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Privatizzazione, la parola magica

Privatizzazione completa e totale di tutte le strutture di ricerca e di istruzione terziaria: la soluzione ai mali estremi dell’università italiana. Alcuni atenei potrebbero essere ceduti a istituzioni straniere, altri chiusi o trasformati in spa e poi venduti in Borsa, regalati alla popolazione oppure organizzati in cooperative. Con i fondi risparmiati si potrebbero finanziare borse di studio, ricerca di base e progetti specifici. E nel lungo termine ne deriverebbe una valorizzazione del patrimonio e della tradizione culturale italiana.

Privatizzazione, la parola magica, di Gianni De Fraja

Faccio, con una parola, una proposta radicale di riforma del sistema universitario italiano: privatizzazione. Completa e totale, di tutte le strutture di ricerca e d’istruzione universitaria. Sono perciò pienamente d’accordo con quanto scrive Roberto Perotti (sole 30/11 pag. 1).

Perché privatizzare

Perché privatizzare? È un caso di mali estremi ed estremi rimedi. Le proposte di riforma, anche radicali, apparse su lavoce.info o in altre sedi, sono senz’altro idee nella direzione giusta, ma secondo me troppo timide. Vi sono molte similarità tra i settori che furono privatizzati dal governo di Margaret Thatcher negli anni Ottanta e l’attuale sistema universitario italiano: struttura sclerotica e rigidissima, ossequio borbonico a regole antiquate, esasperante lentezza nella risposta a stimoli interni ed esterni, burocratizzazione paralizzante, inefficienze immense; forte potere corporativo del personale impiegato. E anche, in entrambi i casi, un enorme capitale, umano e fisico, che non viene utilizzato in modo efficiente.
D’altro lato, vi sono anche differenze, che rendono la privatizzazione del sistema universitario italiano meno problematica della privatizzazione di utilities. Al contrario di queste, un sistema universitario opera in un ambiente “non urgente”, e pertanto privatizzarlo è meno rischioso: la rete elettrica o telefonica, il sistema ferroviario, la distribuzione del gas o dell’acqua, sono tutte attività dove errori possono costare molto, sia in termini monetari, sia in termini di vite umane. Inoltre, il mondo ha accumulato un quarto di secolo di esperienze di privatizzazioni, e un processo simile per il sistema universitario italiano potrebbe trarne beneficio.
Un’altra differenza è il fatto che il settore è per sua natura competitivo. Il consenso sull’esperienza inglese è che non si sia prestata abbastanza attenzione al regime competitivo post-privatizzazione, e che in molti casi, le inefficienze di un settore monopolistico pubblico si siano trasformate in inefficienze di un settore monopolistico privato. Per l’università italiana, è vero sì che ci sono economie di scala e di scopo, ma direi che si esauriscono a scala relativamente piccola. In un paese come l’Italia, vi è probabilmente spazio per un numero di atenei di dimensione efficiente tra i 50 e i 200. E la competizione funziona: nei sistemi universitari privati, o con una forte componente privata, come gli Stati Uniti, o con competizione in un ambiente formalmente privato, come in Gran Bretagna, si avverte forte il vento competitivo, e non vi è nessuna tendenza alla concentrazione. La lezione che viene dalla Spagna è illuminante: è anch’essa borbonica, ma i suoi pezzetti di sistema universitario cui è permesso comportarsi (un po’) privatamente, competono ferocemente e, quindi, funzionano nel complesso bene.

Atenei all’asta

In pratica, cosa potrebbe avvenire? Qui entriamo, temo, nella fantascienza, perché dubito che il sistema politico italiano, e gli accademici il cui consenso è essenziale per il successo del processo, possano mai avere la lungimiranza di soffrire i costi di breve periodo per far avere alle generazioni future gli enormi benefici di un sistema universitario funzionante. Ma immaginiamo comunque. Un’università non è un albergo, né un quadro di Cezanne, e un’asta al miglior offerente probabilmente non è il modo migliore di privatizzare ogni ateneo.
In molte aste (ad esempio quelle per le licenze televisive e le reti ferroviarie in Gran Bretagna) si compete sia sul prezzo pagato, sia sulle caratteristiche qualitative dell’offerta. Il tipo di programma formativo e di ricerca proposto dagli offerenti potrebbe venir considerato, almeno per alcune università. Ad esempio, in Veneto, l’asta per l’università di Padova potrebbe prevedere considerazioni qualitative, quelle per Venezia e Verona la vendita al miglior offerente. Ugualmente, è possibile considerare, per alcuni atenei, licenze a tempo limitato (venti o trent’anni), come per grandi opere pubbliche quali il tunnel sotto la Manica.
Chi potrebbe comprarle? Molte università estere costruiscono alleanze o sedi ex-novo in paesi in cui vi è un mercato potenziale: dal Campus di Barcellona dell’università di Chicago, a quello cinese dell’università di Nottingham, al Bologna Center della Johns Hopkins University. (1)
La possibilità di acquistare e gestire istituzioni con la fama, la posizione, la tradizione, il capitale umano e il mercato delle più prestigiose università italiane verrebbe colta in men che non si dica da ambiziose istituzioni straniere: l’università di Harvard ha un endowment di tra 10 e 20 miliardi di dollari, e potrebbe ben decidere di investirne l’1 per cento per l’acquisto di università italiane. E come Wafic Said a Oxford, e prima di lui Cornelius Vanderbilt, Andrew Carnegie, Ezra Cornell, e Sir George Wills (Bristol, sigarette), alcuni fra i Roman Abramovich, i Bill Gates, e i Silvio Berlusconi di oggi vedranno un’opportunità nel legare il loro nome al modo in cui le loro fortune sono utilizzate piuttosto che al modo in cui sono state accumulate. Altri atenei potrebbero venir trasformati in spa e poi venduti in Borsa, o regalati (in toto o in parte) alla popolazione, o ai dipendenti, sul modello dei paesi dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino. Altri potranno essere organizzati come cooperative, i cui soci siano docenti, studenti, esponenti del territorio locale. Asset-stripper potrebbero comprare un’università e chiuderla, per vendere gli stabili e i terreni: se il mercato decide ad esempio, che avere un’università nel centro di Milano è relativamente improduttivo, peccato, ma almeno i fondi così ottenuti potranno essere usati per finanziare più borse di studio e più ricerca di base.

