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Uno sguardo dal fondo

Tre stralci dell’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale; vengono trattati temi di particolare rilievo per gli sviluppi dell’economia mondiale nei prossimi mesi: dalle possibili variazioni nei tassi di cambio, anche in considerazione di una riduzione del deficit della bilancia commerciale statunitense, alle conseguenze della frenata dell’economia americana. Infine, gli effetti della globalizzazione della forza lavoro, unita a rapidi cambiamenti tecnologici, e le politiche necessarie per governare il fenomeno.

I tassi di cambio e l’aggiustamento degli squilibri esterni, di Roberto Cardarelli e Alessandro Rebucci

Variazioni nei tassi di cambio reali, accompagnanti da una redistribuzione della domanda aggregata mondiale, possono giocare un ruolo utile per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti globali. In particolare, un deprezzamento reale del dollaro americano potrebbe contenere i costi in termini di minore crescita del Pil che altrimenti accompagnarebbero la riduzione del deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti. Inoltre, la riduzione degli squilibri esterni globali potrebbe richiedere movimenti dei tassi di cambio reali minori di quanto generalmente affermato nel dibattito politico e accademico. Paesi con economie poco flessibili, tuttavia, possono avere necessità di movimenti maggiori dei loro tassi di cambio per ottenere un dato aggiustamento esterno.

Un riallineamento dei tassi di cambio reali è importante nella riduzione degli squilibri esterni. L’analisi di 42 casi di ampi e prolungati riequilibri nei deficit di bilancia dei pagamenti di parte corrente avvenuti nel corso degli ultimi quaranta anni suggerisce che le economie avanzate hanno in genere registrato una minore riduzione della crescita del Pil quando le loro monete hanno subito un deprezzamento relativamente forte (vedi figura).

 

Oltre a variazioni nei tassi di cambio reali, gli aggiustamenti esterni richiedono  generalmente un riequilibrio della domanda interna. In particolare, l’evidenza storica suggerisce che incrementi autonomi nei tassi di risparmio pubblici e privati hanno permesso di sostenere meglio i tassi di investimento e di crescita durante il periodo dell’aggiustamento.

 

Sia nelle economie avanzate che  nei paesi emergenti, i riequilibri nei surplus esterni hanno di solito implicato un apprezzamento delle loro valute. Inoltre, il ridursi delle posizioni di surplus è stato generalmente accompagnato da una accelerazione della domanda interna, associata a politiche monetarie e fiscali più espansive.

 

La bilancia commerciale degli Stati Uniti potrebbe rispondere a variazioni nel valore reale del dollaro Usa più di quanto si pensi. La riduzione dell’1 per cento del rapporto deficit commerciale-Pil potrebbe richiedere un deprezzamento reale del dollaro tra il 5 e 10 per cento, e non del 10-20 per cento come spesso indicato. I modelli empirici del commercio  internazionale tradizionalmente usati tendono a sottostimare le reazioni dei volumi degli scambi commerciali americani ai tassi di cambio reali perché non riescono a dar conto delle profonde differenze nella risposta tra settori ( “aggregation bias”) e per il grado in cui le importazioni incorporano  prodotti intermedi realizzati all’interno (“vertical integration bias”). Inoltre, le elasticità di lungo periodo del commercio Usa ai prezzi possono essere aumentate nel corso del tempo, riflettendo la più aspra competizione tra imprese in un’economia sempre più globalizzata.

 

Tuttavia, la reattività del commercio a mutamenti nei tassi di cambio reali è tanto maggiore quanto più flessibile è l’economia. Per un dato livello di squilibrio, le variazioni nei tassi di cambio reali saranno più ampie nelle economie dove è più difficile per le imprese entrare e uscire dai mercati internazionali– a causa delle rigidità nel mercato dei prodotti e del lavoro o del protezionismo commerciale.

