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  1. Giacomo Capizzi Rispondi
    La “restrizione degli accessi” non vale attualmente soltanto per l’accesso al lavoro. Il sistema del 3 + 2 avrebbe dovuto introdurre maggiori flessibilità nella carriera universitaria. Ed invece la mia esperienza personale è che una volta ottenuta la laurea magistrale in giurisprudenza non mi sarà possibile accedere alla laurea biennale in relazione internazionali (nemmeno recuperando i dovuti crediti). Al più mi sarà consentito l’iscrizione al corso triennale (con il riconoscimento degli esami giuridici) e una volta ottenuta la laurea triennale potrò iscrivermi alla biennale. Verso i trent’anni se tutto va bene. Ma non sarebbe più semplice abolire il divieto di iscrizione a più corsi di laurea (disposto da una legge del ’49)? Il successo o meno nel seguire due corsi di laurea dipenderà poi dalle capacità e dall’impegno degli studenti che non intendono perdere tempo.
  2. Loredana Rispondi
    L'abolizione del valore legale della laurea dovrebbe essere pensato soprattutto per gli utenti del sistema d'istruzione e non solo per i docenti. Concordo col commento di Massimo Testa. Appartengo ad una generazione over 30 che assieme a molti altri ha intrapreso lo studio universitario in ritardo, lavorando. Si viene a confronto con generazioni passate, che comprovano la facilità di accesso nella P.A. e il cui titolo avente valore legale aiuta nel passaggio di carriera, a prescindere dal reale apprendimento. Il valore della laurea deve oltrepassare il valore legale perché la laurea non deve essere passaporto per chi deve entrare nella PA o continuare lì la carriera, ma deve rappresentare un'insieme di apprendimenti teorici e pratici validi anche per il resto dei settori lavorativi, apprendimenti valutabili dai datori di lavoro in base a reale meritocrazia.
    • La redazione Rispondi
      Come per altri commenti, non vi sono qui obiezioni a quanto ho scritto, anzi vi è una conferma alla tesi di fondo: condizione necessaria, non sufficiente.
  3. Richard Zuccolo Rispondi
    Sono italo-canadese (esperienze negli USA, UK, Olanda, Norvegia). Confermo i dati relativi alla pressochè totale assenza di professionisti, ricercatori, docenti stranieri nel settore scienza/teconologia in Italia, mentre in altri paesi (altri meccanismi di accesso, selezione e meritocrazia - trasparenti ed equi, in netto contrasto con quelli utilizzati in Italia) si incoraggia la partecipazione/integrazione di “highly qualified foreign nationals”. Da anni in diversi stati europei (Olanda, Belgio, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania, Svizzera) molte università offrono corsi, programmi di laurea, master e dottorati esclusivamente in lingua inglese. Anche questo è un modo per aprire un sistema alla ricchezza che può offrire la diversità delle risorse umane … un sistema aperto. In un articolo apparso su Eos (87, June 2006), (Società Americana di Geofisica), gli autori hanno sottolineato che il sistema italiano: does not have a tradition of providing funding opportunities to foreign students and scientists; suffers from decades of bureaucracy driven by centralized structures, often strongly controlled by politics; the limited funds are often spread sparsely with little attempt to promote or prioritize projects based on merit; it is not easy or straightforward to obtain reliable information as to when or where the announcements that call for proposals will be published. Hanno anche segnalato la mancata trasparenza nei criteri e l’evidente conflitto d’interessi circa l’assegnazione dei fondi ministeriali per la ricerca. Questo sono segnali forti di una sistema inefficiente, tradizionalista, chiuso e alquanto losco. Temo che per cambiare questo quadro sia necessario avere la volontà di avvicinarsi alla mentalità anglosassone nello sviluppo di certi modelli di crescita e quindi di eliminare meccanismi e sistemi ingiusti creati ad hoc. In questo contesto le proposte, per migliorare le cose, avanzate da Perotti et al. sono long overdue.
