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Se non ora quando?

Economia e finanza pubblica italiane hanno bisogno di riforme strutturali. Dopo aver indicato una rotta riformatrice con il Dpef, la politica economica italiana sembra ora in una situazione di stallo. Alimentata, paradossalmente, da una serie di buone notizie sullo stato dell’economia. Eppure, come dimostra l’esperienza dei paesi europei negli ultimi vent’anni, le riforme politicamente difficili, quelle che agiscono sul lato della spesa, riescono nei periodi di espansione. E sono anche le uniche che permettono di coniugare risanamento e crescita.

L’economia e la finanza pubblica italiane hanno bisogno di grandi riforme strutturali, e il governo a luglio aveva correttamente individuato quattro aree di intervento prioritarie: sanità, pubblico impiego, enti territoriali e previdenza. Solo tagliando gli sprechi e frenando la crescita della spesa corrente in queste aree si può coniugare risanamento e sviluppo, freno e acceleratore. Ma dopo aver indicato una rotta riformatrice, la politica economica italiana sembra in una situazione di stallo. A venti giorni dalla presentazione della legge Finanziaria 2007, si susseguono annunci tra di loro contraddittori, un confuso misto di conservazione e riformismo, mentre non è ancora nota né l’ampiezza dell’aggiustamento, né la composizione della manovra. Al contempo, si registra un sorprendente “fastidio” per i richiami dell’Unione Europea che, attraverso il commissario Almunia o il presidente della Bce Trichet, non fanno che ricordare al governo gli impegni presi.

Le buone notizie….

Paradossalmente, una serie di buone notizie sullo stato dell’economia ha alimentato la confusione attuale. Vediamole una per una.
C’è stato, innanzitutto, un forte aumento delle entrate tra il Dpef 2005 e il Dpef 2006, dovuto sia a fattori discrezionali che al buon andamento dell’economia. Ma il dato più clamoroso riguarda il fabbisogno di cassa del settore statale di fine agosto. Nei primi otto mesi dell’anno, le casse dello Stato hanno registrato una differenza tra uscite ed entrate pari a 36 miliardi di euro, contro i 58 miliardi dei primi otto mesi del 2004 e i 49 miliardi dei primi otto mesi del 2005. Questo buon andamento non è imputabile a entrate straordinarie o una tantum. Nel Dpef approvato a luglio 2006 il governo aveva stimato un fabbisogno per tutto il 2006 pari a 59 miliardi di euro. Tenendo conto che nell’ultimo trimestre la crescita del fabbisogno di cassa rallenta sempre (grazie all’autotassazione di novembre), questa stima appare eccessivamente pessimista: a dicembre il fabbisogno di cassa non dovrebbe superare i 45-50 miliardi, quasi un punto di Pil in meno. Dal momento che il governo ha stimato al 4 per cento il disavanzo della pubblica amministrazione per il 2006, non dovremo stupirci se finiremo l’anno non lontani dal 3 per cento.
Si tratta di un’ottima notizia anche per il debito pubblico, in quanto il fabbisogno di cassa alimenta direttamente il nostro debito, quindi anche per gli interessi che su questo debito dovremo pagare in futuro. E tutto questo senza contare le buone notizie dal lato del Pil, che il governo nel Dpef stima in crescita dell’1,5 per cento nel 2006, ma che, stando a Ocse, Commissione europea e Banca d’Italia, potrebbe arrivare all’1,7-1,8 per cento. È il miglior risultato dal 2000. E maggior crescita si tramuta in minor disavanzo e significa più base imponibile, dunque più entrate, anche per il 2007.

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…sono cattive notizie?

Queste buone notizie hanno però galvanizzato l’ala radical-conservatrice del governo, quella che chiede spalmature, spezzettamenti e rinvii dell’aggiustamento. Mentre Bruxelles ci ha ricordato come la correzione prevista dagli accordi di luglio 2005 sia pari all’1,6 per cento e che tale aggiustamento debba essere calcolato al netto del ciclo e delle una tantum: l’aggiustamento netto dovrà perciò essere pari a 20 miliardi, come previsto nel Dpef, perché le nuove e inaspettate entrate non cambiano la sostanza. Solo il tempo ci dirà quanto di queste nuove entrate possa essere ritenuto strutturale. Per il momento rimane la confusione attuale, tra richiami di Bruxelles e spinte ad annacquare la manovra. Un vero e proprio stallo. Mentre anche tra chi nella maggioranza sostiene le riforme, sembra affiorare la rassegnazione. Ma le riforme politicamente difficili, quelle che agiscono sul lato della spesa, riescono quando le cose vanno bene: il 70 per cento delle riforme “impopolari” condotte in Europa negli ultimi venti anni è stato attuato proprio in periodi di crescita superiori all’1,5 per cento. È molto più arduo realizzare riforme in momenti recessivi, quando la disoccupazione aumenta e i bilanci delle imprese (e delle famiglie) vanno in rosso.

Non bisogna limitarsi alle entrate

Al di là dei richiami europei al rigore, è il futuro del nostro paese a dipendere dalle riforme indicate dal governo nel Dpef. Siamo in un momento di espansione e non possiamo pensare che la ripresa duri a lungo. Secondo il presidente del Consiglio, il vecchio Patto di stabilità era “stupido” perché troppo rigido. Ora abbiamo un Patto flessibile, perché riconosce che bisogna fare più aggiustamento in espansione (good times nel gergo europeo) che in recessione (bad times). Fa bene l’Europa a farcelo presente.
I pochissimi dettagli, che trapelano, sulla composizione della manovra fanno pensare a un aggiustamento tutto incentrato sulle entrate (compresa la giusta operazione sulle rendite finanziarie ), che hanno già dato tantissimo. Ma l’esperienza degli aggiustamenti condotti nei paesi Ocse negli ultimi quaranta anni ci insegna anche che solo le riforme che intervengono sulla spesa pubblica permettono di coniugare risanamento e crescita.
Il governo ha forse sbagliato, a giugno, nel drammatizzare il disavanzo, ignorando i problemi strutturali della nostra economia (che anche nel 2006 sta crescendo a un tasso pari alla metà di quella dell’area euro) e la montagna del nostro debito pubblico. Ma questi problemi rimangono, nella stessa grave entità. Ed è questo il momento opportuno per affrontarli. Anche perché portare a termine riforme strutturali è politicamente impossibile in prossimità delle elezioni. Abbiamo appena votato e abbiamo di fronte tre anni senza elezioni. Se il Governo non riuscirà a proporre riforme in questa Finanziaria, probabilmente non riuscirà a portarle a termine in tutta la legislatura. Romano Prodi ha sempre detto che intende governare, non regnare. Se non ora quando?

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Verso le nuove partecipazioni statali?

  1. Diego

    Io credo che sia giusto sottolineare una cosa quando si parla di tagli e di legge finanziaria, di cui tra l’altro si sa ancora pochissimo a parte l’indicazione dell’entità. I trenta o trentacinque miliardi di cui si discute sono una cifra di tutto rispetto e paragonabili ad una delle finanziarie di “rigore” degli anni ’90. Senza contare che prima si dovrebbe sapere come e se verrà modificata la allocazione delle risorse, mi sembra quantomeno ingiusto attaccare preventivamente e da più fronti un provvedimento non ancora approvato.

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