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Uguali perché mobili

L’istruzione media degli italiani è significativamente cresciuta, in particolare dopo la riforma della scuola dell’obbligo nel 1962. Nel conseguimento della laurea permane però un differenziale di probabilità legato al diverso background familiare. Per le differenze di reddito e perché per i figli di non laureati l’università è un investimento più rischioso ed è maggiore il costo opportunità. Ma anche per effetto dei modelli di ruolo. Frequentare un ateneo lontano dalla città di residenza della famiglia potrebbe attenuarne l’impatto.

La Costituzione italiana afferma che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” e richiede la “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale” (articoli. 3 e 34). Tuttavia, fino a che punto questi impegni hanno avuto una reale applicazione? In un recente lavoro abbiamo fornito alcune risposte a questa domanda utilizzando i dati sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia.

Buone e cattive notizie

istruzione media degli italiani è significativamente cresciuta nel corso degli anni, a partire dall’inizio del secolo scorso. Tra gli italiani nati all’inizio del secolo (tra il 1915 e il 1919) oltre il 30 per cento non ha conseguito alcun titolo di studio, oltre il 52 per cento non è andato oltre la licenza elementare e solo il 2 per cento conseguì una laurea. Nel corso del secolo, la quota di cittadini privi di titolo di studio si è andata rapidamente riducendo, divenendo inferiore al 9 per cento a partire dalle coorti nate tra il 1940 e il 1944, le prime a beneficiare dell’introduzione dalla Costituzione repubblicana. L’analisi dei dati suggerisce quindi che le disuguaglianze in termini di istruzione si sono ridotte nel tempo. Tuttavia, tale diminuzione non risulta uniforme per diverse tipologie di famiglie: mentre la disuguaglianza è diminuita poco per i figli di genitori laureati, per i quali è sempre stata relativamente bassa (i figli dei laureati spesso conseguono a loro volta una laurea), è diminuita molto tra i figli dei genitori senza titolo di studio. Sono proprio questi ultimi che hanno beneficiato maggiormente, in termini relativi, della crescente scolarizzazione che ha interessato la società italiana, in particolare dopo la riforma della scuola dell’obbligo nel 1962.
La diminuzione delle disuguaglianze nel conseguimento dell’istruzione è indubbiamente una buona notizia, anche se non mancano ombre rilevanti. In particolare, permane anche in anni recenti un divario di dispersione dell’istruzione tra Nord e Sud del paese, dovuto al fatto che nel Mezzogiorno una quota ancora significativa della popolazione non riesce nemmeno a completare l’obbligo scolastico, fenomeno invece quasi scomparso nel Settentrione. Per costoro, il dettato costituzionale rimane una chimera. Inoltre, anche tra i giovani nati all’inizio degli anni Settanta, le disuguaglianze di istruzione sono maggiori tra figli di genitori non istruiti che tra figli di genitori laureati, suggerendo l’esistenza di una correlazione significativa tra istruzione dei genitori e istruzione dei figli.
In generale, più è forte il legame tra istruzione dei genitori e risultati scolastici dei figli, minore è l’uguaglianza di opportunità offerta dal sistema scolastico, in quanto minore è la sua capacità di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico e sociale”, promuovendo la mobilità sociale.
In Italia, nel corso del XX secolo, la correlazione tra istruzione dei padri e dei figli si è mediamente ridotta, traducendosi quindi in una maggiore uguaglianza di opportunità per il cittadino “medio”. Tuttavia, il processo rallenta o addirittura si inverte quando consideriamo il conseguimento del livello più alto di istruzione, quella universitaria. Qui permane infatti un differenziale di probabilità legato al diverso background familiare: i figli dei genitori non laureati sembrerebbero scontrarsi con l’equivalente di un “soffitto di vetro” nel conseguire una laurea. Infatti, i dati mostrano che:
1) persino nelle ultime generazioni, circa il 30 per cento dei figli di padri che abbiano completato l’obbligo raggiunge al massimo il titolo di scuola media, quasi il 60 per cento il titolo di scuola superiore e solo pochi (in percentuale inferiore al 10 per cento) arrivano alla laurea;
2) la proporzione di figli di padri con titolo di studio di media inferiore o superiore che ha conseguito il diploma superiore è aumentato nel tempo, ma permangono grosse differenze con i figli di genitori laureati. Fatto 100 il numero di studenti figli di padri con titolo di studio di media inferiore o superiore, 60 si fermano al diploma di maturità, mentre tra i figli di genitori laureati solo 40 si fermano alla maturità, e gli altri 60 ottengono la laurea.
3) la quota di chi ha conseguito la laurea aumenta nel tempo più per coloro che hanno avuto un padre laureato che per quelli il cui padre aveva solo un titolo dell’obbligo. I figli di genitori con titolo elementare o di scuola media inferiore ancora oggi conseguono solo in minima parte la laurea

