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  1. Giuseppe Chimento Rispondi
    Parole e fatti Il 19 settembre allì'Auditorium della Tecnica, Confindustria, il min. Mussi dichiarava: "...per fare ricerca, come è nei venture capital o nei venturelabour, bisogna investirvi delle risorse. Non possiamo accettare, che chi lavora nella ricerca, stia, fin quasi alla pensione, in una situazione di lavoro precario e mal pagato. Noi dobbiamo pagarli di più. È intollerabile, che un giovane che si consuma le scarpe nei corridoi di qualche comitato elettorale e diventa consigliere di circoscrizione o comunale, guadagni subito di più di un giovane di trent’anni, che ha studiato tutta la vita ed è un ricercatore di eccellenza. Siccome non voglio parlare di altri, dico anche che non è neanche sensato che un parlamentare come me, guadagni come cinque dirigenti di un istituto di ricerca." Come immediata conseguenza di tale dichiarazione dal 1° gennaio la borsa di dottorato (ben 826 EURO mensili!!!) si è ridotta di 15 EUR.
  2. Alessandro Ela Oyana Rispondi
    Ad essere veramente realistici non si può davvero ritenere che approcciare i numerosi e gravi problemi che affliggono l'università (e con questa la ricerca) in Italia ragionando sul come spartirsi "equamente" la torta - senza cioè gli effetti sistemici di cui si parla nell'articolo - non possa che risultare fastidioso, così come non pare ugualmente utile intervenire con l'accetta sulle retribuzioni di professori e ricercatori. Ed infatti apprezzabili ragionamenti scientifici sulle aspettative di chi intraprende la "carriera universitaria" suonano inevitabilmente fasulli - al di là delle buone intenzioni di chi si cimenta nell'impresa - ove si ragioni sul fatto che il merito scientifico svolge un ruolo marginale nel determinare le fortune dei cervelli italiani. Non è solo un problama di soldi che sostiene la c.d. fuga ma anche la destinazione dei soldi che ci sono (qualcuno infatti ha ottime aspettative dall'attuale sistema). E' questo che principalmente determina la sfiducia nel datore di lavoro o meglio la sfiducia del datore di lavoro - tramite lo Stato: i contribuenti - nell'università la cui scarsa produttività la espone ad interventi demagogici come quello del taglio delle retribuzioni. Non sono all'altezza di formulare ipotesi dimostrabili sul punto, ma credo che, per restituire all'università il ruolo di eccellenza che oggi e lungi da avere e per rinvigorire l'interesse dei cervelli veri verso questa decaduta istituzione serva una reale competizione e quindi una reale selezione attraverso il merito. Il prezzo del lavoro di professori e ricercatori sarà così determinato sulla base del loro valore nel mercato della ricerca senza bisogno di complessi correttivi ad un sistema che non può (e non deve) più funzionare. In sintesi ad essere troppo realistici si finisce per sostituire un barone con un altro la cui retribuzione, comunque determinata (e salve - speriamo - eccezioni) sarà percepita sempre come troppo alta rispetto all'utilità prodotta.
