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Informare per riformare

Offrire più informazioni sui costi e sulle caratteristiche del sistema pensionistico, in modo neutrale, aumenta significativamente la disponibilità ad accettare riforme. Lo dimostra un “esperimento controllato”. E allora invece di sedersi in riunioni semi-segrete con chi rappresenta i pensionati, il governo dovrebbe impegnarsi in una massiccia campagna per informare tutti i cittadini dei dettagli dell’ordinamento attuale, delle iniquità perpetrate a danno delle generazioni future, degli oneri sui contribuenti di oggi e di domani, e dei possibili rimedi. In seconda pagina le principali soluzioni proposte dai cittadini ed emerse dall’indagine condotta dalla CE&Co.

Riformare le pensioni? Per carità, alla larga, meglio non parlarne. Tutti sanno che è inevitabile e che, nonostante i ripetuti interventi, la riforma è ancora da completare. Ma è difficile trovare un tema politico più scottante e impegnativo, un ministro o esponente della maggioranza che si azzardi a delineare ipotesi di riforma o a parlarne in pubblico. Il governo ne discute con i sindacati, ma le trattative resteranno riservate fino all’ultimo. E il sindacato ben si guarda dall’informare l’opinione pubblica o anche solo i suoi iscritti.
È palese che questo modo di procedere è profondamente iniquo. Coloro che più di tutti sono toccati dalla riforma, e cioè le generazioni future, non siedono al tavolo delle trattative. Dopo ripetute richieste anche su questo sito, i rappresentanti dei giovani sono stati formalmente ricevuti dai ministri Padoa Schioppa e Damiano, ma non potranno partecipare alla trattativa. Chi tutela gli interessi dei giovani al tavolo? Non certo i sindacati, i cui iscritti sono per la stragrande maggioranza pensionati o lavoratori anziani vicini all’età della pensione. E neanche un governo con orizzonti lunghi fino al prossimo voto del Senato.

I carbonari della previdenza

Tuttavia, molti pensano che non vi siano alternative alle trattative semi-segrete con i vertici sindacali. Il potere di ricatto del sindacato è troppo forte. Inoltre, si dice, discutere apertamente di allungamento dell’età pensionabile avrebbe il solo effetto di scatenare la corsa alle pensioni anticipate. Sembra quasi inimmaginabile che, su un tema così delicato, il Parlamento possa discutere apertamente e poi deliberare. L’unica chance di realizzare almeno qualche mini-riforma è che il Parlamento sia chiamato a ratificare a posteriori accordi riservati raggiunti in altra sede. Altrimenti, scordatevi qualunque riforma.
Ma è davvero così? È vero che non ci sono alternative alle riunioni clandestine, da carbonari, alle trattative riservate con i sindacati, e che discutere apertamente dei dettagli delle riforme o fare uno sforzo per informare i cittadini sarebbe controproducente? I risultati di ripetuti sondaggi presso l’opinione pubblica italiana e di altri paesi europei suggeriscono un quadro ben diverso. Nonostante una consapevolezza diffusa che la riforma delle pensioni vada affrontata con urgenza, i cittadini spesso ignorano aspetti anche fondamentali di come funziona un sistema pensionistico a ripartizione, e ne sottostimano il costo sui contribuenti. Soprattutto, offrire più informazioni sui costi e sulle caratteristiche del sistema, in modo neutrale, aumenta significativamente la disponibilità ad accettare riforme.

I risultati di un esperimento controllato

Già in passato abbiamo commentato i risultati di alcuni sondaggi di opinione che suggerivano questa conclusione (http://www.frdb.org/documentazione/index.php?id=37). Nelle scorse settimane abbiamo inoltre condotto un esperimento controllato su internet, mezzo che permette risposte più meditate da parte degli intervistati, per meglio valutare il ruolo dell’informazione come strumento di consenso. Abbiamo chiesto a un campione di 1100 individui, rappresentativo dei cittadini italiani di età compresa tra 20 e 45 anni e abituati a navigare su internet, cosa pensassero di alcune ipotesi di riforma del sistema pensionistico, e quanto fossero informati sui dettagli del sistema in vigore. Metà del campione è stato subito interrogato su ipotesi di riforma e caratteristiche del sistema attuale. L’altra metà, prima ha letto una pagina di testo che spiega in modo neutrale le caratteristiche del sistema italiano e il costo per il contribuente. Poi, ha risposto alle stesse domande poste all’altra metà del campione. Le differenze tra i due gruppi sono rilevanti e significative. Come illustrato nel grafico 1, chi non ha letto il testo esplicativo è effettivamente assai meno informato circa i costi e le caratteristiche generali del sistema attualmente in vigore.