Come funziona

Ma come può funzionare un sistema privato? I soldi risparmiati, si diano agli studenti, alla ricerca di base, a progetti specifici di ricerca. Tanto per dare numeri: del bilancio totale corrente delle università italiane darei il 40 per cento in borse di studio agli studenti (non entro nei dettagli, ad esempio se e come differenziare tra varie aree disciplinari o se far dipendere il sussidio dal reddito familiare), il 20 per cento agli atenei con un sistema tipo Research Assessment Exercise o Civr, il 20 per cento a progetti di ricerca specifici (sul modello della Nsf in Usa, dei Research Council in Gran Bretagna, e del Cofin in Italia). Il resto ritorni al bilancio pubblico. Le borse di studio, naturalmente, si possono usare in istituti esteri. L’agenzia che gestisce i fondi pubblici destinati alla ricerca potrà decidere di sussidiare funzioni che si ritengano socialmente importanti, ma poco “commerciali”, quali storia dell’arte o latino, analogamente ai sussidi offerti per mantenere attive le linee ferroviarie secondarie.
In molti casi la privatizzazione ha condotto a perdite di posti di lavoro. Penso che nessuno abbia dubbi che vi siano parti (geografiche, disciplinari e amministrative) del settore universitario dove licenziamenti siano necessari e salutari. Tra le condizioni per la vendita, ai potenziali compratori si potrà richiedere di specificare piani per l’occupazione (uso del pre-pensionamento, Tfr aggiuntivi e così via). Il principio generale, però dovrà essere che quello della perdita dei posti di lavoro è un problema meno serio che in molte privatizzazioni passate. In primo luogo, i confronti internazionali suggeriscono che in Italia il settore è troppo piccolo, non troppo grande: entro dieci anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno. In secondo luogo, se un ateneo venisse chiuso, gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno. Un bidello, un segretario, una direttrice di un ufficio amministrativo hanno più flessibilità. Se un ateneo chiudesse i suoi professori più interessati all’insegnamento potranno lavorare nelle scuole secondarie, quelli più interessati alla ricerca in altri atenei, in Italia o all’estero.
Le università private, ovviamente, si gestiranno come preferiranno, nel rispetto della legislazione vigente sui diritti dei lavoratori e dei consumatori, sulla salute pubblica, eccetera. Esattamente come i produttori di motociclette e trattori, o i ristoranti: se un ristorante vuole far pagare 100 euro a persona e offrire un menu da gourmet, ha diritto di esistere quanto la trattoria per camionisti che fa cucina casalinga per 8 euro incluso. E non è affatto detto che il primo sia migliore o più desiderabile del secondo. Se un ristorante vuole offrire solo pesce e un altro solo cibo vegetariano e macrobiotico potranno farlo liberamente; l’analogia con l’offerta universitaria è ovvia. L’esempio del ristorante illustra un’altra istituzione che potrebbe facilmente sorgere in un mondo di istruzione terziaria privata: un ente, anch’esso privato, che fornisce la certificazione delle università, come la guida Michelin per i ristoranti, classificandoli e descrivendoli agli studenti e ai datori di lavoro.
I futuristi volevano vendere i tesori nazionali per finanziare la guerra. Sarebbe stata la perdita perenne di un patrimonio culturale inestimabile, per un beneficio che adesso siamo in grado di valutare come illusorio. Al contrario, la mia proposta, oltre a ottenere un beneficio monetario immediato, porterebbe alla valorizzazione nel lungo termine del patrimonio e della tradizione culturale italiani. Ma, come per i futuristi, temo che la mia idea resterà tale, e non verrà mai messa alla prova dei fatti.

Leggi anche:  Troviamo spazio per la scuola

(1) Vedi, rispettivamente: gsb.uchicago.edu/corp/confcenter/barcelona/index.aspx, www.nottingham.edu.cn/, www.jhubc.it/.

Università, privatizzazione e fantascienza, di Nicola Lacetera e Francesco Lissoni

Lavoce.info ha recentemente pubblicato un intervento del Gianni De Fraja, riguardante le sorti dell’università italiana, dall’eloquente titolo “Privatizzazione, la parola magica” . L’articolo contiene inesattezze e omisisoni, che crediamo vadano segnalate ai lettori con il dovuto dettaglio, anche in considerazione del dibattito suscitato dall’articolo.