La globalizzazione del lavoro, di Florence Jaumotte e Irina Tytell

La forza lavoro globale è cresciuta in modo ragguardevole negli ultimi due decenni in seguito all’integrazione di Cina, India e paesi dell’ex blocco sovietico nel sistema del commercio internazionale. La globalizzazione del lavoro ha contribuito a far crescere le retribuzioni nei paesi avanzati e in quelli emergenti, ma allo stesso tempo ha ridotto la quota del lavoro sul reddito in quelli avanzati. I veloci cambiamenti tecnologici hanno avuto un impatto maggiore sulla quota del lavoro. La globalizzazione è una forza importante a sostegno della crescita dell’economia mondiale, ma si dovrebbe porre maggiore attenzione alle sue conseguenze distributive, anche attraverso politiche tese a migliorare il funzionamento dei mercati del lavoro, a rafforzare l’accesso all’educazione e alla formazione e ad assicurare adeguate reti di sicurezza sociale per attenuare gli effetti del processo di cambiamento, senza tuttavia ostacolarlo.

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Negli ultimi venti anni, il lavoro si è sempre più globalizzato. Le stime indicano che l’integrazione nell’economia mondiale di Cina, India e paesi dell’ex blocco sovietico, insieme alle variazioni demografiche, ha portato dal 1980 a oggi al quadruplicarsi della forza lavoro globale, che da qui al 2050 potrebbe di nuovo raddoppiare.
I paesi avanzati si avvantaggiano della crescente disponibilità di forza lavoro attraverso le importazioni di beni finali, la delocalizzazione della produzione di beni intermedi e l’immigrazione. Negli ultimi anni si è data molta attenzione alla delocalizzazione, ovvero all’appalto della produzione intermedia a filiali o a aziende indipendenti che hanno sede al di fuori del paese, tuttavia si tratta di un fenomeno ancora contenuto rispetto all’economia globale. Per esempio, la produzione delocalizzata ammonta solo al 5 per cento della produzione lorda dei paesi avanzati. L’immigrazione è bassa se la si confronta con il commercio nella maggior parte dei paesi, con gli Stati Uniti che rappresentano l’eccezione maggiore.
L’integrazione dei lavoratori dei paesi emergenti e in via di sviluppo nella forza lavoro globale ha prodotto importanti benefici per le economie avanzate. Le opportunità di esportare si sono moltiplicate, mentre la produttività e la produzione hanno beneficiato dei minori costi di produzione e della migliorata efficienza produttiva. Il risultato finale è una crescita delle retribuzioni. Le stime indicano che il calo dei prezzi dei beni scambiati negli ultimi venticinque anni ha generato in media una crescita del 6 per cento sia della produzione sia delle retribuzioni nelle economie avanzate. E anche nei paesi emergenti i salari del manifatturiero sono cresciuti rapidamente negli ultimi anni.
Nonostante questi benefici, la globalizzazione del lavoro ha avuto però un impatto negativo sulla quota di reddito relativa al lavoro (quota del lavoro) nelle economie avanzate. In questi paesi, rispetto ai primi anni Ottanta la quota del lavoro è scesa in media di quasi 7 punti percentuali, e la caduta è maggiore in Europa e nei settori dell’economia meno qualificati.
La globalizzazione del lavoro è solo uno dei molteplici fattori che hanno influenzato la quota del lavoro. Il rapido mutamento tecnologico ha avuto un impatto ancora maggiore, soprattutto nei settori non qualificati. Le analisi mostrano che i paesi che hanno avviato riforme volte ad abbassare il costo del lavoro per le imprese (in particolare, per abbattere il cosiddetto cuneo fiscale tra stipendio lordo pagato dalle aziende e il salario netto del lavoratore) e per accrescere la flessibilità del mercato del lavoro, hanno registrato un calo minore della quota del lavoro.
Ma se la quota di lavoro è scesa nei settori non qualificati, quella nei settori qualificati ha registrato un leggero incremento. Il cambiamento tecnologico ha avuto un effetto negativo particolarmente rilevante sulla quota del lavoro dei settori non qualificati, mentre la globalizzazione del lavoro ha avuto un impatto maggiore sui settori qualificati. La crescita dei salari reali per lavoratore si è praticamente fermata nei settori non qualificati, in particolare negli Stati Uniti dove il divario dei guadagni tra settori qualificati e non qualificati è cresciuto del 25 per cento. Tuttavia, l’occupazione non qualificata negli Stati Uniti è rimasta stabile. Al contrario, in Europa le retribuzioni reali per lavoratore sono cresciute per lo più nella stessa misura sia nei settori qualificati che in quelli non qualificati, ma in questi ultimi l’occupazione si è contratta.
Per il futuro, è importante che i paesi traggano i massimi benefici dalla globalizzazione del lavoro e dai progressi tecnologici, ma nello stesso tempo devono saper affrontare gli effetti distributivi del cambiamento in corso. Le politiche dovrebbero perciò puntare a:
– migliorare il funzionamento dei mercati del lavoro. Politiche che riducano il costo del lavoro per le imprese e favoriscano il trasferimento dei lavoratori da settori dell’economia in declino a settori in espansione, rendono più fluido il processo di aggiustamento. In alcuni paesi, sarebbe utile che l’assistenza sanitaria fosse meno legata a un’occupazione stabile, e fosse invece più semplice la portabilità dei benefici previdenziali. 
–  Favorire l’accesso all’educazione e alla formazione. I lavoratori dei settori qualificati si adattati meglio alle trasformazioni dovute alla rivoluzione tecnologica rispetto ai lavoratori non qualificati. Una migliore educazione e formazione possono aiutare i lavoratori a competere con la crescente quota di lavoratori qualificati nei paesi emergenti, in particolare in Asia.
– Assicurare un’adeguata rete di protezione nel periodo di transizione. Si dovrebbero introdurre sostegni del reddito per attenuare gli effetti del processo di cambiamento, senza tuttavia ostacolarlo.

