coerentemente, tutto il sistema di provvidenze, espresse o occulte che sostengono il calcio: che mi sembra business per chi fa soldi e servizio pubblico per gli altri (cioè inammissibile traslazione di risorse dal pubblico al profitto privato e non condiviso)
    Ma questo nessuno lo dice.
    Alberto Marcheselli http://www.fondazionegenoa.it/home/

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