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E la Cina non ci fa più le scarpe

La decisione della Commissione europea di estendere dazi anti-dumping per due anni sulle importazioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam è stata salutata da più parti come una vittoria contro il commercio sleale dai produttori di scarpe. In realtà è una misura che solleva diverse perplessità sia nel merito che per la sua efficacia nel dare alle nostre imprese margini di manovra per riorganizzarsi e fronteggiare la concorrenza internazionale. In ogni caso, l’esistenza di un sistema di regole globali garantisce soluzioni relativamente ordinate e contenute.

La decisione della Commissione europea di confermare dazi anti-dumping per due anni sulle importazioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam è stata ovviamente salutata come una vittoria contro il commercio sleale dai produttori di scarpe del nostro paese e da diversi produttori del tessile e abbigliamento, comunque in difficoltà di fronte alla concorrenza cinese, e dal nostro ministro del Commercio estero Emma Bonino, che questa misura ha attivamente negoziato, per quanto nella coalizione di governo rappresenti l’anima più liberista.
In realtà è una misura che solleva diverse perplessità sia nel merito che per la sua efficacia nel dare alle nostre imprese margini di manovra per riorganizzarsi e fronteggiare la concorrenza internazionale.

Le regole della Wto

Iniziamo dal merito. In primo luogo queste misure rischiano di essere più che altro una fragile (e vedremo dopo perché) protezione per le inefficienze dei nostri produttori che la punizione per un comportamento scorretto.
Le regole della World Trade Organization (Wto) prevedono la possibilità di attivare un’azione anti-dumping contro un concorrente sleale che adotti pratiche di prezzo predatorio. In altri termini, quando i prodotti vengono venduti a un prezzo più basso dei costi di produzione per ‘predare’ le quote di mercato dei concorrenti corretti. Se si osservano dei prezzi particolarmente bassi (quelli delle scarpe di cuoio cinesi e vietnamite sono diminuiti in media del 27 per cento dal 2001), bisogna però dimostrare che sono riconducibili a un comportamento predatorio piuttosto che alla maggiore efficienza degli esportatori. Le procedure stabilite dalla Wto sono complesse: prevedono una comparazione dei prezzi all’export ai prezzi domestici e ai costi di produzione. Nel caso di paesi con economie non pienamente di mercato come la Cina, costi e prezzi domestici sono poco significativi. È necessario allora fare riferimento ai costi di produzione di un paese analogo che abbia un’economia di mercato e caratteristiche simili, in termini di disponibilità di fattori produttivi, al paese sotto accusa. In questo caso il paese utilizzato come riferimento è stato il Brasile. È chiaro che su questa base la presunzione di dumping è soggetta a fortissima discrezionalità.
Il sito della Commissione europea sostiene che la decisione è stata presa dopo quindici mesi di indagine presso i produttori vietnamiti e cinesi e dopo aver riscontrato interventi pubblici distorsivi della concorrenza come sussidi ed esenzioni fiscali che permetterebbero alle imprese di finanziare azioni predatorie. L’adozione di queste misure di supporto alle imprese è giustamente proibita dalla Wto, che prevede un iter preciso per contrastarle (iter che coinvolge direttamente il tribunale dell’organizzazione e ha dunque carattere di sanzione multilaterale), ma non necessariamente conduce a pratiche predatorie e non è in sé argomento sufficiente a giustificare un’azione antidumping (che è invece un’azione decisa unilateralmente dall’Unione Europea).

