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  1. daniel Rispondi
    Condivido pienamente le proposte degli autori, credendo che possano configurarsi come un salto di qualità per il nostro calcio, ma purtroppo l'intraprendenza dei presidenti si scontra con interessi politici locali: bisogna infatti ricordare come zamparini a venezia fosse disposto a costruire a sue spese lo stadio ma il comune non glielo consentì (tant'è che poi ha venduto il venezia ed è andato a palermo!); e anche lotito, presidente della lazio, sarebbe disposto a costruire uno stadio per la lazio ma a quanto pare è ancora tutto fermo!!!
    • La redazione Rispondi
      Rispondo volentieri a commento qui sopra e qui sotto, precisando la mia opinione che forse un eccesso di sintesi ha reso non sufficientemente chiara. Quando auspico un intervento di politica industriale a favore del calcio professionistico, intendo riferirmi ad un approccio del "pubblico" a questo settore dello sport nazionale radicalmente diverso da quello assistenzialistico-clientelare che sinora ha imperato. Dunque non penso a massicci investimenti di denaro pubblico in stadi "privati", bensì - tra l'altro - ad una serie di misure che metta in condizione le società che lo desiderino e che offrano adeguate garanzie patrimoniali-manageriali di dotarsi di impianti propri. Non sono sceso nel dettaglio di tali misure per ragioni di spazio, limitandomi a tracciare un quadro di ampia massima, ma credo che ciascuna di esse debba - così come in altri settori in cui lo Stato ritiene di intervenire in nome di un interesse generale - porsi come obiettivo quello di accompagnare i soggetti privati sul sentiero della crescita, senza pretendere di sostituirsi ad essi. Senza dimenticare, come ho provato più volte a mettere in luce anche su questo sito, e come oggi fa con ancora più efficace sintesi N. Giocoli (articolo lavoce del 5/4/2007), che è giusto chiedere che il calcio professionistico sia "comunque soggetto, nei suoi aspetti economici, alle norme sulla concorrenza", e più in generale a quelle che disciplinano l'impresa privata, ma che ciò non deve far trascurare le notevoli peculiarità (di tipo organizzativo e industriale, prima ancora che etico e sociale) che lo caratterizzano.
  2. Giuseppe Cadel Rispondi
    Gentile Diego Corrado, Nell'ultima parte del suo articolo Lei suggerisce l'impiego su larga scala di risorse pubbliche per la costruzione di strutture sportive/ricreative. Mi permetterei di segnalarLe quanto accaduto negli USA tra la seconda metà degli anni Novanta e i giorni nostri: nella prima parte del periodo considerato, si è verificato un massiccio ricorso a risorse pubbliche locali (approvato tramite appositi referendum) per la costruzione (o l'ammodernamento) di impianti sportivi, per importi unitari per intervento da svariate centinaia di milioni di Dollari; di recente, tuttavia, la tendenza si è diametralmente invertita, con le comunità locali che - sulla base di un'analisi costi/benefici estesa anche ai vantaggi sociali - non sono più disposte a finanziare con i soldi dei contribuenti tali progetti (e difatti non vengono nemmeno più indetti gli appositi referendum, nella certezza che saranno respinti) e i privati che si sobbarcano interamente le ingenti spese (talora superiori al miliardo di Dollari) per la costruzione di nuovi impianti. Rimango a Sua disposizione per gli approfondimenti. Cordiali saluti, Giuseppe Cadel - Milano