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Operazione Tfr: le risposte del ministro Damiano

Meno di due mesi al via dell’operazione smobilizzo del trattamento di fine rapporto. Ma i suoi contorni restano ancora poco chiari. Per meglio informare i nostri lettori, Tito Boeri e Agar Brugiavini rivolgono sette domande al ministro Damiano su dove andranno i flussi di Tfr maturati nei primi sei mesi del 2007, come cambierà l’organizzazione dell’Inps, la previdenza complementare per gli autonomi, la trasformazione della liquidazione in rendite vitalizie, i fondi multicomparto e i requisiti previsti per entrare nel cda dei fondi. Nelle colonne di destra le risposte del ministro Cesare Damiano.

Molti aspetti dell’operazione smobilizzo del trattamento di fine rapporto sono ancora poco chiari. Eppure, dopo l’accordo sottoscritto il 19 ottobre da governo e parti sociali, l’operazione partirà fra meno di due mesi. Rivolgiamo qui alcune domande al ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Servono per meglio informare i lettori e permettere anche a noi una valutazione più approfondita del provvedimento.

1. La scelta operata dai lavoratori entro il 1 giugno 2007 varrà retroattivamente? In altre parole, se un lavoratore decide entro i sei mesi di optare per il trasferimento alla previdenza integrativa, i flussi di Tfr maturati dal 1° gennaio al 1° giugno 2007 finiranno al fondo pensione oppure al fondo pubblico gestito dall’Inps?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

Il dubbio viene guardando le stime delle entrate per l’Inps legate all’operazione Tfr. La Finanziaria prevede che ammonterebbero a 6,6 miliardi di euro. Ma, come mostrato da Costagli, Pammolli e Salerno, la base potenziale (gli accantonamenti per il Tfr delle imprese con più di 50 addetti) non supera gli 8,5 miliardi di euro. Questo significa che si stima implicitamente che circa il 77 per cento dei dipendenti di queste imprese opterà esplicitamente per lasciare il Tfr presso in azienda, pur sapendo che in realtà i flussi verranno destinati all’Inps. Ci sembra una scommessa contro il decollo della previdenza integrativa fin troppo ardita. Normalmente, circa il 70 per cento dei lavoratori non esercita esplicitamente un’opzione, finendo per beneficiare del silenzio assenso. Se così fosse, almeno il 70 per cento dei flussi di Tfr dei lavoratori delle grandi imprese andrebbe ai fondi pensione. A questi andrebbero poi aggiunti i flussi di chi opta esplicitamente per il Tfr.
Se, invece, i flussi dei primi sei mesi andassero automaticamente all’Inps, l’obiettivo di raccogliere 6,6 miliardi sarebbe più verosimile: 4,25 miliardi finirebbero, senza colpo ferire, nelle casse dell’Inps nei primi sei mesi del 2007. E vi si aggiungerebbero i flussi di chi decide di lasciare il Tfr presso una grande impresa nei sei mesi successivi. Si tratterebbe, in ogni caso, di entrate una tantum.

Il lavoratore nei sei mesi che vanno dal 1° gennaio al 30 giugno 2007 potrà in qualsiasi momento decidere di aderire ad una forma di previdenza complementare e a questa far confluire il proprio TFR e gli eventuali versamenti del datore di lavoro oltre ai propri. In questo caso il datore di lavoro verserà il TFR maturato da quella data in poi alla forma prescelta a partire dal 1° luglio 2007. Il TFR dal 1° gennaio a quella data resta in azienda. Esempio: il lavoratore aderisce il 1° marzo; il TFR dal 1° marzo al 30 giugno verrà versato il 1° luglio e poi alle scadenze previste dal Fondo pensione. Il TFR maturato dal 1° gennaio al 28 febbraio resta in azienda.

2. Quali cambiamenti sono previsti nell’organizzazione dell’Inps per gestire i flussi del Tfr? E quali costi comporteranno?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

A differenza dei contributi previdenziali, gli accantonamenti del Tfr sono esigibili da parte dei lavoratori in un’ampia casistica (spese sanitarie, mutui, eccetera). Quindi bisognerà costruire una amministrazione ad hoc presso l’Inps per gestirli. Vi saranno anche casi complessi da affrontare come quello, ad esempio, di un lavoratore che passasse da un’impresa con più di 50 addetti a un’impresa con meno di 50. Anche se, come si sente ripetere spesso in questi giorni, l’operazione Tfr all’Inps dovesse avere la natura di un’operazione straordinaria e temporanea “per fare cassa”. Utile, dunque, avere qualche dettaglio sugli accorgimenti organizzativi che sono stati presi in considerazione e sui loro costi.

