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Un accordo senza i giovani

La trattativa sul Tfr ha visto protagonisti Governo e Confindustria, mentre il silenzio dei rappresentanti dei lavoratori è stato fragoroso. Il compromesso raggiunto circoscrive l’intervento alle imprese con più di cinquanta addetti. Una soluzione che crea ingiustificabili asimmetrie. Semmai, la discriminante dovrebbe essere l’età: i lavoratori più anziani possono anche lasciare il Tfr in azienda. Ma i giovani, che avranno una pensione pubblica molto più bassa, devono essere incentivati al trasferimento ai fondi pensione. Dovrebbe essere questo il compito del sindacato.

Un accordo senza i giovani, di Tito Boeri e Agar Brugiavini

È sorprendente che in questi giorni si continui a discutere di Tfr a due voci (Confindustria e Governo) e nessuno parli in nome del vero proprietario di quei soldi: i lavoratori. Il trattamento di fine rapporto è un prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese che dà un rendimento piuttosto basso se confrontato con gli andamenti dei mercati. Delle sorti del Tfr devono perciò decidere i lavoratori, non le imprese.

Chi protesta e chi tace

Il disegno di legge Finanziaria prevede attualmente di destinare il 50 per cento dei flussi di Tfr “inoptati”, cioè non espressamente indirizzati dai lavoratori ai fondi pensione, ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria, che dovrebbe raccogliere 6 miliardi di euro.
Le imprese – a cui questo provvedimento sottrae gradualmente liquidità – hanno protestato vivacemente e subito. Fragoroso, invece, il silenzio del sindacato. Qualche voce di dissenso si è, in un secondo tempo, levata da Cisl e Uil, ma il compromesso poi raggiunto fra Governo e parti sociali, ignora una volta di più le esigenze dei lavoratori. Si è infatti deciso di circoscrivere il trasferimento del Tfr all’Inps solo alle imprese con più di cinquanta addetti, quelle che hanno meno problemi di liquidità: è una soluzione che può andare bene alle imprese, ma che crea asimmetrie ingiustificabili tra i lavoratori.

Il vero problema

Per effetto delle riforme pensionistiche dell’ultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili, pur conteggiando trenta o quaranta anni di versamenti al Tfr. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40 per cento nei casi migliori, contro l’attuale 65-70 per cento (1). L’unica via per coprire questo “buco” pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati all’accantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto. 
Quindi se c’è una discriminante da applicare nel decidere le sorti del trattamento di fine rapporto, non è certo quella della dimensione dell’impresa, ma semmai quella dell’età dei lavoratori: i più anziani possono anche lasciare che il Tfr rimanga in azienda (non ci piace l’idea di trasferire il debito dalle imprese allo Stato). Mentre per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione.

Non c’è tempo da perdere

L’unico elemento positivo dell’accordo raggiunto ieri consiste nell’anticipazione al 2007 della possibilità di conferire il Tfr ai fondi pensione.  E’ un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. I fondi pensione oggi in Italia amministrano un patrimonio inferiore a quello delle fondazioni bancarie. I giovani hanno bisogno di accedere a un ampio spettro di fondi pensione ad adesione collettiva.  Sono quelli che permettono di contenere i costi amministrativi e di meglio distribuire il rischio fra i diversi aderenti.  Ma perchè questo secondo pilastro offra prodotti adeguati ai lavoratori, bisogna che nuovi fondi pensione nascano e crescano e ci sia più competizione fra di loro. 

Quindi lo smobilizzo del Tfr è un’occasione irripetibile per dare la possibilità ai giovani di diversificare il rischio, distribuendo i propri risparmi su diversi strumenti previdenziali.  Il sindacato ha un ruolo molto importante nell’informare i giovani e nello spingerli a pensare al loro futuro. 

(1) Si vedano le simulazioni di Gronchi e Sismondi in M.Messori (a cura di), La previdenza complementare in Italia, Il Mulino, 2006.

