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Quando una donazione “cancella” la tassa di successione

Gli incentivi funzionano meglio del timore delle sanzioni. E’ una regola dell’economia che vale anche per la tassa di successione. Soprattutto se l’intento non è un generico aumento delle entrate, ma di natura redistributiva. In questo caso si ottengono risultati migliori attraverso la deducibilità fiscale delle donazioni a fondazioni filantropiche, culturali e di ricerca. Andrebbe anche ridotto lo spettro di applicazione della quota di legittima a favore dei familiari. Mentre appare indispensabile la creazione di un’Authority del no-profit.

Gli incentivi funzionano meglio del timore delle sanzioni. Una regola semplice dell’economia che troppo spesso viene disattesa. La tassa di successione, reintrodotta nella Finanziaria legittimamente ma, almeno in una prima fase, in modo assai maldestro, sarebbe bene che fosse oggetto di un ulteriore ravvedimento operoso. Come? Cercando di affiancare, appunto, alla punizione (la tassa), un incentivo.

Unitus, un esempio che fa riflettere

In molti paesi la tassa di successione esiste e quindi non è certo uno scandalo reintrodurla. Ma poiché l’obiettivo specifico dichiarato dell’esecutivo è di natura redistributiva, piuttosto che di raccolta di nuove entrate, per realizzarlo vi è un modo certo più efficace di quello prescelto, che fa genericamente affluire risorse allo Stato. In particolare, se si vuole accrescere la mobilità sociale a vantaggio dei meno fortunati.
Mentre infatti sotto il profilo teorico l’imposta di successione favorisce l’eguaglianza, i riscontri empirici indicano che non ha effetti tangibili in tal senso. La prova di questa affermazione può essere il fatto stesso che le inheritance tax, quando ci sono, sono diversissime. (1) Anche gli indicatori di ineguaglianza e di mobilità risultano non correlati con la presenza dell’imposta. Ad esempio, l’Australia è un paese senza tasse di successione, ma nel contempo è caratterizzato da altissima mobilità sociale e da minore disuguaglianza rispetto a moltissimi paesi, incluso il nostro, dove la tassa di successione è stata tolta da poco tempo.
Comunque, la scelta è fatta: vediamo come renderla più efficace rispetto ai fini per cui è stata reintrodotta.
La redistribuzione della ricchezza sarebbe certo assai più valida se avvenisse tramite il no-profit. Spieghiamoci. Pochi mesi or sono ha fatto scalpore la notizia del sodalizio tra i due uomini più ricchi del pianeta in un’iniziativa filantropica, la Unitus, soluzioni innovative per la povertà globale: 37 miliardi di dollari delle ricchezze di Warren Buffet (oltre quattro quinti dei suoi averi) sono andati a sommarsi ai 30 miliardi di dollari di fondi che la fondazione di Bill e Melinda Gates aveva già messo a disposizione. Di certo, tutti sono convinti che questa iniziativa sia assai più utile in termini redistributivi di quanto possa esserlo qualunque tassa di successione. Anche perché, nel caso specifico, i soldi ricavati dalla tassa, nella migliore delle ipotesi, avrebbero contribuito solo a ridurre il disavanzo pubblico degli Stati Uniti. Dove la deducibilità fiscale delle donazioni è una delle storie di maggior successo per sostenere realtà di promozione sociale e di ricerca. Perché allora non dare con più forza ai cittadini un incentivo importante a seguire l’esempio degli americani, tanto più che spesso sanno destinare le (loro) ricchezze meglio di quanto non sappia fare lo Stato?

