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  1. Nicola Rispondi
    Gent.ma Professoressa leggo sempre con molto interesse le sue riflessioni sulla politica sociale e mi sono trovato molto volte in accordo con lei, ma ora, sul tema della famiglia, devo manifestarle con pacatezza il mio disaccordo. Lei fa un discoro pragmatico, di soluzione di problemi reali, ritenendo frutto di un pensiero vecchio e tradizionalista o ideologico quello della Chiesa Cattolica, come se non si potesse porre alcuna riflessione sul concetto di famiglia, perché ciò che conta, secondo lei, è il lato pratico delle cose e delle vicende umane. Ciò che sta a cuore a molta gente, anche non cattolica, è la stessa società, nel presupposto che la stabilità dei vincoli, giuridicametne sancita, sia garanzia di sicurezza e crescita umana. La famiglia nata dal matrimonio è giuridicamente tutelata perché dalla stessa nascono le nuove generazioni, in un ambiente il più possibile stabile per la formazione della personalità. Attenuare gli impegni perché non si è in grado di adempierli, apparentemente sembra un'operazione di adeguamento alla realtà sociale, ma in realtà costituisce la consacrazione definitiva di una scelta che pèotrebbe disgregare la stessa compagine sociale. Sono molte le copie conviventi che conosco e nessuna di queste ritiene utile la disciplina delle unioni di fatto. La previsione di questa sembra invece una decisione ideologica. Cordiali saluti.
    • La redazione Rispondi
      Lei affronta molti temi interessanti e su cui si potrebbe discutere lungo. Nel mio pezzo tuttavia mi limito a constatare come in Italia manchi una seria politica per la famiglia (che per me significa politiche di sostegno a chi ha responsabilità verso altri, in particolare i più piccoli o i non autosufficienti) mentre si spendono molte energie a dibattere su come si dovrebbe definire la famiglia. E ciò nonostante decenni di governi a dominanza democrstiana e nonostante l'indubbia influenza della chiesa cattolica sulla politica del nostro paese, fino alle vicende degli ultimi giorni. Quanto al fatto che i suoi conoscenti non vogliano alcun riconscimento non è una buona ragione per negarlo a chi invece lo desidera, non le pare?
  2. Marco Solferini Rispondi
    Argomento lungo e complesso, serioso e coinvolgente, a trattarlo in modo sintetico si corre il rischio di essere imprecisi o lacunosi. Su una questione mi sento tuttavia di voler porre un vigoroso accento: non ritengo che sia assolutamente veritiero che l'attuale dibattito sia anche per ragioni di natura patrimoniale. Viviamo in una società di capitali, la cui libera circolazione e la disponibilità dei medesimi rappresentano i pilastri della terra di un sistema finanziario dinamico. Qualunque unione fra persone, determinata anche solo da rapporti di mera amicizia o stima o solidarietà può produrre effetti duraturi nel tempo, anche oltre la morte di uno dei disponenti, ci sono istituti, fra cui il Trust, il cui arcipelago normativo, se studiato, approfondito e debitamente utilizzato consentono la sopravvivenza del rapporto di base, a natura patrimoniale. Strumentalizzare il dibattito sulla base di questioni di natura economica o finanziaria non è tanto scorretto, quanto ignorante. Chi ha una pretesa l'affronti per ciò che quella pretesa realisticamente rappresenta, affronti le conseguenze, non solo quelle ipotizzabili, ma anche de facto applicabili, attraverso le falle del sistema burocratico (come potrebbe accadere nelle adozioni provenienti da altri Paesi) e, in una società matura, avanzi le proprie pretese, ma senza chiamare in causa elementi che non hanno pertinenza alcuna. Sia esaustivo, serio, riflessivo e realistico il richiedente, abbandonando le velleità scandalistiche che spostano il dibattito nella pubblica piazza e portano inevitabilmente alla denigrazione, anche solo per relationem, di alcune Istituzioni la cui politica e il cui punto di vista, spesso non viene approfondito.
