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Un piano straordinario. Ma non risolutivo

Non è il precariato il problema dell’università. In molti paesi la carriera accademica inizia dai contratti a termine. Le anomalie italiane sono retribuzioni dei contrattisti troppo basse e nessuna certezza per i meritevoli di raggiungere una posizione di ruolo in tempi brevi. Il “piano straordinario di assunzioni di ricercatori” previsto dalla Finanziaria non è una soluzione. Invece si dovrebbe riconoscere la massima autonomia e libertà d’iniziativa degli atenei. Compreso l’aumento sostanzioso degli assegni di ricerca se serve per assicurarsi i migliori.

Nella parte che riguarda l’università, la legge Finanziaria impone vincoli alle assunzioni di personale docente con l’articolo 70, comma 3. E, allo stesso tempo, istituisce un “piano straordinario di assunzione di ricercatori” con lo stesso articolo, comma 5. Qual è la ratio di queste disposizioni apparentemente contraddittorie? Perché il governo non si limita a determinare una somma di denaro per gli atenei, lasciando a questi la facoltà di assumere chi vogliono?

Perché un “piano straordinario”?

Dobbiamo dedurre che, secondo il governo, le università non sanno badare a se stesse. Il “piano straordinario di assunzioni” serve probabilmente a riequilibrare la distribuzione del corpo docente tra le diverse fasce, aumentando la componente dei ricercatori di ruolo. Se diamo 100mila euro a un ateneo da spendere liberamente per il personale docente, siate sicuri che questi soldi saranno utilizzati per promuovere a una fascia superiore i docenti in ruolo presso quello stesso ateneo, anziché assumere giovani che non fanno ancora parte del corpo accademico.
Questa mancanza di fiducia da parte del governo è giustificata dall’esperienza trascorsa. Tuttavia, il “piano straordinario” non è convincente. Appare come la nuova edizione di una vecchia prassi: procedere saltuariamente all’assorbimento nella pubblica amministrazione di una gran massa di contrattisti e precari, “saltando” le normali procedure concorsuali. Chi è abbastanza fortunato da trovarsi nel momento giusto in possesso di qualche contratto si può accomodare, gli altri dovranno attendere la prossima tornata. Il ministro Mussi è certamente convinto che si debba fare una selezione severa e meritocratica, ma questa non è mai facile quando si fanno concorsi pletorici. In ogni caso, non si capisce la ragione di adottare piani di straordinari.

