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Un Trattato per il ventunesimo secolo

Le istituzioni europee sono nate in un contesto economico ormai superato. Bisogna allora sottoscrivere un nuovo Trattato di Roma? La soluzione non consiste nel rinunciare all’Unione Europea, bensì nell’adattarla al ventunesimo secolo. E ciò significa una nuova divisione di responsabilità tra l’Unione e gli Stati membri. La prima dovrebbe occuparsi della sicurezza alle frontiere d’Europa, della politica estera e della politica per la competitività. I paesi membri dovrebbero assumersi l’onere delle riforme economiche al proprio interno.

Domenica scorsa è stato celebrato il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, che diede vita alla Comunità economica europea, divenuta nel frattempo Unione Europea. I “sei” membri – Francia, Germania, Olanda, Italia, Belgio e Lussemburgo – sono ormai 27 e l’Unione si è radicata profondamente nella coscienza collettiva degli europei, tanto che non si riesce neanche a immaginare di mancare l’appuntamento con il centenario.

L’Europa degli anni Cinquanta. E di oggi

Per cogliere bene quale fosse la posta in gioco al momento della firma del Trattato, bisogna aver chiaro che l’Europa degli anni Cinquanta era molto arretrata rispetto agli Stati Uniti. Il Pil pro-capite ammontava ad appena la metà di quello Usa. In Europa cominciavano ad arrivare solo allora i metodi moderni di produzione in serie, messi a punto dagli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Automobili ed elettrodomestici, articoli cui ormai le famiglie americane erano tranquillamente abituate, restavano per noi assolutamente eccezionali.
Cinquant’anni dopo l’Europa ha raggiunto gli Stati Uniti in termini di Pil per abitante.
Se poi si compara il reddito per ora lavorata di Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Norvegia, Belgio e Lussemburgo con quello degli Stati Uniti si nota che i primi hanno addirittura superato gli Usa, in virtù di settimane lavorative corte e di vacanze più lunghe. Si è insomma annullata la differenza nel livello di vita.
Le istituzioni dell’integrazione europea hanno avuto un ruolo determinante in questa trasformazione. Hanno consegnato all’Europa una Germania ormai pacifica, liberando così le sue considerevoli potenzialità industriali. Hanno permesso la creazione di un Mercato comune, e di conseguenza un’espansione commerciale accompagnata da guadagni di efficienza. Grazie al Mercato unico, varato nel 1986, l’Europa ha creato un’economia continentale in grado di sostenere “campioni globali”: aziende, cioè, dotate delle dimensioni e delle capacità necessarie ad affrontare la competizione mondiale. E con l’euro l’Europa si è infine sbarazzata del problema dell’inflazione, che l’aveva tormentata per buona parte del ventesimo secolo.
Tali strumenti erano previsti dal complesso di istituzioni appositamente creato per recuperare lo svantaggio nei confronti degli Usa. I lavoratori, grazie alla sicurezza del posto di lavoro e a una solida rete di previdenza sociale, hanno moderato le loro rivendicazioni salariali, permettendo così alle imprese di reinvestire i loro profitti. Le banche, impegnatesi in rapporti di fiducia con la loro clientela industriale, hanno fornito finanziamenti a lungo termine. La solidarietà e la fiducia instauratesi in seno alle associazioni degli industriali hanno incoraggiato i loro membri a investire nella formazione, senza temere che i loro lavoratori qualificati passassero alla concorrenza. Tutti questi strumenti erano perfettamente adatti a un periodo in cui la crescita dipendeva dagli alti livelli di investimento, ma anche dal saper sfruttare il ritardo tecnologico accumulatosi prima degli anni Cinquanta.

