logo


  1. Mazzotta Corrado Rispondi

    Egregio Dott. Ichino, per 45 anni ho fatto l'imprenditore, riassumendo nella mia modesta persona tutti i ruoli possibili nell'ambito di una impresa produttiva, dall'apprendista (nel senso che avevo bisogno di apprendere le tecniche di alcune mansioni specifiche), al contabile, al "manager", all'addetto alle vendite, ecc., ecc. Ho sempre saputo classificare "al volo" i dipendenti validi dai nullafacenti od aspiranti tali. Sà perché avevo questo "straordinario" dono? Perché dovevo salvaguardare la salute dell'impresa (e di conseguenza la mia). Sà perché la P.A. non riesce ad eliminare i nullafacenti? Perché la Dirigenza è già ampiamente salvaguardata nei propri (di pe sé già notevoli) interessi! Tutto il resto sono solo chiacchere!

  2. Emanuele Zavatarelli Rispondi
    Dott. Ichino, ho letto recentemente il suo libro "I Nullafacenti" e sono rimasto piacevolmente colpito da tutti i suoi aspetti, soprattutto la IV parte; mi chiedo e le chiedo se sia veramente possibile fare qualcosa per invertire la rotta, vd. III parte dove il luogo comune si fa tristemente realtà. Trovo la sua proposta azzardata per il nostro paese e allo stesso avanzatissima, la sua applicazione potrebbe rappresentare il punto di rottura che garantirebbe alla nostra P.A. di evolversi e modernizzarsi trascinando la crescita di tutto il sistema paese, credo infatti che una ristrutturazione radicale e rivoluzionaria della P.A. non possa prescindere dalla produttività dei dipendenti pubblici. Vorrei sapere se la sua proposta è andata avanti a tal punto da poter essere presentata come proposta di legge, se è esistita qualche possibilità che si passasse dalla teorizzazione alla applicazione reale. Infine, dato che siamo in clima pre-elettorale, pensa che la sua proposta possa entrare nel programma di qualche compagine politica, che abbia il coraggio di metterla ai primissimi posti del proprio prossimo programma? Attendo a mia volta un suo commento. Emanuele Zavatarelli
    • La redazione Rispondi

      Nel dicembre 2006 sono stati presentati due progetti di legge ricalcati su di un modello ispirato alle idee del libro, elaborato da un gruppo di studiosi ed esperti coordinato da Bernardo Giorgio Mattarella e da me: uno alla Camera, primo firmatario Lanfranco Turci, sottoscritto da deputati di maggioranza e di opposizione; uno al Senato, primo firmatario Antonio Polito, fatto proprio dalla Presidenza del gruppo dell'Ulivo e quindi firmato anche da Finocchiaro, Latorre, il presidente della Commissione lavoro del Senato Tiziano Treu, e numerosi altri senatori di maggioranza. Una parte di quel progetto è poi confluita in un disegno di legge governativo, che però non ha completato il suo iter parlamentare. Su questo stesso terreno sta invece maturando un'iniziativa di grande rilievo, fatta propria dal governo di una delle più importanti Regioni italiane: un progetto molto incisivo, fondato sul principio della trasparenza totale, garantito da un valutatore indipendente "importato" dal Nord-Europa, fondato sulla coniugazione (quotidiana on line e periodica attraverso la public review) tra internal audit e civic audit, con sperimentazione di un sistema di obiettivi SMART (Specific, Measurable, Achievable, Repeatable, Timely) assegnati alla dirigenza regionale, e di un premio di risultato agli addetti ai servizi di front line collegato alla valutazione diretta degli utenti. Tenga d'occhio lavoce.info nei prossimi giorni. (p.i.)

  3. Gigliola Rispondi
    Voglio anch'io portare la mia solidarietà al prof. Pietro Ichino per quanto emerso nelle recenti indagini. Spero non si lasci intimidire e continui il suo lavoro con la passione di sempre. Forza professore, abbiamo bisogno di lei.
  4. Marica Rispondi
    APPROFITTO DI QUESTO SPAZIO PER ESPRIMERE TUTTA LA MIA SOLIDERIETA' AL PROF.ICHINO, CON LA SPERANZA CHE QUANTO ACCADUTO NON LO SCORAGGI DAL CONTINUARE AD ESPRIMERE LIBERAMENTE E SENZA PAURA LE SUE IDEE E I SUOI PENSIERI.
  5. Luca Naldi Rispondi
    Torno sul mio quesito che avete gentilmente pubblicato. Ci torno perchè voglio evidenziare una notizia che, a naso, reca un forte indizio ai mie dubbi sulle possibilità che in certi settori, come quello relativo all'amministrazione di giustizia le resistenze a innovazioni gestionali siano maggiori che negli altri. E che queste resistenze provengano da chi incardina il ruolo di "decisore politico" nei suoi rapporti con i dirigenti e con il personale amministrativo. Lei professore avrà certamente notato che ieri all'inaugurazione dell'anno giudiziario il presidente della Corte dei conti ha liquidato la sua proposta come sostanzialmente inutile. E la sua proposta cita in diversi punti la Cdc come protagonista. Eppure... Eppure alla Cdc non piace la sua riforma. Glie la dico tutta: in quella magistratura ci sono FANNULLONI conclamati. Fannulloni che tutelano il proprio quieto vivere anche con dirigenti elevati a quel rango da un rapporto esclusivamente fiduciario. Ha visto il servizio sul tribunale di Roma? Beh la Cdc sta ancora giudicando - e pure male (vedi il diritto dei perseguitati dalle leggi razziali) sulle pensioni di guerra. Basta questo, no?
  6. Stefano D. Rispondi
    Il fenomeno da Lei evidenziato, mi fa sorgere una considerazione molto amara e cioè che in Italia, specialmente in questo periodo, vengano usati due pesi e due misure. Mi spiego. Da una parte abbiamo questa categoria di dipendenti che, colpevolmente o no, vengono mantenuti sul posto di lavoro anche senza avere una produttività, in alcuni casi non andandoci proprio; per contro si nota nei confronti di lavoratori autonomi una froce ricerca della massima produttività creando una concorrenza spietata, fino al limite del paradosso che si verifica, a mio avviso, nei confronti dei benzinai colpevoli di avere un margine di circa 8 cent/litro quando lo Stato incamera il 66% circa del costo del carburante proprio per mantenere questi pachidermici carrozzoni. Questo atteggiamento del governo sta generando, secondo me, una lotta tra poveri, dove chi sta da una parte se la prende con chi sta dall'altra. Che tristezza!
  7. giovanni Rispondi
    La proposta messa in discussione è forse provocatoria e per questo utile a smuovere la acque ma non certo utile nel senso vero del termine perche si scontra con il veroe solito problema della pa. Non essendoci un capo nel senso di proprietario dell'azienda il tuo superiore non ha mai un vero interesse a che le cose funzionini ma a far si che le cose siano meglio per lui. faccio il mio esempio credo di essere un lavoratore statale di quelli che fa il lavoro anche degli altri il problema è che mi sto stancando anche perchè se invece di lavorare tutto il giorno lo avessi passato a leccare il mio superiore adesso avrei di sicuro una posizione migliore di quella che ho e nel caso venissero formulati dei giudizi io avrei dei giudizi medi il mio collega che invece di lavorare passava il tempo a fare favori al capo sicuramente avrebbe dei giudizi migliori. I cittadini vedono solo il dipendente allo sportello non certo tutti i dipendenti pubblici e magari quello allo sportello è proprio uno dei più produttivi.
  8. Luca Naldi Rispondi
    Ora che una nuova legge sulla P.A. è in vista oltre al giustissimo principio che nella valutazione dei dirigenti bisogna spezzare il vincolo esclusivamente fiduciario tre il livello dirigenziale e il livello politico, (demandando ad una autorità indipendente la valutazione) sento parlare anche di inserire, quale elemento di valutazione, il grado di soddisfazione dell'utentecittadino. Bene, credo che in alcuni settori questo elemento non rilevi perché non può, in quei contesti, manifestarsi. Prendiamo il settore "servizi di giustizia". In questo settore probabilmente il solito atteggiamento con cui si manifestano le dinamiche usuali della P.A. è, secondo me, più pervicace. Vuoi perché il magistrato italiano, è soggetto soltanto alla legge - non dovendo rendere conto al giudizio elettorale, vuoi perché l'organo che dovrebbe gestire l'efficienza nel settore giustizia (e non lo fa) - il Consiglio Superiore della magistratura per la giustizia ordinaria e organi analoghi per le magistrature speciali - è un organo composto da membri eletti dagli stessi magistrati (e magistrati loro stessi) e da altri di nomina politica. Cioè un organo pensato al solo fine di garantire l'indipendenza degli stessi magistrati (cosa non disprezzabile beninteso) ma è assolutamente non idoneo a rispondere alla colletività in termini di efficacia ed efficienza e per giunta è un organo anche di rango costituzionale (con la conseguente rigidità per la sua riforma). Vuoi perché in quel settore il "grado di soddisfazione dell'utente" è mediato dall'avvocato difensore. Ma proprio in questo settore si annidano notevoli inefficienze. Pertanto, il rapporto tra "direttiva" del magistrato e "gestione" del dirigente è forse ancor più vincolato, negativamente, che in altri settori da un rapporto esclusivamente fiduciario. Sandulli in un saggio, 40 anni fa, voleva demandare la gestione della P.A. ad una sorta di organo collegiale. Ci stiamo arrivando oggi ma temo con le solite italiche e incongruenze.
