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  1. Bruno Rispondi
    Persiste e si accresce la forbice tra due generazioni. Quelle che hanno la pensione calcolata col sistema retributivo e quelle con il contributivo. Tale iniquità è resa ancor più evidente e scandalosa dal "silenzio" imbarazzato e comunque destinato a diventare "assordante" nel settore pubblico. Due generazioni che lavorano insieme, esercitano gli stessi compiti ma avranno una differenza di qualità della vita. I "contributivi" contrariamente al settore privato o anche i "misti" non potranno mai farsi una pensione integrativa. Per costoro di Tfr non se ne parla. Il problema taciuto? Come si recuperano (qualora dovesse decollare la previdenza integrativa nel pubblico impiego) 12 anni di mancati versamenti del datore di lavoro. 12 anni dalla Riforma Dini ad oggi trascorsi "con la testa sotto la sabbia". I “giovani” lavoratori se ne stanno accorgendo: non solo dovranno vivere a lungo per pagare (cash) le pensioni agli anziani, ma dovranno pure consentire di pagarle con rendimenti del 70/80%...mentre per loro...non resta che piangere...o forse no..magari determinare un incidente in qualche vertenza da preparare tra qualche annetto alla Corte Costituzionale.. come ultima spiaggia. Come possono coesistere due sistemi di calcolo diversi per lavoratori appartenenti allo stesso settore che svolgono identici compiti all'interno di un sistema legislativo (legge Dini) che prevedeva la "terza gamba" quale presupposto per il rispetto del diritto di eguaglianza (formale e sostanziale) e per il quale non se ne intravede la nascita? E se allungassimo il retributivo sino al decollo della previdenza integrativa? Chi pagherebbe? le future generazioni ? Ed estendere a tutti il contributivo? I diritti quesiti non si toccano è vero, ma ciò è giusto quando a pagare non siano altri. E nel caso dei dipendenti pubblici lo Stato "datore di lavoro" garante della legalità, considera figli i primi e figliastri i secondi. Non c'è che dire! incentiva al massimo! Imbarazza parlarne è vero.
  2. Agostino Rispondi
    Sembrava la volta buona che la fusione di 5 enti previdenziali con molta sagezza una volta per tutte si potesse avverare. Infatti presso l'INPDAP i pensionati militari a dir poco sono vessati alla gande.Infatti le chiarissime disposizioni legislative supportate da vari tipi di sentenze sono sfacciamente negate al punto tale che ogni cosa deve avere sbocco di procedura legale. E' lungo l'elenco delle voci e dei soggetti aventi diritto. Sarebbe opportuna la fusione con grande recupero di risorse ed unicità di trattamenti. Le spese del contenzioso è più che vero sono immense e le attese logoranti e sciocche. Il personale esistente lamenta carenze organici di vario livello ed un impiego amomalo fatto di caos. Grazie.
  3. Edoardo Riccio Rispondi
    I commenti sono tutti perfettamente condivisibili e non fanno una grinza. Il punto è che come sempre in Italia si naviga a vista, senza che nessuno si ponga nemmeno lontanamente il problema di dare un futuro o una speranza ai cittadini, e ai cittadini più giovani in particolare. Quindi trovare un nesso logico tra TFR all'INPS (che nei fatti anche se non secondo Bruxelles diventa debito pubblico) e stimolo alla previdenza complementare è pura utopia. Così come non ha senso un sistema di tipo privatistico senza concorrenza. Con una normativa diversa Compagnie di Assicurazione e Banche avrebbero investito nel "business" della Previdenza Complementare e avrebbero contribuito a creare quella consapevolezza del problema che oggi manca. Ma purtroppo era scritto che i Sindacati (solo quelli maggiormente rappresentativi, per carità) dovessero avere il monopolio della gestione di questi asset (che vogliono dire potere) e dunque si è proceduto sulla strada più controproducente per risolvere il problema previdenziale.
  4. Pierluigi Rispondi
    Sebbene sono anni che si parla dello sviluppo dei fondi pensione, il prossimo anno potrebbe essere quello di svolta secondo me. Soprattutto se si considera il maggior vantaggio fiscale che effettivamente i FP manterrano (11%) rispetto alla nuova tassazione delle rendite finanziarie (20%). Rimane però un elemento critico dal quale dipenderà anche l'affermazione culturale dell'adesione ai fondi pensione. Quello che si prospetta in Italia è il potere dei sindacati sui FP quando in realtà dovrebbe essere sotto il controllo degli aderenti: i soldi ce li metto io nel FP, perchè non è prevista una assemblea degli aderenti ma una assemblea dei delegati che in realtà sono persone che vengono scelte dai sindacati e dai datori di lavoro? Questo mi sembra il grosso limite della attuale impostazione della governance dei FP. Ed è quello che più potrebbe impattare sulla fiducia nei FP in futuro quando ci si accorgerà che, anche con la massima trasparenza (strano poi vincono sempre gli stessi!) imposta dai regolamenti COVIP, i gestori selezionati per la gestione degli asset magari non erano i migliori disponibili sulla piazza internazionale! Infine bisogna tener fuori da questo ambito i prodotti assicurativi che rischiano di ammazzare la fiducia: se le compagnie vogliono partecipare a questo mercato devono concorrere con lo strumento giusto dei fondi che hanno nav certi, costi contenuti e impostazioni di asset allocation definite come avviene negli altri paesi. I benefici fiscali sono accettabili solo per le polizze che coprono rischi, morte, invalidita, inabilita al lavoro etc. Pierluigi
  5. andronico Rispondi
    Una domanda e una proposta (spero gli autori possano rispondermi). Domanda: a me risulta (fonte COVIP) che i fondi autorizzati in Italia siano più di 500. Potreste confrontare questo numero con quello relativo ad altri paesi? (Francia, UK, Spagna, Germania). Perché ho l'impressione che qui ce ne siano un po' troppi. Proposta: perché non viene indicato in busta paga l'ammontare della pensione che il lavoratore maturerebbe al primo momento utile (a legislazione vigente) per pensionarsi e a reddito reale costante?