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Quanto conta l’istruzione dei genitori

Perché i figli di genitori non laureati non hanno pienamente approfittato della crescita generalizzata della scolarizzazione, varcando a loro volta le porte delle università? Vi è sicuramente una risposta banale a questa domanda, che fa riferimento a un processo di transizione non ancora completato. Ma tra le altre e non meno importanti ragioni del perché i figli di genitori senza laurea vanno meno all’università vi è il fatto che per loro il rendimento della laurea risulta inferiore rispetto ai figli dei laureati, mentre il costo opportunità (in termini di salari perduti per titolo di studio del genitore) è maggiore. È infatti possibile che a parità di titolo di studio, le opportunità di lavoro offerte siano differenziate per famiglia di origine, per esempio grazie alle reti familiari.
Vi è inoltre la possibile spiegazione che l’università sia per loro un investimento più rischioso (in termini di variabilità dei salari). I dati ci dicono che i figli di genitori non laureati sono effettivamente più avversi al rischio, anche se questa spiegazione non sembra essere molto importante.
Si pone un’ultima domanda: i figli dei genitori non laureati ottengono meno frequentemente la laurea perché non si iscrivono all’università, o perché si iscrivono, ma non finiscono? In un sistema realmente meritocratico, l’impatto dell’istruzione familiare tenderebbe a esaurirsi nei risultati della scuola dell’obbligo ed eventualmente nella scelta della scuola secondaria, mentre la probabilità di prosecuzione dovrebbe dipendere esclusivamente dalla selezione interna dei più abili. Invece, i dati ci dicono che avere un genitore con licenza elementare (rispetto a un genitore laureato) fa aumentare la probabilità di abbandono universitario nei primi tre anni di iscrizione del 7-10 per cento. Poiché questo risultato è ottenuto a parità di altre caratteristiche (come la scuola secondaria di provenienza, i voti conseguiti e la regione di residenza), viene da domandarsi attraverso quali altri canali possa manifestarsi questa influenza negativa. Da un lato, potrebbe trattarsi del fatto che un genitore con licenza elementare dispone in media di un reddito più basso, e ha quindi maggiori difficoltà nel finanziare gli studi universitari del figlio. Dall’altro, potrebbe essere un effetto legato ai modelli di ruolo, che scoraggiano o non valorizzano a sufficienza l’impegno necessario alla prosecuzione degli studi: un genitore con licenza elementare non conosce il grado di impegno richiesto dal conseguimento di un titolo universitario, e può ritenere eccessivo il tempo trascorso sui libri.
Il maggior costo opportunità e la maggior rischiosità possono essere in parte attenuate trasferendone l’onere a carico della collettività attraverso il disegno di uno schema di borse di studio che garantiscano risorse sufficienti a fronteggiare le spese associate agli studi universitari, e una restituzione del debito condizionata al raggiungimento di un sufficiente livello di reddito. I più elevati tassi di abbandono a partire dall’ambiente familiare di provenienza sono invece più difficili da affrontare, in quanto richiederebbero una diversa “risocializzazione” degli studenti. La creazione di condizioni che permettano di frequentare l’università in una città diversa da quella di residenza potrebbe rivelarsi efficace nel ridurre l’impatto familiare (oltre che nell’aumentare la concorrenza tra gli atenei).

