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Tfr o fondo pensione? Una scelta di convenienza

Benché le storie contributive dei lavoratori siano molto diverse tra loro, abbiamo tentato una valutazione di convenienza relativa delle alternative a disposizione di chi si trova di fronte alla scelta se lasciare il futuro Tfr in azienda oppure conferirlo a un fondo pensione. Il montante derivante da un fondo chiuso, a parità di contribuzione, è sempre preferibile al Tfr, particolarmente per orizzonti temporali lunghi. Per i fondi aperti, i risultati sono più incerti, perché si ha maggiore volatilità e maggiori costi di gestione. Gli effetti della diversa tassazione.

Il governo ha disposto con decreto legge del 13 novembre 2006 n. 279 l’anticipo al 1° gennaio 2007 degli effetti previsti, a partire dal 2008, dal decreto legislativo n. 252/2005 in materia di previdenza complementare per i lavoratori di imprese con più di 50 addetti, e sta discutendo in questi giorni la possibilità di un prossimo decreto per coinvolgere nello smobilizzo del Tfr anche i dipendenti pubblici.

Qual è l’alternativa più conveniente?

Le storie contributive dei lavoratori sono molto diverse tra loro, abbiamo comunque tentato una valutazione di convenienza relativa delle alternative a disposizione dei lavoratori che si trovano di fronte alla scelta: lasciare il futuro Tfr in azienda oppure conferirlo a un fondo pensione?
I percorsi a disposizione dei lavoratori vedono nella data del 29 aprile 1993 un importante spartiacque:

(1) coloro che già erano iscritti alla previdenza obbligatoria a quella data e non partecipavano a forme pensionistiche complementari possono ora scegliere di mantenere il Tfr maturando presso il datore di lavoro che provvederà a versarlo in un fondo costituito presso l’Inps, oppure possono conferirlo a un fondo pensione nella misura prevista dagli accordi o contratti collettivi, o in mancanza di questi in misura non inferiore al 50 per cento. Nel caso in cui il lavoratore avesse già contribuito a forme pensionistiche complementari, la scelta resta, ma se opta per il conferimento a un fondo, il Tfr maturando andrà alla forma pensionistica a cui già aderisce. Se il lavoratore non si esprime entro il 30 giugno 2007 (o entro sei mesi dalla data di assunzione), il datore di lavoro provvederà a trasferire il Tfr maturando alla forma pensionistica complementare prevista dagli accordi o contratti collettivi (o aziendali) se non aderiva già ad un fondo pensione, o viceversa al fondo pensione già prescelto dal lavoratore;
(2) per i lavoratori assunti dopo il 29 aprile 1993, la scelta esplicita è di nuovo tra conferimento a forma pensionistica complementare o mantenimento presso il datore di lavoro (fondo Inps). La scelta tacita prevede che il datore di lavoro trasferisca il futuro Tfr alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi (salvo diverso accordo aziendale), e nel caso di più forme, presso quella con il maggior numero di iscritti. Qualora le due alternative descritte non fossero applicabili, il Tfr verrà indirizzato presso il fondo Inps.

 

Per realizzare il confronto tra le possibili alternative, sono stati estratti da un campione di dati degli archivi Inps, lavoratori “rappresentativi” che avessero redditi medi per età di ingresso nel mercato del lavoro e quindi per anni di contribuzione accumulati. Abbiamo distinto tre casi che sono soggetti a trattamenti diversi a causa delle riforme degli anni Novanta: un lavoratore con almeno 18 anni di contributi nel 1995 che va in pensione con regime retributivo puro, uno con meno di 18 anni di contribuzione al tempo della riforma Dini e quindi sottoposto a un regime misto (1), e infine un lavoratore assunto dopo il 1995 con una pensione interamente contributiva. Le età di pensionamento sono quelle calcolate applicando tutte le principali regole del sistema pensionistico italiano fino alla riforma Maroni del 2004.
Per ciascuno di questi lavoratori si è considerata una evoluzione nel tempo dei profili salariali basata su profili individuali (valori mediani), così come registrati nell’archivio Inps. Per tenere conto delle differenze generazionali nei livelli salariali e per ridurre variazioni brusche che possono emergere dai dati campionari, i profili sono stati agganciati alla dinamica salariale aggregata (che vede salari medi più elevati a tutte le età per coorti di lavoratori più giovani) e lisciati. Per il momento ci siamo limitati a considerare solo lavoratori maschi. I salari medi tipici variano da un minimo di circa 20mila euro all’anno a un massimo di 47mila euro.