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Se la locomotive rallenta, Nikola Spatafora e Thomas Helbling

L’ultimo World Economic Outlook rivela che il rallentamento dell’economia americana ha avuto in generale solo effetti limitati sulla crescita degli altri paesi. Episodi del passato di cali simultanei della crescita in tutto il mondo erano il riflesso di fattori comuni che intervenivano in diversi paesi nello stesso momento, come ad esempio gli shock nel prezzo del petrolio, più che derivare da specifici avvenimenti negli Stati Uniti. E infatti, poiché l’attuale calo Usa è dovuto, almeno finora, a un raffreddamento del mercato immobiliare interno, le ripercussioni sulla crescita in altre parti del mondo sono state minime. Tuttavia, se il calo del mercato immobiliare dovesse allargarsi ai consumi e agli investimenti industriali, le ricadute all’estero sarebbero ben più consistenti. L’adozione di politiche monetarie e di tasso di cambio più flessibili e lungimiranti da parte dei paesi  contribuirebbe ad attenuare gli effetti di indebolimenti della crescita che avvengono altrove.

 

 

Il rapporto mostra che la riduzione della crescita americana ha avuto solo effetti limitati sull’andamento economico in altre parti del mondo. Le ricadute sono maggiori nei paesi che hanno stretti legami commerciali e finanziari con gli Stati Uniti, in particolare l’America Latina e alcuni paesi industrializzati. In media, la riduzione di un 1 punto percentuale della crescita annuale degli Stati Uniti si associa a un calo di 0,2 punti percentuali in America Latina e di 0,4 punti percentuali, o più, in Messico e in Canada. È invece scarsa la sua influenza su Africa e Medio Oriente. L’evidenza mostra che la dimensione delle possibili ripercussioni è aumentata nel corso degli anni, in linea con la crescita dell’integrazione commerciale e finanziaria.

