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  1. Michele Mazza Rispondi
    Non mi meraviglia che con il passare degli anni il numero dei contribuenti congrui aumenti sempre di più fino a rendere necessaria una revisione degli studi. L'analisi statistica è condotta su una base che ha tutto l'interesse ad uniformarsi, a tendere verso quella linea stabilita dagli studi, e questo vale sia per chi non l'ha raggiunta e che pur di evitare l'accertamento è pronto a dichiarare un maggior numero di ricavi sia per chi pur avendola di gran lunga superata cerca in tutti i modi di riavvicinarsi erodendo la base imponibile. L'adeguamento, si sa, non è solo quello in dichiarazione dei redditi, le rimanenze finali possono aumentare aumentando i ricavi ma al contempo costituendo il primo costo dell'anno successivo i costi possono moltiplicarsi, tutte pratiche da censurare, che danneggiano il nostro paese ma soprattutto che fanno sì che la profezia degli studi di settore si autoavveri senza che il reddito aumenti.
  2. Daniela Ceccon Rispondi
    A proposito di studi di settore e parametri, vi espongo una questione che penso riguardi molti professionisti onesti, categoria di cui sono fiera di fare parte. Sono una giornalista free lance con partita IVA, che ho aperto nel 2004 avvalendomi del regime fiscale agevolato per le nuove iniziative (“forfettino”). Dal secondo anno (2005) assieme alla dichiarazione dei redditi ho compilato anche i parametri per i professionisti. Premetto che il mio codice attività (l’unico applicabile ai giornalisti) è 92400 - “attività delle agenzie di stampa”. Come tutti sanno, l’attività del giornalista, specialmente agli inizi, può non essere così redditizia ed è fatta di alti e bassi. Bene, nel 2005 ho dichiarato un volume d’affari di 16.553 euro (tutti dimostrabili con regolari fatture). Secondo i parametri io avrei dovuto guadagnare 21.259 euro. Dal momento che ho guadagnato troppo poco, mi si chiede quindi di adeguarmi versando IVA e imposte sostitutive sulla differenza che, a dire del fisco, io avrei percepito senza dichiararla. In pratica, mi trovo a dovere al fisco ulteriori 2000 euro abbondanti. La cosa più assurda è che io ho aperto la partita IVA perché era una delle condizioni poste dalla mia redazione per poter lavorare con loro, visto che lavorano solo con fatture. Quindi è assurdo che si sospetti che io abbia fatto del nero! Poi, dico io, se il sospetto c’è, che facciano dei controlli e dimostrino che effettivamente ho evaso. Ho sentito di colleghi che hanno dovuto rivolgersi ad un legale per cercare di risolvere la cosa. Io un legale non posso permettermelo, però non ho pagato l’adeguamento. All’agenzia delle entrate mi hanno detto di “documentarmi”, ed è quello che sto tentando di fare, anche se senza grandi risultati. La domanda è: ma questi parametri, su cosa si basano? Mi sembra strano che i giornalisti in media dichiarino 21.000 euro l’anno, vista la situazione di precariato continuo e instabilità in cui versa la categoria!
  3. fabrizio pascale Rispondi
    Sono un commercialista e vorrei fare diversi commenti in merito a quanto ho letto. 1. gli studi di settore sono uno strumento imperfetto perchè, essendo costruiti su medie di settore, non possono definire con precisione la situazione di redditi/ricavi di tutti i soggetti del settore e perciò spesso mettono in difficoltà soggetti che non evadono. Se a questo si aggiunge una legislazione che tende a "blindare" il risultato dello studio con conseguente rettifica automatica dei redditi si ottiene che molti contribuenti onesti si troveranno a dover affrontare un contenzioso dall'esito incerto e proveranno un crescente risentimento e diffidenza rispetto allo Stato che rinuncia a tassarlo in base ai suoi redditi effettivi. Vi assicuro che accade con notevole frequenza. 2. lo strumento studi di setore dovrebbe funzionare come segnalatore di posizioni anomale da verificare con accertamenti contabili e bancari che porterebbero a risultati concreti anche se non immediati 3. il nostro vero problema fiscale è dato dall'amministrazione fiscale inefficiente: perchè in Germania tutte le società e le partite iva ricevono controlli DIRETTI ogni 2 o 3 anni e da noi no? è così che si disincentivano molti, anche se non tutti, i comportamenti scorretti. 4. ricordiamo sempre che i dipendenti, la maggioranza dei contribuenti in Italia, contribuisce all'evasione quanto i soggetti con partita iva non chiedendo scontrini e fatture per prestazioni e beni che acquista. A questo proposito sono d'accordo sulla tracciabilità dei compensi, estesa anche alle imprese. 5. deduzione dei costi sostenuti dai contribuenti: può funzionare se limitato ad alcuni settori per alcuni anni, in modo da far emergere il vero reddito in quegli anni e verificare i casi di anomale riduzioni di ricavi/redditi negli anni in cui la detrazione non si applica.