Successioni italiane

Come intervenire, dunque? Concedendo a chiunque di azzerare il pagamento della tassa di successione se decide di destinare almeno il 10 per cento del proprio asse ereditario o del patrimonio oggetto di donazione a onlus o fondazioni filantropiche, di ricerca, assistenza sanitaria o culturali (incluse scuole e università). Si può ovviamente discutere il limite minimo della quota di patrimonio da devolvere per evitare di pagare la tassa: sarebbe certo molto incentivante se fosse almeno pari all’aliquota media tra quelle sinora indicate del 4 e 8 per cento.
È probabile che ne deriverebbe un aumento, ad esempio, del contributo dell’Italia nella lotta alla povertà nei paesi sottosviluppati. Questa scelta avrebbe oltretutto il merito di lasciare al pubblico il compito di intervenire in modo più diretto dove è necessaria una struttura e dimensioni altrimenti non raggiungibili. E di aumentare la quota di ricchezza da destinare a questi fini rispetto alle risorse ottenibili con l’imposta.
Non bisogna poi dimenticare che la tassa di successione viene normalmente elusa, specie per i grandi patrimoni, grazie a una opportuna pianificazione e all’attività di tributaristi: i dati relativi alle imposte incassate a questo titolo in passato sono lì a dimostrarlo.
E già che si ritocca la normativa sulle successioni non sarebbe male, ancora una volta prendendo esempio dai paesi anglosassoni, ridurre lo spettro di applicazione della quota di legittima a favore dei propri familiari. L’esempio di Bill Gates e Warren Buffet, certo eclatante nei numeri, è indicativo: ai loro figli perverrà una percentuale irrisoria dell’ingente patrimonio creato dai genitori. La redistribuzione delle ricchezze pare invero più opportuna se deriva da una maggiore libertà attribuita a colui che le ha generate. E più rispettosa delle libertà individuali.
Un’annotazione finale. Delle troppe Authority che già popolano lo scenario domestico (ad esempio, nella tutela del risparmio), una assolutamente necessaria, non è ancora decollata: quella del no-profit, appunto. Invece, è essenziale per verificare la trasparenza dell’azione e delle spese dei relativi comitati direttivi. È tempo di colmare anche questa lacuna.

(1) Vedi ad esempio http://en.wikipedia.org/wiki/Estate_tax

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  1. carlo genco

    Trovo la Sua proposta estremamente interessante, soprattutto se si tiene conto dell’attuale effettivo beneficio per le casse dello stato (costo del controllo, elusioni, etc.). Vorrei però segnalarLe che: 1) non tutti sono Bill Gates; 2) bisogna individurae serie procedure di controllo in capo alle onlus destinatarie delle donazioni; 3) occorre semplificare il trasferimento mortis causa delle tante imprese individuali sparse sul nostro territorio, magari rendendo gratuita la costituzione di società con i familiari, agevolando così la successione anche da un punto di vista civilistico; 4) quando si parla di successioni, ci si dimentica sempre del costo delle trascrizioni immobiliari la cui incidenza, forse, appare ingiustificata in relazione agli adempimenti che lo stato deve porre in essere.
    La saluto cordialmente. Carlo Genco – Pescara

    • La redazione

      Grazie. In realtà sono d’accordo con lei..
      In particolare ho sottolineato l’importanza di un’Authority snella e nel contempo rigorosa e severa (negli Stati Uniti si è attentissimi alla composizione del Comitato esecutivo, alla retribuzione dei soggetti deputati alla gestione della fondazione, alle spese di mantenimento della struttura, e
      così via, per evitare abusi).
      Aggiungo che l’esperienza, evidentemente irripetibile, di Gates e Buffet dimostra oltretutto come sia auspicabile un processo di concentrazione delle Onlus (per aumentarne l’efficacia) ed una loro maggiore proiezione internazionale (mantenendo la testa e il “cuore” in Italia).

  2. Agata Solinas

    Ho apprezzato molto il suo articolo, anche se vorrei sottolineare una cosa.
    Spesso i genitori muoiono lasciando ai figli non contanti, ma beni immobili, o azioni.
    Nel mio caso, ad esempio, il mio papà è morto improvvisamente un anno fa lasciandomi alcuni immobili, ma nessun soldo liquido.
    Se avessi dovuto pagare la tassa di successione, sarei stata costretta a svendere (proprio a svendere, per la fretta, perchè i beni sono completamente ammortizzati ecc.) il patrimonio che mio padre aveva impiegato una vita a mettere insieme. Non trovo che questo sia giusto, anche perchè mio padre su tali immobili aveva sempre pagato le tasse con molti sacrifici, contribuendo all’intento redistributivo dei redditi.
    La tassa di successione, pertanto, potrebbe portare all’assurdo di costringere gli eredi a smembrare il proprio patrimonio familiare. Con quale risultato? A mio parere con la perdita di risorse preziose, con la perdita della voglia di investire da parte dei genitori e con l’ingresso degli eredi nelle categorie verso cui redistribuire i redditi. Mi piacerebbe poter avere un suo parere in merito. Grazie.

