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Che sia davvero l’ultima riforma

La riforma delle pensioni non serve a ripianare l’attuale deficit di bilancio. E’ necessaria soprattutto per ridurre il precariato. Ma se non si ha la forza politica di completare il passaggio al metodo contributivo, meglio lasciare tutto com’è. Perché i ritocchi costano più dello status quo. Tra i correttivi prioritari da adottare, l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, l’introduzione di riduzioni attuariali per chi lascia il lavoro prima dei 65 anni, lo smobilizzo immediato del Tfr nelle piccole imprese. Interventi e commenti di Sandro Gronchi, Marcello Messori e Carlo Ippoliti.

Se non ora quando?, di Tito Boeri e Agar Brugiavini

Ci sono due equivoci ricorrenti nell’ennesimo confronto sulla riforma delle pensioni. Si sostiene che:

i) la riforma delle pensioni serve a ripianare l’attuale deficit di bilancio;
ii) sia meglio apportare comunque qualche ritocco piuttosto che lasciare tutto com’è.

In verità la riforma delle pensioni serve soprattutto a ridurre il precariato: è un problema gravissimo per i giovani, molto meno importante per le casse dello Stato nel 2006-7. E l’esperienza della riforma Maroni-Tremonti ci indica che un nuovo intervento approssimativo sarebbe esiziale. Se non si ha la forza politica di completare il passaggio al metodo contributivo, meglio piuttosto lasciare tutto com’è. Perché i ritocchi costano più dello status quo.

I conti del Civ

In questi giorni, a leggere i giornali e le dichiarazioni di molti leader politici sembrerebbe che la riforma delle pensioni serva solo per ripianare l’attuale deficit dell’Inps e migliorare il bilancio dello Stato quest’anno o il prossimo.
Chi si oppone alla riforma chiama in causa i buoni dati sul gettito fiscale nel 2006 e tenta ogni artificio contabile per mascherare il deficit dell’Inps. Ad esempio, il Civ, Comitato di indirizzo e di vigilanza dell’Istituto, in un suo recente comunicato celebra “lo stato di salute più che soddisfacente dell’Inps”, sostenendo che “i dati parlano chiaro: nei primi quattro mesi dell’anno, l’avanzo complessivo è cresciuto di 287 milioni di euro”. Qualche riga più sotto, lo stesso comunicato, ammette che i trasferimenti dello Stato (di cui solo il 7 per cento copre pensioni erogate dall’Istituto per conto dello Stato) sono nel frattempo aumentati di 2.244 milioni. Come dire, che senza il contributo statale, il disavanzo sarebbe cresciuto di quasi due miliardi, raggiungendo la cifra record di 75 miliardi di euro. Il comunicato evita altresì di menzionare le previsioni dell’Inps per fine anno che parlano di un aumento della spesa di quasi 4 miliardi a seguito dell’incremento delle liquidazioni delle pensioni di anzianità dei lavoratori dipendenti. Come può un organismo di vigilanza celebrare il fatto di aver raggiunto un deficit pari al 5,5 per cento del Pil? Ci auguriamo che il Civ rientri a pieno titolo nell’elenco degli enti inutili da abolire che il Governo si è impegnato a stilare.

Le pensioni e il precariato

Ma anche chi sostiene la causa delle riforme si richiama spesso alla necessità di rispettare i patti sottoscritti con Bruxelles per il bilancio 2007. In realtà, la riforma serve soprattutto a impedire che un giovane che oggi entra nel mercato del lavoro finisca, dopo 45 anni di lavoro (otto anni in più in media di chi va in pensione ora), per ricevere una pensione inferiore al minimo sociale.
È una questione di equità intergenerazionale e sostenibilità allo stesso tempo. L’aliquota di equilibrio (il contributo che dovrebbe essere pagato per azzerare il deficit dell’Inps) è oggi vicina al 45 per cento. Come si può a chiedere a qualcuno di trasferire quasi il 50 per cento del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 anni di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione, in rapporto all’ultimo salario, del 20-30 per cento inferiore a quella del beneficiario del suo trasferimento?