Tante promesse ai giovani

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L’università italiana, come tutte le università del mondo, si avvale del contributo di ricercatori “a contratto”, cioè non ancora titolari di una posizione a tempo indeterminato. Negli Stati Uniti e in molti paesi europei è così che si comincia la carriera. Queste posizioni consentono agli atenei di verificare le capacità dei ricercatori, prima di impegnare in modo permanente le proprie risorse finanziarie. Il governo farebbe malissimo a motivare il “piano straordinario di assunzioni” con la necessità di eliminare il “precariato”. Le anomalie da sanare sono ben altre.
Una di esse è che, in Italia, i contratti a tempo determinato (ad esempio, gli assegni di ricerca) sono retribuiti troppo poco. La seconda anomalia è che i contrattisti meritevoli non hanno la certezza di poter accedere rapidamente a una posizione di ruolo. Infatti, le università promuovono i docenti per anzianità, più che per merito, e i meccanismi concorsuali sono lunghi e complicati. Il risultato è che (a) l’età media dei professori ordinari (e anche dei ricercatori confermati) è spaventosamente elevata e (b) gli atenei non rinnovano con sufficiente rapidità il personale docente.
Il nostro governo non ritiene necessario incentivare gli atenei ad aumentare l’importo degli assegni di ricerca, oggi pari a circa 18mila euro lordi all’anno. Si limita, invece, a promettere agli assegnisti un posto da ricercatore di ruolo. Si noti che lo stipendio di un ricercatore di prima nomina non è superiore a 18mila, mentre le possibilità di procedere nella carriera sono sostanzialmente legate all’anzianità di servizio. Non mi sembra che i ricercatori più ambiziosi e preparati abbiano di che rallegrarsi. Possono rallegrarsi solamente coloro che, non avendo la voglia e il talento per fare ricerca d’eccellenza, si trovano ora in mano un biglietto della lotteria, che potrebbe permettergli di avere, per sempre, un modesto stipendio fisso. Non credo neanche che la promessa del ministro Mussi di trasformare il ricercatore di ruolo in professore di “terza fascia” sia una grande soddisfazione. Lo stipendio rimane invariato e i carichi didattici forse aumentano. Se il governo voleva correggere la tendenza degli atenei a promuovere i suoi stessi docenti, anziché aprire le porte ai giovani, bastava scegliere con convinzione una strada che il ministro si è già impegnato a seguire: la riduzione dei fondi alle università che non producono ricerca di buona qualità in base alle indagini di un’agenzia di valutazione (già istituita). Imboccare questa strada porta con sé il rinnovamento e l’abbassamento dell’età media dei docenti.
In un paese “normale” non dovrebbero esistere ostacoli alla possibilità che una giovane ricercatrice (o ricercatore) di valore possa vincere in tempi brevi un concorso da associato o, anche, da ordinario. Perché in Usa si può diventare full professor a trent’anni, mentre in Italia si diventa ordinari in prossimità della pensione? In questa situazione, la stabilizzazione dei precari in una terza fascia di docenza non è solo inutile, ma può essere anche dannosa. Senza un cambiamento dei sistemi di reclutamento e in assenza di incentivi alla ricerca, il piano straordinario di assunzioni avrà un effetto negativo sui bilanci futuri delle università, bloccando l’accesso alle generazioni successive. Inoltre, la stabilizzazione fornisce un alibi per rallentare la carriera dei giovani: chi ha un contratto a tempo indeterminato e scatti di stipendio automatici può perdere un concorso (per associato od ordinario) senza rischiare il posto, e accontentarsi di una carriera lenta, ma inesorabile.
Con l’articolo 70 di questa Finanziaria, si stenta a riconoscere che gli incentivi e i disincentivi (vedi agenzia di valutazione) si devono accoppiare con la massima autonomia e libertà d’iniziativa. Alcune università, come la Bocconi, la Luiss e Torino con la Fondazione Collegio Carlo Alberto, hanno cominciato a bandire contratti a tempo determinato per le discipline economiche, che garantiscono stipendi annuali non inferiori ai 40-50mila euro. Per queste università, si tratta di un sacrificio economico notevole che risponde alla necessità di trovare i migliori ricercatori presenti sul mercato accademico. A costoro interessa soprattutto che il sistema di reclutamento dell’università italiana sia fluido ed efficiente.

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14 commenti

  1. Secondo

    Proprio ieri ho partecipato a un concorso in università. Appena usciti dallo scritto, delle persone che lavorano nell’istituto si sono premurate di fare i propri complimenti a chi sapevano bene avrebbe vinto.

    Oggi c’è l’orale.

    Se postessi, non pagarei più un centesimo per l’università italiana!

  2. Alberto Sdralevich

    La posizione di Reichlin è del tutto condivisibile. Aggiungerei che si dovrebbe finalmente avere il coraggio di abolire i concorsi nazionali (quale che sia la formula adottata) per lasciare alle sedi la libertà di stabilire le norme per il reclutamento e per la retribuzione. I concorsi nazionali sono discutibili nei risultati, lunghi nei tempi, incerti nelle scadenze, favorevoli agli accordi, deresponsabilizzanti per i commissari. Forse il vero problema è che il Ministero non è politicamente in grado di controllare i grandi atenei che sforano rispetto ai vincoli di spesa e di organico. E poi il discorso dovrebbe allargarsi alla questione della governance degli atenei.