Quanta disinformazione sul nuovo Tfr, di Guido Ascari, Mattia Barosi e Antonio Majocchi*

Si è finalmente raggiunto un accordo sul Tfr, ma a noi non sembra particolarmente migliorativo. L’intesa è senz’altro dovuta in parte al dibattito mediatico nato sulla questione del trasferimento dei flussi di Tfr inoptato. Il provvedimento inserito in Finanziaria, descritto da alcuni giornali e politici come “lo scippo del Tfr”, è stato presentato come un intervento che danneggia le imprese o i lavoratori, o addirittura entrambi, e come una misura che non promuove, ma anzi ritarda, lo sviluppo della previdenza privata integrativa. Secondo noi, nessuna di queste affermazioni ha fondamento. Esaminiamo il provvedimento prima dell’accordo.

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Il provvedimento non comporta alcun danno per i lavoratori

La Finanziaria prevede di utilizzare il 50 per cento dei flussi di Tfr inoptati per il finanziamento delle infrastrutture, invece che per il finanziamento delle imprese. Non c’è niente di forzoso rispetto al risparmio dei lavoratori dipendenti; spetta a loro decidere se e quanto destinare al fondo pensione, e solo la parte residuale viene trasferita, per il 50 per cento, all’Inps. Per i lavoratori, la situazione è di totale indifferenza: godranno degli stessi benefici previsti nel caso in cui optino per mantenere il Tfr in azienda.

Il provvedimento non comporta danni rilevanti per le imprese

Il Tfr costituisce oggi una fonte di finanziamento agevolato di cui le imprese godono grazie a fondi dei lavoratori. Il trasferimento all’Inps della metà dei flussi inoptati, comporterà dunque la necessità per loro di rivolgersi ad altre fonti di finanziamento. Posto che si parla di flussi che coinvolgono solo la metà dei fondi inoptati, è opportuno notare che in Finanziaria è previsto un incremento delle agevolazioni contributive in proporzione alla quota di Tfr dovuta, che quindi compenserà le imprese per il maggior costo ascrivibile al nuovo indebitamento bancario rispetto al tasso di remunerazione del Tfr.
Il ministro Padoa-Schioppa ha espresso la sua personale opinione sostenendo che questo meccanismo andrebbe abolito. Ci pare francamente difficile non condividere le sue parole: le imprese dovrebbero finanziarsi sul mercato e solo laddove esistano fallimenti del mercato nel sistema del credito, la mano pubblica dovrebbe intervenire per adottare gli opportuni interventi di correzione. L’unico potenziale danno potrebbe riguardare quelle aziende – tipicamente le microimprese – che risultano discriminate dal sistema creditizio. Bisognerebbe valutare con attenzione l’opportunità di un sostegno pubblico a imprese che non riescono a stare sul mercato dopo una minima sottrazione di liquidità. In ogni caso, però, è da rilevare come, per promuovere l’accesso al credito delle Pmi, siano molto più utili strumenti di sostegno quali i fondi di garanzia interconsortile, al cui rafforzamento mirano due disposizioni dell’attuale Finanziaria, che aumentano lo standing creditizio delle imprese di minori dimensioni, senza distorcere il vincolo costituito della disciplina di mercato.

Il provvedimento non penalizza la previdenza integrativa, anzi la favorisce

Alcuni sostengono che la Finanziaria danneggia la previdenza integrativa. Si tratta di un’affermazione priva di fondamento; il provvedimento infatti non toglie flussi ai fondi pensione, ma al più alle imprese.
In realtà, è vero esattamente il contrario: il provvedimento favorisce la previdenza integrativa, rispetto alla legislazione vigente, per due ragioni. Primo, perché anticipa al 2007 il meccanismo del silenzio-assenso, per cui in assenza di un’esplicita volontà del lavoratore il Tfr va al fondo pensione. Ricordiamo che lo slittamento del meccanismo al 2008 era stata la maggior critica mossa alla riforma Maroni.
In secondo luogo, perché con l’innalzamento delle aliquote sui rendimenti finanziari al 20 per cento, per la prima volta si crea indirettamente, rispetto all’investimento del risparmio privato, quel regime di fiscalità agevolata da sempre auspicato per dare slancio alla previdenza integrativa.
Quando poi si sostiene che lo Stato avrà in futuro l’incentivo a sabotare il decollo della previdenza complementare, perché incamera i fondi inoptati, si rasenta quasi il paradosso. Si tratta di un vero processo alle intenzioni, tutto da verificare. Tanto più che questa Finanziaria prevede per il 2007 uno stanziamento di 17 milioni di euro per promuovere adesioni consapevoli alle forme pensionistiche complementari. A meno che non si sia convinti che lo Stato spenda questi milioni per disinformare e sabotare la previdenza integrativa.