Il costo dei ritocchi

Le pensioni sono in questi anni diventate una palestra per molti ministri. Le riforme si fanno per esibire qualche muscolo. Ma si tratta di una materia delicata. O si fanno le cose bene, o si rischia solo di procurare guai peggiori.
Pensiamo alla riforma Tremonti-Maroni. All’epoca, questo sito aveva sottolineato il rischio di fughe verso le pensioni di anzianità. I ministri coinvolti avevano reagito con toni sprezzanti, sostenendo che ciò non sarebbe avvenuto perché avevano inserito nella loro riforma una “certificazione dei diritti acquisiti”. In verità, questo mostro giuridico (nessun governo potrà mai impedire a un Parlamento sovrano di legiferare) è riuscito solo a incoraggiare fughe in massa verso le anzianità. Nel 2006 si sono avute sin qui 203.357 richieste, 70mila in più dell’anno scorso, e si è stabilito un nuovo record: più del 70 per cento degli aventi diritto ha fatto domanda, mentre in genere non si va oltre il 50-60 per cento. Questo comporta, nell’immediato, un costo aggiuntivo di circa 1 miliardo all’anno per le casse dello Stato e, nell’arco di vita futura di questi “giovani pensionati”, un costo attualizzato di circa 23 miliardi per le casse dell’Inps.
Ogni riforma mal congegnata, ne allontana altre. Una riforma graduale delle prestazioni, come quella che avevamo simulato su questo sito, avrebbe portato in questi due anni a risparmi di circa lo 0,15 per cento del Pil (circa 2 miliardi sui tre anni 2004-2006), e, in valore attuale, un risparmio di circa 40 miliardi.
Si dirà che la riforma Maroni-Tremonti doveva portare risparmi soprattutto dal 2008 in poi. Ma un intervento che in una notte aumenta di tre anni i requisiti per andare in pensione non è politicamente fattibile e, non a caso, lo “scalone” è stato derubricato dall’agenda politica. Il governo attuale sembra intenzionato a introdurre, al suo posto, disincentivi per chi va in pensione prima dei 60 anni e incentivi dopo. Questo porterebbe a risparmi minimi perché da un lato si riducono (ben poco) le pensioni dei cinquantanovenni e, dall’altro, si aumenta la spesa per i pensionati tra i 60 e i 65 anni. Inoltre, anche questo confronto accentua il rischio di nuove fughe, cui contribuiscono gli incitamenti dell’ex-ministro dell’Economia a lasciare subito il lavoro prima di “finire nel tritacarne”.
Si sente anche parlare di un trasferimento del Tfr all’Inps. È un’idea vecchia, quanto perniciosa. Come già discusso su questo sito priverebbe i giovani dell’opportunità di diversificare i rischi e di costruirsi una previdenza integrativa con cui compensare la minore generosità del pilastro pubblico e porterebbe a vantaggi solo nell’immediato per le casse dello Stato.
Abbiamo già chiarito quali sarebbero secondo noi i correttivi da apportare individuando dieci interventi di immediata applicazione. Tra questi riteniamo prioritari: l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione per tenere conto della accresciuta longevità, l’introduzione di riduzioni attuariali per chi va in pensione prima del raggiungimento dei 65 anni di età (sulla parte retributiva della prestazione), accompagnata da una accelerazione del sistema contributivo, lo smobilizzo immediato del Tfr nelle piccole imprese.

Ovviamente, un governo può avere idee diverse dalle nostre in merito e proposte migliori. Ma la cosa importante è che non faccia una riforma tanto per mostrare di saper (ri)toccare le pensioni. Qui gladio ferit gladio perit.

Un dubbio tattico istituzionale, di Marcello Messori

Non vedo alcun problema tecnico in merito a quanto scritto da Tito Boeri e Agar Brugiavini; anzi la soluzione, che viene prospettata, è molto lineare e – almeno in linea di principio – implementabile in termini di policy. I miei dubbi risiedono, però, nella opportunità e nella praticabilità effettiva della loro proposta. Anche se nell’intervento non viene detto in modo esplicito, tale proposta equivale a introdurre un principio di “capitalizzazione virtuale” anche per quei lavoratori esclusi (in tutto o in parte) dalla riforma Dini; il che apre due alternative che, per ragioni diverse, mi sembrano destinate a produrre risultati deludenti.
La prima alternativa consiste nell’applicare per la tipologia di lavoratori in esame le riduzioni attuariali, che stanno alla base della “capitalizzazione virtuale”, solo pro-rata (ossia da oggi in poi) senza incidere sulla precedente determinazione retributiva della loro futura pensione. Questa prima alternativa ha il merito di non violare diritti acquisiti; oltre a introdurre possibili tensioni nel sindacato rispetto all’utilizzo del pro-rata, ha però il difetto di produrre effetti assai poco incisivi specie per i lavoratori più anziani. La seconda alternativa consiste, invece, nell’applicare le riduzioni attuariali anche alla pensione maturata fino a oggi. Questa seconda alternativa ha il suo ovvio punto di forza nella portata dei suoi potenziali effetti; ledendo però in modo retroattivo una delle architravi della riforma Dini (ossia la distinzione, pur se – per molti versi – distorsiva, fra lavoratori anziani e lavoratori giovani) essa viola diritti acquisiti ed è destinata a creare forti tensioni sociali e controversie giuridiche.
Le precedenti considerazioni mi portano a una conclusione critica di policy. Ritengo che, specie nella seconda e più radicale alternativa, la proposta di Boeri e Brugiavini finirebbe per mettere nello stesso paniere il problema del necessario adeguamento dei coefficienti di trasformazione alle variazioni nella speranza di vita, che riguarda soltanto i lavoratori soggetti alla riforma Dini, e il problema dell’innalzamento dell’età di pensionamento, che riguarda soltanto i lavoratori anziani non toccati o toccati marginalmente dalla riforma Dini. Una tale sovrapposizione produrrebbe un risultato opposto a quanto auspicabile: la radicalizzazione delle distanze fra governo e sindacati in materia previdenziale. Di qui la mia diversa proposta di attuare l’adeguamento dei coefficienti di trasformazione per le pensioni contributive e di introdurre il posponimento dell’età per la pensione come una misura temporanea perché limitata ai lavoratori anziani.