    • La redazione

      Come ho scritto in precedenza, non ritengo la tassa di successione un mezzo idoneo alla redistribuzione della ricchezza (o almeno sono molti i dubbi, e scarse le evidenze, sulla sua effettiva capacità a cogliere questo obiettivo) e altri sono gli strumenti per favorire la mobilità sociale.
      Riconosco poi che è particolarmente pesante quando si associa ad una scomparsa improvvisa. Io parto dall’assunto che si è deciso di reintrodurre l’imposta e che per raggiungere gli obiettivi predetti è preferibile almeno favorire il no profit.

  3. Tommaso Federici

    Sono pienamente d’accordo con la sua impostazione, che (per essere credibile e non elusiva) si regge però tutta sull’ultimo punto, quello della creazione di un’Authority per il no-profit efficace.
    La sua necessità in realtà va molto oltre l’ambito tassa di successione vs. donazioni, dal momento che il no-profit si è esteso fino a incorporare molti profili incerti e molte zone d’ombra.
    Come giustamente lei afferma, tra le tante altre, questa Autorità non è stata ancora varata. Mi sembra però che persino il dibattito su obiettivi, linee d’azione e modello organizzativo, è inesistente. Sarebbe assai utile sollevarlo e coltivarlo.

    Cordiali saluti

    Tommaso Federici

    • La redazione

      Assolutamente d’accordo. E queste zone d’ombra si riverberano negativamente anche sui tanti soggetti che operano in modo encomiabile.

  4. hominibus

    Si prosegue, anche con governanti ‘seri’ a imporre balzelli a casaccio.
    C’é un motivo plausibile per cui il patrimonio deve essere protetto, rispetto al reddito lungo tutta la sua lunga vita di formazione per dargli un buffetto o un cazzotto solo nella successione o donazione?
    Non sarebbe più accettabile per tutti se questa ricchezza partecipasse in misura più decente vita natural durante, anziché permettere a qualunque pellegrino che si trova a governare di dare prova della propria stoltezza per il solo motivo che deve far quadrare dei conti in piena libertà?
    Quando avverrà che i sani principi della equa ripartizione delle spese comuni costituiranno gli unici ed insostituibili strumenti per amministrare la spesa pubblica indivisibile?
    ….
    Deve pagare chi possiede, perché l’unico vantaggio per i poveri é quello di dover pagare in proporzione a quello che hanno, alrimenti é meglio fare una Italia dei ricchi ed una per i poveri.

    • La redazione

      In realtà, come accennato nell’intervento, il sottoscritto non è favorevole alla reintroduzione della tassa di successione che porta ad effetti redistributivi assai dubbi e non ha impatti significativi sulla mobilità sociale. Oltretutto è un’imposta che i grandi patrimoni eludono con relativa facilità. Proprio per questo motivo ho cercato di suggerire dei correttivi per perseguire più efficacemente gli obiettivi dichiarati, recuperando oltretutto in tal modo “imponibile” per i fini indicati.

  5. patrizio prato

    L’imposta di successione è una tassa che non si giustifica nè in termini di giustizia sociale nè di equità fiscale ma, nell’ambito di una finanziaria fortemente sbilanciata sul versante delle entrate, e che è fondamentalmente il rifinanziamento di un apparato burocratico esausto ed impoverito, è solo una delle tante modalità di prelievo di reddito dai contribuenti, e una delle più inique (mettendo inoltre a rischio per tante famiglie proprio l’integrità del patrimonio). Anche la destinazione al no-profit non appare felice: la carità è una scelta individuale e privata e non dovrebbe essere regolata da una norma burocratica; sembra di scorgere ancora la vecchia concezione di stampo sovietico (mai sopita in Italia) in cui è sempre lo stato a decidere per il cittadino cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Senza contare che il mondo no-profit presenta molte luci ma anche tante ombre, ricordiamoci la poco edificante corsa al 5/1000 dell’ultima dichiarazione dei redditi e recenti cronache giudiziarie (e la soluzione? un’altra struttura burocratica ….).

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