  3. franco

    In italia è evidente che la carriera universitaria si basa sul sistema delle conoscenze e non su quello del merito. Ora se si dice che i ricercatori guadagnano poco e vanno all’estero, me ne dispiaccio per alcuni ma non per tutti. Non me ne dispiaccio per i tanti che hanno iniziato la carriera universitaria senza meriti (a cui toglierei anche quel poco, salvo poi cacciarli), non me ne dispiaccio per le decine di collaboratori/ricercatori in istituti dipartimenti che contano più collaboratori che studenti, ma me ne dispiaccio per i pochi, soprattutto nelle materie scinetifiche, che “ci credono” e sono meritevoli. Tuttavia questi ultimo sono pochissimi e spessimo, mi voglia sconfessare, sono proprio questi che “ci credono” che vanno all’estero perchè in Italia non vedono nessuna prospettiva di carriere, mentre restano “i pochi meritevoli” a cui il sistema stà bene così.
    Se si facesse una vera pulizia nelle università, dai professori ai cultori o collaboratori non retribuiti, si razionalizzerebbe il sistema, si canalizzerebbero i fondi nelle aree di interesse e nei confronti dei (pochi) che credono nell’attività università.
    Mi scusi per lo sfogo, ma l’università italiana rappresenta la cultura italica, quella della raccomandazione… quindi ogni discorso, finanziario, assume un piano secondario!

  4. Vito Svelto

    Una decina di anni orsono, allorquando si passò dai concorsi nazionali a quelli locali, eravamo in molti convinti della bontà della scelta, nella direzione dell’autonomia. Il comportamento delle Università in questi anni e l’utilizzo delle risorse per promozioni ( anche se tante giuste e legittime!) fanno ripensare che il sistema concorsuale vigente non sia a prova di professore universitario! Ritengo che la soluzione del problema non sia nella tipologia di concorso (nazionale o locale), ma nei problemi a monte della governance universitaria e della sostanziale assenza di riconoscimenti e premi, a livello nazionale e, credo, anche locale, a coloro (strutture e persone) che veramente meritano. Se una parte sostanziale del FFO non viene correlata alla qualità dell’Ateneo, in particolare a quella della sua ricerca, tanti non sono indotti a comportamenti meritocratici, nei riguardi dei docenti ed anche degli studenti (perchè selezionare e ridurne il numero?). Se a questo si associa che la governance a livello dei diversi organi accademici, per la loro democraticità (sic), favoriscono necessariamente un appiattimento ed un’assoluta autoreferenzialità, allora tutto si comprende. Il primo problema da risolvere è quello del governo degli atenei, ai diversi livelli, in modo che sia premiante il non accontentare tutti, ma puntare sui migliori (che sono una parte minoritaria, per definizione). Spero che la prossima Agenzia per la valutazione della ricerca costituisca un supporto per un approccio del genere. In ogni caso occorrono proposte valide e realistiche per una nuova governance dell’Università.

  5. finito

    sta finendo il mio assegno di ricerca e so che o mi trovo un altro lavoro (e la cosa non è certo facile, chi vuole un linguista nel privato) o mi devo predisporre a NON GUADAGNARE per almeno i prossimi due anni… non guadagnare ma lavorare sodo… se avessi la possibilità (e la cercherò) fuggirò all’estero

  6. paolo mariti

    Condivido le osservazioni sul piano straordinario per i ricercatori.
    Circa invece l’indicazione che alcune università si stanno orientando verso contratti a tempo determinato ritengo che tali contratti siano senz’altro strumenti validi all’inizio della carriera ed anche quando il problema da risolvere per la facoltà sia essenzialmente quello della docenza. La ricerca richiede personale stanziale.

  7. Marco

    Reichlin dice che gli assegni di ricerca ammontano a 18000 euro lordi. In relatà, per evitare equivoci e non corrette rappresentazioni della realtà, un assegno di ricerca, sulla base del D.M. 45 del 26.02.04 può avere un importo variabile tra 18.096 euro e circa 25.166. Inoltre questi importi sono compeltamente esenti da irpef e irap e sono gravati solamente della ritenuta INPS che può essere del 18,20% o del 10% se il percipiente ha un’altra copertura previdenziale.
    Per il resto concordo con quanto detto da Reichlin.

