I primi dati di consuntivo per il 2006 sono migliori del previsto, per l’economia ma soprattutto per i conti pubblici: il disavanzo è diminuito di 1,3 punti di PIL rispetto a settembre. Se le stime di crescita saranno confermate e l’incremento delle entrate si rivelerà strutturale, nel 2007 il disavanzo sarà intorno al 2 per cento e l’avanzo primario vicino al 3 per cento. Ma è sulla spesa che si gioca tutta la partita: solo una sua diminuzione può rendere compatibile discesa del debito e livelli non eccessivi della pressione fiscale. Meglio quindi astenersi da decisioni estemporanee prese nell’illusione che i conti siano ormai a posto.

I primi dati di consuntivo per il 2006 diffusi ieri dall’Istat  raccontano una storia, sia per l’economia che per i conti pubblici, molto più allegra di quella che immaginavamo fino a pochi mesi fa. Il Pil è cresciuto, in termini reali, dell’1,9 per cento, il risultato migliore dal 2000. Dal 2002, eravamo cresciuti a un ritmo dello 0,5 per cento l’anno e, in particolare, nel 2005 eravamo rimasti praticamente fermi.
I dati più confortanti sono quelli degli investimenti e della domanda estera netta, che contribuiscono alla crescita 2006, rispettivamente, per 0,5 e 0,3 punti: un miglioramento notevole rispetto al 2005, quando il contributo alla crescita di queste due componenti della domanda aggregata era stato negativo. Il miglioramento è evidente anche per la spesa delle famiglie, che ha contribuito per uno 0,9 (0,3 nel 2005).
Insomma, sia le componenti interne sia quelle estere della domanda segnano un chiaro progresso. L’effetto di trascinamento del quarto trimestre 2006 e i primi segnali per il 2007 puntano a un risultato simile, una crescita al 2 per cento, anche per quest’anno, secondo la previsione della Commissione europea nella Interim Forecast del 16 febbraio. Data la nostra dinamica demografica, si tratta di un risultato non disprezzabile, che comunque, tanto per smorzare eccessi di entusiasmo, resta al di sotto della media dell’area dell’euro: 2,7 per cento nel 2006 e 2,4 per cento nel 2007.

Conti pubblici

Mentre il risultato sulla crescita dell’economia era noto già da qualche settimana, quello dei conti pubblici è in parte una novità. In sintesi, al netto di oneri straordinari (per i rimborsi Iva, il debito per il finanziamento dell’alta velocità delle Ferrovie e i crediti contributivi dell’agricoltura, complessivamente 2 punti di Pil), nel 2006 l’indebitamento netto è stato pari al -2,4 per cento e l’avanzo primario al +2,2 per cento (sempre in termini di Pil).
Ci sono vari modi di guardare a questi risultati. Il primo è confrontarli con l’ultima previsione ufficiale del Governo, formulata nella Relazione previsionale e programmatica di settembre e confermata nell’aggiornamento del Patto di stabilità di dicembre. Il miglioramento del disavanzo è davvero rimarchevole: 1,3 punti. Non 0,4 punti, come alcuni hanno scritto. È errato, infatti, confrontare il risultato dell’indebitamento al lordo degli oneri straordinari (4,4 per cento) con la previsione di settembre (4,8 per cento), in quanto quest’ultima non incorporava tutti gli oneri straordinari poi realizzatisi, ma solo una parte. (1) Al netto di tali oneri nella Relazione di settembre si prevedeva un disavanzo al -3,7 per cento.
A questo miglioramento hanno contribuito sia le spese, risultate minori per 0,6 punti, sia le entrate, maggiori per 0,7 punti di Pil.
La dimensione delle maggiori entrate è ben superiore alla revisione del Pil nominale, in aumento rispetto a settembre per meno di mezzo punto percentuale. Nel 2006 le entrate tributarie (imposte dirette, indirette e in conto capitale) sono così cresciute rispetto al 2005 di quasi 38 miliardi, ovvero del 9,5 per cento, a fronte di una crescita del Pil nominale del 3,7 per cento. La pressione fiscale, che include anche i contributi sociali, ha raggiunto il 42,3 per cento, tornando ai livelli del 1999. La spiegazione di questo risultato, sul quale – si noti bene – non hanno alcuna influenza le misure decise nell’ultima Legge finanziaria, che avranno effetti solo sul 2007 (influiscono, invece, le misure del decreto Bersani-Visco di luglio) non è agevole.
Pur scontando la crescita economica e il gettito da provvedimenti una tantum, resta un residuo molto sostanzioso, quasi un punto di Pil, che è difficile giustificare. Un’ipotesi è quella della modifica del comportamento dei contribuenti. Secondo il governo, gli annunci della fine della politica dei condoni e di lotta all’evasione (e le prime misure in tal senso) avrebbero indotto un radicale cambiamento dell’atteggiamento di lavoratori autonomi e imprese nei confronti del fisco. Non è possibile testare in modo conclusivo questa ipotesi sulla base delle informazioni di cui disponiamo oggi. Qualche indicazione maggiore potrà venire dall’andamento del gettito nel 2007. La dimensione dell’incremento del gettito è tale che si può anche essere scettici nell’accettarla completamente. Per il momento, tuttavia, si deve osservare che i dati disponibili non consentono neppure di respingerla. Quello che va detto è che la polemica ricorrente nel dibattito politico, anche in questi giorni, sul carattere persecutorio di certe misure di contrasto all’evasione è mal posta e strumentale. Si tratta di misure normali a livello internazionale. Del resto, la teoria economica ci ricorda che l’evasione si combatte, rendendola non conveniente, in due modi: da un lato, abbassando le aliquote si diminuisce il guadagno associato alla decisione di evadere, dall’altro aumentando la probabilità di essere scoperti e puniti si aumenta il costo di tale decisione. E le due politiche si sostengono a vicenda: una diminuzione dell’evasione indotta da azioni di contrasto più incisive rende sostenibile e possibile una diminuzione delle aliquote legali. Sarebbe poi il caso di convincersi del contributo positivo che la diminuzione dell’evasione darebbe alla crescita economica, rimuovendo un fattore di distorsione, altrettanto grave nell’economia italiana delle rigidità di taluni mercati.