  9. Fabio Pancrazi Rispondi
    Buongiorno, mi chiamo Fabio Pancrazi, sono geometra e faccio il vigile urbano nel comune di Sansepolcro in provincia di Arezzo (soldato semplice). A marzo compirò 53 anni ed ho più di 30 anni di contribuzione. Con le attuali regole (salvo peggioramenti in vista) andrò in pensione a 62 anni e con 40 anni di contributi. Molti miei coetanei sono già in pensione grazie ad anni di mobilità, prepensionamenti nelle ditte private, esuberi nelle banche, ecc. Praticamente si mettono a carico della collettività quei lavoratori con vecchi buoni stipendi e si sostituiscono con giovani precari da pagare poco. Sono questi, secondo me, i veri “dipendenti pubblici” nullafacenti. Per non parlare delle imprese edili che lavorano esclusivamente per la Soprintendenza, le grandi aziende agrarie a carico dell’Unione Europea, i dipendenti ben pagati dei carrozzoni creati con la gestione degli acquedotti venduta alle multinazionali e tutti i dirigenti e dipendenti che dobbiamo pagare con i servizi tariffati, con le bollette di casa. Sono tutti alle dipendenze pubbliche, sono più costosi e, a volte, più fannulloni del sottoscritto. Troppo facile cercare un consenso populista tipo: la rovina dell’Italia sono i vigili urbani, i cantonieri e gli impiegati dell’anagrafe. A loro dobbiamo valutarli. Ma da chi? Dai politici? Nel mio comune, recentemente passato dal centrosinistra al centrodestra, prima i dipendenti “meritevoli” erano di sinistra ed ora lo stanno diventando quelli di destra. Restano sempre meritevoli con ogni schieramento gli iscritti ad associazioni trasversali. E molti non sanno declinare il gerundio di un verbo! Prof. Ichino, mi dica sinceramente, senza temere l’allontanamento dai giornali e dalla televisione per demerito: non pensa che l’eventuale Authority NON debba chiamarsi “Authority sull’impiego pubblico” MA “Authority sulla Pubblica Amministrazione”?
    • La redazione Rispondi
      Sul nome dell'Authority si può ovviamente discutere; ma, altrettanto ovviamente, non è questa la questione cruciale. Quanto Lei scrive conferma, invece, che, dove non è possibile assoggettare un servizio pubblico al controllo del mercato, in una situazione in cui il management è troppo permeabilie alle pressioni della politica, occorre un organismo indipendente che valuti efficienza e produttività, che incentivi e in qualche misura costringa il management a fare il proprio dovere. E occorre anche dare voce in capitolo agli utenti, alla cittadinanza: poiché non si dà loro l'opzione exit, occorre dare loro almeno l'opzione voice. p.i.
  10. Inkazzatanera Rispondi
    Gent.Prof. Ichino, ho letto il suo libro e la sua proposta è coraggiosa. Lei ha tutta la mia stima per il solo fatto di aver osato rompere "il muro del silenzio" che protegge l'argomento.Sono una delle centinaia di migliaia di precari che lavora in un'azienda pubblica fortemente sindacalizzata, vi lavoro da quasi tre anni con vari tipi di contratto. Stando in quel posto di lassisti, depressi, frustrati, invidiosi e nullafacenti ho capito tante cose: fare concorsi pubblici senza una raccomandazione è inutile...l'iscrizione ad un forte sindacato è obbligatoria per poter andare avanti. Non faccio altro che chiedermi perchè io, con una carriera scolastica brillante, una laurea presa con il max dei voti ed un master alle spalle, debba, ogni giorno, essere guardata come una povera illusa senza speranze da ignoranti con la terza media che prendono il triplo del mio stipendio, che hanno almeno un altro lavoro, e che chiamarli fankazzisti è un eufemismo. Me lo dica lei!Perchè?questa gente è un insulto a tutti quelli che un lavoro non ce l'hanno!e hanno pure il coraggio di lamentarsi!il governo dovrebbe vergognarsi di continuare a proteggere e a tutelare questi parassiti!
  11. Marco Dominici Rispondi
    Chi scrive è un italiano di quasi 35 anni non acora inserito nel lavoro in maniera permanente perchè non ha mai chiesto niente a nessuno credendo che la Volontà fosse più forte delle raccomandazioni: mi sbagliavo perchè vivo nella terra più corrotta d’Europa. Il sottoscritto ha partecipato a decine di concorsi pubblici, da vigile urbano ad assistente/istruttore amministrativo in Comuni, Provincie e Regioni…, anche nel settore scuola, accorgendosi che il 90% di questi concorsi sono truccati (Il restante 10% è per il personale interno). Persino la ditta che si occupa dei rifiuti nella mia città è un baluardo di raccomandazioni:si lavora le poche ore, non si fa quasi nulla e siamo siciìuri perchè gestita dal Comune. Ma è privata? No perchè è come le Ferrovie o le Poste cioè falsa privatizzazione con a capo lo Stato e quindi la corsa in questi settori occupazionali è d'obbligo. Ho deciso dunque di non perdere più tempo con un “Pubblico Servizio” corrotto e manipolato, con sindacati che decidono chi inserire nei posti di lavoro migliori ovviamente (e poi parlano di antirazzismo militante). Cosa possiamo dare ai nostri figli se l'Italia continua a basarsi su falsi concorsi, raccomandazioni, nepotismi e quant'altro?... Quanti licenziamenti per scarso rendimento si registrano nella pubblica amministrazione, nei reparti statali? Nessuno! Questo dice tutto e non c'è commento alcuno di fronte a "lavoratori" che sanno benissimo, qualunque cosa accada che lo stipendio lo avranno sempre.
  12. Giovanni Scolari Rispondi
    Trovo più che ragionevole la proposta del prof.Ichino. Aggiungo anche che non mi scandalizza neppure l'idea che un lavoratore statale venga licenziato, con gli opportuni ammortizzatori sociali, quando risulti in sovrannumero rispetto alle esigenze dell'ente presso cui lavora. Lo dico io che sono un insegnante. Tuttavia, il vero problema è l'ingessatura del mercato del lavoro in Italia per alcune categorie, come la mia. A Brescia, infatti, come in altre città produttive italiane, i laureati in materie umanistiche vengono considerati assolutamente inadeguati per svolgere lavori nel privato. Prima di essere assunto in ruolo, ho provato a sondare il mercato del lavoro, ma il solo titolo di studio mi faceva automaticamente scartare da tutte le aziende. Che i laureati in lettere godano di una bassa considerazione mi venne confermato da esperti del settore con cui ho parlato. Alla licenziabilità di molte persone, devo, perciò, necessariamente seguire una reale riforma del mercato del lavoro.
  13. CausticoItaliano Rispondi
    X Anonimo Pugliese... Condivido! La chiarezza comunque avviene tramite l'impegno; il nullafacente lo si vede e lo si capta, anche chi arriva dall'esterno per un semplice servizio: è tutto chiarissimo, basterebbe usare quegli stessi metodi investigativi che vengono usati per aspetti inutili. Ho lavorato in provincia (naturalmente hanno scelto di non riconvalidarmi la supplenza per garantire un pacco sindacale). Tutto è chiaro e lampante, basta volere, ma al sistema evidentemente va bene così cioè garantire nullafacenti e punire chi lavora. ...