Grafico 1

La lettura del testo aumenta in modo significativo la disponibilità ad accettare un allungamento dell’età pensionabile (grafico 2) o una riduzione delle prestazioni pensionistiche (grafico 3 ).

Grafico 2

Grafico 3

Il sindacato non informa i lavoratori sul Tfr

Questo sondaggio, come già i precedenti su campioni rappresentativi dell’intera popolazione, conferma che vi è ampia consapevolezza dell’urgenza delle riforme, non solo da parte di chi è più informato (grafico 4).

Grafico 4

Tuttavia, come si evince dai grafici, la disponibilità ad accettare riforme che riducano la generosità del sistema pensionistico resta minoritaria anche tra i più informati.
Come spiegare questa incoerenza, tra la diffusa consapevolezza dell’improrogabilità delle riforme e l’indisponibilità ad accettare specifiche ipotesi di riforma? Probabilmente proprio con l’ignoranza e la mancanza generica di informazioni. Molti intervistati, anche dopo aver letto il testo esplicativo, di fronte a una domanda aperta su come impostare la riforma delle pensioni, rispondono di non sapere, o propongono risposte chiaramente controproducenti o inadeguate. Ciò non sorprende. Le informazioni che è possibile trasmettere in modo convincente, in mezza pagina di testo su internet, non possono che avere un impatto limitato. Anzi, sorprende che abbiano un effetto così rilevante sul campione degli intervistati. Uno sforzo per informare i cittadini, e una maggiore trasparenza nel dibattito sulle alternative in discussione, potrebbero avere un effetto ben maggiore. Soprattutto se venisse da parte del sindacato, cui ovviamente i lavoratori si rivolgono prioritariamente per acquisire informazioni sulla loro previdenza. Il sindacato oggi non sta affatto svolgendo questa funzione: solo poco più del 10 per cento degli intervistati, ad esempio, dichiara di aver ricevuto informazioni sul dirottamento del Tfr ai fondi pensione dal sindacato.
Più informazioni e più trasparenza nel processo decisionale aumenterebbero anche la fiducia nei confronti dei politici e dei rappresentanti sindacali. Una domanda del sondaggio chiede se sia preferibile un aggiustamento automatico e graduale delle prestazioni pensionistiche all’aumentare della speranza di vita, oppure decisioni più discrezionali lasciate al Parlamento. Tre intervistati su quattro preferiscono l’aggiustamento automatico e graduale. Anche questo suggerisce che, con una procedura trasparente e ben compresa dall’opinione pubblica, l’aggiustamento dei coefficienti di trasformazione già previsto dalla legislazione vigente non dovrebbe essere così impopolare.
Insomma, l’informazione è uno strumento fondamentale per creare consenso. Anziché sedersi in riunioni semi-segrete con chi rappresenta i pensionati, il governo e i suoi ministri dovrebbero impegnarsi in una massiccia campagna per informare tutti i cittadini dei dettagli del nostro sistema pensionistico, delle iniquità perpetrate a danno delle generazioni future, dei costi sui contribuenti di oggi e di domani, e degli strumenti possibili per porvi rimedio.

E i cittadini riformerebbero così il sistema, a cura di Cristina Erminero

Il questionario è stato somministrato a fine febbraio 2007 a un campione di oltre 1.000 internauti, estratti casualmente dal Panel web della CE&Co. (1)
I soggetti, tra i 20 e i 45 anni, 80 per cento dei quali occupati, sono distribuiti proporzionalmente per sesso, regione e ampiezza dei centri abitativi. (Vedi la scheda dell’indagine).
Per valutare come l’informazione influenzi le opinioni degli intervistati, si è realizzato un esperimento controllato su due sotto-campioni indipendenti. Al primo sono state poste direttamente le domande del questionario. Al secondo, prima di porre le domande, si è letta una breve nota informativa che descrive lo stato attuale del sistema previdenziale, evidenziando la mancata copertura dei contributi versati rispetto alle pensioni attualmente erogate. In particolare, la nota conteneva queste informazioni.