Il “contributivo” ha le sue regole, di Sandro Gronchi

L’analisi finanziaria dimostra che le formule ‘retributive’ differenziano i rendimenti implicitamente riconosciuti sui contributi versati. Paragonando il sistema pensionistico a una banca virtuale che a ogni lavoratore intesta un conto corrente nel quale sono prima depositati i contributi e poi prelevate le pensioni, ciò significa che su ogni conto è accreditato un tasso d’interesse diverso. Sfortunatamente, i tassi sono maggiori per i lavoratori meno bisognosi, che percepiscono retribuzioni terminali più elevate, o meno meritevoli che scelgono di anticipare il pensionamento. I tetti di retribuzione pensionabile e il calcolo della pensione sull’intera vita lavorativa possono attenuare, ma non cancellare, tali iniquità. Si fece perciò strada, nei primi anni Novanta, l’idea di proporre nuove formule di calcolo e di indicizzazione in grado di garantire la completa parità di trattamento.

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Il modello Ndc nel mondo

Diversamente da tante altre idee ugualmente nate in ambito accademico, questa si affermò in ambienti sindacali e politici fino a sfociare in importanti riforme. Ciò accadde pressoché contestualmente, ma del tutto indipendentemente, in due paesi europei: l’Italia e la Svezia.
In Svezia il processo riformatore, proficuamente più lento, si chiuse nel 1998 col varo di una riforma esemplare, internazionalmente identificata con l’acronimo Ndc (notional defined contribution). La riforma svedese è tutt’oggi molto studiata sia da chi vede in essa uno splendido baluardo contro la montante ‘cultura’ della capitalizzazione, sia dai sostenitori di quest’ultima, i quali cercano di dimostrare l’inutilità del ‘rimedio’, incapace di superare i difetti intrinseci della ripartizione. Il modello svedese sta trovando proseliti in Europa, dove Polonia e Lettonia lo hanno adottato da tempo, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria ne stanno dibattendo la convenienza, Germania e Francia ne hanno in parte mutuato i principi con i ‘sistemi a punti’ introdotti dalle recenti riforme.

Il caso italiano

In Italia la riforma riduttivamente denominata ‘contributiva’ coagulò molto rapidamente, nella primavera del 1995, in un contesto politico irripetibilmente favorevole. Ad opera di un governo tecnico all’uopo incaricato, occorreva intervenire sulle pensioni di anzianità senza tuttavia poter ripercorrere la strada dei disincentivi che il sindacato aveva appena sbarrato al primo governo Berlusconi. Il ‘metodo contributivo’ apparve come una via d’uscita perché (graduando per età i coefficienti di trasformazione) consentiva di scoraggiare il pensionamento precoce senza chiamare in causa lo strumento del disincentivo. Fu stabilito che i lavoratori assunti dopo la riforma potessero andare in pensione fra 57 e 65 anni. Per gli altri fu coerentemente deciso di limitare il diritto alla pensione di anzianità imponendo un’età minima di 57 anni.
L’ansia di tornare al voto con una campagna elettorale sgombrata dall’incubo delle pensioni, non consentì alle nuove idee di maturare. Ne nacque un contributivo acerbo, rozzo e approssimato di cui gli esperti internazionali fanno fatica a capire la parentela con quello svedese.
Mi si lascino menzionare tre difetti particolarmente gravi il primo dei quali riguarda il meccanismo di indicizzazione. Nel nostro paese sembra diffusa la convinzione che il compito di assicurare la parità di trattamento sia esclusivamente assolto dalla formula di calcolo della pensione e, in particolare, dall’uniformità del tasso (la crescita del Pil per garantire l’equilibrio finanziario di lungo periodo) al quale sono capitalizzati i contributi di tutti i lavoratori ai fini della formazione dei loro ‘montanti contributivi’. In realtà, dal pensionamento in poi, la quota di tali montanti non ancora (virtualmente) utilizzata per pagare le pensioni dev’essere remunerata al medesimo tasso per impedire differenze di trattamento fra pensionati e attivi, e perciò fra individui che ripartiscono diversamente la propria vita fra lavoro e pensione. Lo scopo può essere raggiunto solo con un particolare meccanismo di indicizzazione che, a dieci anni dalla riforma, sembra restare ‘insospettato’. Quando, nel 1995, lo scrivente indicò al governo tale meccanismo, la risposta fu che, nella fase transitoria, sarebbe stata insostenibile la coesistenza di regole di indicizzazione diverse per le pensioni contributive e per quelle retributive. Né il governo ritenne possibile proporre quella che, due anni dopo, sarebbe diventata la soluzione svedese al problema della indicizzazione dicotomica, e cioè l’estensione alle pensioni retributive del meccanismo di indicizzazione proprio di quelle contributive.
Il secondo imperdonabile difetto della via italiana al modello Ndc riguarda l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione che dev’essere non solo ‘continuo’ (ad esempio, annuale) ma anche riservato ai lavoratori ancora in attività che non abbiano raggiunto l’età minima di pensionamento. Diversamente, il rischio di restare a lavorare inutilmente si risolve in un formidabile incentivo ad anticipare il pensionamento e, ciò che più conta, ai membri di una stessa generazione sono implicitamente attribuite tavole di mortalità diverse in ragione della data di pensionamento prescelta.
Il terzo difetto fondamentale concerne la commistione fra vecchiaia e invalidità che è tipica della tradizione previdenziale italiana ma che non è concettualmente coniugabile con la scelta contributiva. Le formule di calcolo fantasiosamente inventate nel 1995 per conferire alle prestazioni di invalidità una parvenza contributiva, devono cedere il passo a una separazione organica dell’invalidità dalla vecchiaia nel cui ambito occorre consentire una adeguata copertura del rischio e riassorbire la cosiddetta invalidità civile. Le scelte compiute dalla Svezia in questo campo appaiono eccellenti per razionalità ed efficienza, ed è pertanto in quella direzione che occorrerebbe guardare.