  14. Anonimo Pugliese Rispondi
    Alcune esperienze vissute in prima persona all’interno di un ente pubblico di ricerca. Giovane laureato, ho iniziato in amministrazione con un capo che – giuro – non sapeva ricavare imponibile e l’IVA dal totale di una fattura né utilizzare un pc o un terminale e che era in quella posizione solo per meriti di militanza politico-sindacale. Da cotanta scienza non ho imparato molto, né sono mai stato oggetto non dico di un piano preciso, ma nemmeno di una vaga idea di formazione e di sviluppo professionale. Successivamente, ho fatto parte di una struttura interna dedicata al trasferimento tecnologico, il cui capo ha affidato man mano le attività a fornitori esterni, relegando loro malgrado noi interni a nullafacenti. Sono tornato all’attività amministrativa, avviando da zero una sede periferica di 50-60 persone, occupandomi del bilancio e delle procedure d’acquisto di ogni tipo (forniture, servizi, lavori di ogni importo), svolgendo insieme incombenze quotidiane e un’intensa attività di autoformazione: mentre questo impegno stava dando i suoi frutti, arriva un collega trasferito da noi per sue esigenze personali che – complici alcuni alti papaveri - mi scippa le procedure ad evidenza pubblica, ossia quelle più complicate e qualificanti, la cui conoscenza e il cui avvio mi erano costati i maggiori sacrifici. In conclusione, evidenziato che il tratto comune alle tre situazioni descritte è la presenza ingombrante e predominante delle clientele politico-affaristiche, dico che andrebbe benissimo perseguire i nullafacenti ma solo in un quadro di assoluta trasparenza e certezza di ruoli e responsabilità su tutto il resto, perché sarebbe aggiungere danno a beffa se chi, già penalizzato da quelle clientele, venisse definitivamente colpito da regole dettate direttamente o indirettamente da quella stessa classe politica che le clientele ha creato, alimentato e sfruttato, pretendendo adesso di ergersi a severo giudice delle sue stesse vittime.
  15. Caustico Italiano Rispondi
    In risposta a: "Cicredoancora". "Queste RSU ,gran difensori dei diritti propri a discapito di quelli altrui ,creano continui disservizi, intralciano il buon andamento della p.a., mortificano la motivazione professionale nei più giovani e soprattutto prendono in giro chi lavora con coscienza e con un senso di responsabilità inteso più come VALORE che come obbligo contrattuale " Quoto in parte qullo che scrive,ma vorrei porle un quesito se possibile: come fa a funzionare un organico quando l'un l'altro si coprono a vicenda in stile camorra, dove anche se non faccio nulla non vengo minimamente toccato da niente e da nessuno e lo stipendio lo ricevo ugualmente fino alla pensione? E' solo colpa delle RSU oppure è colpa di una struttura oramai obsoleta che sicuramente è servita a molti per garantirsi una vita di dolce far niente ed una pensione d'oro.
  16. Bruno Rispondi
    Come dipendente pubblico giudico queste proposte folli e inaccettabili. Folli perchè denotano l'incapacità dei dirigenti di "stanare gli eventuali nullafacenti" e inaccettabili perchè all'incapacità di stanare queste sacche (che vanno stanate) fa riscontro l'ingente MASSA DI RISORSE ECONOMICHE che si chiamano aiuti di Stato (l'elenco è impressionante per quantità e qualità) dati ai "privati" (imprese)che la Corte di Giustizia ha dichiarato illegali e da restituire e (mai restituite) che inducono a ritenere il motto "privatizzare e licenziare è bello" e "pubblico al macero", una solenne DEVIAZIONE DI ATTENZIONE, diciamo una distrazione opportuna per evitare di guardare in casa d'altri. Guardiamo pure dentro il pubblico ma poi pubblichiamo un bell'elenco di quelli che i soldi pubblici non li hanno ancora restituiti..e son dolori.... Reputo sacro e inviolabile il saggio e prudente utilizzo delle risorse pubbliche. A queste fonti ci si disseta quando ci sono reali necessità non per lasciare il rubinetto aperto a tutti. Guardiamo agli sprechi e senza remore e se mai utilizziamo i dipendenti pubblici dove servono (ci sono musei ove i vigilanti accumulano ore e ore di riposi non goduti perchè non hanno sostituzioni ecc.) e altri che fanno i controlli fiscali (con mezzi propri e aggiornamento a loro carico) ecc. e poi ci sono quelli che "aprono i rubinetti" e consumamo tanta acqua, ma tanta...un fiume e non sono certo quelli a reddito fisso.
  17. cicredoancora Rispondi
    Ben vengano le proposte del professor Ichino,tanto contestate dai sindacati..perchè troppo spesso i veri nullafacenti (mi riferisco al settore scuola e in particolare alla mia scuola) sono proprio alcuni rappresentanti sindacali che , una volta eletti, non indugiano a fare valere il proprio diritto di assentarsi ripetutamente(ovviamente anche giustificato da qualche medico fin troppo compiacente) cui corrisponde il duplice dovere di chi è sempre presente, che oltre ad adempiere ai propri obblighi di servizio è anche tenuto a sostituirlo fino a 5 giorni di assenza (situazione difficile da gestire soprattutto nelle scuole primarie dove non sono previste nè uscite anticipate o entrate tardive dei bambini in caso di assenza dei docenti).Queste RSU ,gran difensori dei diritti propri a discapito di quelli altrui ,creano continui disservizi, intralciano il buon andamento della p.a., mortificano la motivazione professionale nei più giovani e soprattutto prendono in giro chi lavora con coscienza e con un senso di responsabilità inteso più come VALORE che come obbligo contrattuale . I dirigenti scolastici spesso non prendono posizione perchè temono contenziosi coi sindacati che si sono ridotti, consentitemelo, ad una sorta di cupola che protegge solo i suoi affiliati per garantirsi voti futuri....e allora W il prof Ichino e … ricordiamoci che il cosiddetto corpo docente non è una sorta di "massoneria" dove si coprono le inadempienze di chi scredita l'intera categoria, impariamo a reagire dall'interno del sistema scolastico isolando i nullafacenti ( che non meritano nemmeno di essere definiti “colleghi”) , ritiriamo le tessere sindacali , se necessario, e soprattutto ritornino gli ispettori scolastici, quelli che interrogavano gli alunni e leggevano i loro elaborati;nella scuola non servono monitoraggi e statistiche ma ispettori che controllino la formazione , le competenze e l'efficienza degli insegnanti!
  18. Caustico Italiano Rispondi
    "Arrivano i primi dettagli e le prime indiscrezioni sulla Finanziaria. La manovra è confermata a 30 miliardi, di cui 15 per lo sviluppo e conterrà una limatura del 6% della spesa della P.A., in particolare sulle quote relative ai consumi intermedi.Giro di vite poi sulle assunzioni nel pubblico impiego: per il 2007, il fondo viene ridotto a 25 milioni e una quota di esso pari al 20% verrà destinato alla stabilizzazione del personale con contratto a tempo determinato da almeno tre anni. Andrà, molto probabilmente, in “pensione” l’Inps e al suo posto arriverà l’Inpu, l'Istituto previdenziale unificato dei lavoratori pubblici e privati. Intanto, dopo un incontro con il premier Prodi, i sindacatidella scuola hanno minacciato lo sciopero generale." Questo articolo è stato tratto da un post di del portale Libero: in poche parole i dipendenti pubblici che hanno distrutto l'italia con le loro incompetenze giornaliere in tutti gli ambiti, sia scolastico che p.a...etc saranno in questo modo ancora più stabilizzati. Ovviamente per l'unificazioni delle pensioni in un unico organismo dove non esista pubblico e privato non va bene altrimenti gli statali riuberebbero di meno...Quindi gli insegnanti come sempre scioperano, lo fanno da una vita e continuano ancora invece di pensare a lavorare seriamente. Questa è l'Italia dove andava bene qualche anno fa quando uno statale con 20 anni di nullafacente andava regolarmente in pensione. I dipendenti nelle ditte private invece che producono reddito (non come gli statali che sono solo spesa per lo Stato) sono trattati come sottospecie di lavoratori, mentre l'economia va avanti solo grazie al privato. Il pubblico in Italia è solo spesa folle ed ancora si da la possibilità ai nullafacenti di scioperare e chiedere diritti inutili!
  19. Marcus Toretto Rispondi
    Proprio questa sera striscia la notizia ha fatto vedere come in un Ospedale di napoli ci siano decine di medici pagati 2500,00 euro al mese per non fare nulla e giocare tutta la mattina al computer facendo solitari e chattando comodamente a spese dello Stato. Questi nullafacenti sono al pari dei mafiosi, solamente vengono stipendiati con le tasse di noi cittadini. A Napoli non si trova lavoro, ma questi criminali continuano a fare i loro porci comodi senza che accada nulla, con sprechi pubblici immensi e poi lo Stato bnon crea occupazione per chi ne ha bisogno... Vorrei chiedere a tutti voi quanto potremmo sopportare il ladricionio di miliardi di euro da parte dimedici,pubbliche amministrazioni, insegnanti...ecc quando non passano nemmeno medicinali indispensabili alla saluto e visiste mediche fondamentali? Quanto ancora una categoria di lavoratori potrà godere di una illicenziabilità legale? Ecco perchè per lavorare in Italia le regle sono: raccomandazioni,nepostismi e mafia statale. Una vergogna di fronte all'Europa intera!
