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  1. Barbara Appierto Rispondi
    Voglio segnalare un aspetto non emerso dai vari commenti: la selezione per l'iscrizione al nido. Sono diventata mamma a luglio e non ho un contratto a tempo indeterminato. Al momento dell'iscrizione mi è stato vietata la compilazione della domanda perchè mio figlio non è nato entro marzo 2006. A gennaio di quest'anno mi ritrovo invece di fronte a un regolamento che privileggia le donne con contratto a tempo indeterminatio (13 punti) a confronto dei miei miseri 4.5 punti uguale ad una casalinga o disoccupata. Il mio contratto scadeva a maggio (ovviamente rinnovato alla fine dell'astensione obbligatoria) e il periodo di maternità non mi vale come lavoro ma risulta, per l'amministrazione, come inattività. Inoltre è stato introdotto un nuovo requisito: da più anni risiedi più hai punteggio. Morale sei flessibile, in mobilità giografica ti arrangi! in barba a tutte le richieste che il moderno mercato del lavoro richiede. Io mi sono adeguata ma i servizi dell'infanzia restano ancorati ad un passato che non esiste più. Mi chiedete se voglio un secondo figlio? certamente ma non sarà merito delle politiche per la famiglia, dei servizi offerti, ma solo della mia educazione e mentalità e dal fatto che mio marito ha colto in pieno il significato della genitorietà.
  2. fabrizio vignali Rispondi
    Decine di migliaia di ragazzi e ragazze lavorano a 1000/1400 euro/mese.La max parte a partime o a tempo determinato.La loro aliquota irpef è passata al 27%.Nessuno ne parla.E' proibitivo chiedere un mutuo.E'assurdo pensare di avere un figlio per poter usufruire delle detrazioni.E' impensabile pagare l'affitto.Questi cittadini sopravvivono ora perchè ci sono i genitori.Quando questi saranno morti, solo allora si capirà la tragedia.L'egoismo di cui parlava il lettore è raro.I genitori cinquantenni, cresciuti dai loro padri in altre condizioni, sanno meglio dei ragazzi che non è più come prima e si preoccupano, al punto di raccomandare anticoncezionali, alla raggiunta maturità sessuale.Sono convinto che qualsiasi altra motivazione per giustificare la ridotta natalità, deriva da persone con buon reddito o ereditato immobili.E' il puro istinto di sopravvivenza di persone, che a differenza del passato, hanno più conoscenza e pensano di più.
  3. riccardo boero Rispondi
    Trovo incredibile il consenso sulla negativita`di un'evoluzione demografica in calo. Tra i molti mali dell'Italia sono pochissimi quelli che non sarebbero aggravati da un ulteriore aumento della popolazione. Dalla disoccupazione alla cementificazione selvaggia, all'inquinamento al traffico alla criminalita` alla poverta`. Possibile che nessuno abbia il coraggio di dire che l'Italia e` sovrappopolata e che un modesto tasso di fertilita` non puo' che essere benvenuto? Fra le altre cose, una riduzione della popolazione, aiuterebbe i nostri politici a pianificare le finanze pubbliche e previdenziali in modo sano, invece di sperare nel miracolo di un risanamento automatico grazie alla crescita demografico-contributiva.
  4. ettore, Torino Rispondi
    In tema di natalità, si continua a sostenere con certezza matematica che non si fanno figli per ragioni economiche, e per carenza di servizi. Possibile che a nessuno venga in mente che ci potrebbero essere anche ragioni sociali, di costume, nell'orientare le scelte delle coppie? Se fosse vero quello che la vulgata corrente sostiene (che le ragioni della bassa natalità sono esclusivamente economiche), mi si dovrebbero spiegare le seguenti cose. 1) negli U.S.A, non esiste alcuna politica a sostegno della famiglia (non c'è neanche il congedo per maternità retribuito), eppure il tasso di fecondità è tra i più alti dei paesi occidentali; 2) in Germania, le politiche a sostegno delle famiglie sono molto robuste (molto più che in Italia), ma il tasso di natalità è più basso rispetto all'Italia; 3) il tasso di natalità tra i liberi professionisti ( che hanno redditi molto più alti rispetto ai lavoratori dipendenti), è praticamente uguale a quello medio italiano (1,33 figli per coppia); 4) il tasso di natalità dell'Emilia Romagna, regione dove c'è il numero di asili nido più alto d'Italia, è più basso della media italiana; 5) Quaranta anni fa, l'Italia era molto più povera di adesso, eppure il tasso di natalità era molto più alto. La verità è che le politiche per la famiglia avranno senz'altro un peso nell'orientare le scelte delle coppie, ma ci sono anche altre ragioni (che nelle interviste nessuno osa confessare): non si fanno figli anche per motivi egoistici; tutti vogliono più tempo per se stessi, e molti non sono disposti a sopportare le privazioni e i sacrifici che la nascita di un figlio comporta.