  8. Alfonso Gambardella

    Non credo sia giusto aggiungere veleno a veleno, ma sull’Università ho un giudizio che mi viene da una lunga esperienza di frequentazione – come studente e come collaboratore volontario di cattedre -che mi ha fatto dire che è un mondo dove la grande intelligenza dei suoi attori determina sviluppodi modalità di comportamento raffinati al massimo grado, spesso – e ertamente nel reclutamento del personale – senza garantire una democrazia delle opportunità!!!
    Potrei fare tanti esempi da parlarne per molte ore!!!!!

  9. carlo guidetti

    Mi trovo in totale sintonia con quanto spiegato nell’articolo. Aggiungerei solo un paio di cose…
    Primo. Il problema vero è che è necessario cambiare mentalità, non aumentare i fondi.
    Con più soldi avremmo più ricercatori assunti a tempo indeterminato (e pagati come un impiegato di basso profilo) o un aumento di retribuzione per gli “strutturati”, non un aumento della qualità dell’attività scientifico / didattica. Basti pensare che solo in Italia lo scopo del ricercatore è il posto fisso. Per fare ricerca scientifica ad alto livello è di fatto necessario spostarsi, collaborare con persone/gruppi anche dall’altra parte del mondo, fare esperienze diverse, non fossilizzarsi nel proprio dipartimento per una carriera intera.
    Secondo. I centri di ricerca scientifici devono diventare gruppi internazionali, numerosi (inteso non di un professore, un ricercatore predestinato a prendergli il posto e qualche tesista, che producono poco ma costano).
    In sintesi, reputo che la mentalità ed il modello pseudo-sindacalista applicate al modello universitario sono fallimentare. E’ necessaria a mio avviso una totale svolta, necessariamente anche da un punto di vista finanziario, al sistema universitario italiano. Mi pare però che nessun ministro abbia la capacità o il desiderio di affrontare scelte impopolari ma necessarie.

  10. Paolo

    Purtroppo oggi con la concorrenza fra le Università di mezzo mondo, dico mezzo perchè l’altro ne è escluso, i nodi vengono al pettine. Stipendi scarsi, gestioni al lumicino, difficoltà di ogni tipo. Sembra di aver già sentito ciò per altri settori del pubblico impiego. E di merito e di valorizzazione delle vere caratteristiche che farebbero delle Università italiane un valido sostegno all’economia ed alle imprese e dei competitor potenziali per le Università Britanniche, Americane, Tedesche etc. non si parla mai. Purtroppo la qualità delle nostre università non è eccezionale, ma gli stipendi sono bassi! Una equazione più volte ascoltata a proposito del “pubblico” che incomincia a stancare. Avanzamenti automatici, scarsi e scadenti rapporti sia economici che di conoscenza con le imprese ed il mondo delle professioni, nepotismo all’ennesima potenza. Forse ci accontentiamo di unviersità e professori vecchi e low-cost perchè la qualità complessiva è bassina sia per le strutture che per la selezione e l’impegno di alcuni dei docenti. Credo che rifondare l’università significa non solo indignarsi per il dimizzamento dei benefici degli scatti di anzianità ma perchè le famiglie di “professori universitari” sono troppe e le new entry troppo poche. Un mondo chiuso agli italiani meritevoli, figuriamoci agli stranieri. E allora bye bye Italia e via all’estero per i migliori!

  11. Lorenza

    concordo con ciò detto dal Prof. Reichlin. Vorrei solo precisare che il D.M. n. 45 del 26.02.04 rivaluta l’importo degli assegni di ricerca e a partire dal dal 01.01.04 ne ridetermina l’importo in una somma compresa tra un minimo di euro 16.138 ed un massimo di euro 19.367 e non come riportato in un commento precedente.
    Spero che i buoni propositi delle 3 università citate (sottolineo tutte private) da Reichlin perdurino nel tempo e siano solo l’inizio di una riforma dal basso…

