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  1. Gigio Rispondi

    Gli ex precari ISFOL che hanno condotto la ricerca sono disoccupati ora? E senza ammortizzatori vero? Ecco la precarieta'! Altro che dibattiti.

  2. antonio p Rispondi

    Sono stati i milioni di artigiani che hanno fatto grande e ricca l'italia. Il sindacato ha "coniato" il precario per organizzare i "non lavoratori o fannulloni". Avanti così diventeremo tutti poveri, non solo di soldi ma anche d'idee.

  3. angela padrone Rispondi
    Ottimo il lavoro, ma ottimo anche l'intervento che si interroga sul lavoro nero. Perché se ne parla poco? Forse perché è una vecchia battaglia persa, che non fa comodo a nessuno tirare fuori. Comunque, secondo l'Istat, il lavoro nero in Italia riguarda oltre 3 milioni e 600 mila persone. Tanti, ma poco "moderni". Attenzione, quindi, quasi zero. Si discute moltissimo invece dei flessibili. La flessibilità, andrebbe detto, a volte è positiva perché dà delle opportunità ai più deboli, a volte certo anche negativa, come è sempre stata. E' servita comunque a rimettere un po' in moto un mercato molto rigido. E non è certo nata da una o due leggi, che mi sembra si siano limitate a prenderne atto e a cercare di regolarla. Purtroppo il dibattito è spesso segnato dall'ideologia e dal luogo comune, e questo non fa bene ai giovani e ai lavoratori. Quello che è certo è che tra lavoro nero, lavoro flessibile cattivo, e tanti cattivi lavori a tempo indeterminato, il mercato del lavoro avrebbe bisogno di una bella iniezione di novità e di fiducia. Basti pensare ai (pochi) laureati, pure così poco richiesti dalle aziende. Comunque a voi faccio i complimenti. Anch'io mi occupo di questi temi e mi rendo sempre più conto che è dura. Ma bisogna provarci.
  4. gidelfo Rispondi
    Alle tante tipologie di precari menzionate nell'articolo è importante aggiungere la grande massa di lavoratori impegnati nei servizi esternalizzati attraveerso le cooperative di produzione e lavoro: anche in quest'ambito sono molte le tipologie contrattuali, molti lavoratori sono soci-lavoratori a tempo indeterminato con "collocamento a zero ore" ( cioè durante i periodi in cui l'ente appaltante non richiede il sevizio non si lavora e non si è pagati!!), soluzione flessibile che rende ancor più precaria la condizione di lavoratori che già percepiscono retribuzioni molto basse. Come giustificare le spese sostenute dalla P.A per esternalizzare dei servizi, su cui invece potrebbe avere meggiore possibilità di controllo e maggior qualità del servizio oltre che lavoratori più garantiti e soddisfatti? Grazie
    • La redazione Rispondi
      Grazie per il commento, la molteplicità delle forme contrattuali esistenti insieme agli abusi e alle libere interpretazioni generano una casistica sterminata. I casi limite di cui parsa sicuramente rientrano nel concetto sociale di precarietà, più difficile riuscire a contarli correttamente con rilevazioni campionarie. L'intento provocatorio della seconda parte del nostro lavoro, quella relativa alla identificazione dei precari non occupati mira alla sensibilizzazione verso la questione sociale che la precarietà genera nel nostro paese, in particolare tra i giovani e oltre i dati positivi desunti da indicatori del lavoro forse non così capaci di evocare e misurare la salute del mercato del lavoro odierno rispetto al passato. Ricordiamo che la forma scritta non è obbligatoria per i contratti a tempo indeterminato e pertanto non è un indicatore sicuro di lavoro irregolare o precario.
  5. paolo barbieri Rispondi
    Complimenti per il pezzo e per la ricerca Isfol. In effetti il tema trattato è interessante quanto controverso, quindi ben vengano lavori empirici seri come il vs. Resto però perplesso per la scelta che avete fatto, in cui, sostanzialmente, aggregate dati di stock e di flusso, perchè, ovviamente, ciò porta ad una sovrastima del fenomeno. Questo, infatti è uno dei punti 'ambigui' del Vs approccio. Dichiarate di dare una stima degli occupati precari ("La stima del numero dei lavoratori precari") mentre in realtà approssimate una valutazione dell'area della 'potenziale precarietà occupazionale' (in effetti non è nemmeno la popolazione a rischio di occupazione precaria), che confonde un po'. Credo che la precarietà lavorativa andrebbe analizzata con dati longitudinali "puri", i soli in grado di dar conto, analiticamente, dei micro-meccanismi che conducono dentro e fuori la precarietà - fra quanti lavorano.
