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  1. Claudio Cortese Rispondi
    Sono un esperto di banche dati. Lavoravo con un azienda Americana. Vi posso assicurare che l'indifferenza degli Italiani alle statistiche domestiche è la migliore medicina possibile. In Italia manca, e totalmente, una cultura dell'archiviazione dei dati, dell'ordinamento degli stessi, del monitoraggio costante della variazione dei dati, e, per finire, l'utilizzo previsionale degli stessi! Anche gli addetti ai lavori vanno "un tanto al braccio" . Pertanto è meglio che perdano tempo quelli che sono pagati alla bisogna, piuttosto che il resto dei cittadini! Saluti da C.C.
  2. Enrico Motta Rispondi
    Secondo me esiste un dato permanente, strutturale, di disinformazione economica, ed è la consuetudine di descrivere l'entità del deficit pubblico in rapporto al PIL. Sarebbe immediatamente più comprensibile se fosse dato il valore assoluto del deficit; allora si che si capirebbe come sta andando, senza bisogno di usare una frazione di cui è spesso sconosciuto il denominatore (PIL). Nel 2008 il rapporto dovrebbe mogliorare, bene; ma è per la crescita del PIL, o perchè scenderà il deficit? Oppure anche il deficit crescerà rispetto all'anno precedente(2007)? In quest'ultimo caso non vedo perchè dovremmo rallegrarci, visto che, se non arriviamo al pareggio di bilancio, prima o poi finiamo in Argentina, o in qualche altra manovrona tipo '92.
  3. ciro daniele Rispondi
    Tra i decision makers il disinteresse e l’insofferenza verso la statistica sono decisamente più diffusi di quanto emerga dall’indagine dell’OECD. Questo atteggiamento dipende dalla cultura della classe politica italiana, ma anche dalle carenze degli indicatori statistici disponibili. Ad esempio: siamo sicuri che una stima della disoccupazione del 6,8% rappresenti realmente il mercato del lavoro italiano e non dipenda invece dal definire “disoccupato” solo uno che non ha lavorato neanche un’ora la settimana ed ha passato il resto del tempo a cercare lavoro? Oppure crediamo davvero che la solidità patrimoniale di uno stato possa essere giudicata in base ad una misura di “deficit” che dipende da come sono contabilizzati i costi della TAV o dal ruolo assegnato di volta in volta alla Cassa Depositi e Prestiti? O, ancora, perché ci ostiniamo a dare qualche importanza ad una misura dell’inflazione che esclude l’andamento di poste fondamentali per il bilancio familiare come i mutui (che, in fondo, sono affitti pagati alle banche per le abitazioni gravate da ipoteche) e le imposte (che sono il prezzo dei servizi pubblici) e tratta in modo fantasioso voci come i medicinali (badando al prezzo scritto sulla scatola, invece del ticket effettivo) o le assicurazioni (che incidono sull’inflazione solo per la differenza tra i premi e rimborsi)? Credo che in questi non basti nascondersi dietro il criterio della confrontabilità con le statistiche internazionali (che nel caso dei prezzi non sussiste neanche). Se non si è soddisfatti di una metodologia di calcolo, si può produrre una stima più accurata, prendendo ad esempio qualsiasi rivista di automobilismo, che misura le prestazioni di un’autovettura secondo parametri indipendenti da quelli dichiarati delle case costruttrici in base ai soliti criteri standard.
  4. Gennari T. Rispondi
    L'articolo evita accuratamente di individuare le colpe di questa situazione, compito non facile e di certo ingrato. Sotto le righe emerge, in ogni caso, la solita lagnanza degli intellettuali italiani per la diffusa incultura dei propri concittadini. Certamente vero. Ma è anche certamente vero che l'Istat, gli istituti privati di ricerca e i media non danno, in generale, prova di una elevata cultura della divulgazione scientifica. (Posto comunque che l'Istat ha fatto passi da gigante, in questi ultimi anni, in fatto di chiarità espositiva, a livello assoluto la capacità divulgativa è ancora passibile di miglioramenti; da chiedersi poi se sia compito dell'Istat quello della divulgazione, oppure spetti ad altri attori, tra i quali un'accademia spesso poco interessata al bene pubblico)
  5. pietro della casa Rispondi
    La volontà di non sapere! Un misto di pigrizia intellettuale (non voglio affaticarmi con cose che sfuggono al microcosmo della mia quotidianità) arroganza (non ho bisogno di informarmi dei dettagli perché già ho capito quello che c’è da capire) spirito rinunciatario (so che ci sarebbe molto da comprendere, ma so che non servirebbe a nulla perché le cose le decide chi conta)... E fosse solo sui dati economici. Ma esistono ancora persone che si fanno domande?
