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L’industria “su misura”

Non è vero che l’Italia è in una fase di declino industriale. Anzi, la nostra industria ha ripreso a crescere perché è guarita dal forte difetto di competitività e ha saputo orientarsi verso la specializzazione in produzioni ricche di servizio, di studio, di progettualità e di ricerca. D’altra parte, in tutto il mondo le grandi imprese a carattere internazionale non sono più nel settore industriale, ma in quello dei servizi. Dove però scontiamo ancora la mancanza di una piena liberalizzazione. L’esempio delle banche.

Spesso in economia si rischia di confondere uno stato di degenza con quello dell’insorgenza della malattia. È relativamente facile incorrere in questo rischio, perché durante la degenza solitamente il malato sta peggio che durante la fase in cui cova la malattia. Ma è grave confondere le due fasi, perché si rischia di fare prescrizioni o operazioni sbagliate.

La malattia e la cura

Fuor di metafora, a mio avviso, l’industria italiana ha passato, negli ultimi dieci anni, una lunga fase di degenza per uscire da una malattia che l’aveva caratterizzata nei venti anni precedenti.
La malattia era un forte difetto di competitività, che si era manifestato dopo la prima crisi da petrolio del 1973 e aveva prodotto un lungo periodo di inflazione/svalutazione, necessario per mantenere i livelli di attività. La cura della malattia iniziò nel 1989 con la disdetta della scala mobile e terminò nel 1996 con l’ingresso dell’Italia nell’euro. In mezzo abbiamo avuto le nuove relazioni industriali, la riforma delle pensioni, la riduzione del disavanzo pubblico dei governi Amato e Ciampi. Il periodo dal 1996 a oggi è stato la fase di “degenza”, durante la quale l’apparato industriale italiano si è sbarazzato della necessità delle svalutazioni. Ora ha ripreso a crescere.
Non che l’economia italiana sia risanata una volta per sempre, né si può dire che l’industria italiana sia ormai competitiva e non tema la concorrenza internazionale. Ma si può affermare che la cura del cambio fisso e dell’introduzione di flessibilità (nei salari e nell’occupazione) attuata negli anni Novanta ha funzionato: ne vediamo i risultati, in termini di aziende che esportano con esiti economici positivi.
Invece, si sente parlare di declino industriale per la perdita di alcune imprese di grande dimensione, per la diminuzione delle quote di mercato estero in volumi, per la crescita zero degli ultimi cinque anni, per la riduzione della produttività (o meglio del parametro prodotto per addetto), quasi che oggi fossimo in malattia e che tutto quanto fatto sinora non fosse servito a niente. Ma, fatto ancora più grave, con questa analisi si finisce per riproporre vecchie ricette per rilanciare la competitività, rispolverando formule e terapie non dissimili da quelle della svalutazione della moneta, dalle riduzioni una tantum del cuneo fiscale, alla difesa di campioni nazionali e alle politiche di incentivi. Tutto ciò rischia veramente di riportarci indietro negli anni delle spirali inflazione/svalutazione.

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Sempre più specializzati

Con l’introduzione dell’euro, l’industria italiana ha potuto beneficiare di un cambio di ingresso molto favorevole, che ha consentito alle imprese italiane di mantenere una buona competitività e di assorbire così i costi di una inflazione interna ancora leggermente superiore a quella degli altri paesi, anche a causa del necessario aumento di tasse e di tariffe che è stato il corollario della nostra partecipazione all’Unione monetaria.
Quando questo vantaggio si è eroso, l’industria italiana ha subito i riflessi della stabilità dei cambi in un mondo che si andava fortemente allargando, con la cosiddetta globalizzazione e l’emersione dei giganti India e Cina. Questi fenomeni hanno determinato una spinta verso la specializzazione produttiva. In altre parole, alcune imprese si sono ridimensionate fortemente, quando non sono del tutto scomparse, mentre altre sono cresciute in maniera anche rilevante. Poiché la forza dell’Italia industriale è nei prodotti di consumo, nella meccanica strumentale, nella componentistica e in pochi altri settori, la specializzazione ha favorito i comparti che si è soliti chiamare maturi, mentre si è ridotto il peso di settori dove esistono grandi imprese industriali e dove la nostra specializzazione era carente.
La crescita zero degli ultimi cinque anni, non è stata tale per tutte le imprese: al contrario, rappresenta una media aritmetica fra imprese che andavano bene (anche molto bene) e imprese che andavano male. La perdita di quote di mercato in volume è stata compensata da una difesa delle stesse quote in valore, segno di uno spostamento delle produzioni verso valori medi più elevati. Finita la fase di dolorosa depurazione, durata fino alla prima metà del 2005, l’industria italiana ha ripreso a crescere e la crescita non è dovuta tanto a fatti congiunturali, ma al processo di ristrutturazione spontaneo che si è prodotto nel corso degli ultimi dieci anni.
Può dispiacere a qualche nostalgico che l’Italia non abbia più grandi imprese industriali, ma questo non autorizza a ritenere che il nostro apparato produttivo sia carente di competitività e soprattutto non implica il ritorno ai vecchi strumenti di politica industriale. L’industria italiana di oggi è sufficientemente competitiva e continua a crescere nonostante alcune incertezze congiunturali.
È molto probabile che la crescita del 2007 sia superiore a quella del 2006 e qualcuno finirà per parlare di un nuovo miracolo economico o di ristrutturazione silenziosa.
Ma non c’è nulla di miracoloso. L’industria italiana si sta specializzando in produzioni “su misura”, ossia su prodotti concepiti e fatti in modo industriale, ma adattati al cliente con una cura di natura quasi artigianale. Basti pensare alla macchine utensili, studiate per clienti specifici, a quelle per l’imballaggio che sono spesso sistemi unici per determinati prodotti, alla moda e all’arredamento, dove dominano i marchi che sono un fenomeno di personalizzazione del prodotto, al disegno industriale e alla ingegnerizzazione delle auto, fino ai componenti sofisticati che vengono progettati ed eseguiti assieme al cliente finale.
Sono produzioni dense di servizio, di studio, di progettualità e di ricerca e il loro mercato è cresciuto enormemente grazie all’allargamento generato dalla globalizzazione e dalla presenza di nuovi concorrenti, come Cina e India. Queste imprese non hanno bisogno di svalutazioni più o meno esplicite né di interventi una tantum per ridurre i costi. Hanno bisogno invece di un paese che funzioni, con buone scuole, buone università e buone infrastrutture.