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Sulla legge delega

  1. Patrizia

    Si vuole garantire ai figli di persone non laureate (il cui reddito è generalmente basso) la possibilità di proseguire gli studi?
    diamo loro le risorse finanziarie adeguate! I figli dei non laureati hanno difficoltà a laurearsi per mancanza di risorse finanziarie, non perchè hanno modelli di ruolo abagliati.
    Il problema non sono i modelli di ruolo, anzi nella maggior parte dei casi i genitori che non hanno potuto studiare incoraggiano il proseguimento negli studi dei figli.
    Andare all’università fuori sede per allontanarsi dai modelli di ruolo? è un lusso che gli studenti disagiati non possono più permettersi!

  2. Alessandro La Spada

    Concordo con la gran parte dell’articolo. Il punto chiave per realizzare gli interventi proposti è costituito dal lato economico, sul quale suggerisco di pensare più a un modello di cofinanziamento degli studi che non a un finanziamento totale da restituire al raggiungimento di un determinato reddito. Questo perché innanzi tutto vi sarebbe nel futuro un incentivo all’evasione, cioè a non dichiarare i propri redditi per non incorrere nell’obbligo di restituzione. Il periodo di ‘osservazione’ del reddito dello studente dovrebbe essere certamente limitato nel tempo, e in quell’arco di tempo (5 anni, 10 anni?) si avrebbe un incentivo all’evasione.
    Cofinanziando gli studi con borse a fondo perduto, mantenute di anno in anno solo in base ai risultati degli studi stessi (completare una determinata percentuale di esami, avere una determinata media voto…), la famiglia dello studente dovrebbe versare di tasca propria una quota dei costi, e questo di per se’ garantirebbe l’impegno del singolo e allontanerebbe l’effetto-parcheggio dello studente. Non finanziando completamente gli studi del singolo, le risorse disponibili potrebbero coprire un piu’ ampio numero di studenti. Andrebbe sicuramente mantenuta una quota di risorse per esentare completamente dai costi gli studenti meritevoli davvero privi di risorse, ma dovrebbe essere residuale per non generare distorsioni.

  3. Massimiliano Bratti

    L’articolo è molto interessante. Vorrei porre l’accento su un aspetto specifico che,
    a mio parere, meriterebbe un approfondimento.
    L’assunto fondamentale è che un’elevata istruzione consenta sempre e comunque una mobilità sociale
    verso l’alto. Mi chiedo se ciò sia ancora vero oggi, rispetto al passato. In particolare, potrebbe
    accadere (e mi aspetto che sia così) che la mobilità sociale garantita da una laurea sia
    minore oggi rispetto al passato? E’ possibile che un genitore diplomato abbia oggi delle condizioni di lavoro
    ed economiche migliori di quelle del suo figlio laureato? In questo caso, tra le generazioni, la mobilità verso l’alto sarebbe solo in termini
    di livello di istruzione acquisito (“mobilità di istruzione”?) e non vera “mobilità sociale”, intesa come miglioramento del proprio status socio-economico rispetto a quello dei propri genitori. Ancora, visto che con l’espansione dell’istruzione terziaria la stratificazione orizzontale
    diventerà sempre più importante di quella verticale, è possibile che i figli di laureati acquisiscano lauree che consentono di accedere a professioni prestigiose mentre quelli degli operai scelgano lauree che richiedono un minore impegno, dato che devono finanziarsi gli studi di tasca propria lavorando, lauree che tipicamente hanno anche rendimenti inferiori sul mercato del lavoro?
    In questo caso, anche con un’aumentata “mobilità nell’istruzione”, l’uguaglianza tra figli di laureati e figli di operai
    sarebbe forse solo formale, nei livelli di istruzione, ma non sostanziale, in termini di condizioni socio-economiche godute.

