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Il mistero del francobollo scomparso

Le norme comunitarie hanno liberalizzato un notevole segmento del mercato postale, ma sinora in Italia la concorrenza di fatto è invisibile. Ne è una riprova l’abolizione del francobollo di posta ordinaria e la trasformazione di tutte le corrispondenze in “prioritarie”. Se il sonno del regolatore genera mostri tariffari, quello del liberalizzatore impedisce miglioramenti di benessere collettivo facilmente realizzabili. Si deve allora puntare a una completa apertura del mercato ancor prima del 2009 previsto dell’Unione Europea.

Cosa accadrebbe se Alitalia decidesse all’improvviso di abolire la classe “economy”, etichettando su tutte le rotte i posti disponibili come “business” e applicando la relativa tariffa? Poiché il mercato del trasporto aereo è aperto alla concorrenza, in poco tempo quasi tutta la clientela Alitalia si rivolgerebbe ai concorrenti e la compagnia sarebbe destinata rapidamente a fallire. E se fosse Trenitalia a decidere di abolire la seconda classe? Questo mercato non è aperto alla concorrenza, però si possono utilizzare altri mezzi di trasporto.
Poste italiane ha da poco abolito il francobollo di seconda classe e rietichettato tutte le corrispondenze come “prioritarie”, sottoponendole alla relativa tariffa. Cosa accadrà?

Mercato postale e concorrenza

La risposta è difficile, perché il mercato postale, almeno in Italia, non è di fatto aperto alla concorrenza (pur essendovi, legalmente, un’apertura parziale) e non vi è ancora un’alternativa modale (internet) accessibile a tutti gli utenti. La previsione dell’azienda è evidentemente quella di un aumento dei ricavi e (forse) di una riduzione del disavanzo relativo ai servizi di recapito. Tuttavia, i grandi speditori di comunicazioni, in primo luogo banche e utilities, potrebbero proporre sistematicamente ai loro clienti la migrazione degli estratti conto e delle bollette sulla posta elettronica, con annullamento dei costi di spedizione applicati ai destinatari. Così, il blitz tariffario che il vecchio governo ha lasciato in eredità al nuovo (e non si comprende come quest’ultimo non lo abbia respinto) non farebbe altro che accelerare la sostituzione della comunicazione cartacea con quella elettronica, conservando inalterato, e forse aggravando, il problema dei conti postali.

Il sonno del regolatore

Resta da chiedersi dove sia e cosa faccia il regolatore del settore postale: il ministero delle Comunicazioni, coadiuvato dal Nars-Cipe. Infatti, se tutte le corrispondenze diventano per decreto prioritarie, la loro qualità ritornerà inevitabilmente “ordinaria”. Mentre quando fu introdotta la corrispondenza prioritaria, si scelse un livello tariffario decisamente più elevato di quello ordinario proprio per evitare che un trasferimento di domanda eccessivo potesse impedire di realizzare i livelli qualitativi che erano stati promessi.
Il provvedimento ha peggiorato pertanto in maniera notevole le condizioni dei consumatori dal punto di vista sia delle tariffe (in media fortemente rialzate) che della qualità (attraverso la riduzione degli standard richiesti e l’assenza della prescrizione di un monitoraggio indipendente). Più in generale, è in contrasto con i principi di una corretta ed efficace regolazione che dovrebbe proteggere i consumatori dal potere di mercato dell’operatore dominante e non il produttore dalle conseguenze sul suo bilancio di costi inefficienti di produzione e dal possibile emergere della concorrenza.
I servizi di recapito appaiono in forte deficit nei documenti di bilancio dell’azienda, ma la separazione contabile è carente per le sue modalità di realizzazione oltre che per i difetti originali della normativa comunitaria, che prevede l’ammissione del criterio dei costi pienamente distribuiti anziché quello dei costi evitabili. (1) Essa non è pertanto in grado di impedire sovvenzioni incrociate tra segmenti tuttora riservati e segmenti aperti, almeno dal punto di vista normativo, alla concorrenza. Basti pensare che i costi sostenuti dalle poste per recapitare le comunicazioni ai clienti del bancoposta non sono imputati ai servizi finanziari postali, ma ai costi del servizio universale, in vario modo posti a carico della collettività. Hanno così il duplice effetto di permettere commissioni più basse sulle operazioni del bancoposta e, dopo il recente decreto, di aumentare l’affrancatura che le banche debbono sostenere per inviare ai loro clienti comunicazioni analoghe.
Il regolatore avrebbe dovuto valutare i nuovi livelli tariffari in maniera indipendente dall’azienda e secondo criteri ragionevolmente accettabili dal punto di vista economico. L’obiettivo primario avrebbe dovuto essere quello di accertare le ragioni dell’eccesso di costo unitario rispetto al resto dell’Unione europea. (2) È evidente che la componente dovuta a inefficienza produttiva non può costituire giustificazione per tariffe penalizzanti per l’utenza o per il proseguimento di restrizioni della concorrenza in segmenti già liberalizzati dalle norme comunitarie.
Invece, il decreto ha la conseguenza, tutt’altro che secondaria, di penalizzare senza ragione e in contrasto con le norme comunitarie, i possibili competitori nei segmenti già liberalizzati, creando nello stesso tempo ostacoli robusti al processo di progressiva liberalizzazione. Introduce infatti la possibilità di sconti consistenti da parte dell’operatore pubblico ai grandi speditori, quelli che potrebbero essere più facilmente propensi a rivolgersi ai concorrenti nei segmenti liberalizzati. Gli sconti, sono legati al carattere “massivo” delle spedizioni, alla standardizzazione degli invii e all’area geografica di spedizione/destinazione (metropolitana, eccetera). Non vi è tuttavia dimostrazione che siano effettivamente commisurati a possibili costi evitati dagli speditori all’azienda e, nella loro definizione, sono lasciati margini discrezionali eccessivi all’operatore pubblico. Se gli sconti praticabili si rivelassero più consistenti rispetto ai costi evitati, si tradurrebbero in un’evidente violazione dei principi di concorrenza.

