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  1. Riccardo Mariani Rispondi
    Per quanto le precisazioni da fare siano molte, direi che il concetto di "declino europeo" sia istruttivo e vada mantenuto. Certo, per "Europa" si deve intendere essenzialmente la "vecchia" Europa: Italia/Germania/Francia. Quel nucleo di Paesi che, tanto per dirne una, combatte con tutti i mezzi le politiche fiscalmente aggressive dei Paesi europei più giovani invocando il protezionismo sottoforma di "armonizzazione". L' Inghilterra la tirerei fuori per motivi storici e culturali. E' più un rappresentante del modello opposto che non del modello europeo. La Spagna della cura Aznar mi sembra che debba le sue performance a motivi che non hanno molto a che vedere con il "modello europeo" a base di welfare. Anche nella Vecchia Europa rimane pur sempre chi perde più o meno terreno. In genere queste differenze si potrebbero spiegare anche con l' andamento dell' imposizione delle attività produttive. Alcuni usano o hanno usato l' espediente di riservare aliquote di favore all' impresa. In Francia (non parliamo dei paesi nordici), per esempio, la pressione fiscale sulle imprese è decisamente inferiore che non in Italia o in Germania. La produzione riesce a respirare e i capitali subiscono ancora una certa fascinazione attrattiva. Ma crescere la metà degli altri (ovvero degli USA) anzichè un terzo, non puo' dare grande soddisfazione. Sopratutto se i problemi da affrontare nell' immediato (es. disoccupazione) e in prospettiva (es. pensioni) sono doppi rispetto a quelli che devono affrontare i nostri dirimpettai.
    • La redazione Rispondi
      Ci sono certamente problemi comuni ad alcuni paesi dell'Europa cosiddetta continentale. ma, come anche sottolineato nel commento, tra francia, germania e italia - il cuore della vecchia europa - ci sono tante differenze quante somiglianze. e poi l'europa è oggi a 25. dobbiamo rassegnarci a pensare che, specialmente con l'euro, aumenteranno le differenze anzichè diminuire.
  2. Alessandro Sciamarelli Rispondi
    Mi pare un’analisi ineccepibile. Oltretutto, il divario di crescita tra gli Usa e l’Ue nel suo insieme è osservabile soltanto negli ultimi 2 decenni. L’economia mondiale non è un gioco a somma zero (i.e. tutti stanno un po’ meglio di prima) e l’Ue15 ha conseguito un tasso di crescita soddisfacente anche nel citato periodo 2001-2005 (Italia esclusa), per cui la cosa va ridimensionata. Tale gap Usa-Ue si può spiegare, nel lungo periodo, con: a) dinamica demografica sfavorevole all’Ue; b) crescita Usa drogata da un policy-mix di tassi di interesse reali negativi e politiche fiscali “lafferiane”, con enormi squilibri (disavanzo in conto merci al 6% del Pil, tasso di risparmio delle famiglie negativo ecc.); c) un “mercato interno” Ue tale solo sulla carta, con numerosi settori dell’economia per i quali non vige la concorrenza. Non è invece vero che “lavoriamo poco”, così come altre leggende di cui si nutre un certo pensiero economico un po’ ideologico (è “colpa” dei vincoli di Maastricht, ecc.). E’utile anche confrontare i dati del Pil con quelli della produttività (per unità di lavoro), considerando il solo ciclo 2000-2005, nell’aggregato Ue15 la produttività del lavoro ha avuto una crescita media annua composta dell’1,1 rispetto al 2,0 Usa. Anche in questo caso, però, disaggregando per singoli paesi, si nota che le performance country-level variano notevolmente. La produttività francese, ad esempio, ha avuto un andamento molto buono, mentre l’Italia fa peggio di tutti (0,2 appena). In sostanza: il “declino europeo” è una nozione semplificata e abbastanza fuorviante; meglio distinguere da paese a paese ed osservare un arco di tempo più ampio. Detto questo, guardando a casa nostra, la nozione ci riguarda ben più da vicino. E’ in corso una “ripresa congiunturale” (e ci mancherebbe che, dopo 2 degli ultimi 3 anni a crescita zero, non ci fosse un rimbalzo positivo), e un 1,7 di crescita sul 2005 (anno veramente disastroso) non cambia le cose. A.S.