  3. Umberto Diana Rispondi
    concordo sull'inefficacia della misura in finanziaria e sul collegamento delle retribuzioni all'attività di ricerca dei professori universitari, ma per il resto trovo alquanto fastidiose le opinione espresse in questo contributo a "lavoce". nel merito, parlando da ex utente dell'università e non da diretto interessato che fa finta di nascondere le proprie "convinzioni etiche", credo che: 1. la credibilità del datore di lavoro è già minata alla base dal fatto di legare lo stipendio quasi esclusivamente all'anzianità (proprio sicuri che "non è una iattura"?!), 2. per "disincentivare i lavoratori dal disimpegno" occorrerebbe legare alla produttività -ricerca e didattica- gran parte dello stipendio (altro che "almeno in parte"!), 3. la fuga dei cervelli è dovuta più ai fenomeni di clientelarismo e corporativismo attuati dai baroni ordinari nel reclutamento o nell'assegnazione dei fondi, che alla presunta volontà di "mantenere lo standard di vita" che i giovani ricercatori non si sa quando si erano prefissati, 4. l'intervento migliore sarebbe quello di alzare lo stipendio iniziale dei ricercatori confermati e dei dottorandi, (che non prendono neanche 1000 euro al mese!), abbassandolo a tutti i livelli ai baroni associati ed ordinari, con la previsione di premi aggiuntivi per tutti che seguano i criteri sopra menzionati. il vero problema delle retribuzioni è la "conservazione dei contratti in essere per il personale già strutturato", che comprensibilmente sta tanto a cuore ai baroni ordinari: per il futuro dell'università italiana, spero vivamente che il barone ordinario, che si lamenta di una riduzione del 70% dell'adeguamento di diritto -sic!- annuale del 2,5% dei 150.000 euro che guadagna annualmente, sia una razza in via di estinzione. cordiali saluti, Umberto Diana
    • La redazione Rispondi
      1. No, legare lo stipendio all'anziaita' non e' "una iattura". La correlazione va bilanciata, e' chiaro, da incentivi e carriere legati al merito. Inoltre, la credibilita' non implica rigidita', (anzi!) ma i cambamenti vanno fatti con gli strumenti e le motivazioni appropriate. Il nostro articolo, appunto, non e' tanto su "quanto" ma su "come" si paga e si decide. 2. Siamo dei "realisti" e sappiamo che proposte come la nostra potrebbero essere accettate, mentre stravolgimenti totali verrebbero bocciati. Date certe finalta', ognuno scegle il suo metodo d'intervento. Inoltre bisogna attuare dei sistemi di verifica del merito davvero seri e rigorosi, altrimenti i "baroni" di cui Lei si lamenta prenderebbero il sopravvento sul controllo delle retribuzioni degli altri (fregandosene del "merito"). Cio' richiede tempo e flessiblita'. 3. Il contratto all'entrata in qualsiasi azienda prevede un certo andamento nel tempo dello stipendio. Da parte del lavoratore che sceglie dove mandare il suo CV, gli aumenti futuri vengono, alla data zero, scontati per valutare il valore attuale del profilo retributivo. In questo calcolo il lavoratore valuta soggettivamente anche il proprio "talento" e le probabilita' di promozioni. In questo senso e' cruciale che le promozioni (e non solo lo stipendio per classe) siano legate al merito. Sul malfunzionamento dei concorsi non e' certo mancata la voce de lavoce.info! I l giovani ricercatori si auto-selezionano in base alla reputazione sulla gestione delle carriere che hanno i datori di lavoro. Violare i contratti esistenti senza riguardo al merito significa comunque ridurre gli standard di vita che il lavoratore si era prefissato, incentiva il sospetto nei riguardi del datore di lavoro e la fuga dei cervelli, senza favorire la buona ricerca. Forse e' "fastidioso" ma e' la realta'. 4. I dati sulle retribuzioni dei docenti ai quali Lei fa riferimento sono larghissimamente approssimati per eccesso. Inoltre si riferiscono alle classi finali di carriera, e quindi non sono indicativi del profilo salariale sull' arco di vita (che e' molto peggiore in Itala che negli USA). Il valore attuale alla data zero per un giovane Ph.D. negli USA e' senz'altro molto piu' alto dell'equivalente Italiano. Sul salario dei Ricercatori penso che Lei sfondi porte aperte. Ancor meglio sarebbe l'abolizione del ruolo di Ricercatore, con l'ngresso a livello di Professore Associato con contratto a termine, soggetto a verifica dopo quattro anni, come si fa negli Stati Uniti. Chi scopre di non essere tagliato per la ricerca, in Italia resta dentro l'Universita' e in molti casi si dedica ad amministrare il potere, sfruttando il vantaggio di tempo che ha rispetto a chi fa ricerca. I politici (che amano circondarsi di persone con ampia disponibilita' di tempo e scarsa considerazione per la serieta'), poi i media, che osannano i Presidi di Facola' e i Rettori, senza essere capaci di guardare un CV scientifico, contribuiscono largamente ad aumentare il potere dei "baroni" di cui gli stessi media si lamentano con toni populistici, che ricordano quello delle sue osservazioni. A quando la prassi di mettere i CV on-line, come fanno tutti i collaboratori de lavoce.info?