  20. Dominik Rispondi
    La illicenziabilità da una vita nel settore pubblico è nota a tutti.Nei Comuni non viene mai licenziato nessuno,nemmeno la vigilessa che durante l'orario lavorativo viene vista dai colleghi con altro collega a fare tutto tranne che il suo mestiere.Gli impiegati nullafacenti che sbagliano ripetutamente documenti,gli amministrativi che si permettono addirittura di offendere quando un cittadino pretende che gli atti siano redatti giustamente,non vengono minimamente ripresi da alcun organo competente ed il cittadino è l'unico a rimetterci. Nella scuola,professori nullafacenti e incompetenti non sono licenziabili; nel mio Liceo negli anni 80 per due professori (Matematica & Filosofia) facevamo sciopero bianco giornalmente,con presenza a scuola,protestando in continuazione. Per 5 anni la protesta è andata avanti sostenendo che non si poteva avere una Prof. di filosofia che mortificava la stessa materia e una di matematica che non sapeva le tabelline o le semplici equazioni di primo grado. Ovviamente queste due nullafacenti perlopiù sempre malate e in mutua sono arrivate alla loro bella pensione statale. La storia con mio figlio non è cambiata ne alla ne alle elementari e tantomeno alle medie che oggi stà frequentando. L'altro giorno mi sono recato all'ufficio delle entrate della mia città: la maggior parte dei cittadini presenti erano furiosi per l'incompetenza e l'assenteismo di tutto uno staff; il commento di un signore è stato il seguente: "mia figlia guadagna meno di questi nullafacenti e lavora a tempo determinato da una vita". Nel Comune della mia città è stato bandito un Concorso per Vigile urbano al quale hanno partecipato in migliaia,proprio per la mancanza di occupazione oramai globale i giovani e meno giovani concorrono a qualunque cosa; ho partecipato anche io e ho notato che vi era presente una categoria di cittadini dai 20 ai 55 anni! Ovviamente tale concorso è stato vinto dal figlio di una impiegata del Comune...
  21. Marita la Rosa Rispondi
    Condivido la posizione del prof. Ichino in quanto consente di centrare l'attenzione sul potere datoriale e quindi a far emergere le mille storture presenti nella gestione del personale delle ppaa. Una diquesta si può chiamare sindacalizzazione del settore pubblico che è avvenuta attraverso la contrattualizzazione del rapporto di lavoro, data la debolezza della dirigenza e l'insensibilità della classe politica. E' utile pertanto mettere in gioco parametri di efficienza e di efficacia. Raffrontare uffici, strutture e sedi e legare la parte accessoria della retribuzione e il risultato della dirigenza alla produttività. Dall'altro lato però occore prevedere delle norme che evitino la commistione tra sindacati e amministrazione e rafforzino la dirigenza. E' noto infatti che il presidente e i componenti dell'Aran vengono espressi dalle oo.ss. Così i direttori del personale delle amministrazioni. Propongo delle norme di incompatibilità per chi ricopre l'incarico di dirgente del personale (nei 5 anni precedenti e nei 5 anni successivi) e per i dirigenti dell'Aran. Troppe le norme a favore dei sindacati nei contratti collettivi, anche illegittime, che generano contenzioso e incertezza oltre che ad una cattiva gestione. Basti vedere i contratti della Ricerca, Ministeri o ultimo dell'Enac. Chiediamo delle norme in finanziaria o nel ddl Nicolais a favore delle ppaa. Marita La Rosa
  22. michele Rispondi
    In Italia esiste il problema di un abnorme debito pubblico, determinato, almeno in una certa parte, dall'esborso che lo Stato sostiene anche per erogare stipendi, salari e quant'altro ai pubblici dipendenti, impiegati prevalentemente in servizi che dovrebbero manifestarsi direttamente o indirettamente come utili al cittadino. Questo stato di cose agevola l'operazione di addebitare al nullafacentismo esteso di costoro parte dei guai non solo finanziari che l'Italia presenta. Anche su LaVoce alcuni assumono questa ipotesi come un postulato (addiritttura qualcuno ci dice - bontà sua - che il 50% degli addetti non si reca al lavoro ogni giorno!); altri, fortunatamente, inquadrano la questione della produttività individuale e di sistema in quadri più complessi e, beninteso, non resi tali solo dal fatto di poter o non poter facilmente applicare "sanzioni punitive", come se queste fossero salvifiche! Aldilà degli aspetti disciplinari invocati che, in assenza di dati, non si sa neppure quanti addetti potrebbero riguardare, si arriva finalmente a parlare di sistemi organizzativi, motivazionali, di incentivi e disincentivi individuali e di gruppo ecc. La sanzione, se necessaria, torna a far parte di un contesto generale rispetto al quale bisognerebbe, anche, valutarne l'efficacia e l'economicità. Paradossalmente se la quota dei nullafacenti fosse così alta, le performance del nostro sistema sanitario, migliore di altri,sarebbero conseguentemente attribuibili a una minoranza con altissima motivazione e spirito di sacrificio e, quindi, vivremmo in un mondo nel quale, per estensione, solo pochi eroi stakanovisti fanno funzionare la PA. Per favore! se ci sono dati credibili, pubblichiamoli oppure procuriamoli e analizziamo concretamente realtà che, evidentemente , non hanno assolutamente come principale problema funzionale il nullafacentismo di alcuni, ma quello di trovare mediazioni innovative efficaci tra organizzazioni formali e informali. Michele Casiraghi CGIL Scuola
    • La redazione Rispondi
      Concordo sul punto che il sistema sanitario italiano, soprattutto al Centro-Nord, presenta ampie zone di eccellenza e un grado di qualità medio niente affatto disprezzabile; ma i nullafacenti oggi di fatto illicenziabili ci sono anche lì (una traccia specifica ne compare anche in questo dibattito: v. l'intervento di F.L. del 13 settembre); e almeno il dato della attuale illicenziabilità di fatto lo abbiamo: nessun licenziamento per scarso rendimento negli ultimi dieci anni. Concordo sul punto che l'attivazione dei licenziamenti nei casi più gravi - facilmente individuabili - ha senso soltanto nel quadro di una iniziativa generale di rifondazione del sistema degli incentivi a tutti i livelli della p.a. Concordo anche sulla necessità di evitare assurde generalizzazioni, in riferimento alla (pur complessivamente molto grave) situazione attuale; ma sottolineo che la proposta qui in discussione mira proprio a liberare i dipendenti pubblici dallo stigma di inefficienza che indistintamente (e quindi ingiustamente) oggi li colpisce. Aggiungo che la responsabilità maggiore della generalizzazione indebita è imputabile proprio ai sindacati del settore pubblico che hanno sempre perseguito una politica di appiattimento dei trattamenti, invece di impegnarsi nella difficile impresa della costruzione di un sistema capace di distinguere tra meritevoli e no.
  23. Paolo Rispondi
    Lavoro anch'io in una pubblica amministrazione (una scuola provinciale per la precisione). Da anni si parla di affidare diversi servizi (portineria, pulizie etc..) direttamente a privati (tipo le cooperative, come è già stato afft in molti casi), ma le resistenze sindacali lo impediscono. Il problema credo sia, comunque, abbastanza complesso. In Italia (comprese - è risaputo - le università e gli ospedali) esiste un problema 'storico' riguardante la qualificazione e le responsabilità dei singoli dipendenti. Inoltre si ricordano sempre le disparità di trattamento (normative, di welfare e simili) tra dipendenti pubblici e del settore privato (il che crea, tra il resto, delle distorsioni sul merfcato del lavoro). Inoltre si sostiene che il ricorso ai privati per diversi serviziinserisce elementi di concorrenza, che portano innovazione e sviluppo. In alcuni casi si verificano dei ricorsi quasi sorprendenti di ricorso a servizi privati: spesso diversi enti pubblici appaltano servizi di sorveglianza a ditte private (senza utilizzare nemmeno dei vigli urbani); anni fa un comune dell'Italia centrale si era rivolta ad una società svizzera specializzata per recuperare l'evasione dell'ICI (invece che alla guardia di finanza) etcc.. Trovare il giusto mix tra pubblico e privato, tra stato e mercato è comunque un bel problema.. Spesso i privati (specie le organizzazioni c.d. 'for profit') riducono la qualità dei servizi per ridurre i costi e aumentare i profitti (tale pratica si sta, comunque, diffondendo nelle pubbliche amministrazioni, ad esempio quelle sanitarie). Ci sono dei fallimenti noti e abbastanza clamorosi di privatizzazioni che non hanno portato (ricordo principalmente il caso della Sanità britannica). Probabilmente questi problemi vanno affrontati in modo più complessivo, ripensando sia la qualificazione, selezione e responsabilizzazione dei dipendenti che dando una serie di premi ed incentivi per l'innovazione, efficienza etc.