Il sistema pensionistico italiano è un sistema a ripartizione. Questo vuol dire che le pensioni ricevute dai pensionati nell’anno in corso (ad esempio, il 2007) sono pagate dai contributi versati nello stesso anno (cioè nel 2007) dai lavoratori e dalle aziende.
Oggi i contributi a carico dei datori di lavoro sono il 23,81 per cento del salario. A questo si sommano i contributi a carico del lavoratore, pari al 9,19 per cento del salario. Sommando i due versamenti, il 33 per cento del salario lordo di chi lavora è utilizzato per pagare le pensioni di chi è in pensione.
Le aliquote sono più basse per i lavoratori con contratti a progetto (23 per cento) e per il lavoro autonomo. Artigiani e commercianti versano il 19,5 per cento.
I contributi attualmente versati da lavoratori e datori di lavoro sono insufficienti a pagare tutte le pensioni. Pertanto, una frazione (circa un terzo) della spesa pensionistica totale è a carico del bilancio dello Stato.
Complessivamente, le pensioni pagate nel 2007 per i lavoratori dipendenti ammonteranno a circa il 45 per cento del monte salari. Questo significa che, in media, il 45 per cento della retribuzione lorda di un lavoratore dipendente è destinata a pagare le pensioni degli attuali pensionati. Per via dell’invecchiamento della popolazione, il rapporto tra pensioni versate e monte salari è aumentato nel corso del tempo (era inferiore al 30 per cento nel 1980 ed è salito oltre il 40 per cento sul finire degli anni Novanta). Gli esperti italiani e gli organismi internazionali concordano nel ritenere che, se non interveniamo, il rapporto tra pensioni e monte salari salirà al 50 per cento nel 2030.
Questa nota è stata preparata da un gruppo di ricercatori dell’Università Bocconi. Si tratta di informazioni attendibili.

 

I due sotto-campioni sono stati selezionati in modo casuale e tale da garantire la loro omogeneità per caratteristiche anagrafiche. Il confronto tra le loro risposte dovrebbe quindi riflettere esclusivamente differenze nel grado di conoscenza del sistema pensionistico (il secondo campione, ovvero quello al quale è stata letta la nota informativa, dovrebbe essere quello più informato).

Le proposte dei cittadini

L’indagine si proponeva di capire l’atteggiamento degli utenti del web rispetto al sistema previdenziale nazionale. Alla domanda se sia necessario intervenire sul sistema pensionistico, oltre il 96 per cento del campione intervistato ha risposto in modo affermativo, scartando in modo netto l’opzione di lasciare immutata la situazione attuale. A questo gruppo di persone si è poi domandato di formulare proposte circa i correttivi da loro ritenuti più appropriati.
Più del 52 per cento degli individui ritiene di non essere in grado di trovare una soluzione o non ha le idee sufficientemente precise per formulare una concreta proposta.
Concentrandosi sulla restante metà (figura 1), sono cinque le principali soluzioni individuate dagli intervistati: diminuire gli sprechi dell’apparato pubblico (citato dal 33 per cento delle persone), ridistribuire le prestazioni tra le maxi pensioni e le pensioni minime (33 per cento), puntare sulle pensioni private (30 per cento), ridurre la spesa, con un ridimensionamento delle prestazioni e un aumento dell’età pensionabile (24 per cento) e, infine, spingere verso un incremento dei contributi e delle tasse, grazie a un maggiore controllo sul lavoro nero e sull’evasione fiscale (12 per cento). (2) Un altro suggerimento, meno frequente, proposto da una persona su 20, si riferisce al miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro attraverso l’aumento dell’occupazione giovanile e l’incremento degli incentivi per le imprese che creano posti di lavoro.
Esiste poi uno piccolo, ma non marginale (9 per cento), gruppo di persone che formulano proposte (peggiorative) che si muovono in direzione opposta e contraria a un effettivo miglioramento del sistema. Ad esempio, si propone di diminuire l’età di pensionamento e aumentare il livello delle pensioni.