Dimensione minima e costi

Si afferma nell’intervento che la dimensione minima efficiente di un ateneo (quella cioè che consentirebbe allo stesso di ottenere i minori costi medi) è relativamente piccola. In virtù di questa piccola dimensione, in Italia vi sarebbe quindi “spazio per un numero di atenei di dimensione efficiente tra i 50 e i 200” e dunque per un mercato concorrenziale. Da qui, la (presunta) efficacia di una possibile privatizzazione.
È molto complicato stimare i costi di produzione di una organizzazione, e a maggior ragione di una organizzazione complessa e altamente differenziata come una università. Da dove vengono quindi questi calcoli? Certo, non c’è spazio per riportare i dati in un breve articolo, ma almeno andrebbero indicate le fonti, se ve ne sono.
Sarebbe poi opportuno spiegare in che modo è misurata la dimensione minima efficiente, in numero di studenti? Si considerano i costi fissi per la ricerca, ad esempio i laboratori? In questo secondo caso, si potrebbe argomentare che la dimensione minima efficiente delle università non è affatto piccola: a differenza di quanto accade nelle scienze sociali, infatti, la ricerca nelle scienze naturali, ingegneristiche e mediche è nota proprio per gli elevati costi fissi. (1)
Il discorso è diverso se si vuole che il compito di una università sia solo quello di insegnare. In questo caso, i costi fissi sarebbero in effetti più bassi e gli atenei di piccole dimensioni potrebbero essere efficienti. Ma deve essere questo il destino delle università italiane? Gli esempi della università di Chicago e della Johns Hopkins University e dei loro “acquisti” di scuole estere, citati da De Fraja, sono eloquenti.
L’università di Chicago ha due campus all’estero: uno a Singapore, l’altro a Londra (per la cronaca, quello di Barcellona – citato da De Fraja – non c’è più, se non per conferenze). Nessuno di questi ospita un dipartimento di scienze naturali, medicali o ingegneristiche, né svolge alcuna attività di ricerca; entrambi si concentrano sulle sole attività di insegnamento, in particolare quelle offerte dalla Business School, le più lucrative e legate al “brand” dell’università stessa.
Il “Bologna Center” della Johns Hopkins University riguarda solo (alcune) scienze sociali, e, di nuovo, è un luogo di didattica e non di ricerca. Molti dei docenti non sono di ruolo: si tratta o di professori di altre università, come Stefano Zamagni e Gianfranco Pasquino, o di non accademici, come il cantautore Francesco Guccini. Le sedi centrali di Johns Hopkins University e dell’università di Chicago, invece, sono di grandi dimensioni, e sono tra le più orientate alla ricerca nel mondo.
Ricordiamo inoltre che alcune delle migliori università americane, nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento, sono pubbliche. Si pensi al sistema delle università della California (Berkeley, ad esempio) o del Texas. Anche nelle università private americane, poi, gran parte dei fondi per la ricerca sono pubblici e provengono da numerose agenzie, statali e federali. (2)

Leggi anche:  Agli Its manca ancora il raccordo con l’università

Le omissioni

In aggiunta alle inesattezze empiriche, ci sono nell’articolo del professor De Fraja alcune omissioni concettuali fondamentali.
Da circa quarant’anni, le imperfezioni informative sono alla base della moderna scienza economica. La definizione di un prezzo, e l’esistenza stessa di un mercato per un certo bene o servizio, possono essere limitate o venir meno perché o il venditore o l’acquirente hanno diversi gradi di informazione sulla qualità del bene o servizio trattato. Queste “asimmetrie informative” sono ormai riconosciute come pervasive in molti mercati, tanto è vero che sono discusse in tutti i moderni testi di microeconomia e sono valse a George Akerlof, Joe Stiglitz e Michael Spence, gli economisti che, tra i primi e più di tutti, ne hanno trattato, il premio Nobel del 2001.
I due mercati a cui potrebbe affacciarsi l’università – insegnamento e della ricerca – sono afflitti più di ogni altro da questi problemi: i clienti di questi mercati (gli studenti e le loro famiglie; o gli sponsor delle ricerche) hanno poca possibilità di conoscere la qualità del servizio per cui pagano prima di averlo consumato; e troverebbero difficile dimostrare (ad esempio davanti a un tribunale amministrativo) di aver ricevuto un servizio di valore inferiore a quello promesso al momento dell’acquisto. Le informazioni da cui desumere la qualità del servizio prima dell’acquisto, infatti, sono difficilmente comprensibili a chi non sia esperto e facilmente manipolabili da chi lo è (e vende il servizio stesso). Si pensi ai voti degli studenti, alla valutazione dei docenti, al numero di pubblicazioni o di brevetti. Sono tutti indicatori parziali, che, se usati come base per transazioni di mercato, spingerebbero i docenti-ricercatori a compiere con negligenza, o a non compiere affatto, le attività più difficili da valutare: per esempio insegnare agli studenti meno dotati, piuttosto che a quelli più brillanti. Addirittura potrebbero essere intraprese attività illegali o immorali tese a falsare gli indicatori, come modificare i voti degli studenti o la frode scientifica.
In un recente articolo, Daron Acemoglu (fresco vincitore della Clark Medal come miglior giovane economista attivo negli Stati Uniti), Michael Kremer e Atif Mian trattano proprio di questi temi. (3)
E in un libro che i lettori de lavoce.info troveranno certamente di facile e piacevole lettura, Steve Levitt (il precedente vincitore della stessa Clark Medal) commenta i suoi studi su quei docenti (americani) che, poiché remunerati in base al rendimento dei loro studenti in test standardizzati, sono stati colti a “passare” i risultati dei test ai loro studenti, o a cambiare le loro risposte. (4) Si veda anche la lunga lista di problemi, legati ad un’eccessiva esposizione al mercato, da cui è afflitta l’istruzione universitaria negli Stati Uniti, di cui offre una vivace sintesi l’attuale presidente di Harvard, Derek Bok. (5)
Davvero pensiamo che i compratori, in un mercato così complesso e incerto, e con la reputazione di cui oggi gode l’università italiana, accorrerebbero in massa? Che la domanda sarebbe sufficientemente ampia per consentire la sopravvivenza di un numero elevato di atenei, tutti di qualità dignitosa? Il professor De Fraja ci permetta di dubitare e di mettere in guardia il lettore; oppure porti qualche esempio convincente da altre realtà.
Chi scrive non ha nessuna avversione di principio alla privatizzazzione di qualsivoglia servizio pubblico. Tuttavia, il nostro mestiere ci impone di rifuggire sia dalle “parole d’ordine” che dalle “parole magiche”. Non dobbiamo mai scadere nella ideologia o anche solo nella “fantascienza”, per usare la terminologia con cui De Fraja presenta le sue proposte. Più di altri, il tema dell’università italiana è troppo complicato e importante per rinunciare a questo approccio.

