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  1. Marco Palmieri Rispondi
    La ringrazio della risposta. Mi rendo conto che il recesso ex art. 2437, lett. a) competa solamente a fronte di una modifica formale dello statuto, e che una lettura espansiva, se ammessa, troverebbe accoglimento solo in sede giudiziaria (con i noti rischi e tempi connessi). Più che la attuale fattibilità del rimedio proposto, mi premeva mostrare -a mio avviso- la apparente contraddizione normativa che vede, da una parte, riconoscere il diritto di recesso al socio dissenziente della delibera modificativa, dall'altra negarlo al socio che subisce una modifica di fatto dell'oggetto sociale da parte degli amministratori supportati dalla maggioranza, conservandogli solo le azioni da Lei indicate. In altri termini, in entrambi i casi la maggioranza (rafforzata in un caso, relativa nell'altro) attua una modifica unilaterale del contratto sociale, ma solo in un caso -il più tutelato, dati i quorum richiesti e il metodo assembleare- si riconosce il diritto di exit. Nel caso specifico, non credo che la creazione di due macro società satelliti (rete e telefonia mobile) sia in linea con lo statuto di TI, dato che l'oggetto sociale permette unicamente: "l'assunzione -quale attività non prevalente- di partecipazioni in società o imprese che svolgano attività rientranti nello scopo sociale". Visto il valore della rete (sembra fra i 16 e 21 miliardi di euro secondo il Documento Rovati) oltre a quello dei servizi di telefonia mobile, il controllo delle società satelliti diverrebbe, almeno quantitativamente (se non qualitativamente, visto che a TI rimarrebbe solo la gestione dei servizi di telefonia fissa) il core business della capogruppo. Se così fosse, il recesso sarebbe esercitabile già al momento dello spin off a favore delle controllate e, proprio perchè i prezzi di mercato potrebbero anticipare il rischio che la proprietà della rete possa passare nelle mani di terzi tramite la cessione della società, sarebbe forse utile avvalersi del metodo di calcolo semestrale ipotizzato.
    • La redazione Rispondi
      Non dimentichi, tuttavia, che il diritto di recesso può avere portata dirompente per la vita delle società (di tutte le società). Se si largheggia, interpretando in modo estensivo le cause di recesso che già la riforma del 2003 ha generosamente concesso, si introduce il serio rischio che ogni singola operazione di gestione non ordinaria (di qualunque società) possa dare il pretesto per l'esercizio (o la minaccia dell'esercizio, a fini ricattatori) del diritto di recesso. Dunque, non mi scandalizzerebbe affatto un'interpretazione diversa dalla Sua da parte di un giudice chiamato a decidere sul caso di specie.
  2. Lukas Plattner Rispondi
    Ai soci di Telecom Italia spetta anche il diritto di exit ossia la possibilità di uscire dall'impresa collettiva liquidando la partecipazione e sottraendosi così alle scelte compiute (e non condivise) dal consiglio di amministrazione dell'emittente. Forse, sarà possibile anche esercitare il diritto di recesso qualora la la riorganizzazione determini un mutamento dell'oggetto sociale di Telecom Italia. Il potere di exit non è certo da sottovalutare considerato che è in grado di imporre dei costi ai gestori dell'impresa e può quindi rappresentare uno strumento efficace di tutela del socio.
    • La redazione Rispondi
      Sul recesso, rinvio al mio scambio con Marco Palmieri. Sull'exit (ossia sulla vendita delle azioni sul mercato), è chiaro che ciò avverrebbe a un prezzo che incorporerebbe il danno per ipotesi conseguente alle operazioni straordinarie allo studio. Dunque, non sarebbe una forma di autotutela contro questo danno. Certo, la vendita massiccia delle azioni da parte dei soci di minoranza farebbe scendere ancor di più il prezzo delle azioni TI e dunque renderebbe più probabile una scalata della società. Tuttavia, la scalata andrebbe a beneficio di coloro che non hanno venduto o che hanno acquistato dagli azionisti delusi, non certo di questi ultimi, per i quali un cambiamento nel gruppo di comando sarebbe una ben magra consolazione.