 

Il ruolo dell’informazione

Quale ruolo gioca l’informazione nella percezione del problema e nella priorità dei rimedi da attuare? Come suggerito dalla figura 2, una maggiore informazione, anche se indotta e non acquisita volontariamente, rende l’individuo più incline a esprimere un giudizio personale e ad articolarlo in una soluzione più strutturata. Diminuiscono infatti nel caso degli individui cui è stata letta la scheda le quote di persone che non si pronunciano (da 52 per cento del primo sub-campione a 46 per cento). Inoltre, coloro che hanno letto l’informativa hanno una maggiore capacità di identificarsi in proposte attive e incisive sul sistema pensionistico, quali alzare l’età pensionabile, diminuire le prestazioni e ridurre l’evasione fiscale, evitando di proporre soluzioni peggiorative, come diminuzione dell’età pensionabile e aumento della spesa pubblica.

Le tre proposte più ricorrenti

Fra le proposte più ricorrenti, quelle che vogliono rimediare alla profonda ingiustizia che gli intervistati avvertono nella regolazione del sistema: non solo molte persone non rispettano le regole sociali, evadono le tasse, lavorano in nero, prendono pensioni che non gli spettano, ma esistono anche forti differenze tra chi riceve molto e chi riceve poco. La prima cosa da fare secondo gli intervistati è, dunque, combattere le sacche di privilegio (lecite e non lecite) accumulate da alcune categorie di soggetti a scapito di altri.
L’altra proposta molto rilevante registrata nelle interviste è la sensazione di una cattiva amministrazione della “cosa pubblica”. Troppi sprechi, troppa inefficienza nella gestione dei bilanci pubblici, a partire dalla gestione finanziaria dell’Inps: “ridurre le spese pazze degli enti pensionistici” per avere un maggior rendimento dei contributi versati.
E infine la terza. Proprio perché si ritiene che l’amministrazione pubblica sia inadeguata a gestire gli interessi dei singoli, molti preferiscono immaginare un sistema previdenziale privato e personalizzato, in cui si limita l’ingerenza dello Stato per consentire al lavoratore di programmare in autonomia la propria previdenza.

 

(1) Il Panel Web è stato costruito attraverso una campagna di reclutamento diffusa su diversi canali di informazione (pubblicità, email, sms) che ha protato alla creazione di un gruppo consolidato di oltre 70mila iscritti. In occasione di ogni indagine a un sottocampione casuale di questi soggetti (circa 1.500 nel caso dell’indagine discussa nel testo, dei quali circa il 70 per cento ha accettato l’invito a completare il questionario) viene inviato un messaggio sms indicante il sito web sul quale è presente l’indagine e la relativa password. Rispondendo all’invito si ottiene una modesta ricarica sul telefono cellulare.
(2) La somma dei valori percentuali relativi alle varie proposte indicate supera il valore 100, in quanto, trattandosi di domande aperte le risposte possono essere classificate in più categorie.

 

Descrizione dell’indagine

 

 

Modello di ricerca:

Accertamento del livello di conoscenza del carico pensionistico e test di verifica su

– quanto la disponibilità di informazioni corrette sul problema, modifichi la posizione del soggetto in merito alle soluzioni possibili.

– Quanto si è disponibili a farsi carico di sacrifici per l’equilibrio e l’ingegneria sociale

Test su due sub-campioni indipendenti:

(a) 50% dei soggetti leggono la nota informativa prima di compilare il questionario

(b) 50% dei soggetti non leggono la nota informativa prima di compilare il questionario

Entrambe articolate su due proposte differenti:

– azione sulle pensioni e sull’età pensionabile dell’intervistato

– azione che coinvolge tutti, nell’immediato, su età di pensionamento e pensioni erogate

Campione:

Fase1: 849 casi; Fase2: 267 casi.

Soggetti da 20 a 45 anni, utenti internet, estratti dal Panel web di CE&Co.

Ripartizione al 50% uomini, 50% donne e 81% occupati, 19% studenti o in cerca di occupazione. Distribuzione proporzionale per regioni e ampiezza centri (campione nazionale).

Tecnica di rilevazione:

interviste on line su questionario strutturato

Campionamento:

estrazione casuale dal Panel di Internauti CE&Co.