 

(1) A questo proposito rimandiamo il lettore alla rassegna di Paula Stephan “The Economics of Science”, Journal of Economic Literature, 1996.
(2) Si veda, ad esempio il conto economico dell’università di Harvard, a pag. 31 del suo
rapporto annuale.

(3) “Incentives in Markets, Firms and Governments”, disponibile sul sito web del National Bureau of Economic Research (www.nber.org) e di prossima uscita sul Journal of Economic Behavior and Organization.
(4) Steve Levitt e Steve Dubner, Freakonomics, William Morrow Publ., 2004
(5) Bok D. (2004), Universities in the Marketplace: The Commercialization of Higher Education, Princeton Univ. Pres

Il ringraziamento dell’autore

Ringrazio Nicola Lacetera e Francesco Lissoni per il loro commento. Mi fa piacere che la mia proposta sia presa in seria considerazione, perche’, ritengo che più ampio sia il dibattito sui mali del sistema universitario italiano meglio sia.
Possiamo discutere sulle critiche che mi fanno (che, naturalmente, non necessariamente condivido ne’ accetto), ma spero di poterlo fare in una sede piu’ opportuna, in un dibattito piu’ strutturato, nel prossimo futuro, in qualche occasione.
Colgo anche l’occasione per ringraziare, oltre a Lacetera e Lissoni, tutti coloro che hanno commentato il mio articolo. L’effetto piu’ deludente che temevo di poter ottenere era quello di essere ignorato. Se il mio contributo può servire a stimolare un dibattito, sono davvero contento, anche di essere criticato.

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23 commenti

  1. Giuseppe Rossi

    Leggo con piacere che non ho brutti pensamenti. Nel mio piccolo ritengo che il mondo produttivo potrebbe essere molto interessato alla scuola, non solo universitaria, ma anche quella ex superiore. Non è una novità, già imprenditori illuminati e benestanti hanno finanziato la costruzione di scuole di ogni ordine e grado affidandole, di volta in volta, a fondazioni o a enti religiosi o a enti pubblici. Solo grazie a questi si è potuto mantenere e tramandare un buon livello d’istruzione per diverse generazioni. Certo l’accesso era riservato a pochi, i più fortunati per censo, altri per lungimiranza dei genitori che si tolsero il pane dalla bocca, ma quando è intervenuto lo stato, anni 60, con l’accesso generalizzato all’istruzione, giusto e dovuto, è stato un disastro. La scuola sforna, non per colpa loro, ma per colpa nostra, una gran massa d’ignoranti, ragazzi incapaci di sopportare le difficoltà della vita a causa del lassismo educativo ed impreparazione di cultura. La scuola richiede prima impegno dei docenti che la devono ritenere una missione di trasmisione del sapere, secondo lasciare sui cancelli ogni forma di ideologia e spiegare ai dicsenti asetticamente tutte le ideologie, infine pretendere dagli studenti il massimo impegno.
    Sono convito che se si ritornasse all’antico (privati) ed in aggiunta consistenti finanziamenti dello stato per congrue borse di studio (criterio meritocratico) anche d’importo graduale in funzione del reddito familiare (facilitazione ai capaci meno abbienti) da spendere in scuole ed università a scelta, le scuole, poste in copetizione, in poco tempo sapranno dare quello che tutti normalmente si aspettano.
    P.S. Precisazione doverosa diretta a chi lo merita. Nella scuola ci sono ancora tanti buoni insegnati, ma sono spesso impediti a svolgere compiutamente il proprio lavoro. Sento di molti che vogliono lasciare al più presto perchè non trovano più un ambiente ideale per lo svolgimento del loro compito.

  2. stefano

    I risparmi li si girerebbero ad esimi pseudo insegnanti-dottorandi che al posto di correggere i quiz della Bocconi, spendono il loro tempo in importanti interventi su La Voce. Uno dei peggiori articoli mai letti su La Voce. Qualcosa di piu’ nuovo ed elaborato? Grazie
    Stefano P.

