A una anno dal suo insediamento, la grande coalizione tedesca sembra aver perso la ragione di essere. Qualche taglio a sussidi ormai insostenibili, l’aumento di tre punti dell’Iva, la conferma delle leggi Hartz sul mercato del lavoro e un timido tentativo di rivedere il sistema federale. Le buone notizie sono tutte qui. Sulle questioni davvero centrali l’accordo non c’è, come dimostra la vicenda della riforma dell’assistenza sanitaria. Perché quello che manca è soprattutto il consenso della popolazione a vere riforme strutturali.

Le ceneri di Angela

Il governo di Angela Merkel, in Germania, compie un anno. Con l’approssimarsi dell’anniversario in molti si sono chiesti: ne è valsa la pena? Per diversi mesi, i paesi della Vecchia Europa, e in particolare Italia e Francia, ma anche molti all’interno della Commissione europea, hanno guardato all’esperimento tedesco nella speranza che i gravi problemi economici e sociali potessero essere risolti da una “grande coalizione”.

Le buone notizie

In teoria, ci sono due ragioni per dar vita a una grande coalizione: La prima è tecnica: non esiste una maggioranza per una coalizione guidata da un solo grande partito. L’altra è il riconoscimento che è necessario un cambiamento profondo e nessun governo espresso da un solo partito può sopravvivere all’assalto delle lobby e di un’opposizione opportunista. Era questa la speranza nella Germania di un anno fa: per avere un cambiamento duraturo, era necessario che “tutti fossero a bordo”, altrimenti una parte politica avrebbe bloccato gli sforzi dell’altra, fino al punto di capovolgere la passata legislazione.
Quest’ultima condizione non sembra valere più nella Germania di oggi, e la grande coalizione sembra destinata a sciogliersi, probabilmente molto prima delle elezioni politiche del 2008.
All’inizio, le cose si muovevano in fretta, molto in fretta per gli standard tedeschi. Con un ministro delle Finanza socialdemocratico, il cancelliere Merkel ha abolito gli aiuti all’edilizia residenziale e tagliato gli sgravi fiscali per i pendolari: c’era un largo consenso che si trattasse della cosa giusta da fare. Ma la stagione dei tagli è finita presto: i sussidi continuano ad ammontare a circa 60 miliardi di euro l’anno di aiuti diretti e a 50 miliardi di sgravi fiscali.
La coalizione è riuscita a riformare il sistema di “federalismo“, dando ai länder più autonomia in alcune aree, ma togliendo loro il diritto di veto in altre. Sfortunatamente, non è stata toccato l’aspetto fiscale, che avrebbe potuto contribuire a rendere più responsabili le politiche regionali. (Infatti, i länder hanno finito con l’avere più potere in molte materie). In nome dell’onestà fiscale, la coalizione ha alzato l’Iva di 3 punti percentuali a partire dal 2007. Com’era prevedibile questo ha stimolato la domanda corrente di beni durevoli di “scontrino alto”, e di conseguenza tassi di crescita che non si vedevano dai tempi della riunificazione.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la coalizione è rimasta ben salda sul tracciato delle leggi Hartz: la mia interpretazione delle recenti buone notizie dal mercato del lavoro è che queste riforme hanno spostato verso il basso il “tasso di equilibrio”, proprio come avrebbe detto il premio Nobel 2006 per l’Economia, Edmund Phelps. Da sottolineare che la Spd ha resistito alla tentazione di abbandonare il campo anche quando l’Ufficio federale per l’impiego ha tagliato programmi di spesa inutili per il mercato del lavoro, arrivando a un considerevole surplus di 10 miliardi di euro, di cui un terzo è forse dovuto proprio a questi tagli. Così, Merkel e soci sono riusciti a mantenere le riforme proposte dal predecessore Gerhard Schröder. Un risultato che da solo ha creato un grande ottimismo nel mercato internazionale dei capitali sul fatto che le riforme non sono solo salde, ma irrevocabili.
Questo è tutto per quanto riguarda le buone notizie: dopo dodici mesi gli interventi facili sono finiti. I problemi difficili – sanità, riforme più profonde del mercato del lavoro, deregolamentazione del mercato dei prodotti e semplificazione del sistema fiscale – sono ancora sul tavolo, ma servirà una buona dose di energia, creatività, disciplina e capacità di resistenza per trattare con lobby agguerrite e campioni dello status-quo. Più importante ancora, è necessario arrivare a una diagnosi comune e concordata del problema. L’arte del compromesso, orgoglio dei politici tedeschi, non basterà.

