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Perché il figlio resta unico

I risultati di un’indagine campionaria Istat sulle nascite. Più della metà delle donne intervistate desidera un secondo bambino, ma rinuncia. Perché i figli costano e perché è difficile conciliare famiglia e lavoro. Mentre aumentano le preoccupazioni per le responsabilità di cura. Per le quali ci si affida all’aiuto dei nonni, mentre i padri contribuiscono assai poco al lavoro familiare. Ma sono soprattutto le madri del Sud a trovarsi in maggiore difficoltà: hanno a che fare con un mercato del lavoro più difficile e con un sistema dei servizi più carente.

L’Istat ha presentato il 17 gennaio scorso i risultati della seconda edizione dell’Indagine sulle nascite condotta nel 2005 su un campione di madri intervistate a 18-21 mesi di nascita di un figlio, nel periodo cioè cruciale per pensare ad averne un altro.

I desideri e la realtà

Tra i risultati più importanti dell’Indagine emergono le difficoltà delle donne ad avere un secondo figlio. “La nascita del primo figlio, si legge nel rapporto Istat, è un evento che è stato interessato solo parzialmente dalla crisi della fecondità: le donne italiane mostrano una elevata propensione a diventare madri, anche se di un solo figlio”. (1)
Ma sono davvero così cambiate le preferenze delle famiglie italiane, tradizionalmente “numerose”?
Se confrontiamo i dati sulla fertilità realizzata con il numero medio di figli “desiderati”, notiamo forti discrepanze: per la maggior parte delle madri intervistate (61,2 per cento ) il numero dei figli ideale è due, per un quarto circa è tre o più, e solo per una minoranza (12 per cento) è uno.
Perchè allora i desideri non si realizzano?
Rispetto al 2002, data della precedente rilevazione (2), si osserva un aumento del numero delle madri, con un figlio solo, che indicano, come motivi prevalenti per non volerne altri, il costo dei figli e le difficoltà di conciliare lavoro e figli. E gli aspetti più critici risultano in particolare le rigidità dell’orario.
Aumentano anche le preoccupazioni per le responsabilità di cura, tra cui “non poter contare sull’aiuto costante di parenti e di amici”. Se da un lato i nonni sono ancora una risorsa importantissima nell’accudimento dei figli, dall’altro l’organizzazione diventa più difficile se i bambini da gestire sono due o tre: bisogna accompagnarli all’asilo, a scuola, in piscina o a visite mediche.
I padri invece contribuiscono assai poco al lavoro familiare anche quando la madre lavora: il 63 per cento delle madri occupate dichiara di non ricevere alcun aiuto nei lavori in casa. Recenti ricerche che usano dati sull’uso del tempo (Multinational Time Use Survey) hanno mostrato che questo è un fattore molto importante per spiegare la bassa fertilità e la probabilità di avere più di un figlio. In paesi dove la divisione del lavoro familiare è più egualitaria, la fertilità è più alta. (3)

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Più servizi, ma non al Sud

Rispetto al 2002 si notano alcuni segnali di sviluppo del sistema dei servizi socio educativi per la prima infanzia, anche se l’affidamento prevalente è comunque rappresentato sempre dai nonni. Cresce anche la domanda potenziale, ma i problemi di utilizzo restano legati a scarsa disponibilità, rigidità e costi. Tra le madri che non si avvalgono degli asili nido, quasi il 30 per cento vorrebbe usarli, ma non può per mancanza di posti, eccessiva distanza da casa, rette troppo care e orari troppo scomodi .
Ma sono le madri del Sud, che hanno a che fare con un mercato del lavoro più difficile e con un sistema dei servizi più carente, a trovarsi ancora più in difficoltà.
Alcune differenze ci paiono particolarmente importanti

1) Una donna su quattro non è in grado di mantenere il proprio lavoro dopo la nascita del primo figlio, contro il 15 per cento al Nord.
2) Le madri al Sud rientrano al lavoro molto prima dopo la nascita dei figli. Non usufruisce infatti del congedo facoltativo circa il 40 per cento, contro il 19 per cento del Nord.
3) Infine, solo il 7,5 per cento usa l’asilo nido, contro il 16 per cento al Nord-Centro.

Queste differenze aiutano a spiegare il continuo declino della fertilità nelle regioni meridionali, a fronte dei dati costanti o in lieve ripresa di quelle del Nord.
I risultati dell’indagine offrono elementi importanti per capire la discrepanza tra desideri e realtà delle decisioni di maternità in Italia. Ci aiutano a spiegare perché un figlio solo, più che una scelta, può essere il risultato delle difficoltà di un contesto, dove alle aspirazioni e alle necessità di lavoro delle madri si oppongono ruoli tra uomini e donne che si evolvono troppo lentamente. E un sistema di welfare che offre ancora troppo poco aiuto. (4)

(1) “Essere madri in Italia” Istat 2006.
(2) “Avere un figlio in Italia” Istat 2006.
(3) Craig L. “Do time use patterns influence fertility decisions?” International Journal of Time Use Research 2006, Vol 3 n.1 60-87. E De Laat, J. and Sevilla Sanz, A. “Working Women, Men’s Home Time and Lowest-Low Fertility”, Iser Working Paper 2006-23, Colchester, University of Essex.
(4) Ricerche recenti mostrano che nei paesi dove i congedi parentali sono piu generosi e maggiore è la disponibilità degli asili nido sono meno difficili le scelte di maternità. Vedi Del Boca D., Pasqua S., Pronzato C. “The impact of institutions on participation and fertility” Iser Working Paper 2006, Colchester, University of Essex.