  24. Maria Scarpetta Clavarino Rispondi
    Caro Prof. Ichino, viene spesso contrapposto il settore pubblico a quello privato, indicando quest’ultimo come un terreno piu’ fertile alle innovazioni. Tuttavia anche nel settore privato esistono il nepotismo e la difficoltà a licenziare gli inetti. Gli strumenti di valutazione possono senz’altro porre rimendio a questi problemi, ma non è questo il loro primo scopo. Il loro primo scopo è quello di chiarire quali sono i risultati che ciascuno deve ottenere nel proprio ruolo, e di incentivare ciascuno nella propria sfera di attività, integrata con l’attività globale dell’azienda. Oggi le aziende che si avvalgono di strumenti di valutazione sono molte, ma questo strumento diventa efficace soltanto se fondato su obiettivi attribuiti a ciascuno e a tutti, dai vertici alla base, con un buon ritmo di scadenze. Un valido sistema di valutazione è finalizzato: 1.1) a premiare chi raggiunge gli obiettivi, 2.1) a cercare i rimedi per sostenere chi li ha mancati , 2.2) a penalizzare chi - nonostante tutto - continua a mancarli. Questo sistema, se bene applicato, contribuisce a mantenere viva la motivazione di chi lavora. Nessun sistema, lo sappiamo, esclude i danni della mala fede. Pero’ l’ottimismo puo’ essere contagioso e incentivare chi altrimenti tende a cadere nel giro vizioso della mancanza di autostima e del disfattismo. Spero che i Suoi interventi coraggiosi e stimolanti vengano accolti, con l’obiettivo di rendere l’ambiente della Pubblica Amministrazione piu’ dinamico e piu’ attraente per chi è motivato al lavoro. Perderebbe cosi’ la leggendaria caratteristica di alloggiare come una “botte di ferro” i nullafacenti. Maria Clavarino
    • La redazione Rispondi
      Le sue sono osservazioni utili e del tutto condivisibili. Il problema drammatico del nostro settore pubblico è che molti dei suoi comparti hanno vegetato finora senza alcuna "tensione" produttiva, alcuno stimolo etico e culturale, alcun incentivo materiale. Come si misura il raggiungimento degli obbiettivi stabiliti, se nessun obbiettivo è mai stato stabilito e la tolleranza verso i nullafacenti è stata dovunque generalizzata? Licenziare in almeno una parte dei casi in cui la colpa individuale è grave e facilmente individuabile è necessario, nel momento in cui si decide di voltar pagina, per un motivo essenzialmente etico-culturale (e gli strumenti oggi esistenti di fatto non lo consentono: v. la mia risposta al prof. Mattarella); ma il voltar pagina implica che contestualmente si attivi efficacemente un sistema nuovo di incentivi economici e motivazioni positive.
  25. A. Lorica Rispondi
    Gent. Prof. Ichino. Leggo con piacere che finalmente si discquisisce su un tema a me particolamente caro. Sono anni che, nei confronti politici ed economici ai quali prendo parte, sostengo la tesi che l'apparato burocratico dello stato è un colabrodo fatto da persone che "percepiscono" stipendi (in alcuni casi anche alti) senza fornire una contropartita allo stato (ad esempio svolgere la propria mansione). L'unico dubbio che mi è sempre venuto è il seguente: ma come facciamo a misurare qualcosa che nemmeno i numeri immaginari riuscirebbero a rappresentare... Sarebbe sufficiente prendere le presenze sul posto di lavoro di queste persone per avere il primo degli indicatori al di sotto di ogni soglia ragionevole. Diamo per scontate che queste persone si presentino al lavor almento il 50% delle volte, il problema e riuscire a determinare per quanto tempo svolgono le "mansioni" del loro impiego pubblico e per quanto tempo svolgono attività in proprio (veda il personale del ministero dell'agricoltura che vendeva su banchetti lungo i corridoi del ministero stesso). Supponiamo che queste persone dedichino il 50% della loro presenza a svolgere le mansioni per cui percepiscono stipendio statale. Questo implica che il 25% del loro tempo lo passano a fornire un servizio con un livello di qualità al di sotto della soglia della decenza. Morale della favola, l'utilizzo dell'ammortizatore socile "assunzioni statali" ha creato un "mostro" che ci toccherà mantenere fino all'entrata in pensione di tutti i "rimorchi" assunti negli ultimi 20 anni (il che significa per altri 20 anni). La mia domanda è: secondo Lei, è possibile trovare una soluzione alternativa per non bruciare altri 20 anni di tasse? Grazie. AL
    • La redazione Rispondi
      Che le cose stiano come sono descritte in questo commento in molti (certo, non tutti) i comparti del settore pubblico è provato dal fatto che nessuno, neppure nelle file dei sindacati della funzione pubblica, si azzarda a negarlo. E il dibattito in corso sta rendendo evidente l'insofferenza forte e diffusa nei confronti di questo stato di cose: da tre settimane stiamo discutendo del come fare per voltar pagina, essendo tutti d'accordo sulla gravità e l'urgenza del problema. Una proposta organica di intervento efficace, credibile in quanto capace di aggredire la questione da tutti i lati (ovviamente non solo da quello lato sensu disciplinare, qui in discussione), raccoglierebbe probabilmente un consenso largamente maggioritario nel Paese.
  26. Marco D'Egidio Rispondi
    Dare una valutazione di utilità di una specifica mansione, a mio parere, è il contrario di quello che si dovrebbe fare nei confronti dei nullafacenti, dei quali sono invece proprio l'impegno e la capacità a dover esser misurati, pur con tutte le difficoltà che ne derivano. In questo modo si degrada la proposta di licenziamento dei nullafacenti (perchè nullafacenti) a taglio dei dipendenti sulla base dell'utilità del singolo lavoro che svolgono, indipendentemente dall'impegno e dalla professionalità.
    • La redazione Rispondi
      L'utilità e l'impegno Secondo la proposta, le cose dovrebbero andare proprio come dice lei, poiché - § I.1.6 - nell'elenco a) dovrebbero essere inseriti solo dipendenti il cui indice di competenza professionale e impegno personale sia nullo o quasi (in questi casi, del resto, anche l'indice di utilità della prestazione è quasi sempre nullo).
  27. Pino Zerbetto Rispondi
    Trovo encomiabile e "rivoluzionaria" la proposta del Prof. Ichino. Non tanto e non solo perché volta a ridurre un fenomeno moralmente ed economicamente pernicioso per la collettività, quanto perché si basa su un criterio di giustizia distributiva (ripartire le risorse realmente esistenti) e non retributiva (ad ognuono secondo meriti e giustizia). Bel principio da enunciare quest'ultimo ma che inevitabilmente porta (con insopportabili corollari demagogici) a caste iperprotette a scapito dei più deboli. Personalmente sono convinto che, in generale, l'applicazione di logiche di giustizia distributiva sono la vera caratteristica delle nazioni più "adulte".
  28. Bernardo Giorgio Mattarella Rispondi
    La proposta di Pietro Ichino è, come sempre, coraggiosa e realistica nei presupposti anche se non – temo – in termini di fattibilità politica e amministrativa. Si tratta di un rimedio eccezionale a una situazione eccezionale, dovuta all’inefficienza di una significativa minoranza di dipendenti pubblici e all’inattuazione delle norme che ne prevedono il licenziamento. Proprio per questa natura eccezionale, forse il meccanismo previsto potrebbe essere a tempo (una sunset law): dopo alcuni anni, esso potrebbe aver consentito di espellere un numero rilevante di nullafacenti ed essere abbandonato, mentre il sistema di valutazione potrebbe sopravvivere. Il mio principale dubbio riguarda la logica ispiratrice dell’operazione ipotizzata: è un licenziamento sostanzialmente disciplinare, volto a punire chi non lavora (come suggeriscono il criterio di selezione, basato principalmente sull’inefficienza colpevole, e le garanzie procedimentali)? O una riduzione del personale, volta a ridurre i costi (come suggeriscono il criterio dell’utilità effettiva, il numero minimo di licenziamenti e il litisconsorzio)? A me sembra che la logica debba essere la prima: non perché la riduzione del personale sia da escludere nel settore pubblico (nel quale comunque è più problematica), ma perché mi pare che l’esigenza non sia di ridurre il numero dei dipendenti, ma di rimediare alla pigrizia di alcuni, magari per fare posto ad altri, più volenterosi. Ciò non vuol dire che si debba rinunciare al numero minimo e al litisconsorzio. Si tratta invece di portare il realismo alle estreme conseguenze: prendere atto del fatto notorio che una percentuale rilevante di dipendenti è totalmente inefficiente e stabilire che almeno alcuni di essi devono essere licenziati. In altri termini, dato che i “colpevoli” sono tanti, ci si può permettere di stabilire una percentuale, perché non si rischia di colpire chi non è colpevole. Correggerei il tiro, dunque, in ordine ai criteri di selezione dei licenziandi.