  12. Stefano Pozzoli

    nessun piano “straordinario” è risolutivo ma non si deve tacere il fatto che tutte le risorse o quasi siano state utilizzate per le progressioni di carriera, fino a creare una vergognosa una piramide rovesciata, con tanti generali e nessun soldato. bene fa il governo ad intervenire, visto che gli atenei – favorendo anche me, certo, diventato ordinario a 38 anni e non alla età della pensione – hanno dimostrato scarsa o nulla attenzione alla crescita delle nuove leve. spero soltanto, ed in questo condivido il pensiero dell’autore, che si evitino le ope legis. si prenda la strada, più seria se non rigorosa, del concorso nazionale.
    ma su questo il discorso è lungo, ben oltre i 2.000 caratteri che mi vengono concessi

  13. Carlo Ungarelli

    Sono in parte d’accordo con l’analisi del Prof. Reichlin. Secondo me, in Italia c`e` bisogno di un immisione in ruolo straordinaria nelle universita`, SENZA FARE UN OPE LEGIS. Uno degli ostacoli ad una seria riforma universitaria e` l’elevata eta` media dei professori universitari che rende difficile un cambiamento radicale della didattica e della ricerca. Una proposta a breve termine potrebbe essere
    1) Immettere in ruolo con una selezione per titoli didattici e scientifici e con l’ausilio di commissioni internazionali sia ricercatori che associati, favorendo in particolare chi ha svolto attivita` didattica e di ricerca all’estero

    2) Aumentare il fondo destinato alla ricerca e dare la possibilita` , sempre con valutazioni e selezioni rigorose, alle persone immesse in ruolo di ottenere fondi di ricerca tramite un meccanismo di fast-track grants. In questo modo le persone potrebbero stabilire gruppi di ricerca validi e con buone prospettive

    A piu` lungo termine invece secondo me ci sarebbe bisogno di

    a) Introdurre una legge che stabilisce la massima eta` pensionabile per un professore universitario a 65 anni. Inoltre la legge dovrebbe stabilire che dopo i 60 un professore non puo` piu` ricoprire ruoli “manageriali” sia per la didattica che per la ricerca.
    b) Strutturare la progressione di carriera con valutazioni basate su un principio meritocratico e su progressiva assunzione di responsabilita` , eliminando i concorsi (vedi recente articolo di Ichino sul Corriere)

  14. Ciro

    Concordo con l’analisi di Reichlin. Io sono un giovane “ricercatore” ovvero assegnista. L’assegno scade fra tre giorni e non ho ricevuto nessuna offerta nessun concorso è in vista. Però vi dico che vorrei che il ministero continuasse a tagliare all’università e l’abbandonasse completamente perchè con i modelli di professori (ordinari o associati) che abbiamo assumere noi assegnisti equivale a asciare perdurare in una lenta ed atroce agonia l’università – becera – italiana.
    Della generazione o coorte dei nati tra il 72 ed il 77, dove io mi colloco circa la metà dei mie colleghi laureati e addottorati secondo i piani di studio circa il 75 per cento sono andati all’estero, Olanda, Spagna, Stati Uniti e paesi arabi. Sì proprio così, Emiorati e Yemen si son presi due miei amici geologi, tre linguisti ecc..
    Un rimedio sarebbe liberarsi dei vecchi professori, tagliare il 40% dei fondi per il personale – tanto vengono assunte solo guardie giurate – e lasciare che gli atenei si organizzino da sè. Nel mio dipartimente (scienze della terra) potete trovare un frigorifero da 200 mila euro che giace fermo da due anni, 12 microscopi del valore di 750 mila euro ancora nei cartoni; 24 monitor 19 pollici ( per fortuna andati rubati- qualcuno almeno li utilizzerà) ecc….
    I professori ordinari si fanno vedere una volta ogni tanto, le lezioni le fano gli “assistenti” che imporvvisano qualcosa ma farebbero meglio a stare nei laboratori ecc…
    Insomma non c’è identificazione con il ruolo e l’istituzione per questo sono contro ogni piano straordinario: significare dare nuova linfa vitale ad un mostro che dovrebbere essere bruciato.
    Grazie per lo spazio

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