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  1. michele caronti Rispondi
    Mi pare che l'impostazione generale dell'articolo tenga troppo e solo conto della dimensione quantitativa dello studio e dell'istruzione. Non possiamo, a parer mio, giudicare l'educazione unicamente sulla base del numero di anni di studio. Il risultato, altrimenti, sono riforme come quelle sciagurate degli anni 60, riconducibili al centro-sinistra, che, prima introdussero la scuola media (credo una delle peggiori innovazioni nel campo dell'istruzione, qualcuno ha mai veramente capito a cosa servono le medie?) e poi resero , in seguito ai moti di piazza del '68, i corsi universitari accessibili a tutti. Qualche economista serio ha mai studiato gli effetti di tali riforme che hanno distrutto un modello scolastico (quello di Gentile) che sara' stato pure fascista, elitario fin che si vuole, ma che sicuramente era uno dei piu' formativi e raffinati in Europa?!? Credo di no, sarebbe troppo impopolare e contro il mainstream! In altri termini, se si ragiona solo in termini di estensione di diritto all'istruzione di tutti a quanti piu' anni possibile di istruzione, si finisce solo con l'abbassare il livello medio di educazione, smussando le differenze, e' vero, ma al costo di danneggiare tutto il sistema. Credo, infatti, che sia pacifico che e' dalla eccellenza dell'istruzione che derivano risultati positivi allo sviluppo economico. Non dalla scuola media italiana, ne' dalla universtia' aperta a tutti....
  2. Fabio Pancrazi Rispondi
    Far laureare un figlio richiede un vero e proprio investimento. Spesso la famiglia non ha fondi ma in certi casi potrebbe disporre (extrema ratio e se il legislastore lo permettesse) dell'indennità di liquidazione, sia nel caso il titolare decida di lasciarla in azienda, sia nei fondi di pensione integrativa. Se la quota maturata venisse anticipata, anche in adeguate rate annuali (tipo borsa di studio legata alla durata normale dei corsi), per il documentato mantenimento dei figli all'università, non sarebbe questo un investimento intelligente per le famiglie e per l'Italia? Dopo i tre o cinque anni utili alla laurea del figlio, il lavoratore tornerebbe a versare i contributi nel sistema scelto sino alla pensione e "raccoglierà ciò che ha seminato" con la propria scelta di libertà.
  3. Carmine Granato Rispondi
    Sono un ex convittore del Convitto Nazionale di Bari vincitore di borsa di studio quindi posto gratuito. Praticamente ho studiato a spese dello stato. Era una borsa di studio per merito e ad annum; nel senso che se fossi stato bocciato avrei perduto la borsa di studio. Sto parlando di preistoria perché i Convitti hanno le ore contate. I ragazzi di oggi preferiscono rinunciare allo studio piuttosto che restare in Convitto. E allora bisogna studdiare qualcosa di diverso per evitare che molte intelligenze si perdano. La famiglia di provenienza? Esercita un ruolo importantissimo, ma sono convinto che una scuola veramente efficace ed efficiente e borse di studio dignitose potrebbero indurre anche gli analfabeti a mandare i figli all'Università. Possibilmente lontano da casa, aggiungo io che dalla Puglia mi sono spostato per frequentare l'Università di Padova.
  4. Marco Solferini Rispondi
    Tutto assolutamente condivisibile. Il problema riguarda le sperequazioni nel percorso lavorativo. Anche con l'istruzione in tasca è evidente come ci siano carriere in discesa e altre decisamente in salita. I voti possono dire molto, oppure molto poco. Si è alzato il livello degli studi, ma anche il fatto che la maggior parte dei giovani svolge (o meglio sarebbe eredita) il lavoro di Famiglia. Creare opportunità costituzionalmente garantite dovrebbe altresì significare fare in modo che alle aspettative ed agli sforzi finanziari delle Famiglie Italiane quantomeno corrisponda l'offerta di una opportunità seria e responsabile, la chance di emergere, oggi francamente più di importazione cinematografica.
  5. Massimiliano Bratti Rispondi
    L'articolo è molto interessante. Vorrei porre l'accento su un aspetto specifico che, a mio parere, meriterebbe un approfondimento. L'assunto fondamentale è che un'elevata istruzione consenta sempre e comunque una mobilità sociale verso l'alto. Mi chiedo se ciò sia ancora vero oggi, rispetto al passato. In particolare, potrebbe accadere (e mi aspetto che sia così) che la mobilità sociale garantita da una laurea sia minore oggi rispetto al passato? E' possibile che un genitore diplomato abbia oggi delle condizioni di lavoro ed economiche migliori di quelle del suo figlio laureato? In questo caso, tra le generazioni, la mobilità verso l'alto sarebbe solo in termini di livello di istruzione acquisito ("mobilità di istruzione"?) e non vera "mobilità sociale", intesa come miglioramento del proprio status socio-economico rispetto a quello dei propri genitori. Ancora, visto che con l'espansione dell'istruzione terziaria la stratificazione orizzontale diventerà sempre più importante di quella verticale, è possibile che i figli di laureati acquisiscano lauree che consentono di accedere a professioni prestigiose mentre quelli degli operai scelgano lauree che richiedono un minore impegno, dato che devono finanziarsi gli studi di tasca propria lavorando, lauree che tipicamente hanno anche rendimenti inferiori sul mercato del lavoro? In questo caso, anche con un'aumentata "mobilità nell'istruzione", l'uguaglianza tra figli di laureati e figli di operai sarebbe forse solo formale, nei livelli di istruzione, ma non sostanziale, in termini di condizioni socio-economiche godute.
  6. Alessandro La Spada Rispondi
    Concordo con la gran parte dell'articolo. Il punto chiave per realizzare gli interventi proposti è costituito dal lato economico, sul quale suggerisco di pensare più a un modello di cofinanziamento degli studi che non a un finanziamento totale da restituire al raggiungimento di un determinato reddito. Questo perché innanzi tutto vi sarebbe nel futuro un incentivo all'evasione, cioè a non dichiarare i propri redditi per non incorrere nell'obbligo di restituzione. Il periodo di 'osservazione' del reddito dello studente dovrebbe essere certamente limitato nel tempo, e in quell'arco di tempo (5 anni, 10 anni?) si avrebbe un incentivo all'evasione. Cofinanziando gli studi con borse a fondo perduto, mantenute di anno in anno solo in base ai risultati degli studi stessi (completare una determinata percentuale di esami, avere una determinata media voto...), la famiglia dello studente dovrebbe versare di tasca propria una quota dei costi, e questo di per se' garantirebbe l'impegno del singolo e allontanerebbe l'effetto-parcheggio dello studente. Non finanziando completamente gli studi del singolo, le risorse disponibili potrebbero coprire un piu' ampio numero di studenti. Andrebbe sicuramente mantenuta una quota di risorse per esentare completamente dai costi gli studenti meritevoli davvero privi di risorse, ma dovrebbe essere residuale per non generare distorsioni.
  7. Patrizia Rispondi
    Si vuole garantire ai figli di persone non laureate (il cui reddito è generalmente basso) la possibilità di proseguire gli studi? diamo loro le risorse finanziarie adeguate! I figli dei non laureati hanno difficoltà a laurearsi per mancanza di risorse finanziarie, non perchè hanno modelli di ruolo abagliati. Il problema non sono i modelli di ruolo, anzi nella maggior parte dei casi i genitori che non hanno potuto studiare incoraggiano il proseguimento negli studi dei figli. Andare all'università fuori sede per allontanarsi dai modelli di ruolo? è un lusso che gli studenti disagiati non possono più permettersi!