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Si contabilizza un debito come fosse un’entrata. Sì, ma…

I fondi del Tfr sono debiti futuri che lo Stato dovrà ripagare al momento della liquidazione. Non di un’entrata si tratta, ma di un ulteriore debito pubblico. Questo è vero. Ma (i) stando al commissario Almunia sembra che l’Europa non sposi questa interpretazione, anche se l’ultima parola spetta ad Eurostat; (ii) è un debito che è più facile ripagare perché in parte si autofinanzia con nuove entrate ogni anno; (iii) le entrate pensionistiche del contributivo hanno la stessa natura, ma nessuno si è finora mai sognato di proporre di contabilizzarle come debito pubblico.

In conclusione

Insomma, da qualunque parti la si guardi, quella sul Tfr sembra essere solo una manovra del governo per aumentare le entrate, senza danni eccessivi. Se poi sia una misura efficiente sotto questo punto di vista, è un’altra questione, e il nostro articolo non vuole sicuramente difendere il provvedimento in senso assoluto.
Ciò che si vuole rilevare è invece il francamente stupefacente richiamo mediatico suscitato dal provvedimento, e, allo stesso tempo, l’elevato livello di disinformazione che lo ha circondato. Risultato: si sono avvalorate le richieste di Confindustria e si è obbligato il governo a contrattare. Decollo della previdenza integrativa e sviluppo di un mercato finanziario efficiente sono questioni fondamentali per la competitività del sistema industriale italiano. Posizioni preconcette non aiutano.


* Circolo di Libertà e Giustizia di Pavia

La controreplica di Tito Boeri e Agar Brugiavini

Ringraziamo Guido Ascari, Mattia Barosi e Antonio Malocchi per il loro contributo alla discussione. Per meglio informare i lettori, ci teniamo a chiarire che l’accordo prevede per le imprese con più di 50 dipendenti il
trasferimento all’Inps del Tfr che matura dal primo gennaio 2007 e che non sia stato conferito alla previdenza
integrativa. Per questo non concordiamo sulla neutralità per il lavoratore: un conto è poter scegliere tra lasciare il TFR presso l’impresa oppure versare il maturando a un fondo pensione; un altro è poter esercitare questa opzione
solo fra Inps e fondo pensione. L’Inps non è la stessa cosa che un’impresa.
C’è meno rischio di impresa (che era comunque in parte compensato da fondo di garanzia), ma c’è il rischio politico. Come tutti sanno, la politica interviene spesso per cambiare le regole. In secondo luogo, il governo deve
ancora decidere come incentivare fiscalmente il decollo dei fondi pensione e il fatto di essersi garantito flussi consistenti di Tfr non può che scoraggiare il governo dall’introdurre incentivi adeguati (a nostro giudizio
un regime che renda esenti i contributi e i rendimenti e tassi solo le prestazioni sarebbe preferibile). In terzo luogo, l’accordo riduce i tempi di scelta in quanto si ha tempo fino a gennaio per evitare che i flussi finiscano all’Inps, senza una adeguata campagna di informazione, che il governo ha pochi incentivi a fare promuovendo, come dovrebbe, i fondi pensione. Ed è infine molto difficile che i lavoratori vogliano poi passare dall’inps ad un fondo
pensione. Pensate che incubo dover monitorare i rendimenti di un pezzo di Tfr presso l’impresa, un altro presso l’Inps e un terzo presso un fondo pensione.
A proposito qualcuno ha pensato ai costi di dotare l’Inps di una amministrazione capace di gestire il Tfr?  E’ cosa ben diversa dai contributi previdenziali.