  4. Manfredi Manfrin Rispondi
    Francamente non so se gli studi di settore in linea di principio siano un abominio, ma in pratica vengono applicati anche a società nate da più di un anno. A queste, in base al livello dei costi sostenuti, si "impone" di dichiarare ricavi congrui. Ora una start-up in ambito high tech, ad es. nelle biotecnologie, può stare anche 5 o 6 anni senza avere ricavi, ma sostenendo costi (di esercizio e capitalizzati); e tali costi e investimenti vengono pagati da capitale di rischio e da debiti, in qualche caso da contributi pubblici. Ciò non toglie che queste società siano in perdita per anni (infatti la maggior parte di loro chiude). Però questo agli studi di settore non interessa; come difendersi da questa "prepotenza"?
  5. raffaello lupi Rispondi
    Sono perfettamente d'accordo con l'assurdità di non aver inserito negli studi, per lunghi anni, i soggetti in cotnabilità ordinaria, ed è bene che anche la regola del "due su tre" sia saltata. Oggi però siamo al bivio tra due forme di rilevazione delle componenti positive del reddito, quella "statistica" in base agli studi e quella analitico-ragionieristica, in base agli scontrini, alla tracciabilità dei pagamenti, al disincentivo verso l'uso del contante, allo stesso contrasto di interessi, etc.. Non dico che una cosa escluda l'altra, solo che vanno coordinate. Lo studio di settore potrebbe dare luogo ad un reddito minimo, spostando sul contribuente la prova contraria in caso di incoerenza, ma senza precludere un convincente accertamento personalizzato di maggiori ricavi. Chi non è congruo con lo studio deve provare la propria "marginalità", ma chi è congruo non è al sicuro, ove i suoi ricavi appaiano in concreto troppo inverosimili rispetto alle caratteristiche effettive dell'attività. Bisogna pensare che non si riuscirà mai a far pagare qualcuno su un reddito che non consegue, e che per convicerlo non si può certo dire che qualcun altro non paga su un reddito che consegue. E' la limitazione oggettiva delle forfettizzazioni in un contesto di fiscalità analitica. Quanto alla generalizzazione del contrasto di interessi, mi pare che essa (oltre a stravolgere il concetto di reddito, visto che si deducono le spese di produzione non quelle di consumo) imporrebbe controlli ingestibili per l'amministrazione. Al più, il contrasto si può gestire in settori specifici, com'è accaduto per le ristrutturazioni edilizie. Comunque riproporrò l'articolo in esame su Dialoghi di diritto tributario (ovviamente citando la fonte) anche per stimolare il confronto tra giuristi ed economisti. Dopotutto il diritto tributario riguarda la determinazione giuridica della capacità economica!