Ipotesi di base sulle tipologie dei lavoratori

Coorte di nascita 1953 1956 1967  1976
Età di ingresso nel mondo del lavoro 19 21 22 23
Anni di contribuenti 40 40 39 38
Eta di pensionamento 59 61 61 61

 

La simulazione

L’esercizio consiste in una simulazione, basata sulle regole vigenti e sulle ipotesi discusse, che permetta un confronto tra Tfr e fondo pensione. Dalla simulazione si ottengono i montanti sia nel caso Tfr che nel caso fondo pensione (Fp) derivanti dalla medesima contribuzione (6,91 per cento annuo del salario lordo), sulla base di alcune ipotesi. Il montante rappresenta la cifra accumulata nel tempo dal lavoratore che si rende disponibile al momento del pensionamento (e quindi è una ricchezza), mentre la rendita rappresenta il reddito, cioè il flusso che si può ottenere periodicamente (la pensione o il vitalizio) negli anni successivi al pensionamento. (2)
Nella prima colonna della successiva tabella, si legge l’ammontare di Tfr maturato dal 2007 alla data di pensionamento e rivalutato seconda i criteri di legge al netto della tassazione dell’11 per cento (tassa sulla rivalutazione del Tfr applicata solo dal 1/1/2001), nelle colonne dalla seconda alla quarta il montante derivante dal trasferimento del Tfr maturando dal 2007 a un fondo chiuso (ipotesi sui rendimenti basati su valori medi Covip, 2005), e nelle successive colonne quello derivante dal conferimento del futuro Tfr a un fondo aperto. Le altre colonne presentano il montante derivante da un investimento in fondo chiuso o aperto con rendimenti massimi (15,5 e 12,5 per cento per fondo aperto e chiuso) e minimi (0,5 e 2 per cento per fondo aperto e chiuso) e commissioni differenti (0,45 per cento per fondo negoziale, 1,7 e 1,6 per cento per fondo aperto).

Leggi anche:  Pensioni, cosa non torna nella proposta dei sindacati

Tfr e fondo pensione accumulati da un lavoratore “a reddito medio”
profili salariali osservati (rendimenti tassati all’11%)
Rendimenti differenziati per coorte di nascita

Coorte Età di pensionamento Tfr dal 2007 in azienda (scelta esplicita) Fondo chiuso Fondo chiuso max Fondo chiuso min Fondo Aperto Fondo aperto max Fondo aperto min
Maschi
1953 59 5.875 6.138 7.016 5.629 6.047 6.884 5.907
1956 61 14.924 16.980 18.025 15.003 16.973 17.671 14.049
1967 61 40.850 47.526 49.840 40.952 48.690 48.838 40.430
1976 61 73.550 84.589 86.160 75.551 86.615 88.339 73.877

 

La tabella mostra che il montante derivante da un fondo chiuso (a parità di contribuzione) è sempre preferibile al Tfr, particolarmente per orizzonti temporali più lunghi (coorti nate nel 1976). Questo risultato è dovuto in parte ai rendimenti ipotizzati, sulla base delle informazioni desumibili, che sono più vantaggiosi del rendimento offerto dal Tfr, in parte alla caratteristica che il Tfr recupera solo il 75 per cento dell’inflazione. Per i fondi aperti i risultati sono di più difficile lettura, perché se da un lato si possono raggiungere rendimenti elevati (vedi valori massimi), dall’altro si ha maggiore volatilità (vedi differenze tra valori massimi e minimi) e maggiori costi di gestione.