Il test della riforma sanitaria

Prendiamo il test più importante che la grande coalizione ha dovuto affrontare finora: la riforma della sanità. Il sistema tedesco è difficile da spiegare e ancor più da riformare. È un insieme di fondi assicurativi garantiti dallo Stato, basati su contributi di aziende e lavoratori legati al salario, obbligatori per tutti fuorché i meglio pagati. Dopo un lungo dibattito, il governo ha proposto di introdurre forme di concorrenza tra le compagnie di assicurazione sanitaria creando un fondo comune per le contribuzioni, con cumulo dei rischi, e permettendo agli assicurati di cambiare fondo assicurativo. Frutto di un compromesso, la proposta evita il problema della redistribuzione: i lavoratori dovrebbero pagare per la sanità in rapporto al reddito (Spd) o indipendentemente da questo con una esplicita redistribuzione verso chi sta peggio (Cdu)? La coalizione è riuscita a trovare un accordo solo sulla creazione del fondo, uno scheletro burocratico che sarebbe comunque necessario in entrambi i casi. Mentre litiga praticamente su tutto il resto, compreso il controllo dei costi. I lobbisti hanno tratto vantaggio dalla confusione dei politici e ora sembra sempre più difficile che il compromesso raggiunto divenga una legge prima del 2009, comunque dopo le prossime elezioni politiche. I nemici di Merkel interni al suo partito potrebbero anche usare il compromesso sulla sanità come un’arma – e togliere il loro appoggio all’ultimo minuto: se Merkel dovesse essere costretta a ritirare la proposta, ne uscirebbe molto indebolita.
Non soltanto la grande coalizione non è riuscita a proporre una soluzione valida, ma grande è stato lo spreco di tempo ed energie, oltre che di attenzione e pazienza dell’opinione pubblica. Non c’è da meravigliarsi se i sondaggi danno Spd e Cdu ai livelli più bassi in decenni.

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Perché non ha funzionato

La grande coalizione tedesca sta fallendo perché i politici non trovano un accordo sulla soluzione giusta ai problemi della Germania. Ma non è solo colpa loro. In fin dei conti, la Germania è una democrazia matura e si merita i governanti e i politici che ha. Wolfgang Münchau del Financial Times ha affermato di recente che i “tedeschi non credono più alle favole”. Non è affatto vero: i tedeschi sono ancora disperatamente attaccati alla favola cara alla Vecchia Europa, secondo la quale le riforme dolorose si possono evitare seguendo la “terza via“. Non sono pochi i politici, sindacalisti e lobbisti pronti a dire ai tedeschi che si può fare a meno delle riforme e delle riorganizzazioni viste negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Olanda così come nei paesi scandinavi. Era questo il messaggio del risultato ambiguo delle elezioni di settembre 2005: procediamo a piccoli passi e sarà meno doloroso. Vere riforme saranno ancora più difficili ora che la ripresa è arrivata. Non importa se la Germania ha perso più di un decennio di crescita degli standard di vita registrato nelle economie Ocse di punta. No, la Vecchia Europa non trarrà alcun beneficio da una grande coalizione finché non sarà soddisfatta la condizione necessaria che ne è il centro: un implicito consenso per un vero cambiamento diffuso nella popolazione in generale e nella classe politica. Sotto tutti i punti di vista, ne siamo ben lontani.

Merkel’s Grand Coalition: No model for the old world

Germany’s government led by Angela Merkel is about to celebrate one year’s existence. In light of that anniversary many have asked: has it been worth it? For many months, Old Europe – especially Italy and France, but also much of the EU Commission – looked with anticipation to the German experiment for a sign that persistent economic and social problems could be solved by a “Grand Coalition.”

In theory, there are two reasons to have a grand coalition. One is technical – no majority exists for a coalition that is not dominated by a single large party. The other is the recognition that fundamental change is needed and no single-party-dominated government can survive the onslaught of lobbies and opportunistic opposition. This was the hope in Germany one year ago. To effect lasting change, so the logic goes, “everyone needs to be on board”; otherwise one side will block every effort of the other, even to the point of reversing past legislation. Because this last condition no longer seems to hold, the coalition is probably headed for the skids, possibly much sooner than the general elections slated for 2008.