  6. ciro daniele Rispondi
    Un clamoroso esempio di questo insuccesso riguarda il fenomeno dello “splitting”, che consiste nel suddividere il reddito di un’impresa tra piu’ componenti dello stesso gruppo familiare (o di qualche PACS implicito), in modo da usufruire di aliquote marginali Irpef piu’ basse e di molti altri benefit. E’ anche grazie a questo semplice trucco (oltre ad una sapiente sequenza di aperture e chiusure di partite Iva) che la maggior parte dei commercianti, ristoratori e piccoli artigiani (o meglio ciascun membro della famiglia che gestisce effettivamente l’impresa) riesce a dichiarare i redditi ridicoli che scandalizzano periodicamente tutti i ministri delle finanze, ma che risultano del tutto congrui in base agli studi di settore. Ovviamente gli studi di settore hanno tentato in tutti i modi di contrastare questa pratica, imputando un reddito aggiuntivo piuttosto alto per ogni dipendente in piu’, ma non possono certamente spingersi oltre un certo limite per non penalizzare paradossalmente proprio le imprese che hanno piu’ dipendenti regolari. Che fare? Forse, a questo punto, si potrebbero rivalutare addirittura le proposte di Tabacci sulla detraibilita’ dell’Iva per i consumatori, oppure ripristinare pari opportunita’ di elusione per tutti i contribuenti, estendendo lo splitting anche ai dipendenti, come avviene nella vicina Svizzera. In tutti i casi, non mi sembra opportuno puntare troppo sugli studi di settore, anche perche’ un’applicazione rigorosa dei criteri di Basilea 2 per la concessione del credito provvedera’ a strangolare tutti gli evasori. Si tratta solo di resistere alle pressioni delle varie lobbies che punteranno ad un annacquamento di questi criteri per “salvaguardare” le piccole imprese.
    • La redazione Rispondi
      Si condividono molte argomentazioni del lettore. Tuttavia non si ritiene praticabile la proposta di Tabacci e Di Pietro sulla detraibilità dell’Iva sui consumi finali delle famiglie perché contrasterebbe con la VI Direttiva della CEE che regolamenta l’Iva comunitaria. Sul tema più generale della detraibilità di alcune spese sostenute dai lavoratori dipendenti per la “produzione” del loro reddito sarebbe quanto mai opportuna una riflessione a tutto campo introdotta da qualche studioso che conosca bene la normativa statunitense.
  7. ciro daniele Rispondi
    Convenevole e Pisani hanno indicato, con grande onesta’ intellettuale, alcuni limiti degli studi di settore, suggerendo, come soluzione, l’attribuzione di maggiori poteri discrezionali ai responsabili della formulazione dei criteri di congruita’. Hanno anche rilevato correttamente che gli studi di settore sono nati per rilevare il fatturato delle imprese, o al massimo il loro valore aggiunto, piuttosto che l’ammontare dei profitti, e che questa impostazione rischia addirittura di incoraggiare forme di elusione del reddito imponibile basate sulla mancata dichiarazione dei costi e dei corrispondenti ricavi. In realta’, si potrebbe avanzare anche una obiezione piu’ radicale sulla filosofia degli studi di settore, riguardante l’applicabilita’ della statistica alle decisioni su singoli individui. In fondo, tassare un’impresa in base a dei parametri medi, seppure molto sofisticati, e’ come multare indiscriminatamente tutti gli automobilisti che passano su un determinato tratto di starda dove, notoriamente, la stragrande maggioranza di essi supera i limiti di velocita’. Il risultato finale per le casse dello stato e’ lo stesso di un monitoraggio puntuale con l’autovelox, ma gli automobilisti sarebbero paradossalmente incentivati a correre di piu’. Vi e’ anche un altro argomento che dovrebbe consigliare un utilizzo piu’ prudente degli studi di settore, che si ricollega ad un tema molto caro al premio Nobel Tinbergen e al nostro comune maestro Federico Caffe: se un agente economico ha a disposizione N strumenti (in questo caso le voci del suo bilancio) e deve raggiungere M obiettivi (che qui sono i valori dei parametri richiesti da qualsiasi studio di settore), allora potra’ raggiungerli tutti simultaneamente (cioe’ dichiarare il fatturato e il reddito desiderati) a condizione che N sia maggiore di M. Visto che la fantasia contabile non puo’ essere limitata per legge, gli studi di settore rischiano di rincorrere inutilmente i “controstudi” dei commercialisti piu’ accorti.
