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  1. Marco Solferini Rispondi
    Premesso che circa le osservazioni inerenti alla Cassa depositi e prestiti, correttamente esposte dall'Autore, mi trovo concorde, sopratutto nel modo conciso con il quale sono esposte: sintetico che però non sminuisce il problema a monte. A titolo personale ho da poco assistito a un bel forum sulla Corporate Governance in Roma cui partecipavano alcuni studi legali c.d. law firm di medie o grandi proporzioni, uno degli argomenti sviluppatisi, fra l'altro riguardava il project financing. Domandai se a qualcuno ne risultasse uno sviluppato dalla CdP, mi hanno fatto osservare che mentre un istituto analogo in Francia li realizza in Italia ancora "pare" non sia successo. Il mio quesito per l'Autore è: crede sia conciliabile un attività di project financing della CdP, con l'attività di acquisto di partecipazione in società (eventualmente in situazione finanziaria difficoltosa)?
    • La redazione Rispondi
      Penso che, per valutare le possibili attività ordinarie della nuova Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), si debba distinguere il piano giuridico da quello economico. Sotto il profilo giuridico, nulla osta al fatto che la Cdp intervenga nel finanziamento delle infrastrutture e che, in questa veste, sviluppi attività di project financing. Anche sotto il profilo economico, mi sembrerebbe un'ottima idea disporre di una leva pubblica per avviare un processo di modernizzazione infrastrutturale del paese. In quanto esterna al perimetro della Pubblica amministrazione, la Cdp avrebbe molti vantaggi nel costituire tale leva; e, in quest'ottica, essa dovrebbe diventare un attore del project financing. Non bisogna però attribuire alla Cdp un insieme di compiti tanto vasto da indurre distorsioni del mercato, inefficienze e conflitti di interesse. Oggi l'attività ordinaria della Cdp non è quella di finanziare infrastrutture ma di fungere di holding di partecipazione. Si tratta di una funzione che altera l'efficiente funzionamento del mercato perché dà luogo a privatizzazioni formali ma non sostanziali. In ogni caso, anche per rispettare i vincoli finanziari della Cdp, questa funzione non può essere sommata a quella di sostegno delle infrastrutture. Insomma: perché si possa efficacemente impegnare nel finanziamento delle infrastrutture e nel project financing, la Cdp deve avere questa come attività ben definita.
  2. Michele Rispondi
    Eccellente base di riflessione, anche per elaborare, volendolo, la policy della quale alla fine si lamenta coerentemente (e candidamente?..) l'assenza. Non mi sembra difficilissimo disegnarla (magari usando, appunto, la stessa nota come traccia). Il difficile, se mai, sarebbe passare all'attuazione. In breve: l'opzione per la separazione della rete (e delle reti), alla quale pochi sembrano veramente contrari, si presenta un buon inizio, se non altro perché semplice e chiara. A condizione però di non dimenticare la questione dei controlli, beninteso su tutte le componenti del servizio: tutte, dalla rete in avanti. Controlli che però, per essere credibili e funzionare, dovrebbero necessariamente far capo ad un'Autorità davvero indipendente. Ecco qui l'essenziale profilo istituzionale. Per la politica, il controllo non è vigilanza, ma controllo in senso pieno, pervasivo, penetrante, effettivo. E in quanto tale è inconcepibile che giaccia fuori della propria cerchia (pensiamo alla RAI). Perciò le Autorità non possono essere davvero indipendenti. Sui molti e fantatsiosi modi per metterle in condizione di non nuocere, ormai sappiamo quasi tutto. Le imprese, pubbliche, private, semipubbliche o semialtro, vigilate o meno, lo sanno, e tengono ben aperti nei due sensi i canali di comunicazioine con la "vera" politica. Dopo tutto. ci sono sempre i giornali, non a caso concupiti da tanti, pronti a funzionare da specchi deformanti, più o meno consapevolmente. Come uscirne? Alle grandi imprese servirebbero più capitali e meno debiti. E alla politica più policy e meno poitics! Purtroppo non solo nelle TLC, e non certo da oggi. Ma il passaggio da più ceti dominanti ad un ceto dirigente non è problema di breve periodo, ahimé...
  3. roberto colcerasa Rispondi
    Ancora una volta, la qualità elevata del contributo stride con la bassezza e grossolanità di alcuni comportamenti che, negli anni, hanno evidenziato i problemi e reso immaginabile il tonfo finale. Non occorre essere raffinati analisti per vedere che dopo la "privatizzazione" di telecom, le gestioni che si sono succedute hanno operato con intenti predatori e non industriali; possiamo oggi dire che sia da smentire l'idea che l'iri, la stet, e tutto quel mondo di furbi boiardi fosse il peggio che il paese poteva esprimere in quanto a scuole di management; après l'iri, le déluge. Quanto a telecom, chiunque conosca, a Roma o a Milano, qualcuno che ci lavora, sa che da anni tutto ruota attorno al business immobiliare (pirelli re, che ha "ereditato" patrimoni cospicui di ex area pubblica, "valorizzati" dallo Stato), attorno al boom italico della telefonia mobile, attorno all'estetica dei giovani consulenti in giacchetta blu e cravattona d'ordinanza che parlano di cose che non conoscono usando parole inglesi che non sanno pronunciare. Barca a portofino, mogli politically correct e tifo per una squadra di calcio eternamente perdente compiono un quadro degno dell'isola dei famosi; last but not least agganci strani con il mondo sempre grottesco degli spioni di stato... Non so se il problema della policy sia davvero il primo sul quale concentrare la vostra (e nostra) nobile attenzione.
  4. Rita Rispondi
    Credo che un paese come l'Italia abbia grosse difficoltà nel gestire il fenomeno delle privatizzazioni in quanto manca -ed è quasi sempre mancata- una cultura autenticamente liberale nella classe dirigente. Quando furono fatte le privatizazioni da noi le si considerò soprattutto un modo per "fare cassa" in un momento di bisogno, ma credo non si sia mai colto nè apprezzato lo spirito che ne sta alla base: da noi pare che la parola concorrenza sia invisa all'intera classe politica, ma Einaudi non ha lasciato proprio alcuna traccia?
  5. Federico Sassoli Rispondi
    Forse sarebbe stato meglio privatizzare e liberalizzare settori dove era facile sviluppare la concorrenza tra piu' operatori. Penso ad esempio alla sanita', alle scuole, alle pensioni. Purtroppo in Italia mi sembra che questi siano temi tabu' per la sinistra. La destra poi non sembra in generale interessata alle liberalizzazioni.
  6. Marco Rispondi
    Mi pongo (e le pongo) solo una domanda. Tutti questi scandali, tutte queste grandi aziende iper indebitate (dagli scandali Parmalat e Cirio in poi), come faranno ad essere risolti, e soprattutto, come faremo noi piccoli contribuenti a risanare questo capitalismo elefantico ed inefficiente come neanche l'ormai ex Unione Sovietica ha conosciuto? Da economita penso che non ci siano soluzioni; siamo destinati al fallimento di Stato (vedi il caso Argentina ndr).