Preliminarmente, occorre osservare che all’INPS è già attivo da oltre un anno il sistema e-mens, ovvero il meccanismo telematico di registrazione mensile delle posizioni contributive dei lavoratori dipendenti via INTERNET, che, accanto allo già sperimentato sistema  per le riscossioni, il mod. F 24, costituisce un compiuto flusso informativo e finanziario telematico, a carattere mensile, per la totalità delle aziende che occupano lavoratori dipendenti. Inoltre, in occasione del bonus per il posticipo del pensionamento, l’Istituto ha già sperimentato procedure di interscambio telematico di comunicazioni con il sistema delle imprese e dei lavoratori. L’utilizzo di tali procedure tecnologiche consentirebbe, con piccoli adeguamenti tecnici ed amministrativi, una efficace gestione finanziaria e contabile del Fondo di tesoreria, nonché una adeguata gestione amministrativa delle prestazioni, in pro-quota, previste dall’art. 2120 del Cod.Civ. il tutto, via INTERNET, senza ulteriori aggravi di costo.    

3. Cosa succede al fondo residuale a capitalizzazione presso l’Inps, previsto dalla normativa precedente (il decreto legislativo 252 del 2005)?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

Sin qui, la normativa prevedeva che i flussi inoptati in settori in cui non vi sia un fondo contrattuale, né un fondo collettivo prevalente verso cui sono indirizzati i flussi di una maggioranza di lavoratori, finissero presso un apposito fondo a capitalizzazione (in grado di investire sui mercati finanziari) presso l’Inps. Questa creatura abbastanza preoccupante dal punto di vista delle potenziali interferenze con la governance delle imprese è prevista anche dalla nuova normativa? Se no, a chi verranno devoluti i flussi di Tfr inoptato (sul tacito assenso) nel caso in cui non vi fosse né fondo negoziale di categoria, né fondo prevalente? La domanda è importante anche dal punto di vista organizzativo (vedi sopra) perché si tratta di capire se presso l’Inps ci saranno uno o due comparti che gestiscono il Tfr.

Il fondo residuale istituito presso l’INPS così come previsto dall’articolo 9 del D.lgs. 252/05 resta e verrà gestito con le regole previste per tutte forme di previdenza complementare e avrà un patrimonio autonomo e separato da quello dell’Ente previdenziale. Esso serve essenzialmente per tutti coloro che non hanno ancora una forma di previdenza complementare istituita o che è in corso di costituzione che così avranno la possibilità se non faranno una scelta attiva di poter attraverso il silenzio assenso far confluire i proprio TFR in un Fondo pensione e quindi in qualsiasi momento poterlo trasferire ad un’altra forma di previdenza complementare.

4. Si prevede di incoraggiare il decollo della previdenza complementare anche presso i lavoratori autonomi?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

I lavoratori autonomi per definizione non sono coinvolti dall’operazione Tfr, ma data la maggiore aleatorietà dei loro redditi hanno forse ancor maggior bisogno di costruirsi una previdenza integrativa. La Finanziaria ha optato per aumentare i loro contributi previdenziali obbligatori, avvicinando l’aliquota contributiva a quella di computo. È nelle intenzioni del governo introdurre contributi obbligatori da devolvere a fondi pensione scelti dal lavoratore? Oppure permettere libertà di scelta ai lavoratori autonomi fra contribuire al sistema pubblico o ai fondi pensione?

Il problema di incoraggiare il decollo della previdenza complementare è comune non solo ai lavoratori autonomi ma a tutti i lavoratori. Per questo motivo è prevista una campagna di comunicazione mirata a partire dal 1° gennaio 2007. Pensiamo nei primi sei mesi del 2007 di promuovere una campagna di informazione capillare attraverso l’utilizzo di tutti mezzi di comunicazione, volta a mettere i lavoratori nelle condizioni di poter scegliere in maniera consapevole se aderire o meno alla previdenza complementare. Non è escluso che all’interno di questa campagna ci siano comunicazioni mirate nei confronti delle varie tipologie di lavoratori (dipendenti, autonomi, pubblici).
I lavoratori autonomi, ma non solo loro, hanno bisogno di portare la loro contribuzione al sistema obbligatorio ad un livello che gli consenta di avere prestazioni previdenziali in linea con quelle degli altri lavoratori. Non è allo studio del Governo nessun provvedimento che preveda una loro contribuzione obbligatoria alle forme di previdenza complementare.