  3. Marco Palmieri Rispondi
    Egregio Professore, cosa ne pensa di tentare la strada (comunque economicamente dolorosa, data la non allegra situazione finanziaria di Telecom) di una lettura espansiva del recesso ex lett. a) dell'art. 2437 c.c.? I soci di minoranza, infatti, potrebbero lamentare nello scorporo della rete deciso dagli amministratori a favore della controllata, una modifica sostanziale dell'oggetto sociale (da società proprietaria e gestore della rete fissa e di una mobile ad holding: v. art. 3 statuto Telecom), a cui gli stessi non potrebbero - neppure se volessero, dato che la delibera assembleare sarebbe in questo modo del tutto omessa - partecipare. Tale interpretazione potrebbe forse trovare conforto anche nella specificità dell'attività economica richiesta dal nuovo art. 2328, al punto 3. Il vantaggio goduto rispetto ad una cessione del titolo sul mercato all'indomani dell'approvazione di una delibera svantaggiosa per i soci di minoranza, potrebbe essere dato dal fatto che la media dei prezzi di chiusura dei titoli per i sei mesi precedenti la delibera del c.d.a.(!), potrebbe risultare più elevata del prezzo -probabilmente penalizzato- di mercato dell'azione, con ciò, se non altro, limitando i danni prodotti da una amministrazione deviata. La ringrazio per l'attenzione e per l'eventuale risposta che vorrà darmi.
    • La redazione Rispondi
      La ringrazio per il commento. Mi pare difficile che funzioni. La lettera a) dell'art. 2437 parla di "modifica DELLA CLAUSOLA dell'oggetto sociale, QUANDO CONSENTE UN CAMBIAMENTO SIGNIFICATIVO DELL'ATTIVITA' DELLA SOCIETA'. Essa e' stata formulata in questo modo con la chiara intenzione di escludere che abbiano rilievo le modifiche di mero fatto dell'oggetto sociale. Dunque, Telecom avrebbe buon gioco a negare che spetti il diritto di recesso in relazione al piano di riorganizzazione. A quel punto, l'azionista dovrebbe intentare una causa per ottenere dal giudice l'accertamento del diritto di recesso e per quanto detto in precedenza le probabilita' di successo sarebbero scarse (oltre a dover sostenere i costi dell'azione o, se fa un patto di quota lite con l'avvocato, rischiando però, in caso di soccombenza, di dover subire la condanna alle spese sostenute dalla controparte). E cio' anche senza considerare che, mi pare, anche nella sua ricostruzione il diritto di recesso sorgerebbe solo al momento della successiva cessione a terzi delle attività scorporate, perché prima si avrebbe solamente il passaggio da un esercizio diretto a un esercizio indiretto di quelle attivita' (plausibilmente irrilevante ai fini del recesso anche nel nuovo regime, stante la seconda parte della lettera a), sopra citata). Se cosi' fosse, nel periodo utile per il calcolo del valore di rimborso delle azioni in sede di recesso, il prezzo di mercato con ogni probabilità gia' sconterebbe l'ipotizzato effetto negativo del piano sul valore di TI (non e' che una rete o una società di telefonia mobile si riescano a vendere in poche settimane...). Cordiali saluti. Luca Enriques
  4. massimo Rispondi
    basta una obbligazione per bloccare la vendita di tim, promuovendo azione revocatoria ordinaria (art.2901 cc). chi ha sottoscritto debito aveva come garanzia il patrimonio di telecom, tra gli asset c'è tim, se si vende c'è una lesione della garanzia protetta dall'art.2901. se la volgliono vendere ti devono rimborsare il debito. se l'assemblea degli obbligazionisti delibera in tal senso o rinuciano alla vendita o rimborsano le obbligazioni
    • La redazione Rispondi
      Dubito che un'azione del genere avrebbe successo al di fuori del fallimento (a tacer d'altro, occorrerebbe provare che l'acquirente di TIM o della Rete fosse consapevole che l'atto avrebbe pregiudicato le ragioni degli obbligazionisti: prova ben difficile in mancanza di un fallimento o perlomeno di una ristrutturazione del debito).
  5. Franco Benoffi Gambarova Rispondi
    Interessante l'articolo. Ma io sono preoccupato che il piano di riassetto, sul quale sono totalmente d'accordo (dopo che l'Authority competente ha vanificato per Telecom il vantaggio competitivo dell'abbinamento fisso-mobile sacrificandolo su un altare incomprensibile), possa NON essere portato a termine per intervento di terzi. Per terzi intendo i politici, quelli di Centrosinistra e quelli di Centrodestra. Mi chiedo allora: quali possibilità hanno gli azionisti di Telecom, di Pirelli, ecc di agire nei confronti di chi eventualmente riuscisse a bloccare il piano? Concludo esprimendo il mio disgusto per questa vicenda, indegna di un Paese civile. Franco Benoffi-Gambarova