    • La redazione Rispondi
      Sono d’accordissimo sulle critiche alla mancanza di attrattività per gli stranieri e di trasparenza (anche per gli italiani), nonché sull’opportunità di molti corsi in lingua inglese (qualche università sta cominciando, ma vi sono resistenze allucinanti di colleghi affezionati al “manzonismo degli stenterelli”). Tutto questo non c’entra però con le questioni che ponevo nel mio intervento.
  4. Massimo Testa Rispondi
    La mia espeerienza personale: Ho partecipato ad un concorso per una posizione di economista presso il Ministero delle Finanze del Nord Irlanda. La particolarità non è che sono riuscito a vincerlo (ho studiato, non ci sono raccomandazioni qui usano il termine canvassing che è punito penalmente). Il fatto interessante è che sono laureato in agraria. Mi è stato sufficiente dimostrare di avere le conoscenze necessarie per affrontare il lavoro per cui era stato bandito il concorso. Ecco cosa significa abolire il valore legale del titolo di studio.
    • La redazione Rispondi
      1°- In quanto Testa scrive è implicito (e quasi esplicito) che in Italia il canvassing c’è (altri commenti lo esemplificano): perciò si conferma che non affidare a chi seleziona una discrezionalità totale è opportuno. 2° - Condivido che un laureato in agraria possa accedere a posizioni di economista: ho proprio scritto che è deplorevole restringere gli accessi (“la pretesa di specifiche denominazioni corrisponde alla volontà di chiudere corporativamente; la battaglia per aprire significa puntare all’ampliamento dei titoli ammessi”).
  5. NakiraSan Rispondi
    Vorrei solo chiarire che in questo momento per gli ordini professionali che si trovano sotto tiro sotto vari fronti il problema del valore legale è fuori luogo. E' chiaro che per accedere al tirocinio formativo obbligatorio è un requisito necessario ma in nessun modo viene valutato il voto, l'ateneo, il cursus studi, ma solo se il corso di laurea sia compatibile con la pratica professionale che si intende iniziare. Ancor meno quindi serve il valore legale per l'iscrizione ad un ordine professionale, è requisito essenziale ma non è la qualità che emerge.
    • La redazione Rispondi
      Come per altri commenti, non vi sono qui obiezioni a quanto ho scritto, anzi vi è una conferma alla tesi di fondo: condizione necessaria, non sufficiente.
  6. Marco Solferini Rispondi
    La laurea possiede un valore intrinseco, ereditato nel tempo da chi indubbiamente le ha attribuito un valore forse ad oggi un pò imbarazzante alla luce delle statistiche che parlano di laureati "poveri", ma questo non è di per se sufficiente a colpevolizzarla nel suo ruolo elitario di accesso a una determinata conoscenza e, in conseguenza, come atta a testimoniare un inizio per un percorso. Le difficoltà dei sistemi lavorativi sono molteplici, interne ed esterne, la formula alchemica del liberismo non può diventare una sorta di cura contro tutti i mali, occorre ragionare metodologicamente e con raziocinio, proporsi e sapere ascoltare; forse questo è in parte il limite delle attuali riforme che sembrano più interventi chirurgici orientati verso un determinato ambito anzichè una meritocratica rivisitazione, a partire da un principio. Una domanda all'autore: cosa ne pensa dell'indagine sulle limitazioni alla concorrenza nell'accesso alle libere professioni, commissionata in ambito europeo dal Prof. Mario Monti?
    • La redazione Rispondi
      Rispondo con piacere: ritengo che il governo, sulla linea richiesta dall’Unione Europea, debba andare molto più avanti dei pallidi inizi (comunque positivi) contenuti nel decreto Bersani. E lo debba fare non solo per “la concorrenza”, ma anche (anzi soprattutto) per dare chances ai giovani.