5. Sono previsti interventi per scoraggiare la liquidazione del Tfr in un’unica soluzione, e di conseguenza incoraggiare la sua trasformazione in rendita vitalizia?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

Soprattutto in un paese come l’Italia dove il mercato delle rendite vitalizie è sottosviluppato, può essere una scelta molto costosa per un lavoratore. Il senso dello smobilizzo Tfr verso i fondi pensione è proprio quello di garantire un vitalizio dopo il pensionamento. Si prevede perciò di apportare correttivi alla normativa, reintroducendo, un trattamento fiscale più di favore a chi non esige il Tfr, lasciando che si trasformi in rendita vitalizia?

Non sono previste modifiche alla normativa che regola il TFR. Vale solo la pena di ricordare che comunque già oggi la scelta di destinare il TFR a previdenza complementare comporta una sua trasformazione (almeno per il 50%) in rendita con un trattamento fiscale sicuramente più conveniente rispetto alla liquidazione in capitale prevista per il TFR.

6. Il governo ha intenzione di incoraggiare fondi collettivi multicomparto in grado di raccogliere contributi di lavoratori autonomi o del pubblico impiego?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

Questo è un tema di cui molto si è discusso, ma poco è stato fatto. Ci piacerebbe capire quali sono le intenzioni del governo in merito.

La scelta che abbiamo fatto in questa fase è quella di anticipare l’avvio della riforma della previdenza complementare, senza modificare l’attuale normativa. Ciò non toglie che una volta avviato il meccanismo del silenzio assenso non si possa intervenire per rendere sempre più efficiente il sistema prevedendo anche l’introduzione di nuovi strumenti quali i fondi collettivi multicomparto.

7. Come verranno stabiliti i requisiti necessari per far parte dei consigli di amministrazione dei fondi contrattuali?

Le nostre considerazioni

Le risposte del Ministro Damiano

In Italia, ancor più che altrove, c’è un serio problema di alfabetizzazione finanziaria dei membri dei consigli di amministrazione dei fondi pensione. Dunque, i requisiti per entrare a farne parte non possono che essere molto restrittivi, per tutelare i sottoscrittori del fondo pensione. Risponde al vero la tesi secondo cui basterà un breve corso di formazione per assurgere a tale carica?

Già oggi gli amministratori dei fondi pensione devono possedere determinati requisiti di professionalità ed onorabilità. Il D.Lgs. 252/05 prevede che il Ministero del lavoro emani uno o più decreti per la definizione di tali requisiti con specifico riferimento a quanto previsto nel D.lgs. 58/98. In questo senso ci stiamo muovendo lungo una linea di adeguamento dei Fondi pensione alla normativa in vigore per le banche, le società finanziarie e assicurative per assicurare un sempre maggiore grado di professionalità.
Non va però dimenticata la natura particolare dei Fondi pensione negoziali, che prevedono una partecipazione paritetica negli organi di amministrazione e controllo di rappresentati delle imprese e dei lavoratori, che potrebbero quindi non possedere tali requisiti. Da qui quindi la riserva di una quota minoritaria di partecipazione in tali organismi di rappresentati degli associati che potrebbero non avere i requisiti professionali richiesti in questo caso si potrebbe prevedere la partecipazione a corsi professionali promossi dalle università mirati ad una loro alfabetizzazione finanziaria.
Va comunque ricordato che tutte le decisioni riguardanti la gestione del fondo devono vedere la partecipazione di maggioranze qualificate con la presenza obbligatoria di componenti con requisiti di professionalità specifici.

