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La politica economica ha bisogno di buona teoria

Edmund Phelps ha vinto il premio Nobel per l’Economia per aver definito in modo formale il concetto di disoccupazione di equilibrio. Secondo il quale esiste uno e un solo livello di disoccupazione che rende il mercato del lavoro in equilibrio, ovvero rende le aspettative e le richieste salariali coerenti con la capacità delle imprese a remunerare i lavoratori. Se la politica monetaria è oggi più efficace, e l’inflazione a due cifre un ricordo del passato, lo si deve al modello di Phelps, utilizzato da tutte le banche centrali.

Nel lungo periodo il tasso di disoccupazione tende al suo valore naturale, definito anche tasso di disoccupazione di equilibrio, indipendentemente dal valore dell’inflazione. Nel mercato del lavoro esiste infatti un livello della disoccupazione tale per cui le richieste salariali dei lavoratori coincidono con le effettive possibilità salariali delle imprese. Al livello di disoccupazione naturale, le autorità monetarie non hanno alcuna possibilità di alterare la disoccupazione, e una maggior crescita della massa monetaria si trasforma direttamente in aumento dell’inflazione.

La disoccupazione d’equilibrio

Il concetto della disoccupazione di equilibrio, così come i modelli della sua determinazione, sono oggi insegnati nei corsi intermedi di macroeconomia, e fanno parte del bagaglio di qualsiasi laureato in economia. Le motivazioni del premio Nobel per l’Economia, assegnato dall’accademia svedese all’americano Edmund Phelps, sottolineano però come “il concetto di disoccupazione di equilibrio rappresenti una delle idee più influenti nella macroeconomia degli ultimi cinquanta anni”.
Che si tratti di idee ben diffuse è evidente. Ed Phelps ha sviluppato il concetto di disoccupazione di equilibrio nella prima metà degli anni Settanta, e le sue idee sono poi state incorporate in quasi tutti i libri di testo di macroeconomia.
Prima della formalizzazione di Phelps, molti economisti e diversi banchieri centrali, erano convinti che esistesse un trade off, o un’alternativa, tra maggior disoccupazione e minor inflazione. Negli anni Sessanta sembrava esistere una relazione negativa tra disoccupazione e inflazione, e per qualche tempo si diffuse l’idea che i banchieri centrali potessero liberamente scegliere tra le due alternative.
La figura 1 riportata qui sotto mostra questa relazione negli Sessanta. La relazione inversa tra disoccupazione e inflazione, detta anche curva di Phillips, ignorava però il concetto di disoccupazione di equilibrio, e il fatto che nel lungo periodo il mercato del lavoro tende a generare un livello di disoccupazione naturale, indipendentemente da quello di inflazione.
Nel lungo periodo il trade off tra disoccupazione e inflazione non esiste più e la curva di Phillips è verticale. Questa fondamentale scoperta, che in realtà è legata a un’intuizione che per primo ebbe Milton Friedman (premio Nobel nel 1976), ha effettivamente cambiato il modo di condurre la politica monetaria. Mentre l’intuizione di Milton Friedman si fermò a livello discorsivo, Ed Phelps ha proposto un vero e proprio modello formale della disoccupazione di equilibrio.
Nel suo modello il mercato del lavoro non è in grado di eliminare completamente la disoccupazione, in quanto varie imperfezioni e frizioni rendono impossibile un incontro istantaneo tra lavoratori disoccupati e posti vacanti. Ma anche se una certa quota di disoccupazione è inevitabile, esiste uno e un solo livello di disoccupazione che rende il mercato del lavoro in equilibrio, dove l’equilibrio rende le aspettative e le richieste salariali coerenti con la capacità delle imprese a remunerare i lavoratori.