  3. Luva Cataldi

    Segnalo questa frase estratta dall’articolo: Il principio generale, però dovrà essere che quello della perdita dei posti di lavoro è un problema meno serio che in molte privatizzazioni passate. In primo luogo, i confronti internazionali suggeriscono che in Italia il settore è troppo piccolo, non troppo grande: entro dieci anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno. In secondo luogo, se un ateneo venisse chiuso, gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno. Un bidello, un segretario, una direttrice di un ufficio amministrativo hanno più flessibilità. I professori più interessati all’insegnamento potranno lavorare nelle scuole secondarie, quelli più interessati alla ricerca in altri atenei, in Italia o all’estero.
    La previsione che “entro 10 anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno” mi sembra proprio destituita di fondamento e l’esempio proprio offensivo oltre che dettato da malanimo evidente: “gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno”
    saluti

    • La redazione

      La frase accusata non e’ dettata da malanimo, ma semplicemente dall’osservazione che il grado di speciallizzazione tecnica e professionale di un macchinista o di un minatore e molto piu’ difficile da trasferire, allo stesso livello economico e di carriera, in altri settori industriali, di quanto non lo sia la capacita’ di fare fotocopie, organizzare e dirigere un ufficio, o insegnare a una classe di 30 ragazzi.
      Per quanto riguarda la dimensione del settore universitario, l’Italia e’ al di sotto di altri paesi di livello economico simile come spesa in ricerca e in istruzione terziaria, quindi in un sistema non sottoposto a vincoli di bilancio pubblico, mi aspetterei un aumento im linea con il resto d’Europa.

  4. Tommaso Sinibaldi

    Mi sembra una provocazione, ma utile.
    Propongo un primo passo, comunque da fare, non traumatico, anzi comunque necessario e doveroso: dotiamo le Università di bilanci.
    Attualmente, per quanto ne so, le Università presentano qualcosa che assomiglia ad un conto economico, ma in genere tortuoso, poco leggibile e non uniforme. Non hanno poi del tutto uno Stato Patrimoniale.
    Potremmo cominciare da qui:
    Ho, in un commento ad un articolo di Perottti , avanzato la proposta di formare dei Consigli di Amministrazione delle Università composti in maggioranza da “esterni” all’Università; Mi sembra sempre valida e del tutto coerente con quanto sopra detto.

  5. Michele S.

    La sua proposta è interessante, tuttavia non viene presa in considerazione l’ipotesi che la qualità dell’istruzione si abbassi per attirare studenti da laureare facilmente.
    Già adesso esiste una migrazione di studenti da sedi prestigiose a istituti più piccoli e più facili in modo da laurearsi facilmente.
    Dopotutto la validità legale della laurea è la stessa sia in un università con una sua storia sia in un istituto più facile.
    Le aziende quando vedono un 110 e lode confrontato con un 100 non si vanno a chiedere se esiste una differenza di preparazione dovuta alle due università, ma valutano solo il numero.

  6. Giulio Auriemma

    Ormai credo che in Italia, vista la sorte delle “privatizzazioni” all’ italiana, siano in pochi a credere alla magia della parola. Comunque lette le prime righe dell’ articolo mi ha colpito una riflessione. “Chi paghera?”. Infatti concordo con il fatto che molte Università private americane possano essere interessate ad entrare nel mercato italiano, forse, ma ne dubito, comprando qualche frammento di istituzione italiana. Ovviamente questo è pensabile se il livello della “tuition fee” è lasciato adeguarsi al mercato. Negli USA il livello della tuition pagata da undergraduate students è tra 10000 e 20000 $/anno. In prospettiva il milione circa di studenti delle università italiane dovrebbe pagare qualcosa dell’ ordine di 10 mld di euro/anno, invece di circa 1 mld che paga adesso.
    Certamente con i circa 5 mld di euro che lo stato risparmierebbe all’anno si potrebbe finanziare un bel numero di borse di studio, ottenendo magari anche il risultato di diminuire la percentuale dei laureati dal 12% (media europea 24%) a forse l’8-9%. Un bel risultato, non c’è che dire!

  7. Davide Vittori

    Non vorrei sembrare troppo filiosofico e di conseguenza lontano dal problema di fondo posto,credo in modo provocatorio, nell’articolo; tuttavia mi domando come sia possibile avere una completa libertà di informazione,di studio e di conoscenza se ad un privato, con interessi specifici da tutelare, viene data la possibilità di comprare una università. Esempio: Bill Gates,nel suo ateneo, potrebbemai insegnare ad usare software alernativi come Linus che ne minano il suo effettivo monopolio? Silvio Berlusconi potrebbe permettere ai suoi insegnanti storia di essere imparziali sviluppando una coscienza che non sia dettata dalla sua appartenenza politica? Un qualsiasi industriale ‘liberista’ e americano (ma è solo un esempio) permetterebbe mai l’insegnamento di una disciplina quale l’economia ecologica che inisiste su problemi amibentali,dato che il suo paese si rifiuta di firmare il protocollo di Kyoto? E non assistiamo noi ad invasione di economisti liberisti, nonstante non sia privata l’università in Italia, frutto di un insegnamento a-dialettico e unilaterale nelle facoltà? La risposta è NO, oggettivamente NO

    • La redazione

      Se Bill Gates vuole fondare una scuola di addestramento Microsoft lo può fare. Ma se vuole essere ricordato fra due secoli come un filantropo fondatore di una delle venti migliori università del mondo, dovra’ permettere alla “sua” univerrsita’ di competere per avere gli scienziati migliori. E, saro’ un inguaribile romantico, ma rimango dell’idea che tra gli incentivi che funzionano per molti accademici (non tutti, ma una proporzione tale da costituire una massa critica), ci sia si’ il salario, ma anche la liberta’ di scegliere le aree di ricerca su cui lavorare. Quindi ho fiducia che un sistema in cui ci sono una manciata di universita’ “personali” sarebbe efficace.