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10 commenti

  1. GIORGIO MOCCI

    Ritengo sia arrivato il momento che a far data dal 1 gennaio 2007 o 2008 si arrivi ad una scelta drastica: fermo restando quanto versato fino al 31.12. precedente da lasciare in gestione alle imprese, abolire il tfr e riconoscere in busta paga mensilmente al lavoratore una maggiorazione a titolo di tfr. Tale maggiorazione sarà a discrezione del lavoratore accantonarla, spenderla o chiedere all’azienda di destinarla a incrementare il fondo esistente, accollandosi tutte le responsabilità in merito.

  2. MassimilianoB

    Cari articolisti dovete spiegarmi 2 cose:
    quali enti/organi o altro in Italia sono in grado di grantire l’accantonamento del TFR per circa 35-40 anni con rendimenti almeno pari a quelli attuali, ammesso e non concesso che deve esserci la certezza della restituzione di quel denaro che non appartiene al lavoratore e non allo stato, Né all’azienda. !!
    Seconda domanda: le aziende sopra i 50 dipendenti perderanno una valanga di danaro che verra’ compensato dallo Stato con un fondo di garanzia. Da dove verranno presi i soldi per costituire questo fondo? verranno imposte altre tasse? Magari verranno tassati i fondi che dovrebbero gestire i TFR…

    • La redazione

      Ogni istituzione o ente presenta i suoi rischi (chi garantisce che questo o un prossimo governo non modifichi la rivalutazione del tfr presso l’INPS?) e almeno il mercato offre rendimenti più elevati. Sulla garanzia di restituzione i fondi pensione in Italia hanno regole molto stringenti che
      certamente possono tranquilizzare i contribuenti. L’INPS ha ovviamente lo stato alle spalle che difficilmente potrebbe rinnegare questo debito e per le imprese c’è un rischio, ma anche questo è mitigato (tra l’altro il tfr dovrebbe venireprimo nella lista dei creditori in casi estremi)
      Seconda domanda: le aziende sopra i 50 dipendenti perderanno una valanga di danaro che verra’ compensato dallo Stato con un fondo di garanzia. Da dove verranno presi i soldi per costituire questo fondo? verranno imposte altre
      tasse? Magari verranno tassati i fondi che dovrebbero gestire i TFR…
      Buona domanda – se non capisco male ci sono due compenazioni entrambe onerose per il governo. Una in termini di sgravi contributivi (veramente strana perchè va a ridurre il gettito – seppur gradualmente e parzialmente
      – recuperato con il tfr) e l’altra nella forma di fondo di garanzia (in studio) che dovrebbe coinvolgere anche l’ABI. Immagino che il fondo vada a costruirsi a partire da un un contributo anche dello stato. Non abbiamo dettagli sufficienti per valutare l’entità e le modalità di funzionamento,
      ma anche se inciderà poco (immagino sia tarato in termini di rischi per coprire un certo numero di imprese in difficoltà – lungo le linee della proposta di cui si discuteva lo scorso anno al momento dell’introduzione del silenzio-assenzo) saranno certamente costi aggiuntivi.

  3. Alessandro Carraro

    Mi sembra abbastanza assurdo sostenere che sia appropiato trattare il TFR versato all’INPS come entrata in quanto simile ai contributi pensionistici. Se si trattasse di un impresa privata, verrebbero entrambi considerati come debiti (e sarebbe uno scandalo il contrario). Inoltre il fatto che l’Unione Europea sia d’accordo e’ irrilevante: tutti gli stati europei usano lo stesso trucco per migliorare i conti, ma questo non cambia la realta’ delle cose. Alla fine le future generazioni dovranno pagare questi debiti: e’ un peccato che non abbiano voce in capitolo.

