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Italiani a corto di dati economici

Un’indagine promossa dall’Ocse rivela che gli italiani hanno un grado di conoscenza approssimativo di variabili macroeconomiche fondamentali come inflazione, disoccupazione e Pil. Solo un terzo degli intervistati accetta di rispondere alle domande su questi temi e quelli che lo fanno tendono a sovrastimare tutti i dati statistici ufficiali. Quasi la metà del campione non è interessata ad avere più informazioni. Questi risultati confermano l’impressione comune che il dibattito politico si svolga senza punti di riferimento chiari e condivisi dalla società.

La teoria economica descrive le decisioni di policy come risultati di problemi di ottimizzazione elaborati da agenti razionali. A sua volta, la scuola di public choice sostiene che le scelte elettorali sono effettuate da cittadini ben informati, sulla base della massimizzazione delle funzioni di utilità individuali. (1) Ma gli operatori sono sempre davvero così ben informati e razionali come ipotizzato dalla teoria?

Variabili fondamentali, ma poco conosciute

L’evidenza empirica è molto scarsa, per non dire quasi inesistente. Ecco perché, nell’ambito dei lavori preparatori del secondo Forum mondiale Ocse su “Statistica, conoscenza e politica” (www.oecd.org/oecdworldforum) l’Isae ha condotto, in collaborazione con la Direzione statistica dell’Ocse, una prima indagine su questo tema. In particolare, nell’ambito dell’inchiesta sui consumatori del mese di marzo, sono state poste alcune domande aggiuntive sul grado di conoscenza dell’andamento di alcune variabili macroeconomiche fondamentali, quali il Pil, l’inflazione e la disoccupazione, unitamente a due domande riguardanti il desiderio e l’importanza di essere informati su tali questioni. (2)

Partecipazione all’indagine e conoscenza statistica

Come usuale in questo tipo di studi, la quota di chi ha fornito un’indicazione quantitativa puntuale è stata piuttosto bassa. (3) Benché l’indagine sia stata effettuata nella settimana in cui l’Istat ha diffuso i risultati macroeconomici del 2006, solo un terzo degli intervistati ha accettato di fornire indicazioni su inflazione, disoccupazione e Pil (rispettivamente, il 34, 32 e 28 per cento) e tale percentuale scende al 14 per cento per il rapporto deficit pubblico/Pil, una delle variabili cruciali nel dibattito di politica economica italiana degli ultimi anni. In media, gli intervistati sovrastimano significativamente il dato ufficiale per tutte le variabili considerate, mostrando cioè un certo ottimismo circa l’andamento del Pil e un deciso pessimismo per le altre. Le risposte sono caratterizzate da un’elevata variabilità e da una significativa distorsione, come indicato dal fatto che la media è in genere notevolmente superiore alla mediana della distribuzione. Quest’ultima è un buon stimatore del dato ufficiale, con la sola eccezione della valutazione del tasso di disoccupazione, fortemente sovrastimato.

Il desiderio di essere informati

Circa il 76 per cento del campione reputa almeno “importante” l’essere informato su queste variabili, ma il 18 per cento pensa che tale informazione sia poco o per niente importante. La quota di quanti attribuiscono scarsa importanza all’informazione statistica è notevolmente superiore rispetto a quella (pari al 3 per cento) riportata da Blinder e Krueger per gli Stati Uniti. Inoltre, il campione si divide quasi a metà circa il desiderio di essere informati di più su tali questioni: a un 52 per cento degli intervistati che dà risposta affermativa, si contrappone un 44 per cento che non è interessato e quasi un 5 per cento che non sa o non vuole fornire una risposta.

Un quadro sconfortante

Il quadro complessivo che appare da questi primi dati (da analizzare ulteriormente al fine di comprendere meglio la caratteristiche dei diversi soggetti) è tutt’altro che confortante, sia per gli statistici ufficiali, sia per i responsabili delle politiche pubbliche. Naturalmente, è possibile che a un’inadeguata conoscenza quantitativa dei dati si accompagni una più precisa visione di tipo “qualitativo”: non so quanto cresce il Pil, ma so se le cose vanno “bene/male” o “meglio/peggio”. Tuttavia, i risultati confermano l’impressione comune che il dibattito politico si svolga senza punti di riferimento chiari e condivisi dalla società.
Alla vigilia delle ultime elezioni politiche, Luciana Littizzetto chiedeva ai politici di mettersi almeno d’accordo su alcuni numeri chiave, a partire dai quali spiegare le diverse proposte politiche. In questi giorni, nelle edicole francesi si trova in bella vista un libretto dal titolo “Le cifre che dovete conoscere per non astenervi”, utile strumento per i cittadini per meglio orientare il loro voto alle prossime elezioni presidenziali.
Forse, per decidere dove andare un paese dovrebbe prima prendere coscienza della propria condizione attuale. E la statistica, inventata per consentirci di andare al di là della nostra possibilità di osservare direttamente la realtà in cui viviamo, dovrebbe giocare un ruolo fondamentale in questo processo di apprendimento. La costruzione di una “società della conoscenza” passa anche da un impegno serio ad aiutare i cittadini a capire meglio la realtà in cui vivono e fare le scelte necessarie per migliorare il loro benessere, presente e futuro.