  6. luca b prevot Rispondi
    Il commento dei due autori è, nella mia opinione, un poco fuorviante. La gente non sa nulla, e non vuole sapere, proprio perché i governi si impegnano con tutta la cura possibilie a far si che cosi sia la situazione e cosi rimanga. Per fare un esempio ancora più eclatante e straordinario, in materia di conoscenza economica, nessuno praticamente è informato della verita vera riguardo all'economia, cioé il sistema di governo delle banche centrali che sono il singolo, fondamentale problema del sistema capitalistico (cioé della nostra attuale civiltà). I governi (e cioé, in realtà, le banche) non possono che mantenere la gente ignorante. E dato il controllo completo che il sistema di gestione del denaro ha acquisito in piu di 400 anni, io personalmente non vedo come sia possibile promuovere un cambiamento (il che è un vero problema, perchè io ho 30 anni e un figlio in arrivo...). Il mio suggerimento è che, per quanto poco possa servire, anche i moderatissimi autori degli articoli della Voce trovino il modo di discutere la questione dell'ignoranza - con tutto il fairplay necessario - in modo piu realistico. LBP
  7. riccardo boero Rispondi
    Egregi professori, scusate ma non sara` che i cittadini si disinteressano a tali parametri perche' non li ritengono cruciali per la pianificazione della propria vita economica? Per esempio, che utilita` puo' avere per il cittadino medio un parametro astratto e astruso come l'inflazione Core calcolata dagli istituti di statistica, che non prende in conto i costi di mutui, carburanti e alimentazione, che sono quelli di gran lunga piu' importanti nella famiglia media italiana?
  8. Claudio Resentini Rispondi
    La statistica, sarà anche stata "inventata per consentirci di andare al di là della nostra possibilità di osservare direttamente la realtà in cui viviamo", non lo metto affatto in dubbio, ma spesso l'uso che ne fa chi detiene il potere sembra più che altro trasformarlo in uno strumento di propaganda per cui un po' di sano dubbio (quanto di più cartesianamente scientifico riesco ad immaginare) è bene mantenerlo sui dati ufficiali. E' il caso ad esempio delle modificazioni introdotte sugli indicatori relativi al mercato del lavoro e sulle loro modalità di rilevazione che in paesi come l'Italia sembrano registrare andamenti positivi semplicemente modificando i concetti stessi di occupazione, disoccupazione, inattività, ecc. Non mi stancherò mai di ricordare che per la statistica ufficiale occupato è chi ha lavorato un'ora nella settimana precedente all'intevista, occupato è chi lavora in nero, inattivo (e non disoccupato) è lo "scoraggiato" che non ha un lavoro ma non lo cerca più perchè per lui non esiste domanda, i "nuovi" occupati delle ultime rilevazioni ISTAT sono per lo più immigrati prima non rilevati, giovani precari e over 50 il cui numero aumenta per cause demografiche enon economiche, ecc. Forse il senso comune dell'uomo della strada ha qualche buon motivo per non essere del tutto accantonato e resta un buon antidoto al lavaggio del cervello indotto dalla cosiddetta "comunicazione di massa". Per non parlare del tasso di inflazione: la sapete quella dello statistico annegato in un fiume profondo in media 50 cm? Forse qualche informazione in più su come sono rilevati i dati statistici oltre a consentire un dibattito pubblico sulla materia che mi sembra elemento importante di democrazia, potrebbe anche portare un po' la statistica verso il senso comune e non necessariamente il contrario. Cordiali saluti.