Gli attacchi alla diligenza

Su tali questioni il dibattito italiano, passato e presente, si mostra disinteressato, o inconsapevole, ostinandosi ad andare in direzioni diverse e sbagliate. Per cominciare, nella passata legislatura fu proposto di massacrare il principio contributivo espandendo di cinque punti la forbice (che occorreva invece eliminare) fra le aliquote di computo e di finanziamento. Il tentativo fu sventato dalla ferma opposizione del sindacato e dello schieramento di minoranza. Inaspettatamente, le stesse forze hanno cambiato idea sostenendo ora l’utilità della decontribuzione. Occorre comprendere che questa è uno strumento per accrescere surrettiziamente il rendimento oltre la crescita del Pil. Non sarebbe così grave se il nuovo rendimento restasse unico per tutti i lavoratori: la parità di trattamento sarebbe salva pur venendo compromessa l’autosufficienza del sistema (che non è un tratto irrinunciabile del modello Ndc). Sfortunatamente, non è così: basta un po’ di algebra per dimostrare che la decontribuzone infrange l’uniformità del rendimento premiando nuovamente (proprio come la formula retributiva) i salari terminali più elevati e i pensionamenti precoci. (1)
Il secondo attacco subito, nella passata legislatura, dalla ‘diligenza’ del sistema contributivo fu l’irrigidimento dell’età pensionabile, profondamente contrario alla ‘etica contributiva’ che ‘professa’, piuttosto, il pensionamento flessibile. Sfortunatamente l’attacco ebbe successo, cosicché l’età pensionabile dei lavoratori contributivi è divenuta di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne.
Il terzo attacco fu la rinuncia ad aggiornare i coefficienti di trasformazione, da ultimo perfino seguita dall’incredibile pretesa di ‘contrattualizzare’ gli aggiornamenti. Come la decontribuzione, così la conservazione di coefficienti obsoleti si risolve in una disuguale maggiorazione surrettizia del rendimento, differenziata per generazione.

Se decontribuzione dev’essere…

Tornando alla decontribuzone, che rappresenta il pericolo maggiore, lo scopo di chi la ripropone oggi è lo stesso di chi la proponeva nella passata legislatura: evitare che il costo delle pensioni riduca eccessivamente la competitività del sistema o il salario disponibile.
In verità, il costo delle pensioni andrebbe ridotto, anziché fiscalizzato, con interventi socialmente sostenibili quali (in un mercato del lavoro che si va velocemente femminilizzando) la graduale rinuncia alla reversibilità.
Ma se proprio si vuole sacrificare l’equilibrio finanziario, si faccia almeno attenzione a preservare l’uniformità del rendimento senza la quale non si avrebbe davvero più un sistema contributivo. Ecco perciò la ricetta che gli odierni fautori della decontribuzione dovrebbero cucinare: cancellare ogni differenza fra l’aliquota di computo e quella di finanziamento portandole entrambe al 27,7 per cento e aumentare di mezzo punto (oltre la crescita del Pil) il rendimento, l’unico parametro che, sacrificando il pareggio di bilancio, il modello Ndc consente di negoziare. Le due misure lascerebbero invariata la pensione di un lavoratore con 35 anni di anzianità.

(1) Vedi, anche per altre questioni qui non riprese, S. Gronchi e S. Nisticò, Sistemi a ripartizione equi e sostenibili: modelli teorici e realizzazioni pratiche, Cnel-Documenti, n. 27/2003. A conti fatti, una forbice di 5,3 punti fra l’aliquota di computo e quella di finanziamento equivale a maggiorare del 20 per cento il montante contributivo maturabile in base alla seconda. Il ‘primissimo’ progetto contributivo, approdato in parlamento nel dicembre del 2004 ad opera dei ‘progressisti’, fu criticato dallo scrivente anche per la ragione che esso prevedeva una maggiorazione (allora chiamata ‘coefficiente di adeguamento’) del 10 per cento.

Per una “pensione di cittadinanza” di Carlo D’Ippoliti

Esistono diversi argomenti a sostegno della recente proposta di Maurizio Benetti e Gabriele Olini di istituire una pensione di base, accanto a quella contributiva, finanziata dalla fiscalità generale.