L’incidenza della tassazione

Se la tassazione sui rendimenti derivanti dal Tfr e dagli investimenti in fondi pensione è neutrale (entrambi sottoposti all’imposta sostitutiva dell’11per cento), la tassazione sul montante ottenuto al momento del pensionamento produce differenze notevoli. Per incentivare lo sviluppo della previdenza complementare, il Tfr è tassato con aliquota pari a quella media Irpef pagata dal lavoratore nel quinquennio precedente: attualmente l’aliquota Irpef più bassa è del 23 per cento per i redditi fino a 26mila euro, quindi l’aliquota applicata al Tfr lasciato in azienda non potrà essere inferiore. mentre il montante derivante da investimento in fondo pensione è tassato con aliquota separata al 15 per cento che si riduce dello 0,3 per cento per ogni anno dopo i primi 15 di permanenza nel fondo, fino a un minimo del 6 per cento dopo 35 anni. Questo favorirebbe soprattutto i giovani che da subito decidano di smobilizzare il loro Tfr e di indirizzarlo a fondi pensione, magari con l’aggiunta di contributi volontari a cui si sommerebbero quelli del datore di lavoro, se previsto da accordi collettivi. La tassazione separata riduce fortemente il carico fiscale per i soggetti con redditi elevati e per coloro che sono soggetti a basse aliquote contributive e che quindi possono più facilmente contribuire in misura addizionale alla previdenza complementare, sulla quale poi pagheranno una tassazione separata inferiore.
Per precisione occorre dire che le prestazioni pensionistiche erogate in forma di capitale e rendita costituiranno reddito imponibile solo per la parte che non è già stata assoggettata a tassazione durante la fase di accumulo (sono esclusi dunque i contributi non dedotti e i rendimenti già tassati).

 

Le rendite vitalizie

La caratteristica specifica dei fondi pensione è di offrire una rendita vitalizia (cioè un reddito negli anni della pensione). Tipicamente, nel loro “pacchetto” propongono già un contratto di rendita vitalizia molto diverso da quello che il singolo individuo può ottenere da un assicuratore, per via della ripartizione dei rischi che si può operare su gruppi di lavoratori.
Per offrire un confronto più completo è utile ipotizzare che il lavoratore decida che metà del suo Fp venga liquidato in capitale e metà in rendita (il minimo previsto dalle regole). La parte “soluzione capitale” è confrontabile con la metà del Tfr netto. In più, il lavoratore otterrà una rendita dal Fp certamente superiore a quella ottenibile, per eguale premio, dall’acquisto di un vitalizio con la metà rimanente del Tfr. Ci sembra tuttavia azzardato ipotizzare che il lavoratore intenda effettuare questo investimento e quindi ipotizziamo che il rimanente 50 per cento del Tfr sia per altri usi.
Consideriamo una rendita vitalizia immediata: certa per 10 anni e poi vitalizia significa che per i primi 10 anni è percepita dall’assicurato a vita e in caso di decesso dalla persona designata sino al termine del periodo di 10 anni.
Nelle colonne che indicano Istat viene calcolata una rendita vitalizia anticipata (acquistata con il 50 per cento del montante derivante da un investimento in fondo chiuso) utilizzando un tasso tecnico del 2,5 e del 2 per cento e tavole demografiche aggiornate al 2002. (3)

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Montante netto e rendita
Profili salariali osservati (prima rata di una rendita annuale acquistata pagando come premio unico il 50% del montante derivante da fondo pensione chiuso)

 

Coorte Montante lordo da Tfr (50% del totale) Montante da Tfr netto(aliquota del 23%) Montante del Fp da investire (50% del totale) fondo chiuso Montante netto ottenuto da fondo chiuso (aliquota del 15%) Rendita annua vit. im. 2,5% (da fondo chiuso) Rendita annua vit. im. 2% (da fondo chiuso)
Maschi
1953 2.937 2.261 3.069 2.608 63 67
1956 7.462 5.746 8.490 7.216 152 160
1967 20.425 15.727 23.763 20.198 436 460
1976 36.775 28.317 42.294 35.950 781 824

 

 

Il montante netto dal Fp è maggiore di quello ottenuto dal Tfr, perché la base è maggiore, ma anche per effetto della diversa aliquota di tassazione.
I valori della rendita sono puramente indicativi, in realtà abbiamo riportato delle sottostime delle rendite che molti Fp possono offrire sulla base di contratti più vantaggiosi.