  8. Gino Loker

    Lei parla di privatizzazione come se le Università fossero enti di proprietà dello Stato. Un ente come era l’Eni o l’IRI o la Cassa depositi e prestiti oggi. Mi sembra che giuridicamente la situazione sia un po’ diversa. Le Università infatti sono enti autonomi con propri ordinamenti. Sono finanziate dallo Stato, ma i vertici politici/amministrativi e le regole fondamentali (pur all’interno della disciplina nazionale) sono stabiliti in maniera autonoma. Perciò come potrebbe lo Stato vendere una cosa non sua? Se ne dovrebbe prima riappropriare e poi procedere alla vendita, posto che si possa individuare un acquirente.
    Vengo dunque ad una controproposta. Perchè non rendere le università maggiormente autonome? Perchè rendere le Università capaci di poter dare ai professori a seconda del loro rendimento, di differenziare i curricula didattici, di “vendersi” secondo la propria mission?
    Perchè ad esempio il reclutamento dei giovani non viene realizzato secondo un sistema come quello che usano in molti settori scientifici in America? Si crea una lista di aspiranti. Si fà una convention che funziona tipo una “fiera” in cui i giovani si vendono alle università e viene stilata una graduatoria tipo il ranking dell’NBA. Chi si piazza meglio in classifica può scegliere la sede che offre di più. Sono piccole cose, ma potrebbero migliorare molto il sistema ed eliminare in parte (non del tutto) le inefficienze dell’attuale sistema.
    Allo stesso modo perchè non inizia a pensare ad un modo per incentivare quelle università in cui gli studenti che si laureano sono più bravi degli altri? Nell’attuale sistema non si premiano le università con i migliori laureati, ma con il maggior numero di laureati. Oggi credo che l’insegnamento universitario sia arrivato al livello più basso di sempre in termini di qualità.
    Grazie

    • La redazione

      Siamo d’accordo. diamo completa autonomia agli atenei, di scegliere le rette di iscrizione, i suoi dipendenti, la sua struttura di studio (senza, per fare un esempio imporre il 3+2 il 4-4-2, o la difesa a zona), le lauree che offre, la sua governance. Questa e’ la proposta di Checchi e Jappelli su la Voce del 15/1, e sono d’accordissimo con voi tutti che sarebbe un enorme passo in avanti. Si noti pero’ che in questo modo le universita’ sarebbero solo formalmente pubbliche, visto che si comporterebbero esattamente come i privati, e fatto 30, io farei anche 31, privatizzandole anche formalemte, per due motivi: primo si tirano su un po’ di soldi, secondo si impedisce a un futuro governo di riprendersi il controllo del sistema universitario. Ultimo punto: un meccanismo che premia le universita’ che offrono laureee migliori c’e’, e si chiama mercato: l’esperienza dell’US e dell’Inghilterra (dove le rette sui Master sono a tutti gli effetti libere) dice che funziona molto bene, e risponde davvero in fretta a cambi di qualita’.

  9. Dorigo Giacomo

    Bene la privatizzazione, ma con contestuale abolizione del valore legale del titolo.
    Per evitare che rimanesse solo un sogno si potrebbe introdurre la privatizzazione in modo graduale, per esempio all’ inizio tenendo uno o due grandi atenei pubblici per regione e cominciando a privatizzare i più piccoli, per poi piano arrivare anche ai più grandi.

    • La redazione

      il valore legale del titolo di studio e’ un anacronismo, che gia’ tutti i privati e molti settori dell’amministrazione pubblica, tra cui le universita’, ignorano legalmente (mi riferisco alla legge che autorizza gli atenei a chiamare professori esteri di “chiara fama”, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno una laurea). e’ chiaro che una riforma cosi’ radicale del sistema universitario spazzerebbe via questo e altri simili anacronismi.
      d’accordissimo: privatizzazione graduale e’ senz’altro meglio di niente, che sono sicuro è cio’ che avverrà.

  10. Rocco L. Bubbico

    Penso che l’articolo sia molto stimolante. Sono perfettamente d’accordo sulla concorrenza tra atenei e sullo sviluppo delle opportunità di finanziamento per gli studenti.
    Certamente la concorrenza tra Università (per didattica e opportunità) potrebbe (o dovrebbe?) trasformarsi maggiormente in concorrenza tra diversi sistemi-città per attrarre la “classe creativa”. Una concorrenza basata sulla presenza di residenze, di banche locali convenzionate (che non offrano i soliti “conti giovani”, ma finanziamenti specifici, e agevolati, per gli studenti), sull’offerta di tempo libero, di divertimento e di trasporti (oltre che ai trasporti locali si pensi al valore dato dagli studenti alla disponibilità di buoni collegamenti aerei con compagnie low cost).
    In un sistema del genere, i pericoli della scarsa qualità dell’insegnamento e delle tasse troppo alte verrebbero subito compresi e superati in quanto problemi collettivi cittadini. Allo stesso modo, nel caso di aumenti delle tasse, gli studenti con minori possibilità economiche verrebbero sostenuti e finanziati, con l’intervento di fondazioni e enti cittadini, oltre che delle banche e delle aziende locali.

    PS Vorrei conoscere, se possibile, il parere dell’autore sulla trasformazione delle Università in fondazioni, eventualità non presa esplicitamente in considerazione nell’articolo. Grazie.