    • La redazione Rispondi
      Oggi il licenziamento disciplinare nel settore pubblico è ostacolato, anche nei casi di più macroscopico difetto colpevole di rendimento, da alcuni circoli viziosi paradossali: 1) poiché i casi di questo genere sono molto diffusi e sono stati tollerati per decenni, questa circostanza riduce la colpa imputabile al lavoratore, la quale - secondo i criteri poco rigorosi applicati da qualche giudice del lavoro - non può quindi essere sanzionata con il licenziamento; il che costringe l'a.p. a mantenere il comportamento lassista tenuto fin qui; 2) il principio di parità di trattamento impedisce di licenziare uno e non gli altri cento che si comportano allo stesso modo; ma da un primo occorre pur sempre incominciare; quel primo è quindi sempre protetto dal principio di parità di trattamento; quindi non si incomincia mai; 3) più è difficile il licenziamento disciplinare, più grave è lo stigma negativo che ne deriva per il lavoratore; quindi maggiore è la gravità effettiva della sanzione; quindi maggiore è la gravità della mancanza per la quale quella sanzione può essere irrogata; quando si arriva a una situazione - come quella attuale del nostro pubblico impiego - nella quale il licenziamento disciplinare è rarissimo, questo induce il giudice a considerarlo quasi come una pena di morte; quindi come una sanzione irrogabile quasi soltanto per l'omicidio premeditato (anzi, neppure per quello, perché siamo contrari alla condanna a morte anche nel caso del peggiore delinquente). E' proprio per rompere questi circoli viziosi che - a mio avviso - nel nostro settore pubblico è necessario combinare la tecnica del licenziamento collettivo con il criterio di scelta della "nullafacenza" imputabile al lavoratore (cioè un motivo che solitamente è addotto soltanto a sostegno di un licenziamento individuale). Sulla non contraddittorietà del motivo rispetto al provvedimento di natura collettiva rinvio alle risposte II.8 e II.9 nella scheda.
  29. ciro daniele Rispondi
    Ringrazio il prof. Ichino per le sue tempestive precisazioni e colgo anche l'occasione per scusarmi per l'irriverenza del riferimento a Churchill. Tuttavia vorrei sottolineare che il pericolo di contenzioso al quale mi riferivo nel mio commento precedente ha una natura ben diversa da quella risolvibile tramite un liticonsorzio. Infatti, gli OIV, per funzionare, devono necessariamente basarsi sulle dichiarazioni di dirigenti e colleghi dei nullafacenti che, per loro natura, si configurano essenzialmente come opinioni soggettive molto difficili da provare in giudizio. E' proprio questo l'anello debole della catena su cui ricadebbe una pioggia di denunce e querele. Se tuttavia nessuno fosse disposto a "testimoniare" di fronte ad un OIV, per il timore di dover rispondere di diffamazione o calunnia (a proprie spese), l'intera procedura fallirebbe miseramente. D'altra parte, mi sembrerebbe francamente eccessivo garantire ai testimoni la stessa "protezione" di cui godono, ad esempio, i vigili urbani in caso di contestazione di infrazioni al codice stradale non documentate da foto o altri elementi oggettivi. Inoltre, non sono convinto che un liticonsorzio impedirebbe ai nullafacenti di ricorrere a tutti i possibili gradi di giudizio, come mostra la recente esperienza calcistica, che ha visto coinvolti TAR, tribunali e Consiglio di Stato in vicende che avrebbe dovuto dirimere la sola giustizia sportiva. Rimango dell'idea che il problema della scarsa produttività abbia una natura più economica che giuridica e quindi possa essere risolto solo con strumenti "di mercato", anche se apprezzo moltissimo lo sforzo ed il coraggio del prof. Ichino nell'affrontare una questione così spinosa.
    • La redazione Rispondi
      Non ci si deve lasciare impressionare dal rischio della querela: le Procure della Repubblica di tutta Italia sono piene di querele molto opportunamente trascurate dai magistrati.
  30. Carlo Bertuccio Michelini Rispondi
    Gent. Prof. Ichino, un noto psicoterapeuta contemporaneo dichiara: “ è compito dell’insegnante saper valutare l’evoluzione – non solo cognitiva, ma anche adattativa, emotiva e relazionale – di un adolescente”. Superfluo aggiungere che, per tale psicoterapeuta, il bravo insegnante non si limita a dare dei 5 o dei 6 o dei 7 né a completare puntigliosamente il programma didattico prescrittogli dal Ministero. Al contrario, egli sa ascoltare e comunicare con gli adolescenti anche, e soprattutto, al di là delle materie insegnate. Esempio personale: pur diplomato con il massimo dei voti in un prestigioso liceo classico di una grande città del Nord Italia, devo riconoscere ( e, con me, la maggior parte dei miei ex-compagni di classe) di aver avuto insegnanti bravi soltanto a rispettare le incombenze quotidiane della didattica, ma assolutamente inadeguati sul piano dell’empatia, ossia sul piano della comunicazione e dell’ascolto. Le loro personalità erano quindi, direbbe ancora il noto psicoterapeuta, inadeguate al mestiere scelto. L’unico docente il cui ricordo non è ancora sbiadito è quello di un supplente del quarto anno che, dandoci ascolto e facendoci ragionare quotidianamente, riuscì a parlare ai nostri cuori di giovani adolescenti. Il problema è che questo insegnante non rispettava affatto i programmi ministeriali, anzi spesso li ignorava. Inoltre, aveva atteggiamenti particolari: ad esempio, non compilava i registri, fumava in classe, ecc. Insomma, era un eccentrico. Domanda:quante probabilità avrebbe avuto di non essere licenziato? Francamente, temo, nessuna. Ritorno al problema generale: non sarebbe meglio che chi opera nelle agenzie di servizi potesse essere in qualche modo valutato, non tanto da apposite commissioni giudicatrici esterne, quanto e soprattutto dagli utenti degli stessi servizi (per esempio, il professore dagli studenti, il medico dai pazienti, e così via..)?
    • La redazione Rispondi
      Nel § I.1.5 della proposta è previsto proprio questo: che l'OIV si avvalga, dove possibile, della valutazione degli utenti.
  31. Rosa Montenero Rispondi
    Nel testo si fa riferimento a chi esprime una produttività negativa. E' chiaro che non è necessariamente il caso dei nullafacenti, poichè si può trattare anche di lavoratori che ci mettono competenza e impegno. E i nullafacenti sono per definizione i "dipendenti che possono essere licenziati senza che l'efficienza della struttura ne soffra". Sul licenziamento di chi ruba o molesta sono comunque assolutamente d'accordo.
  32. Ciro daniele Rispondi
    Una commissione ed un sigaro non si negano a nessuno, diceva Churchill, e quindi non avrei nulla contro le OIV. Tuttavia potrei scommettere che le OIV finirebbero sepolte sotto un contenzioso giudiziario basato su denunce di mobbing e diffamazione da parte dei lavoratori dichiarati nullafacenti. E sono anche pronto a scomettere anche che le avvocature della PA (non essendo immuni da casi di nullafacenza) perderanno il 90% delle cause. Non sarebbe molto più semplice avviare un "mercato interno" dei dipendenti, consentendo ai dirigenti "cedere" ad un "ufficio di solidarietà" quelli ritenuti non adatti in cambio di fondi per incentivare i migliori? I fondi sarebbero finanziati dalla riduzione di premi, straordinari e indennità spettanti ai lavoratori spediti nell'"ufficio di solidarietà" (US). Ogni dirigente potrebbe usare i propri fondi anche per ripescare lavoratori finiti nell'US. In questo modo si risolverebbe rapidamente ed automaticamente anche il problema di eventuali errori di giudizio. Se un dirigente fosse troppo "critico" nei confronti del proprio personale, finirebbe semplicemente per non avene abbastanza per raggiungere i propri obiettivi e quindi potrebbe finire rapidamente nell'US a sua volta.