Una interminabile transizione

Il sistema previdenziale italiano si trova e si troverà in una situazione “di transizione” per un periodo ben superiore a quanto la lingua italiana prevede per l’uso di tale parola. Esistono, da un lato, trattamenti previdenziali molto differenziati, a causa delle passate storie contributive degli attuali pensionati, e delle varie riforme che si sono succedute (e dell’uso improprio del sistema previdenziale in occasioni delle maggiori crisi industriali).
D’altro lato, altrettanto differenziato è il trattamento che riceveranno gli attuali lavoratori, a partire da quelli che stanno per andare in pensione con un metodo di calcolo delle prestazioni molto favorevole, fino ai più giovani, che quand’anche godano della contribuzione al sistema previdenziale in una misura non risibile (com’è invece il caso di coloro che una volta erano chiamati “atipici”), saranno ripagati in misura molto inferiore dei loro padri.
In più, il sistema previdenziale pubblico necessita della contribuzione della fiscalità generale che ne finanzi l’annuale deficit: per il 2006 il bilancio previsionale
 dell’Inps prevede un contributo di 70.676 milioni di euro, alla voce “Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali”. Tale voce non deve ingannare: non esiste allo stato attuale una vera distinzione tra interventi “assistenziali” e “previdenziali”, come Elsa Fornero spiegò ormai qualche tempo fa.
E questa è proprio la prima ragione a sostegno dell’istituzione di un trattamento minimo di base, uguale per tutti, a prescindere dall’esperienza lavorativa.

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Prestazioni previdenziali e assistenziali

integrazione al minimo delle pensioni mostra chiaramente come da tempo il nostro paese abbia scelto di usare il sistema previdenziale non più a soli fini assicurativi, di reintegrazione del reddito da lavoro in età anziana, ma anche a fini assistenziali. Si ritiene infatti inaccettabile che persone non più in grado di provvedere col lavoro al proprio sostenimento, debbano essere costrette a scegliere “tra la morte e la vita bestiale” – secondo le parole di Ernesto Rossi –, anche quando tra le ragioni della condizione di disagio vi siano imprevidenza o prodigalità.
Inoltre – ed è la seconda ragione per l’introduzione di una pensione di base – il riconoscimento di tassi di rendimento dei contributi passati ben superiori a quanto avrebbe garantito l’uguaglianza tra entrate e uscite totali mostra come, anche in ambito strettamente previdenziale, l’aspetto assicurativo sia andato gradualmente riducendo il suo peso: altrimenti i contributi avrebbero da tempo dovuto essere incrementati o le prestazioni ridotte. Anche a regime, peraltro, il sistema non garantirà una vera equivalenza attuariale: la somma dei contributi accumulati e rivalutati di un certo “rendimento” non eguaglierà per la maggior parte dei lavoratori la somma di quanto riceveranno una volta pensionati. Una certa redistribuzione permarrà anche nella parte “non assistenziale” delle prestazioni.
La terza ragione è la sostanziale asimmetria tra entrate e uscite: oggi abbiamo i lavoratori (e le imprese, ma solo formalmente, come nota
Sandro Gronchi) a garantire il finanziamento delle prestazioni, e tutti i cittadini a beneficiarne, seppure in misura diversa. Ovvero, il regime attuale è legato al mercato del lavoro (astraendo dal contributo della fiscalità generale, che sarebbe teoricamente “straordinario” al sistema) per quanto riguarda le entrate, ma universalistico per quanto attiene le uscite.

Un nuovo welfare per anziani e giovani

La nostra opinione è che giustamente la comunità si pone il problema del sostentamento di tutti i suoi membri, a prescindere dalla loro precedente esperienza lavorativa, ma ingiustamente ne chiede il finanziamento ai soli lavoratori. Il finanziamento attraverso la fiscalità generale di tutte le misure assistenziali, riassunte in un’unica “pensione di cittadinanza”, garantirebbe un provvidenziale ampliamento della base imponibile destinata a tale scopo.
Per chiarire questo punto, occorre pensare alla torta che ogni anno ogni lavoratore mediamente produce: solo una parte andrà a lui, in quanto un’altra parte retribuisce l’impresa e l’imprenditore, e una terza parte è trattenuta dai rentiers, coloro che detengono beni scarsi e li cedono, ad esempio, in affitto. Ora, le pensioni costituiscono un’ulteriore fetta di questa torta, che invece di retribuire un contributo alla sua produzione è semplicemente un trasferimento alla popolazione inattiva perché ormai anziana. Oggi, il trasferimento viene interamente tratto dalla fetta del lavoratore: la condivisione del “fardello” ne aumenterà la sostenibilità anche quando questo, a causa dell’invecchiamento della popolazione, continuerà ad aumentare. Inoltre, le variazioni nella distribuzione del reddito, che dagli anni Novanta vedono una sostanziale caduta della quota di prodotto attribuita ai redditi da lavoro, quindi riducendo le entrate contributive in percentuale del Pil, diverrebbero un fenomeno del tutto neutrale rispetto alla sostenibilità del sistema previdenziale.
Infine, una tale misura di eliminazione della povertà degli anziani sarebbe da un lato l’occasione per distinguere e definire finalmente il costo reale delle prestazioni assistenziali e di quelle previdenziali, e per pretendere che il finanziamento di queste ultime avvenga grazie alle sole contribuzioni dei futuri beneficiari. Dall’altro, rappresenterebbe una prima forma di reddito minimo garantito. Seppure limitata a una sola parte della società, non necessariamente la più bisognosa, aprirebbe la strada alla discussione per l’istituzione di veri ammortizzatori sociali per i giovani e per tutti coloro che si trovano temporaneamente privi del minimo vitale riconosciuto come indispensabile da una società avanzata.