Le cose da fare

L’agenda è allora chiara: in primo luogo è necessario riordinare la regolazione del mercato postale, affidandola a organismi indipendenti e interrompendo in tal modo il conflitto d’interessi in capo al governo. (3) In secondo luogo, bisogna programmarne una seria liberalizzazione in coerenza con le indicazioni dell’Unione Europea.
La Commissione europea ha proposto proprio in questi giorni una piena apertura del mercato postale entro il 2009, confermando la scadenza indicata nella direttiva postale in vigore. (4) Come dichiarato dal Commissario per il mercato interno e i servizi: “Nel preparare la proposta abbiamo dato la precedenza alle esigenze dei consumatori e degli utenti. Con la piena apertura del mercato nel 2009 possiamo contare su più innovazione e servizi migliori a prezzi più vantaggiosi. (…) L’apertura del mercato svolge un ruolo fondamentale per quanto riguarda la sostenibilità a lungo termine del settore e i posti di lavoro che crea”.
Si può solo aggiungere che l’Italia ha necessità di innovazione e servizi postali migliori in misura maggiore e più rapidamente degli altri paesi. È dunque nell’interesse collettivo non attendere il 2009, ma anticipare di almeno un anno la liberalizzazione completa.


(1)
L’organo di certificazione è scelto dall’azienda anziché dal regolatore, i criteri non sono definiti dal regolatore e non sono pubblici, aspetti cruciali dell’imputazione dei costi e ricavi non sono risolti. Inoltre, la metodologia dei costi pienamente distribuiti ha il difetto di incorporare nell’onere del servizio universale costi che non sono evitabili, o che lo sono solo in parte, nell’ipotesi che l’impresa, in assenza di obblighi di servizio, rinunci all’attività nelle aree non remunerative.
(2) La difesa da parte di diversi governi di un operatore pubblico non efficiente ha impedito la creazione di un vero e proprio mercato in Italia e con esso lo sviluppo di almeno tre tipologie di invii: il direct mail, gli acquisti per corrispondenza (destinati a un rapido sviluppo nell’era di internet) e i giornali in abbonamento. Si tratta delle categorie che spiegano l’elevato numero di recapiti annui per abitante, e un conseguente basso costo unitario, in molti mercati europei, diversi dei quali già totalmente liberalizzati o sulla via di una piena liberalizzazione.
(3) Dalla prima riforma postale del 1994 a oggi i ministeri del Tesoro e delle Comunicazioni, congiuntamente considerati, hanno regolato il mercato postale con la mano sinistra ed esercitato i diritti proprietari su Poste italiane con la mano destra: è difficile pensare che le due mani potessero operare in maniera indipendente l’una dall’altra. Anche in relazione al decreto tariffario, non si può non rilevare come l’errore dello Stato regolatore crei comunque vantaggio alle finanze dello Stato proprietario.
(4) Studi europei sul tema sono scaricabili dal sito http://ec.europa.eu/internal_market/post/index_en.htm

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Stabili per legge?

  1. lorenzo Marzano

    Vorrei solo aggiungere che da quando tutta è posta prioritaria, di fatto i tempi di consegna si sono duplicati come era ovvio se non si potenziavano le infrastrutture preposte.