  4. Marco Solferini

    Tutto assolutamente condivisibile. Il problema riguarda le sperequazioni nel percorso lavorativo. Anche con l’istruzione in tasca è evidente come ci siano carriere in discesa e altre decisamente in salita. I voti possono dire molto, oppure molto poco. Si è alzato il livello degli studi, ma anche il fatto che la maggior parte dei giovani svolge (o meglio sarebbe eredita) il lavoro di Famiglia. Creare opportunità costituzionalmente garantite dovrebbe altresì significare fare in modo che alle aspettative ed agli sforzi finanziari delle Famiglie Italiane quantomeno corrisponda l’offerta di una opportunità seria e responsabile, la chance di emergere, oggi francamente più di importazione cinematografica.

  5. Carmine Granato

    Sono un ex convittore del Convitto Nazionale di Bari vincitore di borsa di studio quindi posto gratuito. Praticamente ho studiato a spese dello stato. Era una borsa di studio per merito e ad annum; nel senso che se fossi stato bocciato avrei perduto la borsa di studio. Sto parlando di preistoria perché i Convitti hanno le ore contate. I ragazzi di oggi preferiscono rinunciare allo studio piuttosto che restare in Convitto. E allora bisogna studdiare qualcosa di diverso per evitare che molte intelligenze si perdano. La famiglia di provenienza? Esercita un ruolo importantissimo, ma sono convinto che una scuola veramente efficace ed efficiente e borse di studio dignitose potrebbero indurre anche gli analfabeti a mandare i figli all’Università. Possibilmente lontano da casa, aggiungo io che dalla Puglia mi sono spostato per frequentare l’Università di Padova.

  6. Fabio Pancrazi

    Far laureare un figlio richiede un vero e proprio investimento. Spesso la famiglia non ha fondi ma in certi casi potrebbe disporre (extrema ratio e se il legislastore lo permettesse) dell’indennità di liquidazione, sia nel caso il titolare decida di lasciarla in azienda, sia nei fondi di pensione integrativa.
    Se la quota maturata venisse anticipata, anche in adeguate rate annuali (tipo borsa di studio legata alla durata normale dei corsi), per il documentato mantenimento dei figli all’università, non sarebbe questo un investimento intelligente per le famiglie e per l’Italia?
    Dopo i tre o cinque anni utili alla laurea del figlio, il lavoratore tornerebbe a versare i contributi nel sistema scelto sino alla pensione e “raccoglierà ciò che ha seminato” con la propria scelta di libertà.

  7. michele caronti

    Mi pare che l’impostazione generale dell’articolo tenga troppo e solo conto della dimensione quantitativa dello studio e dell’istruzione. Non possiamo, a parer mio, giudicare l’educazione unicamente sulla base del numero di anni di studio. Il risultato, altrimenti, sono riforme come quelle sciagurate degli anni 60, riconducibili al centro-sinistra, che, prima introdussero la scuola media (credo una delle peggiori innovazioni nel campo dell’istruzione, qualcuno ha mai veramente capito a cosa servono le medie?) e poi resero , in seguito ai moti di piazza del ’68, i corsi universitari accessibili a tutti. Qualche economista serio ha mai studiato gli effetti di tali riforme che hanno distrutto un modello scolastico (quello di Gentile) che sara’ stato pure fascista, elitario fin che si vuole, ma che sicuramente era uno dei piu’ formativi e raffinati in Europa?!? Credo di no, sarebbe troppo impopolare e contro il mainstream! In altri termini, se si ragiona solo in termini di estensione di diritto all’istruzione di tutti a quanti piu’ anni possibile di istruzione, si finisce solo con l’abbassare il livello medio di educazione, smussando le differenze, e’ vero, ma al costo di danneggiare tutto il sistema. Credo, infatti, che sia pacifico che e’ dalla eccellenza dell’istruzione che derivano risultati positivi allo sviluppo economico. Non dalla scuola media italiana, ne’ dalla universtia’ aperta a tutti….

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