Dalla parte delle pensionate di Carlo D’Ippoliti

Si è recentemente aperto un dibattito sul ruolo della previdenza rispetto alle pari opportunità tra i due generi, e in particolare sull’opportunità di differenziare o omologare l’età di pensionamento di uomini e donne.
È utile introdurre la questione nel contesto delle più semplici teorie economiche su lavoro e pensionamento.

Un privilegio apparente

Supponiamo che chi non trae particolare piacere dalla propria occupazione lavori per il compenso monetario che ne riceve. In tal caso, lavorerà solo se il valore che attribuisce alla renumerazione è superiore alla fatica di lavorare e al fastidio di perdere il proprio tempo libero. Giunto a un’età in cui, non lavorando, può ottenere un reddito positivo (la pensione), questa stessa persona continuerà a lavorare solo se la differenza tra la pensione e il salario (e non più il salario integralmente) supera ancora fatica e fastidio.
Da un lato, questo è possibile se al diminuire del reddito ogni euro assume un “valore” superiore: chi rinunciando a lavorare finirebbe sotto la soglia di povertà ha un ottimo motivo per non farlo. D’altro lato, che questa differenza sia superiore alla fatica è improbabile date le sue ridotte dimensioni: per i lavoratori più anziani, spesso soggetti a regole di calcolo della pensione ancora molto generose, possiamo tranquillamente ipotizzare che la pensione sia superiore almeno al 50 per cento dell’ultimo salario (nel caso di regime retributivo, ciò corrisponde a un’anzianità contributiva di 25 anni). Se ne deduce che molta parte dei lavoratori più anziani desidera andare in pensione appena possibile.
Dopo la riforma previdenziale del governo Berlusconi, l’età minima di pensionamento delle lavoratrici è inferiore a quella dei lavoratori. Ciò non è coerente né utile. Infatti, questa norma garantisce un tardivo privilegio (apparente) in cambio di una intera carriera lavorativa oggetto di discriminazione. (1)
Grazie agli inferiori requisiti contributivi, il legislatore legittima la discontinuità della carriera delle donne, in termini assoluti e rispetto a quella degli uomini, dovuta alle difficoltà di conciliare lavoro retribuito e non retribuito (domestico, di cura, familiare), in assenza di politiche sociali adeguate. Inoltre, la misura induce una vera convenienza finanziaria a che il lavoro non retribuito sia svolto esclusivamente dalle donne, finanziariamente sostenute dal loro compagno “breadwinner“. Dunque, non solo un regalo tardivo, ma in contraddizione con quello che tante politiche di pari opportunità cercano di superare. Infine, tale misura corre anche il rischio di generare una nuova forma di dipendenza, in età anziana, a causa dei minori importi mensili attribuiti ai pensionamenti precoci.
Equità richiede dunque che le donne siano supportate (non tutelate) nel momento in cui ne hanno bisogno, in nome dell’interesse collettivo, quando forniscono servizi tutt’altro che privati: non solo la maternità, ma la cura degli anziani e tutto ciò che il nostro sistema di welfare delega alle famiglie, ovvero moltissimo.
Inoltre, equità richiede anche che una tale misura non sia studiata secondo le esigenze di cassa, grazie all’insufficiente incremento che le mensilità di pensione subiscono in seguito a un posticipo del pensionamento. A tali tagli “nascosti”, che – con scalini e scaloni – generano odiose discriminazioni tra generazioni contigue di lavoratori anziani, è evidentemente da preferire la strada allo studio dell’attuale governo, ovvero la riduzione esplicita dei coefficienti di rendimento dei contributi versati.