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11 commenti

  1. massimo rossi

    Secondo me il problema è che il sistema economico italia (non solo il welfare) penalizza tutti coloro (uomini e donne) che hanno tra i 20 e i 40 anni.
    Perchè dare le pensioni sociali ai vecchi (non lo meritano- non hanno versato abbastanza contributi) e non darlo ai neonati fino ai primi 10 anni di vita? si potrebbero fare 100mila esempi come le condizioni di lavoro (precarietà etc).

  2. Marco Cipelletti

    L’argomento e’ di grande interesse perche’ aiuta a comprendere i temi della stagnazione economica e dell’evoluzione demografica sfavorevole in Italia. Sarebbe interessante avere anche il punto di vista dei padri, oltre a quello delle madri, e aggiungere alla vostra analisi un confronto sul trattamento fiscale della famiglia nei vari paesi. Avendo vissuto all’estero in passato, la mia impressione e’ che l’Italia abbia tuttora un sistema fiscale fortemente penalizzante nei confronti delle famiglie monoreddito: sono convinto che questo sia un fattore importante per spiegare la bassa natalita’.

  3. Sylke

    Fino a quando non ci saranno forti incentivi per le aziende di assumere donne con contratti part-time, job sharing o quant’altro usato già da molto all’estero, il desiderio per una donna avere più di un figlio rimarrà tale, perchè troppo difficile concigliare i multeplici impegni di madre con orari lavorativi che non combaciano con orari scolastici, asili ecc. (e poi l’estate -3 mesi di chiusura totale di scuole-dove li dobbiamo mettere i figli in estate, almeno che non si faccia l’insegnante!)
    Altro aspetto è quello economico, la mancanza di un vero assegno famigliare che permette di mantenere un figlio veramente (es.Germania) e non solo di comperare un pacco di panolini al mese, il totale esonero da qualsiasi spesa medica, farmaceutica per i ragazzi fino alla maggiore età o pensa questo governo che il figlio di 12 anni non si amala e non costa?
    I motivi perchè noi donne non abbiamo più figli sono molteplici- io ne ho 2 e lavoro tutto il giorno, so di cosa parlo. Avrei volentieri un posto con un orario più ‘femminile’ – ma impossibile trovarlo in Italia almeno nelle categorie di una certa rilevanza.

    • La redazione

      La ringrazio per aver messo insieme cosi efficacemente gli elementi checaratterizzano le difficoltà di conciliare lavoro e figli: gli orari lavorativi che non combaciano con orari scolastici, (asili ma anche scuole) in particolare l’esigenza di ricalendarizzare le vacanze scolastiche.

  4. Roberta Furlotti

    Nell’articolazione che assume la questione, indubbiamente da approfondire dal punto di vista di più “politiche”, mi sembra necessario richiamare l’esigenza di un impegno che promuova attivamente la condivisione tra i generi degli oneri di cura o, meglio, la diffusione sociale della cognizione che la cura e la solidarietà intergenerazionale (non dimentichiamola o rischiamo di non leggere la situazione delle famiglie nella sua reale complessità) non sono funzioni solo femminili.
    In questo senso, è evidente anche l’esigenza di politiche culturali che aggrediscano trasversalmente il disimpegno maschile o, almeno, consentano di percepire ed evitare le trappole, non solo linguistiche, dello stereotipo di genere. Quando lo sviluppo di servizi territoriali di sostegno alla conciliazione viene promossa indicando le donne (o una generica “famiglia” in cui la divisione di genere del lavoro viene data per scontata e, quindi, mantenuta intatta) come beneficiarie dell’intervento, si sostiene, implicitamente, che il problema è solo loro e le si lascia sole a negoziare, nella coppia, il contributo maschile, sempre concepito come un aiuto contingente, anche se non per tutti dovuto, anziché come normale esercizio condiviso di una funzione sociale necessaria.
    Concordo, dunque, con chi auspica la possibilità di capire meglio la posizione dei padri, se non altro per rispondere ad una serie di domande su quelle rappresentazioni sociali dei ruoli, maschili e femminili, che orientano le scelte di genitorialità. Non basta descrivere o, nel migliore dei casi, indicare tra le determinanti del problema il disimpegno maschile sul fronte della cura: è forse già un errore, culturale e di metodo, rivolgere l’indagine solo alle donne.

    • La redazione

      Sarebbero senz’altro auspicabili e piu in grado informazioni importanti sulleinterazioni dentro la famiglia indagini rivolte ad ambedue i genitori.