  4. Andrea Profeti

    La possibilità di scelta è sempre una cosa positiva. Optare tra destinare il TFR alla propria azienda, allo Stato, oppure ad un fondo pensione mi sembra non abbia niente di sbagliato. Se è vero che il TFR è retribuzione differita del lavoratore, allora è giusto che il titolare decida dove destinare il proprio compenso. Il governo ha creato un meccanismo simile alla destinazione dell’8 per mille (strumento che non mi pare molto criticato). Mi sembra anzi una norma di elevata civiltà: ho più fiducia nello stato? Destino il TFR all’INPS. Ho più fiducia nella mia azienda?, Lo lascio a lei. Ho più fiducia in un fondo pensione? Destino il TFR ad un fondo.
    Concordo con chi dice che è sbagliato considerare tale importo come entrata per il bilancio dello Stato. E’ un debito con il lavoratore, che dovrò restituire. Su questo penso che non ci debba essere il minimo dubbio, altrimenti siamo nuovamente alla finanza creativa.
    Le aziende dovranno finanziarsi in altra maniera? si e mi sembra anche giusto. fino ad oggi avevano un finanziamento agevolato. il governo, però, mi sembra abbia tenuto conto di ciò, prevedendo tra le varie cose ad esempio la riduzione del cuneo fiscale.

  5. nelson opiquet

    Come osserva correttamente il Profeti, si è deciso di creare un’entrata fittizzia. Facciamo bene i conti, costa di più allo stato finanziarsi sul mercato o riconoscendo il rendimento TFR? Non vi tedio ma, seppur di poco ad oggi costa di più finanziarsi con il TFR e quindi la scelta è economicamente sconveniente, né penso che il governo abbia guardato le curve dei tassi e dell’inflazione attesa per capire cosa gli costerà meno In futuro.
    Quindi la mossa, che non ha chiaramente una valenza economica, ha una valenza contabile-europea.
    Che sia finalizzata a incentivare il sistema pensionistico è risibile e non son certo 16 milioni a confutarlo.

    Formalmente è come avere aumentato i contributi. Ma queste REVISIONI non dovevano essere trattate unitariamente nel ridisegno della materia previdenziale?
    E poi, se una misura è giusta perché non applicarla al 100% e quindi trasferire tutto il TFR (e magari aplicarla non solo il maturando ma anche il pregresso)?
    E questi mitici fondi pensione sono poi meglio dell’indicizzazione che l’INPS riconosce al contributivo?
    E poi è vero che in Italia c’è un problema pensionistico?Varie fonti accademiche e non ritengono quello italiano come uno sei sistemi più equilibrati (sarà tutto contributivo), con irendimenti più sostenibili (GDP-linked) e con i contributi più elevati tra i paesi occidentali.
    Lasciamo ai soliti noti le serie riflessioni ma constatiamo che il dato di fatto è che l’Italia ha un sistema sostenibile (Contributivo) con rendimenti ragionevoli (legati alla crescita del GDP) e con contributi importanti (1/3 della retribuzione, basta quindi che la pensione duri 1/3 della vita lavorativa!).
    C’è qualcosa da aggiustare veramente?

  6. Edoardo Riccio

    Tutta l’operazione sul TFR, così come iniziata con il Governo Berlusconi e conclusa da questo Governo, ha un sapore sinistro. La prima osservazione, di cui poco si parla e che per me è la più rilevante, è che in un Paese dove tutti si riempiono la bocca di liberalizzazioni la previdenza integrativa nasce nei fatti monopolistica. Nella pratica infatti il TFR può essere destinato a UN fondo pensione, che è quello di categoria, oppure ad azienda o INPS. Quell’UN fondo pensione sarà poi cogestito dai sindacati maggiormente rappresentativi (i soliti) e dai rappresentanti dei datori di lavoro (Confindustria). Quindi nasceranno piccole istituzioni molto attente ai giochi politici e molto meno ai rendimenti. L’INPS come alternativa diviene poi quasi comica nel momento in cui di fatto estende al TFR “ripartitive” della previdenza pubblica. Con le stesse criticità della previdenza pubblica per le generazioni future.