Stratificazione:

per sesso, età, area geografica, ampiezza di centro

Epoca d’intervista:

Prima fase: 28 febbraio – 6 marzo 2007

seconda fase: 12 – 13 marzo 2007

Istituto di ricerca:

Carlo Erminero & Co (CE&Co)

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16 commenti

  1. Giacomo Toffanin

    Il giudizio sulla mancata informazione da parte dei sindacati è sbrigativo e tipico di chi non ha mai messo piede in una sede sindacale.
    Stiamo facendo decine di assemblee sul TFR e sulla previdenza complementare, dove ci consentono di farle.
    Purtroppo non possiamo andare dove vogliamo e non siamo proprietari di reti televisive. Fareste meglio a venire con noi nelle fabbriche, negli uffici, allora capireste meglio quel che facciamo e come.
    Cordiali saluti. Giacomo Toffanin. Patronato INCA CGIL di Vicenza

    • La redazione

      Felici di saperlo. Forse un sondaggio a Vicenza darebbe risultati diversi.

  2. riccardo boero

    Egregi professori,
    non vi sembra di cadere un po’ nella deprecabile cultura dell”entitlement’ quando invocate il deus ex machina statale per informare i cittadini di tutti i dettagli del sistema pensionistico?
    Avete un seguitissimo sito Internet, avete la conoscenza per farlo, che aspettate?
    Se c’e` un effettivo bisogno di informazione, la gente paghera` una somma modica per accedere all’informazione.
    Se invece la gente pensa che le norme vengono modificate continuamente e senza preavviso, allora a che pro informarsi? E soprattutto, quali sono le opzioni disponibili a chi si fosse informato?

    • La redazione

      Lo stiamo facendo da tempo nei limiti delle nostre possibilità e su tutti gli spazi che ci vengono concessi.

  3. antonio petrina

    Egr prof. Boeri, naturalmente nessuno vuole lavorare di più per avere una pensione minore di oggi ed allora non si potrebbero diminuire i contributi durante l’età lavorativa per cosentire un piano di previdenza complementare ? A queste condizioni si può chiedere una pensione minore domani perchè ti ho dato maggiore disponibilità in età lavorativa e se tu hai fatto la cicala bè… allora è colpa tua !

    • La redazione

      Cominciamo ad utilizzare bene il Tfr e ad anticipare l’entrata in vigore del sistema contributivo. Altrimenti, ridurre i contributi serve solo ad aumentare la quota di spesa a carico della fiscalità generale. Cordialmente

  4. Piergiorgio Giroldi

    Se solo il 10% degli intervistati dichiara di avere ricevuto informazioni sul sindacato sul TFR, vuole dire che il vostro campione è poco rappresentativo.
    Forse non tutti gli operai usano il web: pensate che sono sate fatte assemblee in tutte le aziende dove è possibile (+ di 15 addetti). Più numerose assemblee di zona per le piccole imprese.
    Lo sforzo del sindacato di in formazione è stato totale: ha dato a tutti i lavoratori la possibilità di ricevere e discutere le informazioni, la dove e possibile.
    La stessa cosa è avvenuta prima dell’avvio del confronto con il governo sul welfare.
    Ed ogni volta che è stata discussa una riforma delle pensioni.
    Mi sembra che il vostro metodo assomigli troppo a sparare alla cieca, nel mucchio

    • La redazione

      Il nostro campione, come scritto nel testo, non è rappresentativo della popolazione italiana, bensì dei giovani fra i 20 e i 45 anni che usano Internet. I dati sul tfr si riferiscono ai dipendenti privati. Forse farebbe meglio, per completezza di informazione, di qualificarsi come esponente del sindacato.