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Quali danni per gli europei

La seconda considerazione di merito riguarda quanto il dumping possa avere effettivamente danneggiato i produttori europei (condizione necessaria per l’adozione delle misure di contrasto) La commissione stessa cita la contrazione del 30 per cento nella produzione europea dal 2001. Ma ancora una volta non è chiaro quanto questa contrazione sia riconducibile a pratiche di commercio sleale da parte dei nostri concorrenti quanto alla loro maggiore efficienza. La caduta dei prezzi dal 2001 è in gran parte dovuta alla liberalizzazione delle importazioni piuttosto che alla concorrenza sleale. In altri termini su quel 27 per cento la concorrenza sleale probabilmente pesa per pochi punti percentuali. Inoltre, la contrazione dei volumi prodotti, ha soprattutto riguardato le scarpe di minor qualità, mentre i dati sulle nostre esportazioni ci dicono che c’è stato un certo rafforzamento del segmento di qualità medio alta.
Ne deriva che è dubbio – e questa è una perplessità sulla sostanza della misura – che due anni di dazi anti-dumping possano dare alle imprese europee sufficiente margine di manovra per riorganizzarsi e contrastare meglio la concorrenza internazionale.
Inoltre – seconda perplessità di sostanza – se i dazi fanno bene ai nostri produttori di calzature, lo stesso non si può dire per i consumatori (è stata anche abolita l’esclusione dall’azione anti-dumping delle scarpe da bambino) e per gli esportatori.
Questi interessi divergenti si sono riflessi nel voto sulle misure. Perché queste fossero adottate era necessario che non ci fosse una maggioranza contraria tra i 25 membri dell’Unione. In effetti la decisione è passata con 9 voti favorevoli, 12 contrari e 4 astenuti. In altri termini è passata non perché ci fosse una maggioranza a favore, ma perché non si è formata una maggioranza contraria. Se a favore sono i paesi del Sud Europa, contrari rimangono quelli del Nord, che sono importatori netti di scarpe e dunque più preoccupati delle istanze dei consumatori che dei produttori.
Infine, una nota positiva. È possibile attivare misure difensive in un quadro di riferimento preciso perché sia Cina che Europa appartengono alla Wto (il Vietnam è in procinto di entrare). Se così non fosse, si scivolerebbe in una guerra commerciale senza regole, una prospettiva ben peggiore per i destini del commercio mondiale. Spero per i nostri esportatori che la reazione della Cina sia blanda, ma comunque l’esistenza di un sistema di regole globali garantisce soluzioni relativamente ordinate e contenute. Elemento che i critici della Wto dimenticano troppo spesso.

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  1. claudio debetto

    Curiosamente dalla discussione è scomparsa la cosidetta “clausola sociale”, come se la tanta ammirata efficienza cinese e vietnamita non si basasse in larga parte sulla negazione dei diritti sindacali, di minimi salariali al disotto della soglia di sopravvivenza, di orari senza limiti.
    Che non se ne occupi la WTO era scontato, un pò meno che non ne parliamo più nemmeno noi, che viviamo in un contesto di relazioni industriali e di welfare faticosamente consolidate.
    Cordiali saluti.

  2. Giacomo Oddo

    Concordo con l’obiezione del precedente lettore. Indubbiamente la “competitività” delle esportazioni cinesi e vietnamite alimenta il ragionevole sospetto che essa sia stata edificata su un mercato del lavoro privo di garanzie a danno della salute e del giusto trattamento economico dei lavoratori. Questa è una giusta considerazione di etica.
    Tuttavia, da un punto di vista economico, come scrive il prof. Barba Navarretti, il dazio non è una misura economica “welfare enhancing”. Nel breve periodo il dazio può certamente avere la funzione di rallentare la crisi del settore e la conseguente espulsione di manodopera (europea) dagli stabilimenti produttivi. A meno che queste non abbiano già provveduto a delocalizzare in Romania o in Turchia la produzione a maggiore contenuto di lavoro, come pare abbiano fatto molte imprese italiane; in tal caso gli effetti benefici in termini occupazionali sarebbero modesti. Le imprese italiane esportatrici di calzature, come si legge nel capitolo dedicato dell’ultimo rapporto dell’Istituto per il Commercio Estero, hanno progressivamente aumentato i valori medi unitari della merce esportata. Probabilmente le nostre imprese hanno compreso che non è sul prezzo che possono entrare in competizione con i cinesi. Se questa è la storia, le ragioni del dazio risultano ulteriormente indebolite.

  3. Massimiliano Calì

    Sono d’accordo con l’autore sull’importanza del peso relativo dei vari gruppi di interesse Europei nello spiegare l’adozione dei dazi. Tuttavia, credo che la questione sia trasversale più che specifica ai singoli paesi Europei.
    Come cita l’autore, solo 9 paesi dei 25 sarebbero a favore dei dazi perchè interessati al voto dei propri produttori. Il problema è però capire perché queste nazioni riescano a imporre il proprio volere sebbene in minoranza. A mio parere la risposta va cercata nel maggiore (storico) potere di lobby che le organizzazioni dei produttori e le organizzazioni sindacali sono in grado di esercitare a Bruxelles (come anche nei vari contesti nazionali) rispetto alle organizzazioni che rappresentano i potenziali beneficiari delle importazioni cinesi: associazioni dei consumatori e dei distributori/importatori. Tutto ciò nonostante il settore della distribuzione organizzata in Europa impieghi oltre il doppio del numero di addetti dell’intero settore tessile, e il numero di potenziali beneficiari (consumatori di scarpe) sia di gran lunga più vasto del numero di produttori. Chissà se questo bilanciamento di forze cambierà con l’ingresso nella UE di paesi produttori che potenzialmente beneficiano del libero mercato delle scarpe (come Romania e Turchia precedentemente citati).