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Leggi anche:  I pensionati non sono tutti uguali*

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16 commenti

  1. ida

    Non ho capito molto dove stiamo andando.
    L’unica cosa chiara è che tutti vogliono mettere le mani su queste somme “certe”

  2. GIACOMO PETTERLE

    Il cittadino italiano lavoratore non è un uomo libero.
    L’affaccendarsi convulso degli ultimi governi, di sindacati e lobby finanziarie dimostra, se ve ne fosse bisogno, che il lavoratore italiano è trattato come una persona incapace di intendere e volere, le cui scelte in materia di previdenza complementare sono demandate da qualcun’ altro.
    Siamo stretti tra l’incudine di uno statalismo spinto solo dalla necessità di far cassa (il tfr all’ inps) ed il martello di una potente lobby corporativistica che massimizza solamente i propri interessi (come riporta lo studio annuale di Mediobanca, il valore distrutto dal sistema del risparmio gestito è maggiore di quello degli ultimi crack finanziari).
    Non c’è libertà; vengono messe le mani in tasca al lavoratore, espropriandolo di fatto.
    Non si capisce perchè il tfr, che null’altro è un salario differito, io non lo possa allocare (con i vantaggi fiscali permessi ai fondi pensione, ma senza pagare esose commissioni e alimentare conflitti d’interesse) in un Btp, CCt o qualsiasi altro investimento (in regime amministrato) senza alimentare uno stormo insaziabile di avvoltoi.
    Cordialità.

  3. A. Battista

    Aggiungerei un altro tema, forse da girare al vice ministro Visco, connesso comunque alla domanda numero 5: l’aliquota sui rendimenti annui dei fondi pensione rimarrà all’11% o salirà al 20%?
    Francamente pare che la confusione regni sovrana sul punto mentre é evidente che si ha di fronte una occasione rilevante a costi nulli o quasi nulli.
    Se l’aliquota rimanesse all’11%, o fosse abbassata al 10% per ragioni di impatto comunicativo,
    il vantaggio fiscale per il risparmio che ha finalità previdenziali (vantaggio sulla cui ragionevolezza ed equità credo ci sia poco da obiettare da parte di tutti) diverrebbe molto significativo, specie se simulato sui molti anni del periodo di accumulo.
    Inoltre i fondi pensione si avvantaggerebbero anche dell’impatto della riforma complessiva – magari limitato ma che ci sarà con tutta probabilità – in termini di maggiori rendimenti lordi.
    Il costo sarebbe nullo o comunque irrisorio data la limitata dimensione dei fondi pensione, se valutato in termini di costo opportunità delle mancate entrate.
    Con il vantaggio di essere una scelta che non dovrebbe dispiacere la funzione obiettivo dei politici, attenti per definizione a cosa succede nell’arco temporale definito dal loro mandato elettorale.

    • La redazione

      L’impegno preso è a mantenerla all’11%. Più giusto sarebbe adottare il modello prevalente in Europa: detassare versamenti e rendimenti e tassare le prestazioni. Saluti

  4. massimo paradiso

    Ci sono almeno due domande che continuano a mancare: e non proprio per peccato di omissione (perche’ troppi interessi la destinazione del Tfr ai fondi solletica – dai gestori attuali a quelli futuri ora vestiti da sindacalisti). Non e’ dato di sapere quale livello informativo sui dubbi rendimenti dei fondi pensione sara’ garantito ai lavoratori (a meno di non voler citare la relazione covip che dice un anno il contrario del precedente); non e’ dato di sapere quale ammortizzatore sostituira’ il Tfr per quei lavoratori che lo destinassero ai fondi, ed il riferimento specifico e’ ai lavoratori flessibili, che nel Tfr trovano il fondamentale ammortizzatore tra un contratto e l’altro. Ai lavoratori e’ forse meglio non far sapere.

    • La redazione

      Vediamo se il Ministro risponderà anche a questi quesiti

  5. Giacomo Dorigo

    Mi pare di capire, ma non ne sono certo, che anche se il lavoratore decidesse per aderire ad un fondo pensione, non potrebbe scegliere autonomamente il fondo, ma dovrebbe aderire obbligatoriamente a quello relativo al proprio contratto nazionale.
    Se è davvero così lo trovo assurdo, in quanto elimina ogni forma di competizione tra gli amministratori dei fondi!!
    inoltre il fatto che ogni fondo di categoria/CCNL operi in regime di monopolio relativo a tale categoria mi fa sorgere un dubbio ed una domanda: ma non è che gli amministratori dei fondi siano nominati da qualche uomo politico?

    • La redazione

      No. Non è così. Il fondo negoziale è il destinatario automatico solo in caso di mancanza scelta diversa da parte del lavoratore.