  5. Bruno

    Peccato. L’articolo è interessante ma non è aggiornato su ciò che sta facendo il sindacato (almeno quello del pubblico impiego). E’ solo da poco che è stato perfezionato l’accordo sul trf in alcuni comparti (enti locali e sanità) e…langue per gli statali. Stiamo facendo studiare i nostri quadri a fondo e ci stiamo attrezzando con studi, corsi e analisi per fornire non certo consigli interessati, ma un servizio qualificato per orientare non per condizionare. La scelta è individuale e dipende da persona a persona. Dobbiamo mettere in condizione – nei termini della opzione – di conoscere tutti gli aspetti, i rischi e le caratteristiche. Ai nostri iscritti ci teniamo… tanto come teniamo a che tutti i lavoratori (anche non iscritti)abbiano in ciascun luogo di lavoro la possibilità di rivolgersi ai rappresentanti o andare presso le sedi per chiedere e conoscere tutto sul tfr. Il sindacato come da anni fa per il servizio fiscale Caaf e per tutti gli altri servizi è all’altezza del compito e saprà fornire risposte adeguate perchè è presente d a p p e r t u t t o. Abbiamo già messo in preallarme tutte le nostre strutture e scaldato i motori. Per nostra fortuna nella informazione e nei servizi siamo più avanti della classe politica. Di informazione ne facciamo tanta inondando le nostre sedi (almeno per il pubblico impiego) e ci muoveremo in modo capillare.

    • La redazione

      I nostri dati sull’informazione si riferiscono ai dipendenti privati.

  6. Massimiliano Brogliato

    Premetto che l’articolo e’ molto interessante ed utile.
    Ma mi pare non si veda un enorme conflitto di interessi in gioco: perche’ il sindacato dovrebbe informare in modo critico ed asaustivo sulla destinazione del TFR, quando e’ esso stesso soggetto interessato all’amministrazione dello stesso?
    Forse che dovrebbe parlare male delle sue societa’ di gestione di questo tipo di risparmio?
    Forse che dovrebbe parlare di quali piani di investimento prevede per i soldi che raccogliera’ e come intende tutelare i lavoratori?

    Perche’ l’informazione non viene da fonti indipendenti?
    Perche’ non vengono commissionate analisi dell’esistente a persone od enti al di fuori di questo meccanismo?

    Poi vorrei una risposta ad un altra domanda: e’ proprio vero che l’INPS e’ cosi’ mal messo come si dice?
    Io sapevo che qualche anno fa’ l’INPS della regione Veneto aveva un bilancio in attivo e durante il precedente governo, dopo anni di rosso, il bilancio di quello nazionale era tornato in positivo lo stesso.

  7. Mat

    La rivalutazione del monte contributivo è fatta in base al pil NOMINALE (comprensivo di inflazione). Visto che questa è la migliore (+ sicura e senza spese) rivalutazione attualmente disponibile sul mercato, perché non consentire di versare il TFR insieme ai contributi pensionistici anziché darlo alle banche?

  8. Bruno

    L’articolo in questione non è destinato a trovare consensi. Spiace dire poi che non è sorretto da conoscenze contrattuali sulla pubblica amministrazione. Non me ne vogliano gli studiosi.
    I miliardi sono per il rinnovo dei contratti. Questo è principio che vale la pena ribadire.
    I soldi dei rinnovi servono a recuperare il potere di acquisto (contratti scaduti dal 2006) che per i contrattualizzati è già inferiore di più di un punto rispetto ai non contrattualizzati. Questa differenza nell’ambito della voce pubblico impiego dovrebbe esser di agevole comprensione e non si capisce o forse sì perché è celata visto che non compare. I soldi dei contratti collettivi dei lavoratori (pubblici e privati) non si usano per i progetti del datore di lavoro. Questo è un punto irrinunciabile e ha un valore inderogabile come …ehm.. la pace sociale.
    Quanto agli ispettori – se non ricordo male – il requisito per quel lavoro è il diploma di laurea per cui i collocatori e affini non potevano inopinatamente fare quel lavoro.
    Inoltre non sono vi sono laureati a gogò nella P.A. viste le carenze nelle funzioni direttive (non si fanno concorsi da anni e molti se vanno in pensione). Basta dare uno sguardo agli uffici della giustizia o a quelli del fisco per verificare come sono ridotti. L’unica forma possibile è il bando pubblico e umilmente consiglierei la lettura dell’art. 97 della Cost.ne.
    Ci sono concorsi espletati per ispettori del lavoro, basta assumere gli idonei. Peccato passi di mente. Per i costi basta far cessare quelli delle consulenze e degli incarichi esterni che la Corte dei Conti (questa sì che è l’unica Authority che conta) si affanna a censurare e magari fare a meno -questo sì- di qualche centinaio di dirigenti che hanno raggiunto i limiti di età.

