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  1. Davide Rispondi
    A mio avviso il sistema a punti che verrà introdotto in qlcuni paesi europei può essere un rimedio efficace per contrastare flussi irregolari e rendere più semplice l'integrazione di immigrati di prima generazione,favorendo in questo modo la coesione sociale,ma credo che il sistema a punti pecchi di egoismo e di una certa discriminazione,nei confronti di chi decide di lasciare il proprio paese (quasi certamente a malincuore) nella speranza di poter trovare proprio nella meta finale la possibilità di formarsi. Ne consegue che nei paesi sottosviluppati si rischi di provocare una 'fuga di cervelli',cioè una mancanza di lavoratori,ricercatori,uomini di cultura in grado di poter dare un fattivo impulso alla crescita economica-politico-culturale in questi paesi.
    • La redazione Rispondi
      Considerazioni molto giuste. Grazie per averle fatte perchè mi permette di chiarire meglio la proposta. Primo, diversi studi documentano che l'emigrazione di lavoratori più istruiti non sembra avere effetti negativi sul paese d'origine, probabilmente perchè molti di questi inviano rimesse consistenti a casa oppure tornano dopo l'esperienza all'estero. Inoltre la possibilità di poter emigrare legalmente può spingere un maggiore investimento in istruzione nel paese d'origine. Secondo, il sistema a punti non deve solo premiare il livello di istruzione, anche qualifiche (o la disponibilità a svolgere mansioni) di cui c'è carenza nel nostro paese.
  2. Enrico Cesarini Rispondi
    Una riforma della legge sull’immigrazione è alle porte ed il dibattito si fa intenso, al solito oscillando da un approccio tecnico a semplificazioni politiche, con tutto il male che ne discende, e ne è disceso. Un esempio sottile deriva dal confronto tra due slogan che informano la disciplina corrente e (forse) quella futura: “consentiamo l’ingresso a chi ha già un contratto di lavoro”, e “consentiamo l’ingresso a chi cerca lavoro” (la famigerata autosponsorizzazione). Tanto rassicurante la prima, quanto inquietante la seconda, agli occhi dei politici e soprattutto dell’opinione pubblica. In una valutazione tecnica, invece, la prima è tanto campata in aria, quanto cautelativa è la seconda. L’autosponsorizzazione non rappresenterebbe “il” canale d’ingresso in Italia per gli stranieri, tanto meno spalancherà le frontiere, demolendo quote e requisiti. Rappresenta, piuttosto, una soluzione ragionevole per governare e tracciare gli ingressi in Italia di chi decide di entrare autonomamente, non avendo alcuna possibilità di venire chiamato, e che altrimenti seguirebbero la via dell’ingresso turistico con permanenza irregolare. Questo è stato in Italia il canale d’ingresso prevalente, interessando l’80% della forza lavoro straniera, e la legge deve introdurre strumenti in grado di gestirlo. A meno di chiudere le frontiere anche ai turisti, o chiedere ai consolati di ambire a gestire liste per 200.000 lavoratori all’anno, l’autosponsorizzazione è il complemento necessario della sponsorizzazione, con il pregio evidente di consentire finalmente allo Stato di rimpatriare a costo zero gli stranieri che non abbiano trovato lavoro, grazie alla “dote” di ingresso. I rischi di abuso (inscenare, dietro compenso, finte chiamate) riguardano piuttosto la sponsorizzazione ad opera di singoli, che sponsorizzino una tantum.
    • La redazione Rispondi
      Si ponga la seguente domanda. Se fosse davvero così facile entrare in Italia con visto turistico perchè vi sono persone che pagano molto di più del prezzo di un biglietto d'aereo e rischiano la vita pur di entrare illegalmente nel nostro paese?
  3. Fabio Bracci Rispondi
    Sorprende che il professor Boeri abbia mutato opinione rispetto a qualche mese fa. I 'rischi' per il welfare e per la sicurezza, il no all'autosponsorizzazione (ma la sponsorizzazione fatta dalle associazioni di categoria diventerebbe un'altro pilastro neo-concertativo!) sono spiegati con la necessità di distribuire i 'costi sociali'. Ma si potrebbe anche dire altrimenti: le opinioni pubbliche nazionali premono sui governi, e questi ultimi non hanno né la forza, né la voglia di inimicarsi ampie fette dei rispettivi elettorati. Delineare strategie costa molto, è più semplice accogliere la domanda di 'protezione'. Tanto i migranti non votano.....
    • La redazione Rispondi
      Non credo di avere cambiato opinione. Ho sempre ritenuto che i flussi vanno graduati per dare tempo all'integrazione di chi arriva da noi. E, certo, l'opinione pubblica non può essere ignorata. Viviamo (per fortuna!) in democrazia.
  4. Diego Rispondi
    Trovo pragmatica, razionale e condivisibile sia l'analisi svolta che l'indicazione di policy presenti nell'articolo. Voglio però porre due questioni: ci si è posti il poblema di verificare se il sistema produttivo italiano ha veramente bisogno di lavoratori immigrati qualificati?; quali sono le tecniche che permetteranno di lasciare "fuori" i flussi di migranti che non presentano requisiti (punteggio) adatti per essere accettati? Grazie.
    • La redazione Rispondi
      Grazie a lei perchè queste sue pertinenti osservazioni mi permettono di meglio chiarire il mio pensiero. Gli immigrati hanno bisogno di adattarsi facilmente a mansioni diverse. In genere gli immigrati di prima generazione svolgono lavori al di sotto delle loro qualificazioni, per mantenersi, e poi gradualmente si spostano su lavori più corrispondenti al loro capitale umano. Chi è mediamente più istruito ha maggiori capacità di adattamento. In ogni caso il sistema a punti permette di premiare anche qualifiche basse o medio-basse (in quanto a contenuto educativo) su cui è difficile trovare persone nel nostro paese. Vero che il sistema a punti, di per sè, non impedisce l'immigrazione irregolare. Conro questa, come già scritto sul sito, il rimedio più efficace ritengo siano i controlli sui posti di lavoro. Cordiali saluti Tito Boeri