  11. Lorenzo Marrucci

    L’articolo avanza una proposta radicale di privatizzazione delle università italiane come strumento per risolverne i noti problemi.
    Premetto che io non credo che la natura della proprietà, pubblica o privata, sia il vero problema delle nostre università. Il vero problema a mio parere è nella mancanza di competizione concorrenziale (che dipende soprattutto dalle modalità di finanziamento, non dalla proprietà) e nella governance autoreferenziale degli atenei (vedi mio articolo su Lavoce.info del 29.1.04).
    Tuttavia, è interessante chiedersi che tipo di proprietà abbiano le migliori università private del mondo, ossia quelle statunitensi. Studiando i loro statuti, si scopre che queste università non sono mai “possedute” da soggetti terzi. Queste università sono “proprietarie di se stesse”, il che corrisponde a dire che sono equivalenti a fondazioni private il cui cda si forma con regole dettate nella carta istitutiva (tipicamente un mix di cooptazione da parte del cda stesso e di elezione da parte degli ex-studenti dell’ateneo), e pensate per garantire il perseguimento della “mission” dell’università, senza condizionamenti interni o esterni.
    Se lo stato italiano vendesse le nostre università a soggetti terzi (cooperative di docenti, università di altri paesi, fondazioni private di altri paesi, aziende), si configurerebbe una situazione molto diversa da quella delle migliori università statunitensi: ogni università infatti dipenderebbe da un soggetto esterno, e sarebbe potenzialmente asservita alla mission di questo (anche nobile, ma non aderente a quella dell’ateneo stesso).
    Se si potesse veramente privatizzare le università italiane, queste andrebbero trasformate semplicemente in fondazioni, e l’aspetto veramente cruciale sarebbe la definizione della loro governance di ateneo per garantire la definizione e il perseguimento di “mission” adeguate.

  12. Luigi Cremonaschi

    Credo nella buona fede e provocazione dell’autore dell’articolo. Però vorrei chiederLe, lei ha studiato in un’Università pubblica o privata? Detto questo cerchiamo di tornare al problema concreto: l’Università italiana è pessima. Il rapporto fondi investiti/risultati è iqualificabile, sicuramente privatizzarla è come regalare un patrimonio oppure gettare bambino e acqua. Non questo non lo vogliamo: vogliamo l’acqua pulita in cui immergere il bambino. Dare più soldi all’Università è inutile così come è inutile e, anzi, dannoso assumere 350 mila giovani e meno giovani precari nella P.A. se i modelli lavoratori restano quelli che conosciamo. C’è bisogno di una razionalizzazione, meno soldi ai rettori e che vigilino su come vengono spesi i soldi. Agirebbere sicuramente in modo più responsabile.
    Trasprenza: gli studenti non sanno niente di come e quanti soldi l’Università spende e su cosa. Propongo di rendere gli studenti più attenti e vigili, coinvolgerli negli affari: per questo vanno combiati gli statuti, renderli più democratici. Perchè ancora chiamara il rettore maglifico? che senso ha. siamo o no tutti uguali. Egli da rettore, o docenti, o ricercatore ha delle responsabilità, ma gli studenti non sanno quali esattamente. anche loro, più numerosi e con veri poteri decisionali dovrebbere essere coivolti di più. In fondo il rettore percepisce spesso anche uno stupendio di docente, o o è stato dunque anch’egli è uno che si ritrovare il mestiere di rettore. E poi basta, basta assumere guardie giurati che poi non fanno niente. Tagliare sì certo fa bene, ma privatizzare mi sembra una strategia per non affrontare il problema.
    Grazie

  13. Marco Solferini

    La questione è resa complessa da una decina d’anni di latitanza in seno a idee che fossero innovative e nel contempo progressiste. Credo che il tenore dell’articolo fosse proprio quello di amalgamare due fattori che dovrebbero essere dominanti, ma faticano ad esserlo. Fondamentalmente l’Università Italiana versa in uno stato di difficoltà, strutturale ed evolutiva, si manifestano con insistenza segnali pericolosi di perdita di competitività, cui si aggiunge una coscienza poco uniforme a livello Nazionale, quindi fra Atenei, dello stato di pregiudizio nel medio periodo che si verificherà, inevitabilmente. L’autore centra un punto essenziale, cioè l’esistenza di elementi oggettivi e soggettivi che potrebbero minare seriamente la possibilità innovativa. “Privatizzazioni” in Italia è un termine più da vocabolario che da economia, a titolo personale ne ho viste poche, spesso si tratta di interventi chiurugici pseudo riformisti e in altre occasioni sono ristrutturazioni e trasformazioni, ma di fondo non cambia granché. Per gli studenti i costi sono aumentati, la qualità del servizio offerto è altalenante, sicuramente ci sono soggetti che non dovrebbero esserci e che, con una reale verifica qualitativa, imparziale, subirebbero una scrematura. Nel contempo però si individuano anche personalità di alto prestigio. Il percorso di studi si è allungato anche grazie all’ormai propedeutico Master post universitario, un arcipelago privo di controlli qualitativi seri, un vero e proprio business. E l’aspetto lavoristico è tutt’altro. E’ la netta separazione fra la teoria e la pratica ciò che lascia, come cocci della festa, pezzi di istruzione nella lunga strada che conduce alla carriera.

  14. jacopo

    Come no. Mettiamole in vendita (le università). E chi se le compra? Ok, supponiamo che io compri l’universita’ di bologna. Ho due possibilita’:
    1- farla diventare bella e buone come Harvard
    2- chiuderla, e vendere gli immobili che la compongono, i labs, i 4 brevetti che hanno.
    Cosa mi conviene fare? Io dico la 2. E preché? E’ banale: a quali aziende in italia servono davvero laureati eccellenti, “addottorati” competenti? A quasi nessuna azienda. In italia non c’e’ la finanza, non ci sono i servizi, non c’e’ insomma quell’economia che sostiene la domanda di eccellenza, economia che invece e’ presente in usa, in francia, in germania, in Uk. In mancanza di domanda per l’eccellenza, lo skill premium cade, dunque cade l’incetivo a pagare la retta nell’ipotetica harvard-bologna italica.
    Come si può essere così sconnessi col mondo reale da analizzare l’università decontestualizzandola dal sistema economico-sociale in cui è inserita?
    Occorre, credo, accettare che la battaglia per un’università migliore, in italia, è persa definitivamente. Semmai si tratta di tentare di creare una decina di buoni atenei in europa, accettando che tutto il resto rimanga quel che e’: scuole medie.
    L’economia italiana domanda diplomati eo laureati mediocri. Tutto qui. Basta, a conferma, misurare lo skill premium in italia e compararlo.