La spesa

Cosa è successo dal lato della spesa? Nel 2006, al netto degli oneri straordinari, la quota della spesa primaria sul Pil non è cresciuta. In particolare, la spesa corrente primaria è diminuita leggermente, dal 40 al 39,9 per cento del Pil, mentre nel 2005 la stessa quota era aumentata di 0,7 punti. Tutto bene? In realtà, no. Se si guarda alla crescita in termini reali (al netto dell’inflazione), la spesa corrente primaria è aumentata dell’1,8 per cento esattamente lo stesso tasso registrato nel 2005. La spesa cresce a un ritmo del 2 per cento l’anno in termini reali da un decennio. Le differenze nella dinamica della quota sul Pil (per la parte corrente, stabilità dal 1996 al 2000, quasi 3 punti di aumento dal 2000 al 2005) non dipendono dal numeratore, ma soltanto dal denominatore. La spesa si muove su un trend di lungo periodo, che finora non si è riusciti ad intaccare.
Se questa è la tendenza generale, vi sono anche elementi di dettaglio che non lasciano tranquilli.
Il risultato della spesa dipende in parte dal fatto che è diminuita in termini nominali la componente per consumi intermedi, dello 0,8 per cento. È la componente per la quale in passato il primo dato di consuntivo si è rivelato poi molto poco affidabile: per fare un esempio, per il 2004 il primo consuntivo indicava una diminuzione dello 0,3 per cento, per poi scoprire un anno dopo che in realtà era cresciuta del 5,4 per cento. È la componente sulla quale in questi anni si è esercitata la politica dei tetti finanziari. Un altro dato non confortante è che torna a crescere intensamente la spesa per prestazioni sociali in denaro (essenzialmente pensioni): + 4,4 per cento.
Infine, la spesa per interessi è passata dal 4,5 al 4,6 per cento del Pil, dopo che dal 1995 era sempre diminuita: è un piccolo segnale, ma ci ricorda la principale vulnerabilità dei nostri conti pubblici, il volume del debito.
I dati sul debito saranno resi noti nelle prossime settimane, su di essi peseranno comunque i due punti di Pil degli oneri straordinari per i rimborsi Iva, il debito dell’alta velocità e i contributi agricoli. Le ultime due voci meritano un commento.
L’accollo diretto del debito di Infrastrutture spa (13 miliardi) è l’ultimo atto dell’insuccesso di una politica che ha tentato di alleviare le difficoltà di bilancio con espedienti finanziari, contrabbandati sotto il velo di ipotetiche partnership pubblico-privato. Speriamo che tentazioni del genere non tornino. La retrocessione alla società di cartolarizzazione dei crediti di contributi sociali per 734 milioni è l’effetto di una misura (il condono agricolo) approvata dal Parlamento nelle ultime settimane della passata legislatura, nonostante il parere contrario del Tesoro e il rinvio alle Camere del Presidente della Repubblica per difetto di copertura: un caso in cui le strutture tecniche e di garanzia hanno fatto il loro dovere ma sono restate inascoltate.

Prospettive per il 2007

Quali prospettive per il 2007? Se la crescita sarà quella prevista e l’incremento delle entrate realizzato nel 2006 si rivelerà di natura strutturale, si può immaginare un disavanzo intorno al 2 per cento e un avanzo primario vicino al 3 per cento. Valori sufficienti a riportare in diminuzione il rapporto debito/Pil. La pressione fiscale, tuttavia, toccherà livelli analoghi a quelli del massimo storico del 1997, che sono sopportabili solo se episodici, come fu allora. La partita si gioca tutta dal lato della spesa: solo una diminuzione delle spese può rendere compatibili discesa del debito e livelli non eccessivi della pressione fiscale.
Il 2007 può essere un anno cruciale per la politica della spesa pubblica. Bisognerà finalmente realizzare la revisione dei coefficienti per il calcolo delle pensioni, per raffreddare la crescita della spesa per prestazioni sociali. Si dovrà dare un assetto stabile ai rapporti tra Stato e autonomie locali, anche per garantire l’equilibrio finanziario di un settore dove negli ultimi anni la spesa è cresciuta molto e dal quale giungono segnali non confortanti. La Legge finanziaria, in un centinaio di commi (dal 404 al 512), contiene le linee di un ambizioso “programma straordinario di analisi e valutazione della spesa” (la spending review). Una novità di approccio, dopo un decennio di tentativi di tagliare sulla carta, imponendo tetti finanziari. Dal successo e dall’incisività di quel programma dipendono la salute futura dei conti pubblici e dell’economia. Nel frattempo, la situazione consiglia di tenere la barra ferma e astenersi da decisioni estemporanee (come tagli di imposta selettivi) prese nell’illusione che i conti siano ormai a posto. Meglio attendere il consolidamento dei risultati del risanamento finanziario e rinviare le novità a decisioni organiche da prendere in sede di manovra per il 2008.

(1) Per la precisione, solo i rimborsi Iva.

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