    • La redazione Rispondi
      Il meccanismo processuale del litisconsorzio necessario ha proprio lo scopo di evitare l'alluvione di procedimenti (v. risposte II.5 e II.6 nella scheda).
  33. F.L Rispondi
    Dopo 40 anni di lavoro nella P.A, questa proposta è la prima che mostra uno spiraglio, una possibilità di svolta morale prima ancora che organizzativa. Vorrei aggiungere tre casi di cui sono stato diretto testimone: -assistente medico di grande ospedale milanese; i pazienti lo sfuggono perché la voce della sua incompetenza nel suo campo si è diffusa; negli ultimi anni fa registrare mediamente da un quarto a un terzo di assenze sul totale dei giorni lavorativi; quando è al lavoro è spesso alterato dall'alcol, talvolta anche di mattina; -professoressa universitaria di materia giuridica; da 12 anni non ha una sola pubblicazione di rilievo; ogni anno all'inizio del corso chiede agli studenti se hanno domande, e poiché nessuno alza la mano, li congeda dicendo loro che è inutile tenere il corso e che se hanno problemi per la preparazione dell'esame le scrivano una mail; nell'orario di ricevimento il più delle volte è assente; -gruppo di dipendenti inutilizzato al ministero dei trasporti per eccesso di organico, che viene trasferito al ministero delle finanze, all'ufficio che gestisce l'imposta di bollo, dove manca personale; poiché qui i lavoratori trasferiti sono inutilizzabili per difetto di preparazione specifica e di qualsiasi loro disponibilità ad acquisirla, il direttore dell'ufficio d'accordo con il direttore generale, dispone informalmente che essi la mattina timbrino il cartellino, se ne vadano e tornino al pomeriggio a timbrare a fine orario; il sindacato accondiscende volentieri, a condizione che sia garantita la classifica di "ottimo" per tutti gli interessati. Un episodio emblematico di come l’incapacità di organizzazione efficiente della p.a. possa coniugarsi con l'incompetenza professionale e l'allegra disponibilità dei singoli al dolce far niente. Una domanda tecnica: nell'ultimo caso, secondo la sua proposta, gli impiegati possono considerarsi nullafacenti da elenco a), o devono considerarsi vittime incolpevoli di un difetto di organizzazione?
    • La redazione Rispondi
      Se nell'elenco a) devono essere inseriti tutti i nullafacenti che sono tali per totale incompetenza professionale, questo potrebbe forse bastare per inserirvi gli impiegati in questione; ma probabilmente in questo caso (se le cose stavano come descritto, e salvi i distinguo eventualmente necessari per casi singoli) sussisterebbe anche un elemento di vera e propria colpa, sotto il profilo del difetto di impegno: non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile che questi lavoratori si fossero mostrati - in blocco, senza eccezione alcuna! - incapaci di imparare a fare qualsiasi cosa di utile per l'attività del nuovo ufficio. Sovente l'inutilità totale della prestazione lavorativa nasca anche da comportamenti di non collaborazione, mirati proprio all'esito che qui si è verificato: cioè a indurre l'ufficio a rassegnarsi all'inerzia. Se ci fosse anche solo la possibilità, una eventualità non troppo remota, che un nucleo di valutazione intervenisse con un minimo di rigore, un caso di questo genere probabilmente non potrebbe verificarsi.
  34. Giovanni Carravetta Rispondi
    Caro prof. Ichino, operando da anni all'interno della P.A. devo ringraziarla per aver sollevato il problema dell'efficienza e dell'effiacia che, malgrado le leggi e i decreti emanati, resta a livelli allarmanti in tante sue parti. Per venire alla sua "provocazione", la domanda che le pongo è se ragionando della competitività delle imprese private nell'era della globalizzazione qualche studioso indicasse come primo problema quello dello scarso impegno produttivo dei lavoratori subordinati, cosa dovremmo pensare? Che decenni di ineffcienza e di sottogoverno abbiano compromesso la principale risorsa produttiva della P.A. rappresentata dal suo personale non ho il minimo dubbio. Che la soluzione sia quella di potere "finalmente" licenziare il pubblico dipendente è l'ultima cosa alla quale mi verrebbe in mente di pensare, anche perchè il forno che produce continuamente questo frutto perverso funziona sempre a pieno regime. E' come se per debellare un cancro ci accanissimo sulle forme più insidiose delle sue metastasi. Ragioniamo dunque correttamente delle risorse umane nella P.A.. Sono ancora validi i meccanismi di accesso tramite concorsi pubblici e le successive progressioni? La struttura organizzativa della P.A. è finalizzata al prodotto in modo efficiente ed efficace? Gli investimenti, a parte quelli tecnologici, per potenziare la principale risorsa che è quella umana sono in termini qualitativi e quantitativi all'altezza dei compiti? Mi riferisco alla formazione continua naturalmente. La struttura contrattuale e quindi la retribuzione dei dipendenti pubblici hanno il giusto rapporto con la produttività o sopravvive lo stipendio mensile di sempre? Grazie.
    • La redazione Rispondi
      Lei pone interrogativi cruciali. E ancora una volta va detto che il licenziamento del nullafacente non è la soluzione del problema dell'inefficienza della p.a. Esso però costituisce uno strumento di gestione cui non si può rinunciare del tutto, come si è fatto fin qui. Per stare alla sua metafora, non si debella il cancro rimuovendo le metastasi; ma le metastasi vanno pur sempre rimosse.
  35. armando croce Rispondi
    I nullafacenti nascono soprattutto da atti di clientelismo/nepotismo compiuti da parte dei dirigenti, dei sindacati e in generale comunque dal personale della pubblica amministrazione (politici compresi). Che interessi avrebbero gli stessi, quindi i membri dell'OIV, a licenziare chi loro stessi hanno assunto?
    • La redazione Rispondi
      L'attributo dell'"indipendenza", ovvero della "terzietà" fra la direzione dell'ente e il personale, costituisce caratteristica essenziale dell'OIV. Se riteniamo che essa non sia conseguibile, allora sono d'accordo con lei: si possono battere solo altre strade.
  36. silvio Rispondi
    Trovo la proposta del Prof Ichino si addentri in maniera errata in un problema che riguarda l'efficienza delle pubbliche amministrazioni. Prima di tutto, prof Ichino, non credo che si possa realmente quantificare/valutare, dando così una sorta di conformità all'efficienza, le prestazioni di persone, che a mio modesto giudizio, hanno una produttività marginalmente superiore ai nullafacenti in quanto, volenti o nolenti, i nullafacenti rientrano in quell'indice di comparazione che ognuno di noi usa, implicitamente, per giudicare-valutare se stesso dal punto di vista delle prestazioni lavorative. Io purtroppo, professore, credo che , lei involontariamente, stia dando risposta ad uno solo dei problemi che si insidia nelle amministrazionui pubbliche ovvero il licenziamento di personale totalmente improduttivo. Purtroppo però, in questo modo, legalizza un indice di produttività,al di sopra del quale, non si può essere licenziati. Sempre a mio modesto parere, suddetto indice, per motivi politici, culturali, e, perchè no, mancanza di una vera voglia lavorativa negli enti pubblici, si rischia che, lo stesso, si attesti a livelli totalmente inefficienti, come del resto lo sono adesso.
    • La redazione Rispondi
      Non c'è solo l'elenco a): c'è anche l'elenco b), dei dipendenti il cui impegno e/o rendimento sono ritenuti insufficienti e che per questo vengono esclusi dalla retribuzione incentivante.