  15. lucrezia ricchiuti

    Ho 50 anni, mi sono laureata a novembre del 2006 presso l’università statale di milano, facoltà di scienze politiche, indirizzzo economico. Mi sono laureata in corso e ho frequentato regolarmente tutte le lezioni. Se gli studenti potessero, come avviene in alcune università estere, valutare l’operato dei professori, la maggior parte di questi oggi sarebbe a fare le fotocopie in qualche ufficio pubblico. Svogliati, disinteressati, superbi e poco disponibili. Con alcune eccezioni, che però confermano la regola. Gli studenti d’altra parte sono di un’ignoranza spaventosa, non abituati allo studio, che è fatica e sacrificio. Se non si riforma la scuola secondaria superiore, se non si insegna a studiare a questi ragazzi, se non cominciamo a mandare a casa tutti quegli insegnanti che non fanno il loro dovere, se non prevediamo una qualche forma seria di valutazione dell’operato degli insegnanti che senso ha parlare di privatizzazione?

  16. Alberto Pozzolo

    Vorrei far notare che l’Università di Chicago ha (dal sito):

    2,160 faculty members
    4,400 undergraduates
    9,000 graduate, professional, and other students
    12,460 employees (includes Hospitals)

    Secondo lo standard di classificazione adottato in Italia, per numero di studenti è un ateneo piccolo. Un ateneo piccolo per la didattica, ma assai grande per la ricerca, almeno a giudicare dal numero di premi Nobel della faculty allargata. Una maggiore apertura alle forze di mercato (se non la privatizzazione) porterebbe probabilmente a un aumento delle differenze di qualità tra atenei (negli Stati Uniti gli atenei peggiori sono certamente meno dignitosi dei nostri). Ma emergerebbero anche quelle eccellenze che al momento faticano a comparire. Credo che la vera questione sia proprio se sia o meno opportunto incentivare la diversificazione della qualità dell’offerta universitaria in Italia.

  17. andrea belussi

    Il commento che sto per esporre forse può risultare in controtendenza, ma da studente di ingegneria nuovo ordinamento mi accorgo che la soluzione non deve essere la privatizzazione. La qualità degli insegnamenti non è data, ovviamente solo dal fattore voto, tento meno dal numero di laureati nè dal tempo che questi impiegano per laurearsi. Ovvio e banale il fulcro sono le risporse umane. Un laboratorio può essere importante , ma la sua funzione può essere svolta anche con mezzi non proprio all’avanguardia se il corpo docente ha una certa dose di ingegno. Un paramentro di valutazione potrebbe essere il Gmat – o indicatori ben diversi. Gli studenti vogliono anche impegnarsi ma hanno bisogno di una controparte motivata. Per quanto riguarda la ricerca, se svolta dalle università, si devono trovare degli indicatori utili a dimostrare la qualità: n° di articoli, tipo di ricerca e prestigio della rivista. A quel punto i finanziamenti dati in base alla ricerca e al prestigio dei ricercatori si risentiranno sui servizi dati agli studenti. Perchè privatizzare? Le collaborazioni tra aziende e università devono essere un obiettivo primario e già sussistono, privatizzando chi seglierebbe cosa fare? Ad oggi le università compiono sia ricerca di base che applicata come sarebbe in futuro? I finanziamenti devono essere gestiti meglio ma non mi sembra un motivo sufficiente per la privatizzazione.
    Per terimanre i docenti possono essere valutati sia in base alle ricerche svolte, che dovrebbero essere libere per quanto riguarda la ricerca di base e indirizzate al territorio per quanto concerne l’applicata, che dagli studenti. Un docente, per come è a tutt’oggi la realtà italiana, se non svolge ricerca non serve. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra ricerca e insegnamento.

  18. Giacomo Oddo

    Sono d’accordo con il prof. De Fraja. Serve più competizione tra atenei. Forse però non è strettamente necessaria una privatizzazione così massiccia. Basterebbe dare completa autonomia gestionale alle università, come avviene per le autorità garanti.

  19. michele caronti

    Scusate si può discutere di tutto, ma mi stupisce come si possa arrivare a sottendere che compito della universita’ sia anche quello di “per esempio insegnare agli studenti meno dotati”? L’università non dovrebbe essere un centro di eccellenza che gia’ presuppne una selezione tra dotati e non dotati?…Probabilmente no, tutto in Italia sembra pervaso da questo egualitarismo che si riverbera poi inevitabilmente nelle materie e nei piani di studio. Non potete immaginare la sorpresa degli ascoltatori stranieri quando mi capita di spiegare loro che in Italia quasi non si studia il Rinascimento, invece si legge e rilegge un libro (ai piu’ sconosciuto) come la Luna e i falò! La risposta è che non si aspira mai all’eccellenza neppure all’università, ma si aspira costantemente alla mediocrita’. Ma né Umanesimo, né Rinascimento (gli ultimi periodi di fulgore della storia italiana) riconescevano l’aspirazione alla mediocrità come ideale da coltivare

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