Pensionamento e ritiro dalla forza lavoro

Questo potrebbe accompagnarsi alla definitiva adozione del principio, gradualmente introdotto dalla riforma Dini, di equità attuariale della rata, ovvero alla correzione degli importi mensili operata in modo che tutti i lavoratori (in media) ricevano nel corso della loro vecchiaia lo stesso importo complessivo, a prescindere dal momento di pensionamento, attraverso riduzioni adeguate in caso di pensionamento anticipato, e incrementi sostanziali in caso di pensionamento tardivo.
Questa misura consentirebbe finalmente di separare completamente il momento di pensionamento (cioè di termine del versamento dei contributi e inizio di riscossione dei benefici) da quello di ritiro dalla forza lavoro, processo iniziato con l’abolizione del divieto di cumulo tra reddito da lavoro e pensione. Si permetterebbe così a tutti e tutte di contribuire con il proprio lavoro alla produzione del reddito nazionale in relazione alle proprie possibilità e volontà, e non più in funzione della convenienza finanziaria dovuta alla formula di calcolo della pensione, o delle tante norme specifiche e diseguali.
Questa separazione (a costo zero, se legata a correzioni attuariali) non solo garantirebbe un sistema previdenziale più vicino alle esigenze dei cittadini, ma faciliterebbe il raggiungimento degli obiettivi occupazionali di Lisbona. Permetterebbe una maggiore produzione di ricchezza per la società e assicurerebbe un invecchiamento (forse posticipato) più attivo e inclusivo nella società. Infine, poiché la sostenibilità del sistema pensionistico dipende dalla produzione di reddito nazionale, si avrebbe finalmente un esempio di politica indirizzata allo stesso tempo a garantire benefici adeguati e sostenibilità del sistema.

(1) Si veda il recente Quaderno SpinnI numeri delle donne“, a cura di Lea Battistoni.

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Sommario 12 settmebre 2006

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Verso le nuove partecipazioni statali?

  1. Riccardo Vedovato

    Come ben evidenziato in questo articolo, c’è una scandalosa ineguaglianza di trattamento tra vecchie e nuove generazioni. I diritti acquisiti erano da toccare nel ’95. Se non è stato fatto allora (perché “elettoralmente” poco conveniente) non è detto che non lo si possa fare ora. Qualcuno si sta già muovendo in tal senso (www.generazioneu.it). Credo sia necessaria non una azione indiscriminata ma mirata a quei casi in cui il gap tra la pensione calcolata alla vecchia maniera e quello che risulterebbe col nuovo sistema contributivo è indecentemente grande. E di questi casi ce ne sono molti.

  2. Luca Fabbri

    Gentile Prof. Boeri,

    le chiedo: è stato il nostro sistema pensionistico attuarialmente equo fino diciamo alle grandi riforme degli anni 90? La domanda è retorica ovviamente: le scellerate decisioni economiche prese dai politici del tempo hanno creato effetti devastanti sull’equità intergenerazionale del nostro sistema. Una cosa deve essere ben chiara: se un sistema pensionistico non è attuarialmente equo in quanto il Valore Netto Attuale dei flussi futuri non è quello dell’equilibrio esiste una relatione matematica che dimostra come ci sarà una generazione che godrà dei benefici ed un’altra che dovrà ripagare il costo per riportare il sistema pensionistico ad il suo VAN d’equilibrio. E quanto maggiore è l’inequità del sistema, tanto maggiore deve essere il costo che la generazione più giovane deve sopportare per riportare la situazione alla normalità.

  3. maurizio

    Professore, umilmente credo che il limite del Suo ragionamento, svolto in termini esclusivamente attuarialistici ed in alcuni casi demagogici, induce al contrario a rivalutare la politica (ovviamente quella con la “P” maiuscola) attraverso la quale è possibile giungere a mediazioni – diverse dai compromessi al ribasso – ai quali voi guardate lancia in resta; magari cavalcando il giusto malessere delle nuove generazioni. Dal suo osservatorio, Lei sciorina cifre, tabelle dimenticando che il sistema pensionistico non è uno strumento di giustizia sociale avulso dal contesto in cui si cala, un contesto che vede una evasione fiscale e contributiva vergognosa, una ancor più iniqua ripartizione delle ricchezze del paese. Se un pò più seriamente partissimo da queste considerazioni, scopriremmo che gli strumenti per riequilibrare il gap che le nuove generazioni giustamente lamentano non passa attraverso lo scontro gerenazionale… Non si può smantellare un sistema pensionistico, di per se già carente, togliendo ai padri per dare qualcosa ai figli, ma evitare che i figli paghino con una vecchiaia di stenti non per pagare la pensione ai loro vecchi ma soltanto per una visione miope ed egoistica di una società e di governanti tutta votati al liberismo, all’egoismo ed alle diseguaglianze sociali. E’ ovvio che la previdenza delle nuove generazioni, ma io direi già di coloro che oggi già hanno 40 anni, vada completamente rivisitata; ma da qui a richiedere di togliere la pensione ai padri per assicurare comunque una pensione da fame a loro ed ai loro figli…mbè c’e ne passa, grazie a Dio. Tentativi come il suo, già sono falliti qualche anno fa in Francia, quando proprio i giovani sceesero in piazza al grido “no grazie non voglio il lavoro di mio padre”.
    Maurizio
    (lavoratore di 58 anni 35 anni di lavoro, moglie e due figli di 31 anni a carico).