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L’importanza del modello

Qualcuno può sostenere che tra l’intuizione di Friedman e la modellizzazione di Phelps non c’è molta differenza, e il premio Nobel di Phelps riflette soltanto la crisi della scienza economica. Ma questa critica ignora l’impatto e l’importanza di modellizzare i concetti economici.
Ai giorni nostri, qualunque dipartimento di ricerca di qualunque banca centrale lavora con una stima del tasso di disoccupazione di equilibrio, e utilizza un modello di previsione e trasmissione della politica monetaria che ruota intorno a tale concetto. Senza modello formale, le autorità monetarie non potrebbero stimare il livello di disoccupazione di equilibrio. L’intuizione del modello di Phelps è semplice: se l’autorità monetaria esplicitamente cerca di sfruttare, nel breve periodo, la relazione negativa tra disoccupazione e inflazione, gli operatori aggiusteranno immediatamente le loro aspettative, rendendo nullo il tentativo di ridurre la disoccupazione, e aumentando invece il tasso di inflazione. La figura 2 mostra infatti chiaramente come, dopo gli anni Sessanta, la curva di Phillips (la relazione negativa tra disoccupazione e inflazione) sia effettivamente sparita. È davvero raro in economia che un’intuizione e una previsione economica siano, col senno di poi, così chiaramente verificate.
Si può così sostenere che la riduzione dell’inflazione negli anni Ottanta e Novanta, osservata in tutti i paesi industrializzati, sia in parte legata ai risultati di Phelps e alla sua teoria della disoccupazione d’equilibrio. La politica monetaria è oggi più efficace, e l’inflazione a due cifre un concetto del passato. Ma gli insegnamenti di Phelps suggeriscono che non esiste buona politica economica senza buona teoria economica.

Per saperne di più

Friedman, M. (1968), “The Role of Monetary Policy”, American Economic Review, Vol. 58, 1-17.
Phelps, E. S. (1968a), “Money-Wage Dynamics and Labor-Market Equilibrium”, Journal of Political Economy, Vol. 76, 678-711.
Phillips, A. W. (1958), “The Relation between Unemployment and the Rate of Change of Money Wage Rates in the United Kingdom 1861-1957”, Economica, Vol. 25, 283-289.

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Figura 1. Inflazione e disoccupazione in Usa prima degli Anni 70: la curva di Phillips

 

Figura 2. Inflazione e disoccupazione in Usa dopo gli anni 70: la curva di Phillips sparisce

 

 

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  1. michele caronti

    Ci sono parecchi punti che non mi convincono nel ragionamento. In merito, in particolare alla esigenza di “formalizzare” i modelli di spiegazione economica. Parlo da profano, ma pur sempre da laureato in economia (DES) e da attuale responsabile derivati Italia di Merrill Lynch.

    1/ innanzitutto, mi pare che le idee che si tende a screditare (perche’ troppo intuitive) siano tutte di una certa parte (economisti monetaristi in sostanza). Friedman e, in altri contesti, tutti gli economisti della c.d. Reaganomics (Laffer etc) che vengono regolarmente derisi da certa “intellighenzia economicistica”, ma che a ben guardare hanno (loro si’) cambiato il modo di vedere l’economia e la politica economica (a dispetto di tanti presunti scienziati). Se davvero la scienza economica fosse tale, le piu’ grandi riforme non potrebbero venire da chi (come Margareth Thatcher o Ronald Reagan) di economia formale erano completamente digiuni.

    2/ anche in merito alla presunta utilita’ dei modelli formali a proposito di banchieri centrali, mi sembra che il fatto che il migliore banchiere centrale degli ultimi decenni (Alan Greespann) non fosse un economista di formazione e quasi ostentasse il suo scetticismo nei confronti dei modelli di previsione econometrica la dica lunga su questo punto. Certo la formalizzazione in economia e’ tenuta in grande considerazione da quei burocrati della BCE, ma tutto si puo’ dire tranne che la BCE sia efficace nelle sue strategie di politica monetaria.

    3/ non da ultimo, in che davvero misere condizioni versi la presunta scienza economica (anche per la eccessiva formalizzazione che essa ha raggiunto e la mancanza di veri talenti), me lo dicono tutti i giorni i mercati finanziari e il modo in cui sono organizzate le banche di investimento. Molto spesso se non sempre, gli economisti sono considerati alla stregua di soprammobili (ormai neppure tanto da esibire, a dire il vero), mentre il loro salario, molto inferiore ai traders, riflette il loro valore.