  5. ettore, Torino

    In tema di natalità, si continua a sostenere con certezza matematica che non si fanno figli per ragioni economiche, e per carenza di servizi. Possibile che a nessuno venga in mente che ci potrebbero essere anche ragioni sociali, di costume, nell’orientare le scelte delle coppie? Se fosse vero quello che la vulgata corrente sostiene (che le ragioni della bassa natalità sono esclusivamente economiche), mi si dovrebbero spiegare le seguenti cose. 1) negli U.S.A, non esiste alcuna politica a sostegno della famiglia (non c’è neanche il congedo per maternità retribuito), eppure il tasso di fecondità è tra i più alti dei paesi occidentali; 2) in Germania, le politiche a sostegno delle famiglie sono molto robuste (molto più che in Italia), ma il tasso di natalità è più basso rispetto all’Italia; 3) il tasso di natalità tra i liberi professionisti ( che hanno redditi molto più alti rispetto ai lavoratori dipendenti), è praticamente uguale a quello medio italiano (1,33 figli per coppia); 4) il tasso di natalità dell’Emilia Romagna, regione dove c’è il numero di asili nido più alto d’Italia, è più basso della media italiana; 5) Quaranta anni fa, l’Italia era molto più povera di adesso, eppure il tasso di natalità era molto più alto. La verità è che le politiche per la famiglia avranno senz’altro un peso nell’orientare le scelte delle coppie, ma ci sono anche altre ragioni (che nelle interviste nessuno osa confessare): non si fanno figli anche per motivi egoistici; tutti vogliono più tempo per se stessi, e molti non sono disposti a sopportare le privazioni e i sacrifici che la nascita di un figlio comporta.

    • La redazione

      Sono d’accordo: in questo pezzo si vuole solo commentare e dare rilevanza alle risposte delle donne intervistate che indicano gli aspetti economici come i più rilevanti. Tuttavia anche “i motivi egoistici” possono nascondere difficoltà
      economiche come lei dice “molti non sono disposti a sopportare le privazioni ei sacrifici che la nascita di un figlio comporta” soprattutto quando questi sono molto elevati.

  6. riccardo boero

    Trovo incredibile il consenso sulla negativita`di un’evoluzione demografica in calo.
    Tra i molti mali dell’Italia sono pochissimi quelli che non sarebbero aggravati da un ulteriore aumento della popolazione. Dalla disoccupazione alla cementificazione selvaggia, all’inquinamento al traffico alla criminalita` alla poverta`.
    Possibile che nessuno abbia il coraggio di dire che l’Italia e` sovrappopolata e che un modesto tasso di fertilita` non puo’ che essere benvenuto?
    Fra le altre cose, una riduzione della popolazione, aiuterebbe i nostri politici a pianificare le finanze pubbliche e previdenziali in modo sano, invece di sperare nel miracolo di un risanamento automatico grazie alla crescita demografico-contributiva.

  7. fabrizio vignali

    Decine di migliaia di ragazzi e ragazze lavorano a 1000/1400 euro/mese.La max parte a partime o a tempo determinato.La loro aliquota irpef è passata al 27%.Nessuno ne parla.E’ proibitivo chiedere un mutuo.E’assurdo pensare di avere un figlio per poter usufruire delle detrazioni.E’ impensabile pagare l’affitto.Questi cittadini sopravvivono ora perchè ci sono i genitori.Quando questi saranno morti, solo allora si capirà la tragedia.L’egoismo di cui parlava il lettore è raro.I genitori cinquantenni, cresciuti dai loro padri in altre condizioni, sanno meglio dei ragazzi che non è più come prima e si preoccupano, al punto di raccomandare anticoncezionali, alla raggiunta maturità sessuale.Sono convinto che qualsiasi altra motivazione per giustificare la ridotta natalità, deriva da persone con buon reddito o ereditato immobili.E’ il puro istinto di sopravvivenza di persone, che a differenza del passato, hanno più conoscenza e pensano di più.

  8. Barbara Appierto

    Voglio segnalare un aspetto non emerso dai vari commenti: la selezione per l’iscrizione al nido. Sono diventata mamma a luglio e non ho un contratto a tempo indeterminato.
    Al momento dell’iscrizione mi è stato vietata la compilazione della domanda perchè mio figlio non è nato entro marzo 2006. A gennaio di quest’anno mi ritrovo invece di fronte a un regolamento che privileggia le donne con contratto a tempo indeterminatio (13 punti) a confronto dei miei miseri 4.5 punti uguale ad una casalinga o disoccupata. Il mio contratto scadeva a maggio (ovviamente rinnovato alla fine dell’astensione obbligatoria) e il periodo di maternità non mi vale come lavoro ma risulta, per l’amministrazione, come inattività. Inoltre è stato introdotto un nuovo requisito: da più anni risiedi più hai punteggio. Morale sei flessibile, in mobilità giografica ti arrangi! in barba a tutte le richieste che il moderno mercato del lavoro richiede. Io mi sono adeguata ma i servizi dell’infanzia restano ancorati ad un passato che non esiste più. Mi chiedete se voglio un secondo figlio? certamente ma non sarà merito delle politiche per la famiglia, dei servizi offerti, ma solo della mia educazione e mentalità e dal fatto che mio marito ha colto in pieno il significato della genitorietà.

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