  4. faber

    Concordo sul fatto che la nuova riforma debba essere la madre di tutte le riforme delle pensioni perchè altrimenti non sarebbe più serio andare avanti e non si avrebbe soprattutto la stabilità che tutti chiedono.
    Non condivido invece la ricetta per mettere in regola i conti della previdenza, perchè si parla tanto di tagli o riduzioni e mai di incrementi delle entrate INPS agendo in modo serio e costante sull’evasione contributiva previdenziale e fiscale.
    Sono cifre da capogiro che ogni anno e ogni governo ci sventolano davanti ma che mai nessuno a certificato o ha voluto mettere in campo adeguati strumenti per combattere tale mole di evasione.
    Invece purtroppo si parla di innalzare l’età pensionistica, incentivi e disincentvi, metodo contributivo applicato a tutti. Questi sono ingredienti già trattati e che non fanno fare passi avanti.Intanto cominciamo a fare pagare chi non paga il giusto e chi non ha mai pagato poi si tireranno le somme.Inoltre volevo rispondere che ci sono lavoratori che in passato hanno cominciato per bisogno a lavorare a 15 anni bruciando la loro adolescenza al lavoro, mentre altri avendo fortune maggiori hanno potuto vivere la loro gioventù godendo di tempo libero.Pertanto con il metodo contributivo non si può fare di tutta un’erba un fascio.
    Allora da questi presupposti bisognerà cercare soluzioni veramente eque per tutti ( come promesso dal nuovo governo ) e non la solita politica degli spiccia letti.

    Saluti

  5. valter cortecchia

    Dire che solo il 7 per cento dei trasferimenti dello stato copre erogazioni effettuate per conto dello stesso è come minimo volutamente ambiguo. Il comunicato dell’ Inps afferma che vi è stata una crescita della spesa assistenziale. Questo è il punto! In questa spesa rientrano le integrazioni al minimo, le pensioni sociali ecc.. che non possono essere finanziate coi soldi dei soli lavoratori dipendenti , così come la miriade di sgravi contributivi; e da ora in poi si dovranno trovare anche le risorse per il cuneo fiscale. Le une e gli altri si finanziano con le entrate fiscali e non col gettito contributivo. Ma visto che le tasse non bastano perchè le pagano solo i lavoratori dipendenti allora perchè non tagliare le pensioni? Inoltre sarrebbe bene precisare in quali gestioni pensionistiche ci sono i buchi ed in quali no, senza fare un polverone indifferenziato per colpire i soliti noti.

  6. alessandro brutti

    Condivido in pieno l’analisi dell’articolo. Vorrei chiedere però ai due autori che cosa ne pensano dell’uscita del Ministro Damiano sulla possibilità di ridurre addirittura l’età pensionabile. Credo che molti dei nostri politici si ostinino a non capire che il vero problema nel progettare un sistema pensionistico va ricercata nella giusta valutazione degli aspetti demografici e attuariali. Il primo obiettivo della riforma dovrebbe essere quello ri ricondurre il sistema ad un giusto valore attuale. Il “regalo” dato alla prima generazione che ha vissuto l’introduzione del PAYG è già stato dato e nemmeno il miglior sistema pensionistico che possa essere progettato potrà rimuovere quel costo. Quello che può invece essere fatto, è riportare il sistema ad un giusto valore attuariale in maniera da spalmare questo costo in maniera equa sulle future generazioni. La privatizzazione del sistema è necessaria al fine di ottenere guadagni in termini di rendimento atteso, trasparenza e sicurezza.

  7. Alessandro Carraro

    Il sistema pensionistico su base retributiva e’ a tutti gli effetti una speculazione finanziaria. Lo stato (o meglio la classe politica degli anni 70 e 80) ha scommesso sulla crescita dell’economia italiana (che salga) e sulle aspettative medie di vita (che scendano). Entrambe queste scommesse si sono dimostrate perdenti. Qualcuno deve ora coprire le perdite. Se lo stato fosse una banca o un assicurazione, il suo debito sarebbe molto piu’ grande di quello (gia’ gigantesco) oggi pubblicato (putroppo non so di studi attendibili che quantifichino il costo totale). La contabilita’ dell’INPS e’ una favola: basti dire che considera un debito (il contributo del lavoratore) come un reddito. Il passato dimostra che utilizzare il sistema pensionistico per redistribuire il reddito tra generazioni e’ troppo pericoloso: la classe politica ha tutti gli incentivi per predirre tassi di crescita futuri irrealistici per poter finanziare la spesa pubblica corrente. Una razionale riforma delle pensioni dovrebbe cominciare dalla conversione di tutte le pensioni ad una base contributiva. Solo a quel punto si puo’ spiegare al pubblico quanto grande sia veramente il buco delle pensioni.

  8. .mau.

    Dire che il contributo statale è cresciuto di 2244 milioni (da 72685 a 74929 milioni, per la precisione) significa però poco, soprattutto se non so quali siano “pensioni erogate dall’Istituto per conto dello Stato”. Quelle sociali? quelle di invalidità? sarebbe possibile avere un link a un bilancio a grandi linee?
    Per il resto, trovo giusto che in un sistema contributivo si aggiornino i coefficienti di trasformazione; però una riforma coraggiosa dovrebbe anche affermare che da oggi finisce il sistema contributivo, e i fortunati che ce l’hanno passano al sistema misto, unicamente per quanto riguarda il calcolo della pensione e senza toccare le finestre. Sarebbe probabilmente senza grossi risultati economici, ma comunque un segno di equità.

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