  7. gianmaria picardo Rispondi
    Sempre più si parla di lasciare liberi i mercati, che la concorrenza è l'unico rimedio per crescere e per un mercato efficiente ed equilibrato. Mi chiedo se questa regola vale per tutti i mercati, compreso quello dei concorsi pubblici oppure no. In un'agenzia govenativa che fa previsioni e ricerche economiche, con sede a Roma, ha svolto un concorso da ricercatore a tempo indeterminato, molti si chiederenno quante persone hanno partecipato, visto i tempi in cui per un ricercatore con dottorato , master e anni all'estero è difficile incontrare lavoro in Italia, ebbene c'erano solo due persone, le quali erano gia' interne al sistema. Mi chiedo come mai non si sono presentati? non sapevano di questo concorso? eppure le domande che sono arrivate erano tante. Forse perchè queste persone sapevano che , anche se hanno piu' titoli e piu' capacità, non potevano mai superare questo concorso. Quindi perchè parlare di concorrenza , quando questa è solo una parola che esiste sullo zingarelli, se ancora esiste. Se continiuamo a fare concorsi in cui posso vincerli solo coloro che sono dentro e protetti da questo sistema, ci incontreremo con una classe dirigenti sempre piu' immatura ed ignorante. Si perchè il concorso vinto oggi da ricercatore a tempo inderminato non si basa su una giusta elezioni entro candidati di diversa formazione, ma solo un candidato. come puo' essere fatta una selezione con un solo candidato? Perchè spendere soldi per una commisione che alla fine non fa nulla? forse era meglio che chiamano chi vogliono e gli fanno un contratto senza spendere tanti soldi e senza prendere in giro il popolo italiano.
    • La redazione Rispondi
      Qui si conferma che non affidare a chi seleziona una discrezionalità totale è opportuno.
  8. Michele Costabile Rispondi
    Le argomentazioni di Luzzato hanno una forte coerenza interna ma segnano una "gabbia cognitiva". Evidenzio alcune delle principali "sbarre" della gabbia. 1) La gabbia della cooptazione. Tutte le organizzazioni e, piu' in generale, le economie di mercato vivono, prosperano e generano valore mediante processi di cooptazione. Qual è il reato di chi coopta? Ben vengano dottori commercialisti, ingegneri o medici che cooptano i loro colleghi (del resto già lo fanno con i testi d'esame di stato, con le correzioni, ecc. ecc.)....non sarebbe meglio spendere le nostre energie istituzionali a produrre sistemi di rating (ancorché fallibili e per definizione migliorabili) dei professionisti, invece che tentare - inutilmente - di bloccare la cooptazione? Suvvia pieghiamo questa sbarra! E diamo finalmente un ruolo agli ordini professionali. 2) La sbarra della deresponsabilizzazione nella PA. Perché mai i dirigenti della PA, che ai massimi livelli sono tutti cooptati - spoil system - non dovrebbero assumersi la responsabilità di scegliere il loro personale e valutare con adeguati sistemi di rating le università da cui assumere? Sono dirigenti chiamati in via diretta, ben pagati e, almeno sulla carta, competenti.....perche' mai dovremmo dare loro la malleveria del titolo con valore legale? 3) la sbarra della legalità: Perché non limitarsi a garantire (certificare) il valore del titolo? Un buon sistema di rating si puo' sviluppare in tempi brevi (basta guardare agli altri paesi europei, ad alcuni paesi orientali e ad alcuni africani che si stanno muovendo in questa direzione). Se il Ministero preposto evitasse tentazioni stataliste (dopo il numero degli esami nel triennio vorra' anche stabilire per legge uno standard di numero di pagine per esame?) potrebbe investire le sue energie a comunicare il valore vero dei titolo e questa volta la comunicazione sarebbe legge.
    • La redazione Rispondi
      Su 1): Il sistema italiano degli Albi professionali è sotto inchiesta per vari motivi, e vogliamo dargli potere di vita e (soprattutto) di morte sugli ingressi? Su 2): Ribadisco che non si tratta di dare diritti automatici a chi ha una laurea, ma di evitare che chi non la ha possa venir favorito. Su 3): La presenza del “valore legale” non esclude affatto rating etc. Peraltro, l’esperienza degli altri Paesi dimostra che da quando si inizia un sistema nazionale di valutazione a quando esso diviene affidabile passa un decennio: ottimo motivo per cominciare subito, senza però attendersi risultati immediati. Quanto al numero di esami, ben venga una regola: in troppi casi si sono frantumati gli insegnamenti per le esigenze dei professori, non degli studenti (ai quali vanno dati corsi solidi e formativi, non parcellizzazioni di nozioni).