  8. giorgio Rispondi
    Le denunce dei redditi in italia si dividono in due categorie: LAVORATORI DIPENDENTI E ALTRI CON PARTITA IVA Mentre le prime sono di fatto sufficientemente esatte poichè i redditi sono dichiarati dai datori di lavoro le altre sono riconosciute ormai universalmente almeno fallaci (se non mendaci) e danno luogo all'impressionante fenomeno che un dipendente dichiara più del suo datore di lavoro!! Per equiparare le due macro categorie indicate - anche al fine di considerare equo ogni attuale riferimento al reddito denunciato - occorrerebbe dare la stessa possibilità ai Dipendenti di dedurre/detrarre dal reddito soggetto ad imposta OGNI TIPO DI SPESA DOCUMENTATA PER L'ACQUISTO DI BENI E SERVIZI PER OGNI NECESSITA' RICONDUCIBILE ALLA GESTIONE DELL'IMPRESA FAMIGLIA. La gestione di una famiglia (nel senso più ampio del termine) ha infatti connotati di rischio e difficoltà non dissimili dall'impresa tant'è che lo Stato attraverso la fiscalità generale potrebbe di fatto sostenerla ed aiutarla da un lato e dall'altro avere il pregevole effetto di fare emergere molto della ricchezza in nero oggi contabilizzata solo nel PIL per mantenere l'Italia nel club dei paesi più industrializzati!! Più gettito verrebbe garantito nel medio termine - sul breve si potrebbe avere una prima flessione - tale per cui si potrebbe pagare meno tasse tutti o a parità migliorare i servizi resi alla cittadinanza in primis ISTRUZIONE e SANITA' in un pregevole virtuosismo fiscale......
    • La redazione Rispondi
      L'argomentazione del lettore è simile a quella di molti altri interventi a molteplici articoli a sfondo fiscale pubblicati su "La Voce". L'invenzione del sostituto d'imposta per i dipendenti è dovuta a Bruno Visentini: dal 1974 in poi (adozione dell'Irpef) l'evasione fiscale da sport globale nazionale è diventato uno sport praticato massimamente dai titolari di partita Iva. Detto questo, ciò che si dovrebbe capire a fondo è che in quei Paesi europei dove non esiste il sostituto d'imposta (ad es. la Francia) c'è comunque molta minore evasione che in Italia. Pertanto l'evasione dipende, in estrema sintesi, dalla frammentazione del tessuto produttivo, da uno scarso senso civico e dalla debolezza storica dell'Amministrazione finanziaria. In un contesto simile, gli studi di settore dovrebbero svolgere le veci, entro certi limiti ed in senso metaforico, del sostituto d'imposta che hanno i dipendenti: le piccole imprese dovrebbero essere tassate ai fini delle II.DD. in base ad un reddito normale che sia accettabile e decente. Altre idee di tassazione (ad es. il mitico reddito effettivo) sono solo velleitarie come dimostra la storia degli ultimi 40 anni. Qui si innesta la nostra proposta di "gestire" in maniera etica gli studi di settore. Cosa che sino ad oggi non è stata fatta. L'idea di portare in detrazione alcune spese sostenute per la famiglia (si vedano i ripetuti interventi pubblici di Bruno Tabacci ed Antonio Di Pietro) è per un verso assolutamente condivisibile ma per un altro del tutto velleitaria: è irrealizzabile finché non si sarà verificato un robusto recupero di evasione. In Francia ed in altri Paesi esistono i quozienti familiari. Faccio un esempio limite che ho formulato per rispondere ad un lettore di "La Repubblica" che il 7 novembre aveva osservato che avere cinque figli in Italia è considerato un lusso dal Fisco. Se un cittadino con un reddito lordo di 100.000 euro vivesse in Francia avrebbe pagato all'erario 5.564 euro di imposta personale avendo la moglie e cinque figli a carico. In Italia, invece, con lo stesso reddito lordo il contribuente paga 33.708 euro. Non solo. Con identico reddito un altro redditiere se celibe in Francia pagherebbe 24.784 euro ed in