 

Conseguenze maggiori si hanno nei casi di recessione negli Stati Uniti rispetto ai rallentamenti di metà ciclo. In parte ciò è dovuto al fatto che le importazioni Usa calano drasticamente durante la recessione, e le correlazioni di prezzo salgono significativamente nel corso di crisi dei mercati finanziari.

 

Detto ciò, episodi del passato di crisi simultanee di crescita in tutto il mondo erano dovuti a fenomeni globali e non erano la conseguenza di avvenimenti specifici agli Stati Uniti e che si ripercuotevano su altri paesi. Per esempio, le crisi globali di metà anni Settanta e dei primi anni Duemila sono state prima di tutto il risultato del primo shock petrolifero in un caso, e dello scoppio della “bolla informatica” nell’altro.

 

Le risposte politiche possono attenuare o amplificare gli effetti di ricaduta di rallentamenti negli Stati Uniti (o in altre grandi economie). Una politica monetaria lungimirante con tassi di cambio flessibili tendono a ridurre la risposta in termini di output a cali di domanda, estera o interna. Al contrario, risposte di politica monetaria che non siano sufficientemente lungimiranti o flessibili rischiano di ingigantire il problema.

 

Nella attuale fase congiunturale, se il rallentamento degli Stati Uniti continua a dipendere in larga misura dal raffreddamento del mercato immobiliare, le ripercussioni sulla crescita di altri paesi dovrebbero rimanere scarse, tanto più con il rafforzamento delle attività in Europa. Se invece il calo nel mercato immobiliare dovesse influenzare anche i consumi e gli investimenti industriali, dovremmo aspettarci ben più ampie conseguenze anche fuori dagli Stati Uniti.

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  1. Maria Cristina Migliore

    Ho letto con interesse l’articolo di Florence Jaumotte e Irina Tytell. Sto svolgendo una ricerca sulla formazione professione per i lavoratori e lavoratrici piu’ anziane e in questo ambito seguo il dibattito sull’andamento della domanda di lavoro per qualifica o titolo di studio, e piu’ in generale le trasformazioni dell’economia.
    La vostra analisi si basa sull’occupazione nei settori qualificati o meno.
    Per poter collocare meglio il vostro contributo di analisi avrei bisogno della definizione di settori qualificati e settori non qualificati. Potete per cortesia specificarla? grazie

    Un cordiale saluto

    Maria Cristina Migliore
    IRES-Piemonte

    • La redazione

      The chapter draws a distinction between skilled and unskilled sectors. Sectors are classified are skilled or unskilled based on the fraction of skilled workers in the employment of a sector. A worker is considered skilled if he has at least upper secondary education. The list of sectors classified as skilled and unskilled is as follows:

      UNSKILLED
      S1 Agriculture
      S2 Mining
      S3 Food and Tobacco
      S4 Textiles, Apparel, Leather
      S5 Wood
      S8 Other Non-Metal Products
      S9 Metals and Metal Products
      S11 Transport Equipment
      S12 Other Manufacturing
      S14 Construction
      S15 Trade, Hotels and Restaurant

      SKILLED
      S6 Paper and Publishing
      S7 Fuel, Chemicals, and Rubber
      S10 Machinery and Equipment
      S13 Utilities
      S16 Transport and Communications
      S17 Business Services
      S18 Social and Personal Services

      The robustness of the results was also verified by using a three-category classification:

      LOW SKILLED
      S1 Agriculture
      S2 Mining
      S3 Food and Tobacco
      S4 Textiles, Apparel, Leather
      S5 Wood
      S8 Other Non-Metal Products
      S9 Metals and Metal Products
      S14 Construction

      MEDIUM SKILLED
      S6 Paper and Publishing
      S11 Transport Equipment
      S12 Other Manufacturing
      S13 Utilities
      S15 Trade, Hotels and Restaurant
      S16 Transport and Communications

      HIGH SKILLED
      S7 Fuel, Chemicals, and Rubber
      S10 Machinery and Equipment
      S17 Business Services
      S18 Social and Personal Services

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