    Cordiali Saluti

  4. francesco magni

    Quella del prof. Barba mi sembra una versione ‘illiberale’ più che liberista. Credo, infatti, come ha spiegato anche il Ministro Bonino che è stata promotrice di questa battaglia (per la verità iniziata nella scorsa legislatura ad opera dei ministri Tremonti e Urso) che quando si violano le regole del gioco è giusto che vi sia un arbistro che sanzioni il comportamento scorretto. Il fenomeno del dumping è stato documentato, ci sono voluti 15 mesi di indagine, e quindi va punito come previsto. Secondo me sarebbe stato davvero assurdo che non si giungesse a questa soluzione, sarebbe stato come dire a una persona che ha rubato: ho le prove, ma per questa volta ti lascio libero. Bisogna stare attenti quando ci si mette il cappello di libersisti e di liberali a non acdere sul versante opposto, come invece mi sembra faccia il prof. Barba. Semmai, mi permetto di osservare, che queste misure arrivano troppo tardi, quando forse il comparto calzaturiero ha già scontato l’invasione anomala e sottoscosto di scarpe provenienti da Cina e Vietnam. Sono un po’ come gli annunciati rialzi dei tassi d’interesse della Bce, quando poi diventano operativi, di fatto, i mercati già hanno assorbito il colpo e, quindi, conm tutto il rispetto queste misure seppur necessarie nella fase del principio (chi bara, paga) rischaino di essere dei pannicelli caldi, per aprire discussioni o forum accademici ma non per slavare il mondo industriale europeo ed italiano (altra cosa è, poi, proclamare, come già fanno i paesi del nord europea, un de profundis per la produzione indsutriale del tessile, dell’abbigliamento e delle calzatute.
    a presto e grazie per l’attenzione

    • La redazione

      Gentile Signor Magni,
      la ringrazio del suo commento. Sono d’accordo con lei che il commercio sleale deve esser punito ed è importante che la WTO preveda strumenti di difesa come i dazi anti-dumping. Per questo un’ istituzione multilaterale con regole precise e condivise è uno strumento fondamentale per regolare il commercio. Il problema è che è oggettivamente molto difficile provare che ci sia stato dumping anche con 15 mesi di indagine. Inoltre non credo che il prolema dei nostri calzaturieri sia il dumping nè che queste misure garantiscano margini sufficienti per riorganizzarsi. Infine, penso che i dazi comunque danneggino consumatori ed. esportatori, come dimostra l’esito controverso del voto europeo

  5. Trevor Sinclair

    Vorrei precisare che il fine dei provvedimenti anti-dumpig non è quello di aumentare la competitività delle imprese UE o di tutelare i consumatori. E’ quello di censurare comportamenti scorretti che danneggiano le imprese attive in un determinato settore. Se i dazi anti-dumping non verranno colti dalle nostre imprese come impulso per innovare, cio’ non toglie che il provvedimento è giusto. Quando prendete una multa per eccesso di velocità, teoricamente potete sgommare davanti alla Polizia e ripartire ai 200 all’ora.
    Nell’articolo viene ipotizzato che i differenziali di prezzo tra i produttori UE quelli dell’Estremo Oriente possa essere dovuto ad inefficenze del nostro sistema e ad una implementazione dell’efficenza dei concorrenti. Forse questo potrebbe spiegare differenze del 5, 10%. Ma quando si arriva al 30% si tratta di una argomentazione poco convincente, stiamo parlando di prodotti a basso contenuto tecnologico. Gli aiuti pubblici alle imprese in Cina sono assolutamente arbitrari ed erogati su base clientelare, difficilmente vi sono leggi in forma scritta e consultabile.
    Spesso anche i materiali impiegati dai produttori Cinesi non sono conformi alle normative dei paesi UE. Anche questo è un fattore che aumenta lo iato tra i prezzi. Le Autorità diffcilmente potranno controllare interi container ed i consumatori si rendono conto della pericolosita dei materiali solo quando si palesano sotto forma di irritazioni et similia.

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