Italia 34.390. Con la moglie a carico, e senza figli, il francese pagherebbe 16.878 euro. Si capisce pertanto che i due sistemi fiscali sono radicalmente diversi. In Italia l'architrave del sistema è l'imposta personale sul reddito mentre in Francia è l'Iva cioè l'imposta sui consumi finali: in termini resi omogenei, il gettito netto dell'Iva francese è del 25% maggiore del nostro nonostante aliquote medie più basse delle nostre. In presenza di un'evasione che da noi è più del doppio di quella francese (in rapporto al PIL), la diversa filosofia fiscale fa la differenza. In Francia il 42% delle famiglie è esentata dall'imposta personale. In Italia le famiglie le cui entrate non derivano da lavoro dipendente cercano di sottrarsi al prelievo fiscale e dunque praticano da sé i "quozienti familiari". Quante sono? Uno, due, tre milioni? Non lo sappiamo con precisione ma qualche idea ce la possiamo fare. Come si esce da questa situazione? La sola strada possibile è quella di un graduale e costante recupero di base imponibile come indicato più volte dal presidente Prodi
  9. hominibus Rispondi
    Se si adoperasse la BCF (Borsa dei cespiti fiscali) relativa a tutti i beni mobili ed immobili, esistenti sul territorio nazionale, unitamente alla Borsa titoli e merci, si potrebbe semplificare, unificare ed automatizzare la imposizione fiscale per tutti soggetti economici, privati e pubblici, civili, commerciali, industriali, utilizzando il valore corrente di mercato delle risorse nella disponibilità di ogni persona fisica e giuridica. In sostanza, bisogna abbandonare l'imposizione sul reddito a favore di quella sul patrimonio. In tal modo si premia la redditività, si rende uniforme l'impegno alla contribuzione e si riduce drasticamente l'imponente organico pubblico e privato predisposto per il gioco di guardie e ladri, con reciproco scambio di ruoli, tra stato e cittadini. Lo affermiamo da tempo, nella speranza di trovare corrispondenza presso LaVoce?. Potrà avvenire?
    • La redazione Rispondi
      Da vari anni anche mia moglie sostiene la necessità di passare ad una tassazione generalizzata sul patrimonio abbandonando quella sul reddito delle imprese e del lavoro. Confesso di non essere attrezzato per discutere seriamente una proposta simile. La riflessione dovrebbe essere impostata da qualcuno tra i tanti studiosi di Scienza delle finanze esistenti in Italia. Ricordo, en passant, che molti anni fa il premio nobel americano Buchanan scrisse che la Scienza delle finanze era una disciplina eminentemente italiana che, purtoppo, non si era diffusa all’estero per via del ghetto linguistico che caratterizza la lingua di Dante. Per parte mia, rilevo che una voce logicamente e quantitativamente rilevante della BCF (Borsa dei cespiti fiscali) sarebbe rappresentata dagli immobili (tutte le tipologie delle unità immobiliari urbane e rurali). Ora, il catasto italiano si trova in coma profondo da alcuni decenni e non si riesce ad intravedere l’uscita dall’incubo che esso rappresenta per lo Stato e la collettività. Mi auguro di sbagliarmi ma ho la sensazione che anche le aspettative contenute nell’art. 4 del collegato alla finanziaria per il 2007 andranno deluse. Il catasto italiano è un ferrovecchio da buttare perché irriformabile. Metaforicamente è come se nelle Facoltà di economia si continuasse oggi ad insegnare l’Economia corporativa. Tale insegnamento aveva un senso prima della seconda guerra mondiale (cioè settanta anni fa) dal momento che rifletteva i valori culturali dell’epoca ed i rapporti di forza internazionali con i relativi schieramenti. Nessun Paese di capitalismo reale possiede un catasto simile al nostro in quanto a struttura logica interna. Ne dobbiamo prendere atto e voltare pagina.