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Dove nascono le grandi imprese

Dobbiamo dunque rassegnarci a essere un paese di piccole imprese? Neanche questo è vero, ma dobbiamo capire che le grandi imprese a carattere internazionale, non sono più nel settore industriale, che ovunque è caratterizzato prevalentemente da imprese medie e piccole. È invece il settore dei servizi quello dove ci sono e ci saranno sempre più grandi imprese: nella finanza, nelle comunicazioni, nei trasporti, nella logistica, nelle professioni (avvocati, ingegneri, eccetera), nella sanità, nei sistemi educativi.
E qui siamo carenti. I nostri servizi sono asfittici e la ragione sta principalmente nella mancanza di concorrenza e di liberalizzazioni. La protezione di cui molti godono ne è anche la tomba perché il loro immobilismo si confronta con una crescita tumultuosa nei paesi dove le liberalizzazioni sono già state fatte. Basti guardare alle banche italiane, che hanno finalmente preso a crescere solo quando la liberalizzazione ha imposto loro nuove dimensioni e nuovi assetti.
La concorrenza ha salvato l’industria italiana. Si tratta ora di salvare i servizi facendo percorrere loro una strada non dissimile.

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  1. mario giaccone

    Sicuramente Cipolletta prende il “bicchiere mezzo pieno” senza guardare a quello mezzo vuoto. lo stesso anche sulle ricette.
    Non sono convinto che la quota flessibile del salario abbia contribuito così tanto alla competitività delle nostre imprese, data la loro esiguità e prevalente orientamento alla compressione dei costi. Analizzando la competitività italiana in termini di flexicurity mix, questo è ancora troppo fondato su aspetti quantitativi, scaricati in buona misura sui segmenti marginali del mercato del lavoro e del sistema produttivo, e scarsamente su quelli qualitativi lungo l’asse flessibilità funzionale – impiegabilità. E qui emergono le criticità del sistema italiano della formazione professionale.
    La formazione professionale, dove di fatto si è formato per le figure non di punta un cartello composto dalle agenzie di formazione delle associazioni di rappresentanza, imprenditoriali e datoriali, più altri di derivazione religiosa. e sono le stesse associazioni di rappresentanza che gestiscono lo 0,30% della formazione continua con i fondi intercategoriali, scrivono con le regioni le regole per l’apprendistato e i vari percorsi formativi, emendano i bandi a loro uso e consumo. il tutto con un controllo solo burcratico e una insufficiente valutazione dei risultati: eppure la formazione professionale è fondamentale per la qualificazione del capitale umano. perchè la redazione della voce non predispone un numero monografico su questo tema fondamentale?
    pertanto, chiedo a Cipolletta, che ha vissuto la costruzione di questo sistema di regolazione del lavoro, inclusa la formazione, se nelle liberalizzazioni include questo fondamentale pezzo di “servizi alle imprese”, dove il problema è cambiare le “regole del gioco” piuttosto che far entrare nuovi soggetti.