  2. Carlo Stefani

    Da notare il paradosso: l’Antitrust sta vagliando in questi mesi le intese bancarie e il grado di concorrenza dei mercati relativi all’offerta dei sistemi di pagamento RIBA (che prevedono l’invio postale dell’avviso di pagamento RIBA al debitore) e RID, nonchè i relativi costi.

    La concorrenza è uguale per tutti ma qualcuno è più uguale degli altri.

  3. Francesco De Leo

    L’introduzione della tariffa prioritaria è stato un escamotage introdotto a suo tempo per consentire alle Poste Italiane una lievitazione della tariffa relativa al settore delle corrispondenza che consentisse di raggiungere l’equilibrio tra costi e ricavi del servizio con la minor incidenza possibile sugli indici dei prezzi al consumo, in special modo per quanto concerne quello per le famiglie di operai e impiegati. Infatti, il relativo paniere è stratificato sulla base del tipo di servizio: corrispondenze ordinarie e prioritarie, raccomandate ect. A partire dagli indici relativi a ciascun prodotto postale si procede al calcolo degli indici per tipo di servizio, attraverso una media aritmetica ponderata con pesi proporzionali al fatturato generato dalle famiglie consumatrici che generalmente non ricorrono al più costoso invio prioritario.
    Quindi, all’epoca, il notevole scarto tra la tariffa ordinaria, che rimase sostanzialmente stabile, e quella prioritaria ebbe una scarsa incidenza sulla lievitazione di tale indice.
    Per altro verso, il costo per le Poste Italiane di invio e recapito di una lettera nel formato standard e con l’indirizzo correttamente riportato è identico sia per l’invio ordinario che per quello prioritario, in quanto lo smistamento è completamente automatizzato e la spedizione e il recapito si avvalgono degli stessi mezzi.
    Infine, va ricordato che analoga operazione fu fatta dalle Ferrovie dello Stato con la soppressione della tariffa della 3^ classe.
    Il mercato postale non può prescindere dalla circostanza che il servizio postale è sempre un servizio pubblico che deve essere svolto anche a favore di quei cittadini per i quali si ventila in Italia l’ipotesi di chiusura di 4000, diconsi quattromila, piccoli uffici postali che servono altrettante comunità.
    In Inghilterra, contro la ventilata privatizzazione del regio servizio postale si è registrata la più consistente petizione popolare.

  4. marcello

    Questa idea della separazione tra rete e produzione è una strana fisima degli economisti. E il mercato a chi lo facciamo controllare allora? Ai consumatori? ma scherziamo? Lo stesso discorso si fa da anni ormai nelle TLC e dopo anni di alte grida sui pericoli dei monopoli privatizzati, i piccoli fornitori di telefonia stanno alla canna del gas. Certo che la separazione si tradurrebbe in maggiore efficienza e prezzi più bassi per i consumatori finali, ma queste due variabili ci sono, nella funzione di utilità del decisore pubblico? Ne dubito. Forse ci vuole un modello di teoria dei giochi per dimostrare che il nostro sistema è inefficiente per i consumatori ma efficiente per i decisori politici (o inefficiente per entrambi, e sarebbe un risultato più interessante). E usare la distanza tra i due punti di ottimo come misura della distanza dalla democrazia economica. Mentre i nostri economisti continuano a studiare, rispetto alle grandi speranze degli anni ’90 stiamo facendo addirittura dei passi indietro.

  5. marcello

    La cosiddetta unificazione della posta ordinaria e prioritaria è un autentico capolavoro di doppiezza . In un sol colpo, infatti: a) si aumentano le tariffe, e significativamente; b) si abolisce il servizio di posta prioritaria; c) si dà al servizio lento il nome di quello veloce, inducendo confusione negli utenti che nella loro generalità vengono “sorpresi” del peggioramento dei livelli di servizio (in realtà pagano semplicemente il servizio lento al prezzo di quello veloce). Credo che la gravità di quanto accaduto prescinda da considerazioni sulle alternative di mercato ma meriti una presa di posizione ancora più netta in un Paese in cui le sanzioni di mercato praticamente non esistono. In effetti, la cosa sarebbe gravissima anche in presenza di un valido e ampio mercato alternativo (visto che le Poste sono di proprietà pubblica e vengono finanziate con i nostri soldi).

  6. federico

    Vorrei far notare che grazie al decreto che ha modificato le tariffe della corrispondenza … il costo di vari tipi di spedizione in Italia è superiore al costo di spedizione dalla Svizzera all’Italia! Allucinante; a parte che seppur esista un “protocollo d’intesa” internazionale sulle tariffe postali, l’Italia proprio lo recepisce male. Spedire in Italia una busta fuori formato, es. 16×23 cm costa 1,4 euro; spedirla dalla Svizzera all’Italia costa 1,4 franchi… a voi i commenti.

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