    • La redazione Rispondi
      Grazie per il commento, siamo d'accordo che un'analisi longitudinale potrebbe contribuire notevolmente a capire meglio la precarietà, specialmente per quanto riguarda i percorsi lavorativi (Quanto durano i contratti? Quante volte si cambia lavoro? Quante volte si rimane senza lavoro a alla fine di un contratto?, Quanto tempo passa tra il primo lavoro temporaneo e il primo lavoro stabile?, ecc.). D'altro canto, per sapere quanti sono i precari in un certo momento lo strumento più adatto è un'indagine trasversale, che sostanzialmente scatta una fotografia istantanea. Questa è la natura sia della RFL sia di Plus. Dati che abbiamo usato, che sono ricavati da due indagini trasversali, sono pertanto esclusivamente dati di stock. Del resto, è proprio perché siamo d'accordo con lei sull'inopportunità di mischiare dati di natura diversa che consideriamo le stime sulle collaborazioni coordinate e continuative o a progetto che provengono dalle indagini campionarie piuttosto che quelle degli archivi Inps. Tenga presente che PLUS ha un disegno longitudinale molto ampio, pari al 60% del campione e quindi presto darà maggiori opportunità di analisi dirette.
  6. Claudio Resentini Rispondi
    Non andrebbe computato nel novero del lavoro "precario" anche il lavoro a tempo indeterminato "senza contratto"? Da una lettura del questionario che ho trovato sul sito dell'ISTAT risulta che dalla rilevazione dovrebbe essere estrapolabile il dato su chi lavora senza una scadenza precisa ma sulla base di un "accordo verbale" e non di un "contratto scritto" o qualcosa di simile. Di fatto "lavoro nero" che non fornisce nessuna garanzia reale e tangibile di continuità al lavoratore. Se non è precarietà questa... O mi sbaglio? E non è una domanda retorica: mi piacerebbe davvero che qualcuno mi spiegasse questa faccenda e mi sapesse anche dire perchè di questi dati non si parla mai? I dati sul lavoro standard (dipendente, full time, a tempo indetrerminato) della rilevazione 2006 sono già sconfortanti così (+0,7%): se da questi dovessimo anche togliere una maggiore quantità di lavoro nero...
  7. Davide Rispondi
    Ottimo introdurre questi dati nel circolo dell'informazione generale. Troppo spesso il semplice dato del tasso di disoccupazione non coglie la più complessa realtà delle cose. Se non sbaglio uno dei promotori nella ricerca di questi dati fu Amartya Sen che sottolineava gli aspetti sociopsicologici del precariato. Un obiettivo ipotetico dovrebbe essere quello di valutare le varie politiche del lavoro con una logica marginalista, analizzando il tasso marginale dei precariati e quello dei tutelati nell'introdurre una certa legislazione. Perchè è chiaro che se il lavoro flessibile "spalma" lo stesso lavoro su più soggetti o, peggio ancora, riduce la tutela a fronte della stessa produttività, non si è raggiunto un obiettivo felice.
  8. Barbara Appierto Rispondi
    La confusione non è solo nei numeri, nella loro lettura e interpretazione tra fonti diverse, ma è presente soprattutto nella gestione di queste categorie di lavoratori. Le amministrazioni sono incapaci di inserirsi in questo contesto dove il 12% dei lavoratori è precario, non sono in grado di aggiornare le loro politiche ad un mercato del lavoro che non è più lo stesso. Può capitere (come è capitato a me) che per un ufficio al quale si richiede una prestazione, il periodo per maternità, non essendo lavoratrice indeterminato, venga considerato come disoccupazione, ma per l'ufficio disoccupazione no!! forse oltre a interrogarsi su quanti siamo (importantissimo) dovrebbero interrogarsi su come stiamo, come interagiamo in un mercato che è cambiato ma che lo conosce solo chi lo vive, come le amministrazioni locali riescono a "produrre" politiche in grado di interpretarlo.
    • La redazione Rispondi
      Grazie per il commento, la invitiamo a leggere la pubblicazione PLUS, che trova anche on-line (veda la nota1 del testo) in cui i temi di cui parla sono trattati diffusamente.