  6. Paolo Villa

    Non sono ancora riuscito a capire chi dovrà sborsare il TFR nel caso di mancata adesione al fondo pensione per un’azienda con + di 50 addetti: presumo che, per il passato, sia ovviamente il datore di lavoro, ma per la parte “dirottata” all’INPS i soldi verranno liquidati immediatamente dall’INPS oppure l’azienda dovrà anticiparli? Se è così in che forma e in che tempi l’INPS li restituirà all’azienda? Grazie

    • La redazione

      La sua domanda è inpertinente. Da quello che gli elementi contenuti in finanziaria suggeriscono, sarà l’INPS stesso a liquidare il tfr maturando per un’azienda con +50. Tuttavia, come il mio pezzo con Boeri cercava di mettere in luce – questo richiederà all’INPS una amministrazione ben più complessa di quella attuale (tenendo conto che il tfr presso l’azienda
      garantisce anche accesso alla liquidità per alcuni eventi). Non è quindi inverosimile che – come accade per altri casi e dati i tempi stretti – sia il datore a dover anticipare. Sarebbe però ben strano: dopo aver sottratto all’azienda della liquidità (che sia chiaro, soldi dei lavoratori) che corrisponde al “contributo” chiedere all’azienda di anticipare anche la cassa per la “prestazione”.

  7. Antonio Piacentini

    Non mi sembra risolto il problema di un’estensione delle tutele previste per il risparmio pubblico a questa particolare forma di accantonamento, che è di fatto retribuzione differita e quindi con qualche diritto in più.
    Non si dice delle garanzie per i casi di insolvenza e/o inadempimento da parte dell’azienda nel versamento.
    Non è verosimile che 2 milioni di contratti a termine siano liquidati nel corso dell’anno per cui andrebbero esclusi inizialmente da un meccanismo del genere.
    Leggo di una campagna per la previdenza ma si versa già il 32% all’IVS e se la gente volontariamente non ha aderito fino ad ore qualche problema ci sarà pure.
    Scusate l’accanimento…saluti a tutti e buon lavoro al ministro Damiano.

  8. Casetti Flavio

    Ottime le risposte del Ministro alle domande (alcune in verità un poco pretestuose). Quello che trovo preoccupanti sono i commenti che esprimono radicati pregiudizi e scarsa propensione ad approfondire. Penso che lavoce.info possa dare una mano per indipendente autorevolezza.
    Si potrebbe iniziare a spiegare che cos’è un Fondo Pensione negoziale o chiuso (o occupazionale come si dice con brutto anglicismo) o Fondo di categoria. Adesione volontaria, consigli d’amministrazione paritetici aziende lavoratori, consiglieri in possesso di requisiti di professioanalità e onorabilità, norme severe sui conflitti d’interesse, divieto di concentrare il rischio di controparte, utilizzo di una sola banca depositaria, selezione dei gestori con gara di evidenza pubblica, obbligo di collegio sindacale, di certificazione e di “controllo interno”, COVIP (Commissione di Vigilanza dsui Fondi pensione). La legislazione italiana in materia, buona ultima, ha fatto tesoro delle esperienze altrui. In Italia il caso ENRON è fattualmente e giuridicamente impossibile. In Italia i 42 Fondi Pensione Negoziali non avevano in portafoglio neppure un titolo Parmalat o Cirio: pure coincidenze o un buon sistema di regolazione espliscita ed implicita?
    Confesso, sono un avvoltoio, direbbe uno dei commentatori, in quanto responsabile di Cooperlavoro, Fondo Pensione Negoziale che ha ottenuto, con una prudente gestione sui mercati europei – 25% azioni e 75% obbligazioni – v/s TFR in azienda +17% nel medesimo periodo).
    Siamo dei fenomeni? Neanche un po’: costi bassi e contrattazione sul mercato delle migliori condizioni. Nel 2005 tutte le spese (amministrative e di gestione) hanno inciso sul patrimonio lo 0,60%, pur essendo ancora un fondo “giovane” e sono in rapida diminuzione in raggione dell’incremenarsi degli asset.
    Ho raggiunto il limite: continuerò a commentare in seguito … sulla “concorrenza” .

  9. Edoardo Riccio

    Leggo in risposta a qualche commento: “L’adesione avviene verso il Fondo Negoziale solo in assenza di altra scelta da parte del lavoratore”. La normativa sui Fondi è stata modificata, dal 96 ad oggi, già almeno due o tre volte per cui potrei essermi perso dei passaggi. In ogni caso, se non erro, il contributo del datore di lavoro è dovuto (e forse anche consentito) solo in caso di adesione al Fondo di Categoria. In pratica quindi nel Contratto Collettivo, l’obbligo contributivo del datore di lavoro non sarebbe svincolato dallo “strumento” Fondo Pensione di Categoria. Questo crea nei fatti una situazione di monopolio perché chiunque deciderà di aderire lo farà senza rinunciare al contributo datoriale. Salva la possibilità dopo alcuni anni di passare ad un eventuale Fondo Aperto che, nonostante la forte penalizzazione iniziale, avrà avuto occasione di svilupparsi e crescere. Ma tant’è: siamo tutti per le liberalizzazioni, vero ?