 

(1) Si veda Blinder A. S., Krueger, A. B., “What Does the Public Knows About Economic Policy, and How Does It Know It?”, Nber Working Paper n. 10787, September 2004, www.nber.org/papers/w10787.pdf.
(2) L’indagine riguarda anche alcune variabili socio-demografiche, quali aspettative di vita, livello di literacy, emissioni inquinanti ed altre. I risultati completi saranno presentati al Forum mondiale Ocse che si terrà ad Istanbul dal 27 al 30 giugno 2007, insieme ai risultati di analoghe rilevazioni condotte su 29 paesi europei e sugli Stati Uniti.
(3) In Blinder e Krueger (2004) si documenta che a un’analoga indagine sui consumatori americani ha risposto circa il 26 per cento degli intervistati.

 

Tabella 1 – La conoscenza statistica

Variabile

Valore vero

Media

Standard deviation

Mediana

PIL (anno 2006)

1.9

2.7

3.7

2.0

Deficit/PIL (anno 2006)

4.4

8.5

14.5

3.4

Inflazione (febbraio 2007)

1.8

4.5

8.7

2.4

Tasso di disoccupazione (III trimestre 2006)

6.8

14.5

13.0

10.0

Fonte: Isae, Istat

Tabella 2 – Importanza della conoscenza e desiderio di essere informati

Percentuale di risposte

Come considera l’essere informato su tali fenomeni?

Estremamente importante

8%

Molto importante

23%

Importante

45%

Poco importante

14%

Assolutamente non importante

4%

Non sa/Non risponde

6%

Vorrebbe essere informato di più?

Si

52%

No

42%

Non sa/non risponde

5%

Fonte: Isae

La risposta degli autori ai commenti

I commenti dei lettori toccano punti estremamente rilevanti sui quali converrà tornare con maggiore attenzione nel prossimo futuro, anche perché essi rappresentano bene i diversi atteggiamenti possibili nei confronti dei risultati da noi presentati. Il quesito finale di Pietro della Casa (ma
esistono ancora persone che si fanno domande?) è fondamentale e la risposta, secondo noi, è “si, ci sono”, ma la sfiducia che emerge dai commenti di altri lettori indica il vero rischio delle democrazie contemporanee, la voglia di rifugiarsi nel proprio microcosmo e rinunciare ad interessarsi del mondo che ci circonda.

Ora, è vero che un po’ di sano scetticismo fa sembre bene, ma nel caso della statistica non è chiaro perché questo atteggiamento venga indirizzato solo nei confronti dell’Istat (che segue, anche nel campo delle statistiche del lavoro, standard metodologici internazionali e pubblica descrizioni
dettagliate dei metodi seguiti e dei controlli di qualità effettuati) e non dei cosiddetti “istituti di ricerca” che sfornano dati (ripresi ampiamente dai media) senza spiegare le definizioni, le fonti, i metodi, ecc. Questa asimmetria sembra figlia, non del sano scetticismo, ma della sfiducia di molti italiani in tutto ciò che è pubblico. Peraltro, per avere dei dubbi sui dati ufficiali (come dice Repentini) occorre comunque prima esserne informati, per poi, eventualmente, dichiarare di non essere d’accordo!

Ha ragione Gennari quando dice che la colpa della mancanza di culture statistica è non solo dei media, ma anche di chi dovrebbe fare divulgazione (compreso l’Istat, gli enti di ricerca, i media, ecc.) e forse la strada giusta è quella di rinunciare alla mediazione dei canali informativi
tradizionali (giornali, radio, TV) ed andare su strumenti nuovi di comunicazione. L’OCSE, ad esempio, sta per “sbarcare” sul web 2.0 con uno strumento che consentirà ai cittadini di tutto il mondo di guardare ai nostri dati, fare l’uploading dei loro dati ed aprire blogs su quello che ritengono più opportuno. In Colombia è stato lanciato un programma televisivo quotidiano, la sera, prima del telegiornale più importante, dove si usa la statistica per giocare e scherzare (una sorta di “striscia la notizia” basata sui dati statistici), ma ora tutto il paese parla di statistica ed impara come è fatto il paese.