  2. Andrea Battista

    Era ora toccasse a Phelps, forse anzi é in ritardo rispetto ad alcuni precedenti premiati, comunque il riconoscimento é indubbiamente strameritato.
    Si impone però qualche considerazione più generale sul premio Nobel.

    Quest’anno la medicina ha premiato studiosi quarantenni per ricerche pubblicate nel 1998, l’articolo chiave di Phelps é di 30 anni prima.
    In quanto ad aderenza allo spirito “incentivante”di un premio, e del Nobel in particolare, medicina batte economia due a zero.
    Ma aldilà di questo elemento, ammesso che il premio Nobel dica qualcosa di importante sullo stato di una disciplina, sorgono alcune considerazioni/interrogativi.
    Se si premiano ricerche così datate, esiste forse un backlog di candidati meritevoli così rilevante, tale da far pensare che ancora per molto tempo non saranno premiate ricerche recenti e giovani economisti, proprio quando é sempre più evidente che nelle scienze la produittività scientifica é correlata con la giovane età?
    Sarebbe allora opportuno conferire il premio congiuntamente a più candidati, per “smaltire l’arretrato” più velocemente.
    Oppure il momento storico che sta vivendo la scienza economica é ben diverso da quello della medicina e i contributi di grande e sistematico respiro teorico si trovano in ricercatori e pensatori relativamente datati?
    Forse entrambe le tesi contengono una parte di verità.

  3. Marco Solferini

    Tutto verissimo, ma il problema dei grafici è che spesso non prendono in considerazione le variabili umane del mercato, cioè la generalizzazione del conflitto generazionale, dipendente da meccanismi che non hanno nulla a che vedere con il reddito, ma sono in prevalenza dettati da circostanze occupazionali. In Italia è ridicolo raccontare la favola della disoccupazione al 7%, la realtà di fatto è completamente difforme: c’é un abbassamento della fascia media al livello di povertà (con una quarta settimana che presto diventerà la terza, già si parla di ultimi 10 giorni del mese..) cui si aggiunge l’assoluta assenza di meritocrazia nell’allocazione delle risorse umane. C’è una vera e propria Muraglia Cinese di difficoltà che vanno dalla cara vecchia e sempre in essere “raccomandazione”, fino all’ostracismo di un sistema vecchio che non lascia spazio ai giovani e quindi non è innovativo, non è creativo, non si apre alle nuove tecnologie, ai nuovi mercati, alle lingue, alle culture. L’Italia è in mano a schiere di settant’enni che sono sempre lì, arroccati nei posti che contano e decidono le altrui carriere, perchè a loro volta hanno fatto fatica e sono emersi tardi quindi vogliono restare e se per caso accade che vi sia un giovane promettente anziché valutarlo lo spingono al ribasso. Questo è il vero mercato del lavoro e qualsiasi statistica o sondaggio presso il Pubblico lo conferma. Sono le classiche cose che tutti sanno e nessuno dice. In Europa, tutte le volte che ho avuto modo di parlarne, emerge che siamo l’esempio in negativo che viene citato per non finire come noi. Un esempio su tutti: paragonate una banca italiana con una internazionale come Goldman Sachs o HSBC, verificate le differenze nel back office, nello standard di servizi, nella capacita dei preposti a fornire un servizio.