  7. Simeone Russo

    Certo il mio commento non porterà elementi di originalità alla discussione, però mi preme segnalare che nei giovani che hanno iniziato da poco o stanno per iniziare un’attività lavorativa è molto diffusa un’ignoranza pressochè totale delle dinamiche demografiche e previdenziali. Io ho 30 anni e cerco di documentarmi da solo perchè la questione previdenziale mi interessa molto e voglio comprendere le dinamiche fondo. Diverse persone con cui ho avuto modo di discorrere non hanno la benchè minima idea della funzione finanziaria del TFR che matura pro temporis, dei vantaggi fiscali e delle agevolazioni che si ottengono aderendo a un fondo pensione. Altre persone pur intuendo la portata del problema non fanno altro che stipulare una polizza assicurativa che spesso non tutela adeguatamente gli interessi previdenziali del sottoscrittore (sia per le caratteristiche intrinseche dello strumento sia rispetto a strumenti previdenziali e finanziari più efficienti). Come da me già segnalato su questo sito, questo problema è ascrivibile a un deficit di cultura finanziaria che nel nostro Paese assume dimensioni preoccupanti, ma che poi ottiene le luci della ribalta solo in occasioni di crack finanziari di rilievo internazionale. Il cittadino deve pretendere più informazione “utile” ma allo stesso tempo deve essere educato a recepire “utili informazioni” in quelle sedi e da quei soggettiche si dimostrano più adeguati. Non posso non segnalare l’inadeguatezza con la quale nel nostro Paese il fenomeno associativo spesso si scaglia contro fenomeni corporativi e/o oligopolistici, ma non è capace di promuovere un evoluzione culturale e comportamentale da “Paese normale”.

  8. Alberto Privitera

    In merito al provvedimento di trasferimento del TFR ai fondi pensione o all’INPS vorrei portare all’attenzione degli autori il problema relativo alla reperibilità delle fonti, di medio lungo termine a tasso agevolato, che dovrebbero andar a sostituire il TFR. In particolare vorrei porre in luce il fatto che la difficoltà di reperimento di fonti sostitutive del TFR non attiene esclusivamente al costo dell’indebitamento, ma soprattutto alla qualità del debitore.
    Come è noto dal 1° gennaio 2007 entrerà in vigore l’accordo di Basilea 2 sul merito creditizio. Tutti i prenditori di fondi saranno valutati sulla base di rating o scoring, a seconda dele dimensioni. Numerosoe ricerche, negli ultimi tre anni, hanno dimostrato la fragilità finanziaria delle imprese italiane e il rating ridotto attribuibile, mediamente, alle imprese italiane applicando i modelli elaborati dalle maggiori banche. In questa situazione quali certezze vi sono che l’unica difficoltà dell’impresa di rimpiazzare il TFR sia il costo del debito sostitutivo e non piuttosto non poter accedere al credito bancario, ovvero non potrerlo ampliare, per rating creditizi troppo bassi.
    Alcuni potrebbero ritenere che, qualora si producessero simili fattispecie, si sarebbe in presenza di un meccanismo di autoregolazione del mercato, il quale punisce le imprese meno strutturate dal punto di vista finanziario e in definitiva elimina le aziende più deboli? Ma questo percorso non rishia di essere un metodo di pulizia molto pericoloso per tutto il sistema produttivo?

  9. lorenzo Marzano

    Con riferimento a una PMI: In caso di fallimento della stessa il TFR lasciato presso l’azienda è garantito dall’ INPS come afferma un blog ? quote “Il TFR non viene investito in borsa; una cifra che viene accumulata annualmente e rivalutata. In caso di fallimento di una Azienda il TFR è garantito da uno speciale fondo INPS ed è uno dei crediti privilegiati “end of quote o vale quanto affermato dal Sole 24 ore nel Plus del 4 novembre pag 6 che in un riquadro alquanto a favore dei fondi pensione (“e le opzioni alternative “)oltre a dubitare fattualmente della solvibilità almeno transitoria dell’INPS afferma per le società che” il livello di rischio è parametrato alla solvibilità della società stessa “senza citareun intervento in seconda battuta dell’INPS.

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