  10. antonio piacentini

    Tutti fanno dei calcoli e si ispirano ad una prudente e sana gestione della retribuzione, che serve per vivere. Così come servirà a suo tempo la pensione. Se questa riforma non ha mai avuto successo forse qualche motivo ripeto ci sarà pure.
    Provo ad elencarlo: la rendita non è fissata in anticipo, neanche nel livello minimale cosa che è per le prestazioni pensionistiche dell’Inps. L’automaticità delle prestazioni non è sancita da norme, forse la si può solo chiedere giudizialmente.
    La eventuale scelta di riscatto del capitale è solo per il 50%. Il Tfr per chi è assunto prima del 93 può essere del 27% dell’accantonamento, per quelli dopo il 100% obbligatoriamente. L’integrazione a carico delle ditte è solo del 1-1,50? e non vi sono altri incentivi ad investire di più nè accordi contrattuali anche recenti di tal genere: ciò investo solo io su cui grava il 32% di IVS (9,19c/dip.). Sono solo domande o mere affermazioni su cui vorrei delle risposte da parte del governo ed anche qualche certezza. Please!
    Il vostro sito è oggettivamente molto qualificato, complimenti a tutti.

  11. GIACOMO PETTERLE

    Criticare riforme quali quelle sul Tfr è molto facile. Il perno della riforma si basa sulla quota di salario, il salario differito, che spetta come retribuzione al lavoratore. Qualunche pensatore liberale deve amettere che tale remunerazione dovrebbe rimanere nella disponibilità del lavoratore. Il lavoratore, liberamente, la deve predisporre ai fini che ritiene opportuni tra cui quelli previdenziali. Lo Stato in Italia non permette la libera scelta o lo espropria o lo fa convogliare dove pressioni politiche lo guidano.
    Non interessa ai cittadini italiani conoscere i requisiti di professionalità e onorabilità dei consiglieri dei fondi, la gestione del rischio emittente, controparte, cambio, il value at risk, il basis point value, il rischio regolamento, la modified duration… quei soldi semplicemente non devono andare lì in questo modo. La previdenza complementare deve essere una scelta libera, quella obbligatoria già esiste.
    Radicati pregiudizi ? Non ho parole, il 31/07/2006 di quest’anno è stata pubblicata l’ “Indagine sui Fondi e Sicav Italiani” con rigore scientifico sono state messe in luce tutte le caratteristiche dell’industria del gestito, leggiamola !
    Ogni gestore tende a fare valutazioni di performance nell’orizzonte temporale più congeniale, un +17% rispetto TFR non aggiustato per il rischio nell’ultimo periodo non significa nulla, ma nemmeno questo interessa al lavoratore che vuole la disponibilità dei suoi soldi. Poi deciderà se investirli e solo poi dovrebbe poter decidere tra un bund, un treasury, ubtp e un gestore.
    In Italia si sa questo non accade o finanziamo lo Stato o le Lobbies.

  12. Roberto Capelli

    Buongiorno,
    commentando la manovra sul TFR prevista, con le modalità della versione attuale, dalla Finanziaria 2007, mi pare che ci siano due considerazioni preliminari da effettuare, al dil à dei numeri e delle statistiche:
    1. il TFR è del lavoratore e, pertanto, in caso questo non scelga sarebbe stato più giusto, logico e democratico erogarlo in busta paga in modo che il suo vero proprietario ne potesse disporre;
    2. l’accordo che limita alle aziende al di sopra dei 50 dipendenti il fatto di “consegnare” il TFR all’INPS non ha giustificazioni di tutela del lavoratore, infatti è proprio l’inverso: le aziende più piccole sono quelle che, nei fatti, hanno più problemi nel pagare il TFR all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, penso che questo sia un dato molto facile da verificare;
    3. il terzo pilastro andrebbe favorito in misura molto maggiore se, effettivamente, se ne vuole la crescita anche per quanto riguarda i lavoratori autonomi.

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