  4. Marco

    …l’ennesimo peana all’ortodossia monetarista e liberista.
    Purtroppo le lugubri e tristi teorie di Phelps fanno parte anche del mio bagaglio “accademico”, a supporto del quale mi sarebbe piaciuto conoscere anche teorie alternative rispetto a quelle propugnate dal F.M.I. o dagli epigoni di Friedman.
    “(…) esiste uno e un solo livello di disoccupazione che rende il mercato del lavoro in equilibrio, dove l’equilibrio rende le aspettative e le richieste salariali coerenti con la capacità delle imprese a remunerare i lavoratori (…)”. Peccato che non si spieghi come si formano domanda e offerta, e che livello salariale può essere raggiunto in “equilibrio”, e che cosa sono le “capacità” delle imprese di remunerare i lavoratori…
    Forse il Nobel per l’Economia andava assegnato a Yunus, che ha fatto in concreto quello che ogni economista serio dovrebbe fare: migliorare le condizioni di vita delle persone, e non formalizzare modelli astratti dalla vita delle stesse, se non addirittura elaborati a loro danno.
    Cordialmente.

  5. Marco Boleo

    Nella sua scatola degli attrezzi Marco dovrebbe mettere anche gli ultimi contributi di Phelps alla teoria economica. Negli ultimi anni, infatti, l’economista della Columbia University ha dedicato gran parte della sua ricerca ai temi del lavoro: occupandosi dei problemi delle fasce più deboli della popolazione che non riuscivano a sfruttare in pieno le fasi di espansione dei sistemi economici. Il lavoro per Phelps consente all’uomo di vedere riconosciuta la propria dignità attraverso la sua partecipazione alla crescita della società in cui è inserito. Nel suo libro “Rewarding work” propone l’elargizione di un sussidio per l’occupazione a quelle imprese che fossero disposte ad assumere lavoratori appartenenti alle fasce di lavoratori svantaggiati. Il lavoro secondo Phelps è lo strumento che consente al lavoratore di incrementare il proprio capitale umano e di accrescere il suo senso di appartenenza alla società. In alcuni casi le proposte di politica economica Phelps sono state recepite nelle legislazioni sociali di molti Stati. Cordiali saluti Marco Boleo

  6. Addolorata Doriana Amore

    L’intera analisi monetarista del mercato del lavoro appare costruita su un unico fondamento: il livello di disoccupazione naturale. Il termine è coniato da Milton Friedman "the natural rate of unemployment…is the level that would be ground out the walrasian system of general equilibrium equations…". Sebbene esista questa compiuta e chiara definizione terminologica e malgrado l’enorme diffusione nella letteratura, le relazioni tra il concetto e le altre componenti dell’analisi walrasiana non sono mai state chiarite, cioè manca del tutto la formulazione matematica che crei il ponte tra l’analisi friedmaniana e l’analisi della c.d. economia pura. Probabilmente, perchè tale formalizzazione richiede preventivamente verificare la consistenza di alcune ipotesi del sistema walrasiano. Infatti, non è sempre possibile, prefissata una distribuzione iniziale delle risorse, conseguire la condizione di efficienza sul mercato dei beni. In secondo luogo, lo scambio istantaneo di Walras avviene mediante baratto o al più considerando un bene numerario.

  7. Addolorata Doriana Amore

    Nell’analisi neoclassica, l’ipotesi determinante per la realizzazione delle tre condizioni paretiane di esistenza del punto ottimo è la omotetia delle curve di livello, che svincola l’efficienza da particolari distribuzioni iniziali delle risorse tra categorie sociali; l’altra ipotesi è l’utilità marginale costante della moneta, da cui consegue che il livello di reddito non influenza le preferenze, ma in tal caso le curve di livello della moneta rispetto agli altri beni saranno quasi lineari. Omotetia delle curve di livello e curve quasi lineri della moneta sono facce della stessa medaglia. Se applichiamo il modellino, considerando semplicemente moneta in cambio di lavoro, la soluzione è indeterminata (infatti il sistema walrasiano identifica un vettore di prezzi relativi). In conclusione, la neutralità della moneta è un artifizio e le connessioni tra moneta e componenti reali non sono ancora state del tutto chiarite. Infine, la relazione "circolare" della formulazione matematica walrasiana, per cui è il vettore dei prezzi di mercato a individuare la dotazione iniziale ottima ci soggerisce che "come tagliare la torta" è importante anche per l’efficienza.

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