(1) Regime misto perché retributivo per la parte di contributi precedente il 1996 e contributivo per quella successiva e sino alla pensione.
(2) In dettaglio le ipotesi sui rendimenti e commissioni fondi pensione sono le seguenti:

· il montante derivante dall’investimento dell’intero Tfr futuro in fondo pensione negoziale:

commissioni: 0,13 per cento;
rendimento reale: 2,8 per cento (1953), 6 per cento (1956) e 9 per cento (1967, 1976).
commissioni 0,13 per cento;

· montante derivante dall’nvestimento dell’intero Tfr (6,91 per cento) in un fondo aperto dal 2007 alla
pensione con costi e rendimenti differenziati per coorte di appartenenza:

1953: 1,7 per cento commissioni, 3,6 per cento rendimento reale;
1956: 1,4 per cento commissioni, 9,4 per cento rendimento reale;
1967 e 1976: 1.6 per cento commissioni, 12,6 per cento rendimento reale.

Nel caso di fondo chiuso sono stati differenziati solo i rendimenti ipotizzando investimenti in comparti diversi da parte di lavoratori con diversa anzianità al 2007, e precisamente investimento obbligazionario puro (rend. 2,8 per cento), bilanciato (rend. 6 per cento) e azionario (rend. 9 per cento). Le commissioni sono state considerate costanti per qualsiasi durata dell’investimento (0,13 per cento).
Nel caso di investimento in fondo aperto, anche le commissioni sono differenziate considerando i diversi orizzonti temporali di investimento dei lavoratori (e i dati Covip, 2005): fondo obbligazionario permanenza 3 anni commissione 1,7 per cento, fondo bilanciato permanenza 10 anni commissione 1,4 per cento, fondo azionario permanenza 35 anni commissione 1,6 per cento (allo stesso modo i rendimenti sopra riportati sono differenti per tipo di investimento scelto dal lavoratore che a sua volta si presume differente in base al suo orizzonte temporale).

(3) Si veda Tavole di mortalità e tavole attuariali della popolazione italiana al 2002, n. 9 2006. L’età utile ai
fini dell’utilizzo dei tassi di premio è modificata rispetto a quella reale secondo la seguente regola:

Fino al 1941 +1
Dal 1942 al 1951
Dal 1952 al 1965 -1
Dal 1966 in poi -2

 

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  1. Percey

    Sono un giovane lavoratore dipendente, con la possibiltà reale di andare a lavorare all’estero a breve termine (con contratto straniero), di diverntare libero professionista o di lavorare in aziende con contratto diverso (industriale, commercio, professioni).
    Mi sembra che per me, allo stato attuale, il fondo pensione rappresenti più un orpello che un vantaggio.

  2. enrico

    Sono un ragazzo di 25 anni da poco entrato ne mondo del lavoro. mi ritrovo quindi nell ultimo profilo indicato. Tra l altro ho aderito ad un fondo di pensone di categoria per il quale verso un contributo aggiuntivo volontario pari al 4% dello stipendio loro, e l azienda, a sua volta, aggiunge l 1.2% Mi chiedo però come posso pensare di sopravvivere nel 2042 con una rendita annua di 800 euro – o di poco superiore se nel tempo riuscissi ad ampliare la quota di risparmi indirizzati alla pensione integrativa-. Le prospettive di vita si allungano sempre di più, il capitale liquidato potrebbe andarsene per sopravvenienze inaspettate,e una rendita vitalizia immediata per dieci anni mi sembra una spada di damocle per un sessantenne più che una certezza. Poco tempo fa rimasi ingenuamente colpito da un articolo sul Mondo sui paesi esteri -ovviamente tutte nazioni in via di sviluppo – in cui trasferisi per vivere una vecchiaia con un buon tenore di vita…ora capisco le ragioni dell’articolo!

  3. Luca G.

    per me, classe 1951 con reddito annuale alto (nuova aliquota governo Prodi al 43%), il nuovo regime fiscale significa la perdita ulteriore di una bella fetta di Tfr in quanto all’atto della riscossione si applica la tassazione media degli ultimi 5 anni. Sempre un governo di sinistra (governo Amato) aveva innalzato l’aliquota sul montante del Tfr!