È questa la strada giusta? Forse, ma non basta. Serve anche far riscoprire ai singoli cittadini che la statistica è un bene pubblico (forsi pochi sanno che l’origine della parola viene da “scienza dello Stato”). Paesi avanzati come l’Australia, l’Irlanda e decine di altri stanno cercando di ridare
legittimità alla statistica pubblica scegliendo, attraverso il dialogo tra tutte le parti politiche e sociali”, un set di indicatori economici, sociali ed ambientali “condivisi”, per offire una rappresentazione accettabile del progresso (o del regresso) del paese. La gestione democratica di una società dell’informazione richiede strumenti nuovi, compresi quelli che possono favorire la creazione di una base comune per giudicare i risultati delle politiche, così da votare non in base alla propaganda, ma conoscendo ci1o che succede intorno a noi. D’altra parte, se un paese deve decidere dove vuole andare, sarebbe bene sapere dove si è e da dove si viene. E la statistica è uno strumento fondamentale per capire tutto ciò.

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  1. Claudio Resentini

    La statistica, sarà anche stata “inventata per consentirci di andare al di là della nostra possibilità di osservare direttamente la realtà in cui viviamo”, non lo metto affatto in dubbio, ma spesso l’uso che ne fa chi detiene il potere sembra più che altro trasformarlo in uno strumento di propaganda per cui un po’ di sano dubbio (quanto di più cartesianamente scientifico riesco ad immaginare) è bene mantenerlo sui dati ufficiali. E’ il caso ad esempio delle modificazioni introdotte sugli indicatori relativi al mercato del lavoro e sulle loro modalità di rilevazione che in paesi come l’Italia sembrano registrare andamenti positivi semplicemente modificando i concetti stessi di occupazione, disoccupazione, inattività, ecc. Non mi stancherò mai di ricordare che per la statistica ufficiale occupato è chi ha lavorato un’ora nella settimana precedente all’intevista, occupato è chi lavora in nero, inattivo (e non disoccupato) è lo “scoraggiato” che non ha un lavoro ma non lo cerca più perchè per lui non esiste domanda, i “nuovi” occupati delle ultime rilevazioni ISTAT sono per lo più immigrati prima non rilevati, giovani precari e over 50 il cui numero aumenta per cause demografiche enon economiche, ecc.
    Forse il senso comune dell’uomo della strada ha qualche buon motivo per non essere del tutto accantonato e resta un buon antidoto al lavaggio del cervello indotto dalla cosiddetta “comunicazione di massa”.
    Per non parlare del tasso di inflazione: la sapete quella dello statistico annegato in un fiume profondo in media 50 cm?
    Forse qualche informazione in più su come sono rilevati i dati statistici oltre a consentire un dibattito pubblico sulla materia che mi sembra elemento importante di democrazia, potrebbe anche portare un po’ la statistica verso il senso comune e non necessariamente il contrario.
    Cordiali saluti.

  2. riccardo boero

    Egregi professori,

    scusate ma non sara` che i cittadini si disinteressano a tali parametri perche’ non li ritengono cruciali per la pianificazione della propria vita economica?
    Per esempio, che utilita` puo’ avere per il cittadino medio un parametro astratto e astruso come l’inflazione Core calcolata dagli istituti di statistica, che non prende in conto i costi di mutui, carburanti e alimentazione, che sono quelli di gran lunga piu’ importanti nella famiglia media italiana?

  3. luca b prevot

    Il commento dei due autori è, nella mia opinione, un poco fuorviante.
    La gente non sa nulla, e non vuole sapere, proprio perché i governi si impegnano con tutta la cura possibilie a far si che cosi sia la situazione e cosi rimanga.
    Per fare un esempio ancora più eclatante e straordinario, in materia di conoscenza economica, nessuno praticamente è informato della verita vera riguardo all’economia, cioé il sistema di governo delle banche centrali che sono il singolo, fondamentale problema del sistema capitalistico (cioé della nostra attuale civiltà).
    I governi (e cioé, in realtà, le banche) non possono che mantenere la gente ignorante.
    E dato il controllo completo che il sistema di gestione del denaro ha acquisito in piu di 400 anni, io personalmente non vedo come sia possibile promuovere un cambiamento (il che è un vero problema, perchè io ho 30 anni e un figlio in arrivo…).
    Il mio suggerimento è che, per quanto poco possa servire, anche i moderatissimi autori degli articoli della Voce trovino il modo di discutere la questione dell’ignoranza – con tutto il fairplay necessario – in modo piu realistico.
    LBP

  4. pietro della casa

    La volontà di non sapere! Un misto di pigrizia intellettuale (non voglio affaticarmi con cose che sfuggono al microcosmo della mia quotidianità) arroganza (non ho bisogno di informarmi dei dettagli perché già ho capito quello che c’è da capire) spirito rinunciatario (so che ci sarebbe molto da comprendere, ma so che non servirebbe a nulla perché le cose le decide chi conta)…
    E fosse solo sui dati economici.