    • La redazione Rispondi
      Sono d'accordo: in questo pezzo si vuole solo commentare e dare rilevanza alle risposte delle donne intervistate che indicano gli aspetti economici come i più rilevanti. Tuttavia anche "i motivi egoistici" possono nascondere difficoltà economiche come lei dice "molti non sono disposti a sopportare le privazioni ei sacrifici che la nascita di un figlio comporta" soprattutto quando questi sono molto elevati.
  5. Roberta Furlotti Rispondi
    Nell’articolazione che assume la questione, indubbiamente da approfondire dal punto di vista di più "politiche", mi sembra necessario richiamare l’esigenza di un impegno che promuova attivamente la condivisione tra i generi degli oneri di cura o, meglio, la diffusione sociale della cognizione che la cura e la solidarietà intergenerazionale (non dimentichiamola o rischiamo di non leggere la situazione delle famiglie nella sua reale complessità) non sono funzioni solo femminili. In questo senso, è evidente anche l’esigenza di politiche culturali che aggrediscano trasversalmente il disimpegno maschile o, almeno, consentano di percepire ed evitare le trappole, non solo linguistiche, dello stereotipo di genere. Quando lo sviluppo di servizi territoriali di sostegno alla conciliazione viene promossa indicando le donne (o una generica “famiglia” in cui la divisione di genere del lavoro viene data per scontata e, quindi, mantenuta intatta) come beneficiarie dell’intervento, si sostiene, implicitamente, che il problema è solo loro e le si lascia sole a negoziare, nella coppia, il contributo maschile, sempre concepito come un aiuto contingente, anche se non per tutti dovuto, anziché come normale esercizio condiviso di una funzione sociale necessaria. Concordo, dunque, con chi auspica la possibilità di capire meglio la posizione dei padri, se non altro per rispondere ad una serie di domande su quelle rappresentazioni sociali dei ruoli, maschili e femminili, che orientano le scelte di genitorialità. Non basta descrivere o, nel migliore dei casi, indicare tra le determinanti del problema il disimpegno maschile sul fronte della cura: è forse già un errore, culturale e di metodo, rivolgere l’indagine solo alle donne.
    • La redazione Rispondi
      Sarebbero senz'altro auspicabili e piu in grado informazioni importanti sulleinterazioni dentro la famiglia indagini rivolte ad ambedue i genitori.
  6. Sylke Rispondi
    Fino a quando non ci saranno forti incentivi per le aziende di assumere donne con contratti part-time, job sharing o quant'altro usato già da molto all'estero, il desiderio per una donna avere più di un figlio rimarrà tale, perchè troppo difficile concigliare i multeplici impegni di madre con orari lavorativi che non combaciano con orari scolastici, asili ecc. (e poi l'estate -3 mesi di chiusura totale di scuole-dove li dobbiamo mettere i figli in estate, almeno che non si faccia l'insegnante!) Altro aspetto è quello economico, la mancanza di un vero assegno famigliare che permette di mantenere un figlio veramente (es.Germania) e non solo di comperare un pacco di panolini al mese, il totale esonero da qualsiasi spesa medica, farmaceutica per i ragazzi fino alla maggiore età o pensa questo governo che il figlio di 12 anni non si amala e non costa? I motivi perchè noi donne non abbiamo più figli sono molteplici- io ne ho 2 e lavoro tutto il giorno, so di cosa parlo. Avrei volentieri un posto con un orario più 'femminile' - ma impossibile trovarlo in Italia almeno nelle categorie di una certa rilevanza.
    • La redazione Rispondi
      La ringrazio per aver messo insieme cosi efficacemente gli elementi checaratterizzano le difficoltà di conciliare lavoro e figli: gli orari lavorativi che non combaciano con orari scolastici, (asili ma anche scuole) in particolare l'esigenza di ricalendarizzare le vacanze scolastiche.
  7. Marco Cipelletti Rispondi
    L'argomento e' di grande interesse perche' aiuta a comprendere i temi della stagnazione economica e dell'evoluzione demografica sfavorevole in Italia. Sarebbe interessante avere anche il punto di vista dei padri, oltre a quello delle madri, e aggiungere alla vostra analisi un confronto sul trattamento fiscale della famiglia nei vari paesi. Avendo vissuto all'estero in passato, la mia impressione e' che l'Italia abbia tuttora un sistema fiscale fortemente penalizzante nei confronti delle famiglie monoreddito: sono convinto che questo sia un fattore importante per spiegare la bassa natalita'.
  8. massimo rossi Rispondi
    Secondo me il problema è che il sistema economico italia (non solo il welfare) penalizza tutti coloro (uomini e donne) che hanno tra i 20 e i 40 anni. Perchè dare le pensioni sociali ai vecchi (non lo meritano- non hanno versato abbastanza contributi) e non darlo ai neonati fino ai primi 10 anni di vita? si potrebbero fare 100mila esempi come le condizioni di lavoro (precarietà etc).