  4. Giuseppe

    un lavoratore che incassa il tfr può facilmente sottoscrivere titoli di stato ottenendo rendimenti discreti,intaccare in parte il capitale in caso di necessità,lasciare agli eredi somme considerevoli.
    Un lavoratore che aderisce alla previdenza integrativa a fronte di una rendita tutta da dimostrare vantaggiosa nei confronti di BTP o CCT,perde il capitale.
    A mio avviso i fondi pensione oggi sono convenienti solo per chi, avendo redditi elevati,usufruisce di detrazioni fiscali su aliquote elevate, pagando alla fine meno tasse.

  5. Giuseppe

    dopo 6 anni di lavoro e 10.000 euro accumulati su COMETA, non ho ancora capito quanto sarà la mia liquidazione/rendita alla pensione se continuo i versamenti..
    E’ mai possibile che non ci siano previsioni?
    Ti dicono solo di iscriverti ma non ho visto uno straccio di calcolo se non un grafico che solo un premio nobel potrebbe interpretare malgrado la mia cultura…
    E’ cosi’ difficile fare delle previsioni?
    Cometa investe in piu’ settori, la mia futura pensione e i miei soldi sono in mano a qualche società di investimento..
    Chi mi garantisce che per investimenti sbagliati non perdo sia gli interessi che il capitale? come fa uno stare tranquillo in questo modo!
    Giuseppe

  6. Andrea Mariani

    Gentile Prof.ssa Brugiavini,
    ritenendo molto utile la simulazione da Lei proposta, dal momento che una decisione su una questione così rilevante non può prescindere da un tentativo di quantificare i diversi scenari futuri, Le sottopongo alcuni dubbi riguardo agli esiti dell’ultima tabella:
    1. per il profilo 1976 l’applicazione della fiscalità al 15% su tutto il 50% non tiene conto che dopo 30 anni di permanenza l’aliquota fiscale dovrebbe essere soltanto del 10,5% e non dovrebbe interessare la parte dei rendimenti già tassati;
    2. il coefficiente di conversione adottato sembra nettamente più sfavorevole di quelli già in uso dalle compagnie di assicurazioni (tavola IPS 55 proiettata).
    Considerando questi due aspetti, la rendita vitalizia certa per 10 anni e poi vitalizia dovrebbe essere significativamente superiore agli 824 euro annui indicati nella tabella per la generazione 1976.
    Cordiali saluti

  7. giuseppe chessa

    E’ possibile che non ci sia veramente alternativa alla “privatizzazione” progressiva del sistema previdenziale pubblico?
    Sulla base dell’attuale livello di adesione ai fondi pensione (aperti o chiusi che siano) sembra che – di fatto – la previdenza integrativa interessi ancora oggi pochissime persone, praticamente un elite, cioè più che altro coloro che dati gli alti redditi a disposizione possono permettersi di sostenere gli ulteriori costi contributivi necessari per accantonare i fondi pensione.
    Chiedo, quindi: è stata mai fatta una valutazione di sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale pubblico, partendo da una (questa sì vera) riforma dello stesso che preveda:
    1) lo scorporo della previdenza dall’assistenza sociale
    2) il finanziamento dell’assistenza sociale a carico della fiscalità generale,
    al fine di garantire una pensione pubblica dignitosa a tutti?
    Inoltre, è stato mai considerato che la progressiva privatizzazione della previdenza farà porre – prima o poi – una domanda: ha senso e/o è giusto mantenere l’obbligo di versamento dei contributi previdenziali all’INPS atteso che gli stessi non daranno più una pensione dignitosa?
    Se la scelta irreversibile è quella della privatizzazione, perchè non lasciare ai singoli lavoratori quel 33% circa della loro retribuzione lorda contrattuale (oggi destinata all’INPS, tra parte a carico del lavoratore e parte a carico del datore di lavoro) affinchè ciascuno sia libero di costruirsi la propria pensione futura (aderendo ai fondi pensione chiusi o aperti)?

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