  9. Renzo Rubele Rispondi
    ... Mi limito a suggerire, per la discussione, di chiedere ai fautori dell’“abolizione” che cosa si dovrebbe modificare, in quali leggi e/o regolamenti per attuare il loro precetto, mentre ai fautori del “mantenimento” se hanno per caso conoscenza di Paesi in cui non esiste codesto valore legale, e se tali Paesi siano una Sodoma culturale, come pare essi alludano. Il polverone serve a coprire una piu’ precisa individuazione delle caratteristiche patologiche del nostro sistema universitario; e.g.: 1) FORMALISTICO E PERPETUO ACCREDITAMENTO DELLE UNIVERSITA'. La qualifica di Universita' e’ data a seguito o di una legge che la istituisce, o di un giudizio Ministeriale, in base a criteri puramente formali della sua organizzazione, che non catturano necessariamente e fattualmente gli standard e la qualita' dell’attivita' accademica. 2) OMOLOGAZIONE DEL SISTEMA UNIVERSITARIO. Le Universita' dovrebbero avere una propria specifica missione, adeguata alle proprie capacita' e ai bisogni degli utenti-studenti, da selezionare con esami di ammissione. 3) CONDIZIONI DI IMPIEGO DEL PERSONALE ACCADEMICO STABILITE PER LEGGE. La gestione del personale, elemento essenziale di una qualsiasi organizzazione, rimane affidata alle trattative politico-parlamentari anziche’ a dei bei contratti, in parte collettivi e in parte individuali. 4) GOVERNO DELLE UNIVERSITA'. In balia dei lavoratori della stessa. Una tragedia. Per qualsiasi decisione seria. Per i finanziamenti: bisognerebbe creare Enti indipendenti dal Governo e dal "controllo democratico" dei beneficiari.
    • La redazione Rispondi
      Posso condividere parecchie tra queste considerazioni, che comunque non sono obiezioni al mio intervento.
  10. B Veronese Rispondi
    Vorrei soffermarmi su un particolare aspetto di questa discussione. Ritengo ci sia un problema notevole legato all'uso diffuso del voto di laurea come criterio di selezione per l'ingresso nel mercato del lavoro. Mentre all'apparenza sembra un criterio "quantitativo", e percio' idoneo a limitare arbitri e quindi, da questo punto di vista, equo, e' in realta' un criterio assurdo. Ho completato gli studi un poco meno di 10 anni fa, ma ricordo chiaramente statistiche (particolarmente per lauree in economia e scienze politiche) che dimostravano come un dato voto (per esempio 110) fosse conseguito da meno del 10 per cento degli studenti di un certo corso di laurea e da percentuali anche triple altrove. Con queste distribuzioni di voti non ha semplicemente senso escludere da bandi di concorso studenti che han fatto meglio del 90 per cento dei loro colleghi ed includere studenti che han ottenuto voti peggiori 30 per cento di altri studenti nello stesso corso e nelle stesse materie. Va notato che questi criteri di selezione sono ubiquitari anche per l'assegnazione di borse di studio per la formazione post laurea e quindi finiscono coll'influire sul mercato del lavoro anche in questo modo. Il voto di laurea e' un falso convogliatore di informazione e con l'attuale ampia divergenza in voti medi tra facolta' e universita' e' un mezzo assai iniquo di selezionare candidati a posti di lavoro (solitamente appetibili) e borse di studio. Le statistiche sulle medie dei voti per università e per facoltà esistono, non sarebbe ora di usarle? Non si potrebbe almeno ragionare in termini di percentuali? Nel Regno Unito i risultati di coorti di studenti (pre-università) sono tema da prima pagina. Lo stesso problema vige per i voti di maturità usati come mezzo per escludere l’accesso a certi studi universitari o come uno degli elementi di valutazione per tale accesso. Se ci sono test di ingresso il voto non dovrebbe semplicemente essere un elemento necessario alla valutazione.
    • La redazione Rispondi
      Come per altri commenti, non vi sono qui obiezioni a quanto ho scritto, anzi vi è una conferma alla tesi di fondo: condizione necessaria, non sufficiente.