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  1. luigi antonelli Rispondi
    ho sempre molta difficoltà a condividere gli accostamenti con altri paesi a forte immigrazione in quanto le loro storie individuali descrivono una traettoria non imitabile.I nuovi paesi completamente disabitati quali USA CANADA ED ARGENTINA avevano necessità ovviamente diverse causa il momento storico (dovevano popolarsi)l'estensione del territorio e la ricchezza .I paesi europei quali francia ,inghilterra,spagna provengono da storie coloniali che implicano necessariamente una contaminazione sia in termini di CULTURA CHE DI LINGUA.Sottolineo l'elemento lingua in quanto è essenziale per facilitare l'integrazione.Perchè non prendere esempio dall'olanda che negli anni ha mostrato massima apertura all'immigrazione con consequenze nefaste tali da imporre una drastica rivisitazione delle loro leggi che sono diventate oggi tra le più restrittive in europa?L'italia necessariamente deve aprirsi all'immigrazione ma deve farlo pragmaticamente con regole certe e con una visione proiettata almeno a 50anni disegnando l'ipotetico paese che vuole costruire.Bisogna quindi immediatamente interrompere i flussi d'immigrazione "SUBITA " passando ad un programma di immigrazione "SCELTA"in quanto deve essere il Paese ospitante a poter decidere il PROFILO DELL'IMMIGRANTE CHE VUOLE INTEGRARE.Lo sò in Italia quando si affronta quest'argomento immediatamente si solleva un coro di obiezioni .Però tutti i paesi oggetto di immigrazione hanno fatto questi tipi di scelte SELETTIVE IN BASE ALLE PROPRIE NECESSITA'e sarebbe opportuno che anche l'Italia incominci a ragionare co angolazioni nuove abbandanando i vecchi schemi incrostati di ideologia sessantottina.
    • La redazione Rispondi
      Non sono un sessantottino, anche soltanto per motivi di età, e per molti aspetti mi ritengo un conservatore. Sarei d'accordo con Lei su vari aspetti, per es. l'importanza della conoscenza linguistica per l'integrazione degli immigrati, la necessità di governare l'immigrazione, di scegliere il profilo degli immigrati che si desiderano. Aggiungerei che la principale differenza tra la politica migratoria italiana e quella di altri paesi è la scarsa attenzione all'immigrazione qualificata. C'è solo un problema: chi sgoverna l'immigrazione? Chi favorisce arrivi spontanei e non programmati? Provi a pensare alle Sue conoscenze, e magari alla Sua parentela: quanti hanno fatto ricorso ad un'assistente domiciliare straniera per i loro anziani, senza metterla in regola? In seguito, le sanatorie diventano necessarie, poi i ricongiungimenti familiari, poi la fuoriuscita dai lavori iniziali alla ricerca di altri sbocchi, ecc. Quindi siamo noi italiani a scegliere una politica migratoria fai-da-te, continuando a negare in sede ufficiale di aver bisogno ogni anno di un consistente numero di lavoratori stranierei.
  2. Nico Mazza Rispondi
    Per costituire uno "standard internazionale" il quadro normativo riassunto nella tabella prodotta si presenta alquanto disomogeneo, anche non considerando gli svariati criteri di valutazione delle domande di cittadinanza nei diversi paesi. Molto omogenei sembrano in compenso i dati sugli effetti concernenti la coesione sociale, trascurati dall'Autore. In Gran Bretagna l'81% dei musulmani rivendica una identità islamica, contro un 7% che privilegia la nazionalità; dati simili in Spagna e Germania, e solo relativamente migliori in Francia (Corriere 15/08/2006). Negli USA la ispanizzazione della Florida ha prodotto una emigrazione di massa dei cittadini anglofoni, 140.000 dalla sola Miami nell'arco di un decennio (S.Huntington-La Nuova America). In Italia abbiamo un caso da manuale di cittadinanza senza alcuna integrazione socio-culturale costituito dalla minoranza di lingua tedesca altoatesina. Privilegi economici e norme di protezione (le "discriminazioni positive" auspicate dall'Autore) non hanno impedito che questa comunità richiedesse all'Austria l'assunzione costituzionale della "funzione di Potenza tutrice"(!) (Corriere 05/09/2006). In realtà la tendenza di una popolazione "altra" ad integrarsi, anzichè a costituire comunità separate, sembra proprio rispondere ad un banale calcolo di convenienza. E la concessione agevolata della cittadinanza, magari doppia, al costo di un burocratico giuramento di fedeltà, va evidentemente nella direzione della non-integrazione. Con provvedimenti di questo genere l'Italia "aperta" auspicata dall'Autore avrebbe la felice prospettiva di passare dallo status identitario di "comunità immaginata" a quello, ben più aleatorio, di comunità immaginaria. Con quale beneficio per il Sistema-paese tutto da capire.
    • La redazione Rispondi
      Mi rendo conto che il tema della concessione della cittadinanza susciti emozioni e reazioni profonde. La tendenza delle legislazioni va verso una maggiore apertura all'acquisizione della cittadinanza, anche in paesi in passato molto "etnici", e dunque chiusi, come la Germania. Negandola, non si otterrebbe certo una maggiore integrazione degli immigrati, semmai si inasprirebbero le chiusure reciproche: come sta avvenendo nel caso dei mussulmani in Europa. Non concedendo, o ritardando la concessione della cittadinanza, sarebbero meglio integrati? Negando la doppia cittadinanza (anch'essa sempre più diffusa, nel mondo) si ottiene l'effetto paradossale di spingere a radicarsi qui anche coloro che avrebbero interesse ad un certo punto, a tornare in patria, o a investire nei luoghi di provenienza. Non si avrebbe certo ottenuto una maggiore identificazione sostanziale con il nostro paese. Se il giuramento può essere solo un atto burocratico, ed è vero, questo vale anche per la scelta drastica della cittadinanza. Quando parlo dell'importanza del giuramento, che peraltro già esiste, come un altro lettore ha ricordato, intendo sottolineare l'investimento simbolico in un rituale civile che dia maggior valore a questo momento ufficiale di ingresso nella comunità dei cittadini. Il caso della minoranza tedesca è molto particolare: annessa con una guerra, è maggioranza in una determinata provincia di confine, con uno Stato-nazione confinante che ne ptarocina le rivendicazioni. Non mi pare ci siano nel mondo esempi analoghi riferiti a popolazioni immigrate. La paura dell'ispanizzazione dell'America nutrita da Huntington e da altri americani WASP è contraddetta da studi come quelli di Portes, sulla vitalità economica e cultura dell'immigrazione cubana, che ha contribuito a risollevare l'economia dii Miami; in ogni caso, il teorico dello scontro di civiltà non mi sembra una buona guida per la costruzione dell'Italia multietnica che, piaccia o meno, sarà ineluttabilmente parte del nostro futuro. Si tratta di decidere se gestire il cambiamento cercando di contemperare gli interessi delle diverse parti in gioco, oppure soltanto difendersi, finendo poi per dover accettare le immancabili sanatorie. m.a.