  3. Claudia Rispondi
    Ringrazio la prof.ssa Saraceno per aver riportato alla ribalta un tema centrale per il cambiamento della società italiana. Mi sembra anche giusto riportare a radici culturali la differenza della politica a sostegno della famiglia (in Germania) e a distruzione della stessa (in Italia) che poi non so se un bene o un male. Ad ogni modo, a mio modesto parere, avendo vissuto a lungo in Germania, direi che non è solo la questione dei servizi a sostenere le madri. Sono rotture culturali, fratture e una coscienza di sè che si trova in Germania che farebbe impallidire i saccenti politci Ds attualmente al governo: mamme che decidono di crescere i propri figli anche in assenza di marito, in Italia, soprattutto sotto il Garigliano, sarebbe una bestemmia. A Francoforte, colonia, amburgo, Berlino sono cose normali. Anche i e le disoccupate ricevono circa 150 euro per figlio al mese. Fino al compimento del 14 anno di età. In Italia? Niente. Nella sola Amburgo conosco 25 italiane (laureate tra i 23 e 31 anni) che hanno deciso di emigrare nella città anseatica proprio per la situazione favorevole dei sevizi (un po' di soldi, parchi, scuole, -- educazione fisica significa nuoto!!!- ne cono conosco altre a Francoforte, 12 a Lipsia, dico Lipsia!!! I ricercatori di sociologia dovrebbere tornare a studiare le migrazione. A proposito, tutte le donne che conosco che hanno lasciato l'Italia per venire in Germania (ma molte vanno anche in Olanda) non sono registrate da nessuna parte nel nostro paese. Nei paesi di destinazione certo che sono registrate, ufficio anagrafe, Asl, ufficio del lavoro. Le stesse però quando hanno lasciato il nostro paese, nessuno gli ha chiesto niente. Scusate la franchezza: cara Italia chiudi baracca!
  4. martino Rispondi
    concordo in pieno con tutte le osservazioni che gentilmente ha riservato alle mie e mi auguro che anche dall'accademia (oltre che dalla "strada", da dove scrivo io) giungano voci per un cambiamento di rotta. premesso in via generale l'auspicio per l'eliminazione del titolo "legale", da ex studente refrattario, ma realista, osservo che: - se i corsi di laurea fossero di 3 anni, per il titolo legale (i.e. 18 esami e non 28) forse ci si metterebbe comunque di meno; - una minore astrazione nell'insegnamento, ove possibile, aiuterebbe (e penso a come viene insegnato il dir. proc. civile; basterebbe poco, ad. es. distribuire un atto di citazione e poi spiegarlo cpc alla mano) osservazione di metodo: mai chiedere il "permesso" o il "consenso" agli studenti per introdurre riforme come, appunto sarebbe, quella di eliminare la reiterazione degli esami ad libitum!!! quanto alla vicende maternità / natalità mi prendo, da uomo, la mia parte di responsabilità! un cordiale saluto martino
  5. martino Rispondi
    Offro questo modesto contributo: io penso che si dovrebbe ribaltare completamente il sistema attuale, preso atto di alcuni fatti: i) no figli=no pensioni e, più in generale no futuro; ii) primo figlio mediamente a 36 anni (troppo tardi per tutti); iii) politiche in favore della famiglia tutto sommato nulle (un gran bla bla) nonostante 50 anni di DC (e di Chiesa - il che smentisce in parte gli assunti circa l'influenza della stessa). a mio modesto parere il sistema, nel complesso, dovrebbe essere completamente sovvertito prevedendo come obiettivo finale una situazione in cui le donne 1) si laureino prima (questo anche gli uomini!) 2) possano fare figli quando la biologia lo consente al meglio (cioè tra i 20 e i 30 anni) 3) dopo i figli, comincino a lavorare. Questo richiede un intervento parallelo di modifiche del sistema di istruzione - 4 anni di liceo e 4 max di università; del sistema del mercato del lavoro che deve smettere di vedere le madri come produttivamente handicappate e del sistema retributivo - stipendi più alti all'inizio per uomini e donne. lo scopo é avere donne con 1/2 figli under their belt che si presentano al mercato del lavoro a 28 anni. utopie? se vogliamo aiutare veramente, e a 360°, le donne e anche il paese (le 2 cose vanno di pari passo, per me) mi sembra l'unica strada. Questo implica anche un mutamento culturale e uno sveccchiamento delle categorie del pensiero politico e sociale di cui l'italia ha molto bisogno.
    • La redazione Rispondi
      Sono d'accordo che occorre favorire una più precoce, rispetto allasituazione attuale, autonomia dei giovani dalla famiglia di origine. Ma laquestione non sta tanto nei tempi ufficiali dello studio, piuttosto neitempi effettivi. Anche l'intoduzione della laurea triennale non ha accorciato di molto i tempi. Sarebbero d'accordo i giovani italiani con un sistema universitario più severo, che non consentisse loro di fare gli esami quando e per quante volte ritengono opportuno? Sono anche d'accordo che, accanto a politiche - dei servizi e dei trasferimenti - più generose e lungimiranti, occorre anche una modifica della mentalità dei datori di lavoro. Aggiungo che occorre anche una modifica della mentalità e dei comportamenti maschili: i figli sono anche dei padri. E i loro bisogni di cura e attenzione non cessano con il primo anno di vita. Cordialmente Chiara Saraceno