    Ma esistono ancora persone che si fanno domande?

  5. Gennari T.

    L’articolo evita accuratamente di individuare le colpe di questa situazione, compito non facile e di certo ingrato.
    Sotto le righe emerge, in ogni caso, la solita lagnanza degli intellettuali italiani per la diffusa incultura dei propri concittadini.
    Certamente vero.
    Ma è anche certamente vero che l’Istat, gli istituti privati di ricerca e i media non danno, in generale, prova di una elevata cultura della divulgazione scientifica.
    (Posto comunque che l’Istat ha fatto passi da gigante, in questi ultimi anni, in fatto di chiarità espositiva, a livello assoluto la capacità divulgativa è ancora passibile di miglioramenti; da chiedersi poi se sia compito dell’Istat quello della divulgazione, oppure spetti ad altri attori, tra i quali un’accademia spesso poco interessata al bene pubblico)

  6. ciro daniele

    Tra i decision makers il disinteresse e l’insofferenza verso la statistica sono decisamente più diffusi di quanto emerga dall’indagine dell’OECD. Questo atteggiamento dipende dalla cultura della classe politica italiana, ma anche dalle carenze degli indicatori statistici disponibili. Ad esempio: siamo sicuri che una stima della disoccupazione del 6,8% rappresenti realmente il mercato del lavoro italiano e non dipenda invece dal definire “disoccupato” solo uno che non ha lavorato neanche un’ora la settimana ed ha passato il resto del tempo a cercare lavoro? Oppure crediamo davvero che la solidità patrimoniale di uno stato possa essere giudicata in base ad una misura di “deficit” che dipende da come sono contabilizzati i costi della TAV o dal ruolo assegnato di volta in volta alla Cassa Depositi e Prestiti? O, ancora, perché ci ostiniamo a dare qualche importanza ad una misura dell’inflazione che esclude l’andamento di poste fondamentali per il bilancio familiare come i mutui (che, in fondo, sono affitti pagati alle banche per le abitazioni gravate da ipoteche) e le imposte (che sono il prezzo dei servizi pubblici) e tratta in modo fantasioso voci come i medicinali (badando al prezzo scritto sulla scatola, invece del ticket effettivo) o le assicurazioni (che incidono sull’inflazione solo per la differenza tra i premi e rimborsi)? Credo che in questi non basti nascondersi dietro il criterio della confrontabilità con le statistiche internazionali (che nel caso dei prezzi non sussiste neanche). Se non si è soddisfatti di una metodologia di calcolo, si può produrre una stima più accurata, prendendo ad esempio qualsiasi rivista di automobilismo, che misura le prestazioni di un’autovettura secondo parametri indipendenti da quelli dichiarati delle case costruttrici in base ai soliti criteri standard.

  7. Enrico Motta

    Secondo me esiste un dato permanente, strutturale, di disinformazione economica, ed è la consuetudine di descrivere l’entità del deficit pubblico in rapporto al PIL. Sarebbe immediatamente più comprensibile se fosse dato il valore assoluto del deficit; allora si che si capirebbe come sta andando, senza bisogno di usare una frazione di cui è spesso sconosciuto il denominatore (PIL). Nel 2008 il rapporto dovrebbe mogliorare, bene; ma è per la crescita del PIL, o perchè scenderà il deficit? Oppure anche il deficit crescerà rispetto all’anno precedente(2007)? In quest’ultimo caso non vedo perchè dovremmo rallegrarci, visto che, se non arriviamo al pareggio di bilancio, prima o poi finiamo in Argentina, o in qualche altra manovrona tipo ’92.

  8. Claudio Cortese

    Sono un esperto di banche dati. Lavoravo con un azienda Americana. Vi posso assicurare che l’indifferenza degli Italiani alle statistiche domestiche è la migliore medicina possibile. In Italia manca, e totalmente, una cultura dell’archiviazione dei dati, dell’ordinamento degli stessi, del monitoraggio costante della variazione dei dati, e, per finire, l’utilizzo previsionale degli stessi! Anche gli addetti ai lavori vanno “un tanto al braccio” . Pertanto è meglio che perdano tempo quelli che sono pagati alla bisogna, piuttosto che il resto dei cittadini! Saluti da C.C.

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