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  1. Paolo Gabriele Rispondi
    L'industria su misura è una soluzione ma serve mercati di nicchia può raggiungere volumi e dimensioni tali da permettere crescita o sviluppo sostenuto del Paese? Le varie Todd's, Geox, Technogym etc., casi di grande successo imprenditoriale nazionale sono imprese "nane", a livello mondiale, purtroppo. I conglomerati del lusso sono di ben maggiori dimensioni e riuniscono moda, parfumerie (e qui la Francia ci da punti) gioielleria, orologeria, prodotti alimentari di pregio etc. Le grandi manifatture capaci di creare lavoro e crescita produttiva sono ormai nelle mani dei Paesi emegenti Cina-India etc.. La Fiat è un caso a parte e potrebbe essere nel tempo costretta a delocalizzare. Per i servizi in Italia c'è ancora una certa ritrosia (anche sindacale...) eppure guardate cosa è diventata la City di Londra per la finanza mondiale! Quale allora il modello di sviluppo per i prossimi decenni? Osservare di più l'andamento demografico del nostro Paese e di quelli europei può giovarci. Turismo e non solo per i giovani, servizi tecnologici e finanziari avanzati e concorrenziali, energia e ambiente, innovazione nelle imprese e precondizioni per la "ricerca vera" possono creare sviluppo, occupazione e crescita? Quale settore o nicchia di mercato ancora da coprire a livello mondiale potremmo aggredire? E' compito delle nostre imprese, banche, associazioni imprenditoriali, classe politica, individuarli. Ma basta con le liti sui meriti e demeriti del prima e del dopo, sulle entrate, leggi finanziarie etc. Forse si dovrebbe cominciare a ragionare sul domani? Forse qualcosa o qualcuno si muove, vero Nicola Rossi?
  2. Enrico Marvasi Rispondi
    Nel suo bell'articolo tocca alcuni punti fondamentali dello lo sviluppo dell'industria sui quali concordo: concorrenza e liberalizzazioni, perdita dello strumento della svalutazione, specializzazione produttiva. Riguardo alla perdita di quote sull'export in volume, compensata dall'aumento dei valori medi unitari, mi permetto di accennare a una questione che cerco di approfondire per la mia tesi di laurea: lo studio della qualità. Mi pare che riuscire a misurare il livello qualitativo della produzione (in particolare delle esportazioni) e le sue variazioni, sia in termini assoluti che relativi rispetto ad altri paesi, possa dare informazioni aggiuntive importanti circa lo stato di salute e l'andamento dell'economia italiana. Nonostante una corretta misurazione sia molto problematica per una serie di motivi, non ultimo il fatto che l'aumento dei valori medi possa dipendere da diversi fattori e non sia necessariamente qualcosa di positivo (se l'aumento dei valori medi fosse determinato dall'uscita dal mercato di produzioni di basso valore, allora non vi sarebbe un effettivo miglioramento), comprendere le dinamiche qualitative potrebbe esplicitare alcuni aspetti della specializzazione produttiva e della produttività. Questo certamente sarebbe un aiuto in più per capire se l'industria è in degenza o in malattia. Speriamo la prima. Distinti saluti.
  3. Kent Morwath Rispondi
    Cipolletta crede veramente che l'Italia possa sopravvivere di "artigianato industriale" e di "servizi", che in Italia significa perlopiù riciclare idee e pratiche nate all'estero? Tanto per fare un esempio, IBM si è spostata sui "servizi" solo perché come produttore IT negli ultimi quindici anni ha solo accumulato fallimenti. Ma la stessa cosa non vale per Microsoft o Google che "producono" e plasmano il mercato.
  4. andrea saba Rispondi
    ha ragione Cipolletta.Da almeno venti anni la struttura industriale italiana ha abbandonato la regola che a grandi dimensioni corrisponde innovazione.Nel 1995 - dati OCSE-l'Ialia diviene il quarto paese industriale del mondo grazie ad un sistema efficiente e flessibile (distretti ).Nell'ultimo decennio vi è da un lato la crisi delle imprese vecchie e il processo di affermazione di ottime medie imprese spesso come evoluzione dei distretti più vivaci ( es.Monte Belluna -Polegato ).Il processo di innovazione avviene ,come sempre,più per learning by doing,che per grandi centri di ricerca,che,non essendoci grandi gruppi, è carente.Trattandosi di un processo di innovazione continuo e spesso interno all'impresa,non è statisticamnte ponderabile e perciò viene spesso ignorato.Ma se da venti anni in Italia si producono più macchine utensili degli USA che hanno una produzione industriale sette volte maggiore,è evidente che dentro la produzione di questo settore fondamntale si annida un processo di innovazione continuo e straordinariamente efficace.E sarebbe ora che si partisse da questo aspetto della realtà industriale italiana per organizzare la ricerca scientifica,che,così come è, è penosa. cordialmente Andrea Saba
  5. mario giaccone Rispondi
    Sicuramente Cipolletta prende il "bicchiere mezzo pieno" senza guardare a quello mezzo vuoto. lo stesso anche sulle ricette. Non sono convinto che la quota flessibile del salario abbia contribuito così tanto alla competitività delle nostre imprese, data la loro esiguità e prevalente orientamento alla compressione dei costi. Analizzando la competitività italiana in termini di flexicurity mix, questo è ancora troppo fondato su aspetti quantitativi, scaricati in buona misura sui segmenti marginali del mercato del lavoro e del sistema produttivo, e scarsamente su quelli qualitativi lungo l'asse flessibilità funzionale - impiegabilità. E qui emergono le criticità del sistema italiano della formazione professionale. La formazione professionale, dove di fatto si è formato per le figure non di punta un cartello composto dalle agenzie di formazione delle associazioni di rappresentanza, imprenditoriali e datoriali, più altri di derivazione religiosa. e sono le stesse associazioni di rappresentanza che gestiscono lo 0,30% della formazione continua con i fondi intercategoriali, scrivono con le regioni le regole per l'apprendistato e i vari percorsi formativi, emendano i bandi a loro uso e consumo. il tutto con un controllo solo burcratico e una insufficiente valutazione dei risultati: eppure la formazione professionale è fondamentale per la qualificazione del capitale umano. perchè la redazione della voce non predispone un numero monografico su questo tema fondamentale? pertanto, chiedo a Cipolletta, che ha vissuto la costruzione di questo sistema di regolazione del lavoro, inclusa la formazione, se nelle liberalizzazioni include questo fondamentale pezzo di "servizi alle imprese", dove il problema è cambiare le "regole del gioco" piuttosto che far entrare nuovi soggetti.
    • La redazione Rispondi
      Nel mio articolo non ho dato rilievo particolare alla formazione professionale ed alla flessibilità, che comunque credo sia stata utile sia per consentire la ristrutturazione produttiva, sia per aumentare il numero di occupati (mi riferisco al cosiddetto pacchetto Treu, perchè la successiva Legge 30 ha prodotto effetti marginali e di segno opposto). Ritengo anche io che una liberalizzazione del sistema di formazione professionale sia necessario e che occorrerebbe muoversi in quella direzione, privilegiando programmi di formazione permanente in azienda. cordiali saluti Innocenzo Cipolletta