    • La redazione

      Nel mio articolo non ho dato rilievo particolare alla formazione professionale ed alla flessibilità, che comunque credo sia stata utile sia per consentire la ristrutturazione produttiva, sia per aumentare il numero di occupati (mi riferisco al cosiddetto pacchetto Treu, perchè la successiva Legge 30 ha prodotto effetti marginali e di segno opposto).
      Ritengo anche io che una liberalizzazione del sistema di formazione professionale sia necessario e che occorrerebbe muoversi in quella direzione, privilegiando programmi di formazione permanente in azienda.

      cordiali saluti
      Innocenzo Cipolletta

  2. andrea saba

    ha ragione Cipolletta.Da almeno venti anni la struttura industriale italiana ha abbandonato la regola che a grandi dimensioni corrisponde innovazione.Nel 1995 – dati OCSE-l’Ialia diviene il quarto paese industriale del mondo grazie ad un sistema efficiente e flessibile (distretti ).Nell’ultimo decennio vi è da un lato la crisi delle imprese vecchie e il processo di affermazione di ottime medie imprese spesso come evoluzione dei distretti più vivaci ( es.Monte Belluna -Polegato ).Il processo di innovazione avviene ,come sempre,più per learning by doing,che per grandi centri di ricerca,che,non essendoci grandi gruppi, è carente.Trattandosi di un processo di innovazione continuo e spesso interno all’impresa,non è statisticamnte ponderabile e perciò viene spesso ignorato.Ma se da venti anni in Italia si producono più macchine utensili degli USA che hanno una produzione industriale sette volte maggiore,è evidente che dentro la produzione di questo settore fondamntale si annida un processo di innovazione continuo e straordinariamente efficace.E sarebbe ora che si partisse da questo aspetto della realtà industriale italiana per organizzare la ricerca scientifica,che,così come è, è penosa. cordialmente Andrea Saba

  3. Kent Morwath

    Cipolletta crede veramente che l’Italia possa sopravvivere di “artigianato industriale” e di “servizi”, che in Italia significa perlopiù riciclare idee e pratiche nate all’estero?
    Tanto per fare un esempio, IBM si è spostata sui “servizi” solo perché come produttore IT negli ultimi quindici anni ha solo accumulato fallimenti. Ma la stessa cosa non vale per Microsoft o Google che “producono” e plasmano il mercato.

  4. Enrico Marvasi

    Nel suo bell’articolo tocca alcuni punti fondamentali dello lo sviluppo dell’industria sui quali concordo: concorrenza e liberalizzazioni, perdita dello strumento della svalutazione, specializzazione produttiva. Riguardo alla perdita di quote sull’export in volume, compensata dall’aumento dei valori medi unitari, mi permetto di accennare a una questione che cerco di approfondire per la mia tesi di laurea: lo studio della qualità. Mi pare che riuscire a misurare il livello qualitativo della produzione (in particolare delle esportazioni) e le sue variazioni, sia in termini assoluti che relativi rispetto ad altri paesi, possa dare informazioni aggiuntive importanti circa lo stato di salute e l’andamento dell’economia italiana. Nonostante una corretta misurazione sia molto problematica per una serie di motivi, non ultimo il fatto che l’aumento dei valori medi possa dipendere da diversi fattori e non sia necessariamente qualcosa di positivo (se l’aumento dei valori medi fosse determinato dall’uscita dal mercato di produzioni di basso valore, allora non vi sarebbe un effettivo miglioramento), comprendere le dinamiche qualitative potrebbe esplicitare alcuni aspetti della specializzazione produttiva e della produttività. Questo certamente sarebbe un aiuto in più per capire se l’industria è in degenza o in malattia. Speriamo la prima.
    Distinti saluti.

  5. Paolo Gabriele

    L’industria su misura è una soluzione ma serve mercati di nicchia può raggiungere volumi e dimensioni tali da permettere crescita o sviluppo sostenuto del Paese? Le varie Todd’s, Geox, Technogym etc., casi di grande successo imprenditoriale nazionale sono imprese “nane”, a livello mondiale, purtroppo. I conglomerati del lusso sono di ben maggiori dimensioni e riuniscono moda, parfumerie (e qui la Francia ci da punti) gioielleria, orologeria, prodotti alimentari di pregio etc. Le grandi manifatture capaci di creare lavoro e crescita produttiva sono ormai nelle mani dei Paesi emegenti Cina-India etc.. La Fiat è un caso a parte e potrebbe essere nel tempo costretta a delocalizzare. Per i servizi in Italia c’è ancora una certa ritrosia (anche sindacale…) eppure guardate cosa è diventata la City di Londra per la finanza mondiale! Quale allora il modello di sviluppo per i prossimi decenni? Osservare di più l’andamento demografico del nostro Paese e di quelli europei può giovarci. Turismo e non solo per i giovani, servizi tecnologici e finanziari avanzati e concorrenziali, energia e ambiente, innovazione nelle imprese e precondizioni per la “ricerca vera” possono creare sviluppo, occupazione e crescita? Quale settore o nicchia di mercato ancora da coprire a livello mondiale potremmo aggredire? E’ compito delle nostre imprese, banche, associazioni imprenditoriali, classe politica, individuarli. Ma basta con le liti sui meriti e demeriti del prima e del dopo, sulle entrate, leggi finanziarie etc. Forse si dovrebbe cominciare a ragionare sul domani? Forse qualcosa o qualcuno si muove, vero Nicola Rossi?

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