    • La redazione

      Il collegamento di una parte rilevante dei prossimi aumenti contrattuali al recupero di produttività ed efficienza nel settore statale è previsto esplicitamente nel memorandum sottoscritto da Cgil Cisl e Uil con il Governo il 18 gennaio scorso (anche se in quel documento non se ne precisano i
      criteri). In ogni caso la “contrattualizzazione” della disciplina
      dell’impiego pubblico implica l’accettazione di un principio fondamentale:
      quello, cioè, per cui, nella materia di competenza della contrattazione, non esistono diritti prima e al di fuori del contratto (e, se le parti non si accordano, il contratto può anche non essere stipulato affatto: la libertà negoziale implica anche questa possibilità). Ne consegue che, fino a che il
      contratto collettivo non verrà stipulato, le parti saranno del tutto libere di determinarne il contenuto; libere, in particolare, di stabilire quale parte degli aumenti retributivi attribuire egualitariamente a tutti i dipendenti pubblici e quale parte destinare invece a funzioni incentivanti.

  9. Marcella

    Gli ispettori non dipendono dalle agenzie del lavoro, ma dal comparto Stato e pertanto per loro la mobilità d’ufficio è materia di competenza centrale ma “di solito” essa è preceduta da quella volontaria, a volte ostacolata non dal sindacato, ma dal ministero che è retta dal livello politico (con buona pace della separazione tra politica e amm.ne).
    Spostare i dipendenti per farli diventare ispettori? Riconversione si chiamava un tempo. Ma i soldi per la formazione chi ce li mette? Inoltre se la classe politica non è stata capace di far funzionare la mobilità volontaria (più agevole) figuriamoci quella d’ufficio. Credo sia per causa della mancata attuazione di un sano federalismo, poiché gli organici sono centralizzati, ma questo è un altro discorso e qui i sindacati non c’entrano proprio. Il fabbisogno di personale è determinato con decreti e in genere il sindacato non è avvezzo ad emanarne. Non è un problema di soldi, ma di funzioni centrali e locali, di centri di costo,di unità previsionali contabilmente separate che impongono livelli decisionali distinti. Si dia attuazione al federalismo fiscale e tutto sarà più visibile e forse anche più comprensibile, non abbiamo bisogno di migrazioni forzate o di ennesime controriforme. Quelle fatte nella pubblica amministrazione bastano e avanzano. Quanto alle morti sul lavoro sono una priorità per il sindacato e non credo che si possa mettere in dubbio tale aspetto. Se non ci fosse il sindacato ci sarebbe solo “silenzio” sulle morti bianche e indifferenza. Non confondiamo le responsabilità tra chi rappresenta il lavoro e chi deve mettere mani al “portafoglio”. Inoltre nella recente nella legge finanziaria è previsto persino un “allungamento” generoso dei tempi di adeguamento alle leggi sulla sicurezza sul lavoro allorquando il datore di lavoro dichiari una emersione dal lavoro nero…altro che resistenze sindacali.

  10. vignali fabrizio

    900 euro/mese.Centralinista ASL in appalto a ditta privata..26 anni.Occupato da 5. Per avere, a 65 anni, una pensione complementare equivalente agli attuali 200 euro/mese netti,quanto TFR dovrò investire nei fondi chiusi?. La domanda è molto semplice e al contempo imbarazzante e demoralizzante.Credo che siano queste le cose che più interessa sapere a chi ha un redditio,non dico come il mio, ma poco più alto, diciamo 1300/mese.Mi sono informato come dice Lei, ma aimè mi sembra di capire due cose fondamentali e tragiche.1) La mia pensione sarà al max il 50% dello stipendio.2) Se mi iscrivo ad un fondo complementare, nessuno sà dirmi l’ammontare della pensione derivante.Neppure il call-center del Ministero o esperti consulenti del lavoro. O bere o affogare. Il problema è che trà 500 e 700 euro/mese fà poca differenza.Rimango sempre un disgraziato senza famiglia e figli. Una domanda:Visto che il nocciolo della questione sono la esiguità dei contributi previdenziali versati e derivati dal basso stipendio,lo sperpero di denaro della PA, noto a tutti,anche alla Corte dei Conti, quello della politica,Comuni, Province,Regioni,Ministeri,Comunità montane,Società della Salute…… non potrebbe risolvere o aiutare il problema fondamentale? ovvero pensioni riformate ma sempre da fame.

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