I problemi del ventunesimo secolo

Ma, una volta riassorbito tale ritardo, la crescita ha iniziato a dipendere dal grado di innovazione. E proprio quegli strumenti che avevano favorito la soluzione dei problemi, sono divenuti a loro volta parte dei problemi stessi. Le norme che limitano le differenze salariali impediscono però di premiare gli imprenditori che si assumono rischi. Le banche, abituate ai loro clienti consueti, tergiversano nell’affrontare i rischi delle nuove tecnologie, non ancora suffragate dall’esperienza. Le leggi sulla sicurezza dell’impiego scoraggiano le start-up, perché gli imprenditori cui non ha arriso il successo di determinate innovazioni, possono di colpo ritrovarsi in difficoltà nei confronti della loro vecchia mano d’opera. Le tasse molto elevate, che hanno permesso di creare uno stato previdenziale complesso, appaiono ora un peso insostenibile nel contesto della globalizzazione. Le aziende europee reclamano un mercato del lavoro più flessibile, oltre allo sviluppo dei mercati finanziari, a imposte meno elevate e a sevizi pubblici più efficienti. Non è facile tuttavia ristrutturare un sistema in cui tutte le parti sono concatenate l’una con l’altra.

Alcuni temono addirittura che l’Unione Europea rappresenti solo una soluzione ai problemi di ieri. È stata vinta l’inflazione, ma la Banca centrale europea, custode dell’euro, sembra bloccata su quest’unico obiettivo. Gli sforzi fatti dalla Commissione europea per rispettare gli obiettivi di Lisbona e fare dell’Europa la regione più competitiva del mondo entro il 2010 si sono dimostrati ricchi di retorica, ma poveri di fatti concreti.
In realtà, l’idea che sia la Commissione ad assumersi il ruolo di guida alle riforme destinate a migliorare la produttività ha in pratica provocato, in maniera del tutto imprevista, la de-responsabilizzazione dei vari parlamenti. E l’incapacità dei paesi membri ad accordarsi su un progetto di Costituzione, in grado di ampliare i poteri del Parlamento europeo, significa che non si ha alcuno strumento per chieder conto del loro operato ai commissari, ai quali pertanto non si conferisce alcun reale potere esecutivo.
La soluzione non consiste nel rinunciare all’Unione Europea, bensì nell’adattarla al ventunesimo secolo. E ciò significa obbligatoriamente la suddivisione delle responsabilità tra l’Unione e gli Stati membri. L’Unione dovrebbe occuparsi della sicurezza alle frontiere d’Europa, della politica estera e della politica per la competitività. Gli Stati membri dovrebbero assumersi la responsabilità delle riforme economiche al loro interno. Ogni paese ha la sua struttura economica e una sua peculiare eredità istituzionale. Ogni paese ha bisogno di riforme diverse. Rendendo l’Unione responsabile di tutte le riforme economiche, si finisce coll’impedire soluzioni su misura e si deresponsabilizzano gli Stati. Spiegando che l’Unione Europea non può andare oltre un certo limite, si metteranno questi ultimi di fronte alle loro responsabilità.
È forse arrivato davvero il momento di un nuovo Trattato di Roma, che meglio rifletta la nuova suddivisione delle responsabilità.

* L’articolo è tratto dal sito www.telos-eu.com. Traduzione di Daniela Crocco

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  1. riccardo boero

    E` mia opinione che ormai non sia piu’ possibile lasciare ai singoli stati il compito di guidare la propria economia. Non piu’ da quando la BCE condiziona tutte le economie europee con la sua gestione monetaria.
    In Europe coesistono 27 economie, ciascuna con il suo tasso di crescita. Ora, la BCE pratica una gestione monetaria conveniente all’economia tedesca, che nei fatti danneggia fortemente quelle che non ne condividono le caratteristiche.
    Per fare un esempio, l’attuale fortissima espansione della base monetaria (M3 viaggia su incrementi annuali del 10%!) e` ben utile alla crescita asfittica delle economie tedesca, francese e italiana, ma provoca una terribile inflazione degli asset nelle economie piu’ dinamiche come Spagna e Irlanda.
    Volente o nolente l’Europa e` divenuta economicamente una grande Germania: deve quindi cercare di costruire un’economia comune e poi gestirla: gli stati singoli non possono essere lasciati ai loro problemi, dal momento che hanno perso la facolta` di gestire la loro moneta.

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