  10. Riccardo Mariani Rispondi
    Mi sembra che i paradossi segnalati dall' Autore derivino dalla natura stessa degli Studi di settore. Venivano ipocritamente concepiti per catastizzare i ricavi quando in realtà cio' che si voleva era una specie di "minimum tax". Per come sono concepiti è naturale che una "minusvalenza" (per esempio) non venga ritenuta rilevante nella regressione statistica (e come potrebbe essere ritenuto tipico una componente straordinaria del reddito?). Per il resto ormai tutti i costi sono rilevanti nella regressione. Certo, alcuni meno di altri. Ma questo è normale altrimenti si renderebbe tutto più grezzo tornando ai Parametri. E' anche ovvio che incentivino l' evasione almeno nella stessa misura in cui la dissuadono: se si fissa una linea tutti sono incentivati ad avvicinarsi, sia quelli che stanno sotto che quelli che stanno sopra quella linea. Ma per recuperare evasione tramite controlli capillari non c' era certo bisogno degli Studi di Settore. Bastavano le semplici ricostruzioni contabili di una volta. Anzi, direi che oggi il recupero è meno realistico: ci si limita a correggere la compilazione degli Studi e ad applicarli, anche in presenza di evasioni ben più alte. Per non parlare dello straordinario appesantimento burocratico di un simile strumento. Prendiamo le semplificate: oltre alla fotografia contabile (ulteriormente raffinata da un' analisi dei costi più complessa) è necessario scattare una elaboratissima fotografia extracontabile. Gli impegni vengono raddoppiati alla faccia della tanto proclamate "semplificazione". Una simile complessità sembra creata apposto affinchè un errore possa sempre emergere. Ma è così che si vuole catturare la fiducia del contribuente? Forse la cosa migliore è buttare tutto nel cestino ed affidare la lotta all' evasione ad una drastica riduzione delle aliquote a parità di controlli.
    • La redazione Rispondi
      La reazione istintiva a “buttare tutto nel cestino”, come suggerisce il lettore è comprensibile ma non è la soluzione migliore. Una realtà produttiva così frammentata come quella italiana impone di ricorrere a strumenti presuntivi. Gli studi di settore sono l’ultima tappa di un percorso iniziato a metà degli anni ottanta del secolo scorso con Visentini. Gli studi sono uno strumento molto sofisticato che va migliorato e soprattutto gestito bene giacché, al momento, rappresentano unicamente una potenzialità inespressa. Quando nell’autunno del 2002 si fece un convegno internazionale a Venezia, il giornalista Jean Marie del Bo (Il Sole 24 Ore) pose una domanda solo apparentemente retorica: Chi controlla i controllori? Giuseppe Vialetti rispose dicendo che il controllo degli esiti degli studi andava fatto ricorrendo a due strade empiriche entrambe basate su confronti con i flussi della contabilità nazionale: i consumi finali delle famiglie sul territorio (ad es. le province) ed il valore aggiunto Irap confrontato con il valore aggiunto ISTAT. Anche in quest’ultimo caso si può fare riferimento al livello provinciale per cinque settori macroeconomici cui ricondurre gli oltre 200 studi esistenti. Con l’articolo abbiamo voluto sollevare innanzitutto il problema generale della trasparenza: sino ad ora non c’è mai stata. Che il loro funzionamento fosse deludente se non contraddittorio venne sollevato alcuni anni fa da Giulio Tremonti che nella relazione di accompagno alla sua riforma fiscale (dicembre 2001, vale a dire cinque anni fa) parlò espressamente della necessità di “potenziare gli studi di settore”: lui per primo si era infatti reso conto che gli studi non consentivano di allargare la base imponibile. Tremonti, all’epoca, mise nel consiglio di amministrazione della Sose due studiosi del calibro di Ernesto Longobardi e Giuseppe Vitaletti: ai fini pratici dell’esito degli studi va però rilevato che la loro presenza non è riuscita a generare risultati. Si è così persa un’occasione importante dal momento che i due studiosi erano stati assieme a Tremonti tra i più convinti fautori dello strumento. Sarebbe interessante raccogliere la loro testimonianza.
  11. Maurizio Gasparello Rispondi
    Più che un commento, la mia è una curiosità: c'è qualcuno che sa dirmi se i "Phone Center" e i "Transfer Money " sono soggetti ai parametri o agli studi di settore? Io non li ho trovati (veramente non ho trovato nemmeno il relatvo codice Istat...) e trovo davvero singolare che attività così redditizie (lo testimonia il fatto che si stanno espandendo a macchia d'olio) siano ignorate dal fisco. Maurizio Gasparello
    • La redazione Rispondi
      Attualmente i “Phone center” sono colti in un cluster dello studio dedicato alle altre attività di servizi alle imprese non classificate altrove (ateco 74.87.8). La realtà commerciale è sempre in rapida evoluzione. Prima o poi anche l’ISTAT creerà un codice apposito.