    • La redazione Rispondi
      Pur accettando un po’ di approssimazione nel numero (a noi risultano 460 nuovi fondi nel 2005) è possibile concordare con lei che sul rischio di una eccessiva frammentazione, a cui corrisponde quello di un eccesso di spese. L’impressione che ogni categoria, anche piccola, voglia il “suo” fondo, non è certo infondata. Forse alla base vi è lo stesso desiderio di differenziazione del sistema pubblico, che ha portato alla frammentazione che conosciamo, causa di distorsioni, di costi e di mancanza di trasparenza. In via di principio, un numero maggiore di fondi dovrebbe corrispondere a maggiore concorrenza. Nel caso italiano, tuttavia, la concorrenza tra i fondi è limitata dalle regole che fissano le modalità di partecipazione da parte dei lavoratori. Ciò detto, il numero dei fondi di per sè non è molto significativo se non confrotato col numero di potenziali aderenti e col grado di copertura. E su questo punto i confronti internazionali sono più difficili. Il numero di fondi pensione negli altri paesi Europei è generalmente maggiore che in Italia, e molto variabile. Nel 2005 erano 831 in Olanda, nel 2004, 1163 in Spagna, mentre nel Regno Unito, un Paese dal sistema pensionistico molto frammentato, esistevano circa 69000 schemi pensionisitici occupazionali, di cui circa ¾ con meno di 12 iscritti! Per quanto rigurada l'informazione sull'ammontare della pensione, sarebbe più logico che questo compito spettasse all'ente che gestisce la previdenza obbligatoria (INPS, INPDAP o altri), il quale è in grado di conoscere la situazione lavorativa completa dall'individuo. Tali enti si fanno scudo non tanto della difficoltà di calcolo (che è relativamente bassa dato che tutti hanno sofisticati modelli), quanto del rischio di diffondere notizie preoccupanti tra i lavoratori e di generare magari “ingiustificati” allarmismi. Ovviamente è un atteggiamento miope, che genera un circolo vizioso: quanto meno si educano i lavoratori al risparmio previdenziale, tanto più è difficile dare loro informazioni che dovrebbero convincerli a ”fare di più”, sia in termini di lavoro e sia in termini di contribuzione ai fondi pensione. EF – CM
  6. Diego Rispondi
    Che siano necessari i fondi negoziali è indubbio, quello che ho sempre criticato una volta partito il fondo di categoria è, perchè il sindacato si ostina a non dare almeno in forma collettiva, alle RSU aziendali, la possibilità di scegliere di aderire o meno ad altri tipi di fondi? Il problema è che nelle assemblee organizzate dai sindacati non si parla "DI" Fondi Pensione ma, solamente "DEL" Fondo Pensione della specifica categoria. Ad esempio, io faccio parte del Terziario, l'assemblea è unicamente su Fon.Te (fondo pensione per commercio turismo e servizi), i dirigenti sindacali organizzano e partecipano per Fon.TE, sono presenti componenti del consiglio di amministrazione di Fon.Te (che sono dirigenti sindacali), il resto dell'assemblea è formata da delegati dei soci beneficiari di Fon.TE e delegati RSU/RSA, tentare di parlare di una altro fondo... è un suicidio. A 10 anni oramai dall'istituzione di Fon.Te, sarebbe necessaria un'analisi obiettiva. Con una base potenziale 1.500.000 dipendenti nel settore ed affini, dopo oltre 6/7 anni dall'autorizzazione aver convinto all'adesione meno di 25.000 persone, qualche problema lo dovrebbe porre. Una percentuale non piccola, non aderirà MAI al fondo di categoria ed una percentuale molto grande lavora in aziende sotto i 50 dipendenti Tirate le somme, ipotizzare (nei prossimi 5 anni), anche solo il 50% di adesioni sarebbe un risultato eccezionale, e l'altra meta? Non dovrebbe essere compito del sindacato aiutare TUTTI i lavoratori a farsi una pensione complementare? Se il sindacato promuove solo il suo di fondo, o prendi quello o niente? Se il sindacato ha come occupazione esclusivamente, la promozione del suo fondo, chi si dovrebbe occupare delle verifiche per conto dei lavoratori dell'operato dei fondi, sempre Panorama? Chi dovrebbe indirizzare i lavoratori su fondi Etici o Ecologici, visto quanto sta già avvenendo?