At the beginning things were moving fast — especially fast for German standards. With a Social Democratic finance minister, Chancellor Merkel abolished home construction subsidies and cut commuter tax breaks, and there was a broad consensus that this was the right thing to do. It stopped short of cutting more; subsidies continue to represent about 60 billion EUR annually in cash aids, and another 50 billion in tax breaks. Similarly, the coalition was able to reform the system of “Federalism” by giving the states more autonomy in some areas, while taking away their veto rights in others. Unfortunately, the fiscal issue wasn’t touched, which could have injected real responsibility into regional politics. (In fact the local Länder chiefs up getting more power in many areas). In the name of fiscal rectitude, the coalition agreed to hike the VAT by 3 percentage points – beginning in 2007. Predictably, this has stimulated current demand for big ticket durable goods, and has produced growth rates not seen since reunification. In the labor market, the coalition has been unwavering in keeping the Hartz-Reforms on track, and my own interpretation of recent positive news in the labor markets is that these reforms have moved the “equilibrium rate” downwards, just as the 2006 Nobel Prize Laureate Edmund Phelps would have predicted. Remarkably, the SPD has resisted temptation to backslide, even while the Federal Employment Office has slashed spending for useless active labor market programs, running a sizeable surplus of 10 billion Euros this year – of which perhaps a third is due to these cuts. Indeed, Merkel and Co. have managed to maintain the reforms proposed by her predecessor Gerhard Schröder. This alone has created a great optimism in international capital markets that reforms are not just sustainable, but irrevocable.

So much for the good news. After twelve months, the low-hanging fruit is gone. The tough items on the agenda — health care, serious labor market reform, product market deregulation, and tax simplification are still on the table, but will require significant energy, creativity, discipline, and stamina to deal with a multitude of well-mobilized lobbies and status-quo champions. Most important, a common, agreed-upon diagnosis of the problem is necessary. The art of compromise, the pride of German politicians, will not be enough.

For evidence, consider the most significant test of the Grand Coalition to date, health care reform. The German system is difficult to explain, much less reform. It is a patchwork of government-backed insurance funds, run on wage-related contributions from employers and employees with mandatory membership for all but the best-paid. After a long public debate, the government proposed introducing competition between these health insurers by creating a common fund for contributions, pooling risks and allowing the insured to switch health care funds. As a compromise, the proposal skirts completely the issue of redistribution – should workers pay for health care according to income (SPD), or independent of it with explicit redistribution for the less well-off (CDU)? It turned out that the coalition could only agree only on the fund itself, a bureaucratic skeleton which would be needed in either case, while disagreeing on almost everything else, including cost control. Lobbyists have capitalized on the politicians’ disarray and it seems increasingly unlikely the compromise will be enacted before 2009 – and after the next federal election. Merkel’s enemies in her own party may even use the gutted health care compromise as a dagger – and withhold crucial support for her in the last minute. Should Merkel be forced to withdraw the proposal, she will be seriously weakened. Not only has the grand coalition failed to provide a viable solution, it has been an enormous waste of time and energy, as well as public attention and patience. No wonder polls for the SPD and CDU are at the lowest level in decades.

Germany’s grand coalition is failing because the politicians still don’t agree on the correct solution to Germany’s problems. But this is not all their fault. In the end, Germany is a functioning democracy and deserves the leadership and policies it gets. Wolfgang Münchau of the Financial Times recently claimed that “Germans don’t believe in fairy tales anymore.” Far from it: Germans are still clutching desperately to the Old European fairy tale that tough reforms can be avoided by following the “third way”. More than a handful of politicians, union leaders and lobbyists are willing to tell them that they can avoid reform and restructuring seen in the US, the UK and the Netherlands as well Scandinavia. This was the message of the ambiguous election results in September 2005: Take small steps, and it will be less painful. Real reform will be even harder now that the recovery has arrived. Never mind that Germany has missed more than a decade of increases in living standards seen in leading OECD economies. No, Old Europe will not benefit from a grand coalition until the central necessary condition is fulfilled: an underlying consensus for real change in the general population as well as in the political classes. By all accounts, we are not quite there yet.

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