  37. carmelo lo piccolo Rispondi
    Vorrei repilcare, se possibile, al Prof.Ichino in merito alla mia proposta di ripristinare il concorso pubblico come principale (anche se non esclusiva) via di assunzione dei dipendenti. La procedura concorsuale, lungi dal costituire una memoria del passato anacronistica e obsoleta, è quella che risponde meglio alla logica di mercato: nel concorso pubblico sono infatti assicurate sia la trasparenza e l'equità informativa (non si verificano infatti "asimmetrie informative tra i concorrenti, in quanto ognuno di loro accede alle informazioni tramite il bando di concorso) sia l'assenza di "barriere all'ingresso", in quanto è possibile la più estesa partecipazione possibile, naturalmente previa verifica dei "requisiti minimi" richiesti in relazione alle professionalità da impiegare. Vorrei inoltre far riflettere sul fatto che una politica del personale lasciata alla sola ed esclusiva discrezionalità del management non garantisce per niente nè efficacia ed efficienza, nè produttività: si moltiplicherebbe soltanto la ricerca di raccomandazioni, essendo a sua volta il management (sia pubblico, sia provato) esposto a precisi e pesanti condizonamenti che con la cultura dell'impresa e del mercato non hanno niente a che vedere. Basti a titolo esemplificativo citare il caso delle aziende pubbliche locali (assunzioni di figli e nipoti, di amici di politici e sindacalisti per chiamata diretta e senza nessuna selezione) e delle Università (dottorati di ricerca, incarichi e consulenze scientifiche assegnate in base alla vicinanza al "barone" più influente!). Un'ultima osservazione: l'introduzione di forme di "litisconsorzio necessario" trasformerebbe gli uffici pubblici in una terribile riproposizione del "Grande Fratello" di orwelliana memoria, favorendo non i più capaci e meritevoli, ma solo la delazione, il pettegolezzo e il mobbing, con risultati devastanti per l'assetto gestionale della Pubblica Amministrazione.
  38. Alfonso Pierantonio Rispondi
    Mi chiedo come tale proposta sia applicabile all'universita' ed in particolare alla docenza universitaria. Si liberebbero delle risorse economiche da utilizzare per i nostri post-doc che quasi sistematicamente sono costretti ad andare all'estero con enorme spreco di denaro pubblico (ogni dottorando costa mediamente sui 500 mila Euro).
  39. angelo Rispondi
    Sovrapporre strutture burocratiche ad una situazione già sovra-normata mi sembra controproducete, soprattutto se queste commissioni fossero composte di sindacalisti, che se ne servirebbero immediatamente ai propri fini. Contro i nullafacenti si applichino gli strumenti esistenti: visite fiscali, accertamenti seri su presunte invalidità, ecc. In generale ritengo che il problema delle P.A. sia piuttosto quello di una sua profonda ristrutturazione che comporti finalmente l'eliminazione di enti e procedure inutili (vogliamo parlare del PRA?) e una ridistribuzione del personale là dove effettivamente serve (giustizia, beni culturali...). Inviterei infatti a considerare anche che spesso in alcuni settori il personale non è troppo, ma al contrario assolutamente insufficiente o dequalificato. Un altro problema da segnalare è il fiorire di enti e aziende parastatali, para regionali, paracomunali, para..., dotate di C.d.A. presi dal sottobosco della politica e di personale reclutato senza concorso.
    • La redazione Rispondi
      Il problema è che il licenziamento disciplinare oggi è difficilissimo da attivare, per i motivi esposti nelle risposte II.1. e II.3, nella seconda parte della scheda: il quadro normativo è molto confuso, persino per quel che riguarda l'individuazione dell'organo competente a esercitare il potere disciplinare; il lassismo diffuso e radicato degli ultimi decenni costituisce argomento facilmente spendibile in giudizio ("perché licenziano proprio me, quanto tanti altri sono fannulloni quanto me? così si viola il principio di parità di trattamento!"); e se il licenziamento viene annullato con condanna dell'amministrazione al risarcimento del danno, il dirigente che ha irrogato il provvedimento è esposto al rischio dell'azione di rivalsa da parte dell'amministrazione stessa.
  40. Marco D'Egidio Rispondi
    Il motivo per cui il licenziamento dei nullafacenti è avvertito come impraticabile è essenzialmente politico, come ricorda il professor Ichino nella sua risposta a Franco Zannoner. Credo che "politico" sia inteso nel senso più riduttivo e meno nobile del termine, evitare di essere impopolari e di scomodare categorie ed elettori. Tuttavia ritengo sia possibile anche il significato più positivo, cioè la considerazione del problema non solo dal punto di vista tecnico (per il quale il licenziamento dei nullafacenti sarebbe assolutamente giusto), ma anche tenendo conto di equilibri eterogenei, bilanciamento di fattori ed interessi. Ciò significa pensare quanto concretamente gioverebbe alle finanze pubbliche tale soluzione, sia in prospettiva di un'indennità neppure modesta in vista di un successivo impiego, sia nel caso di prepensionamenti, e nell'ipotesi di costituzione di OIV. Quante effettive possibilità ha un licenziato, magari in tarda età, di reinserirsi in un mercato del lavoro frammentato e precario (fosse flessibile il problema non si porrebbe). Quali criteri oggettivi per giudicare della produttività di un dipendente, al di là dei casi palesi di chi sta a casa un giorno su due. Quali effetti sull'occupazione, soprattutto giovanile. Come sia possibile dare un immediato imprinting meritocratico alla p.a., evitando differenze di trattamento fra nullafacenti "protetti" dalle larghe spalle del nepotismo e nullafacenti non raccomandati. L'indipendenza dell'OIV non è sufficiente, se non si modificano i rapporti di forza nella p.a. e non si innesta una cultura dell'efficienza che passa attraverso la trasparenza. Infine, se sia la soluzione meno costosa in termini di bilanciamento dei diritti, se non sia prima meglio modificare ed ampliare la responsabilità dei dirigenti e introdurre il reddito variabile in base alla produttività, la cui imprecisione sarebbe comunque meglio tollerata che nel caso del licenziamento.
    • La redazione Rispondi
      Concordo: ci possono essere ottime ragioni politiche (di una politica intesa in senso alto) per non imboccare la via del licenziamento. Resto però convinto che una sia pur marginale riduzione del personale pubblico attuata mediante il licenziamento dei nullafacenti nei casi più evidenti di incompetenza e/o inadempimento doloso avrebbe un effetto molto utile per risollevare il morale dei più volonterosi. Quanto al costo dell'attivazione degli OIV, esso va valutato anche in riferimento al servizio utile che essi potrebbero dare per l'attivazione corretta degli incentivi economici.
  41. carmelo lo piccolo Rispondi
    Non credo che la proposta di istituire un ulteriore organismo di valutazione delle prestazioni nel pubblico impiego risolva la questione della "nullafacenza" nel pubblico impiego, anche perchè le ragioni della scarsa produttività della Pubblica Amministrazione sono di natura storico- culturali, sedimentate nel tempo e di non facile soluzione gestionale. E' da più di un decennio che il legislatore nazionale e quello locale hanno previsto meccanismi di "aziendalizzazione" degli uffici pubblici, istituendo tra l'altro apposite strutture di controllo di gestione e valutazione del personale, eppure il livello di efficienza/efficacia e di produttività della P.A. non ha registrato significativi miglioramenti. Il nodo principale da affrontare, a mio avviso, è un altro: occorre restituire dignità e prestigio ai lavoratori pubblici, rendere possibili sbocchi di carriera legati al merito effettivo e alla professionalità, prendere atto del completo fallimento della cosiddetta "separazione" tra politica e gestione, cosa del resto quasi impossibile da realizzare come dimostra la letteratura scientifica (da Max Weber in poi) sul tema. Bisogna reintrodurre il concorso pubblico come metodo ri ricerca e selezione dei migliori, garantendo ai lavoratori già assunti in qualifiche inferiori la possibilità (attenzione, non il diritto!) di accedere ai livelli dirigenziali, in modo da creare motivazione a migliorarsi, a prescindere da anizanità e titoli di studio, che da soli non sono sinonimo di accertata professionalità. Semmai bisognerebbe istituire un Organo che controlli l'effettiva imparzialità e trasparenza dei concorsi pubblici, impedendo qualsiasi possibilità di raccomandazioni: se uno vince un concorso perchè lo merita, è molto difficile che diventi un fannullone!
    • La redazione Rispondi
      Ho a mia volta qualche serio dubbio sulla bontà dello strumento del concorso per la scelta del dipendente, privato o pubblico che sia. Certo, per il pubblico lo impone la Costituzione; ma quante cose sono cambiate dal 1948! Forse anche la retorica del concorso pubblico ha contribuito ad alimentare l'ideologia dell'inamovibilità del pubblico dipendente. In un sistema in cui funzionassero bene gli incentivi per chi (dirigenti per primi) fa bene e le sanzioni per chi fa male, sarebbe forse meglio lasciare al management libertà di scelta delle persone da assumere.
  42. Luciano Rossilli Rispondi
    Tutte queste proposte hanno su di me lo stesso effetto delle sirene di Ulisse, sono a prima vista accativanti, ma nascondono, a mio modesto avviso, un'insidia non indifferente. Temo che potrebbe risultare inutile continuare a spendere energie nell'evoluzione giuridica di questa proposta, se prima non si risolve un enorme problema: l'ipotesi iniziale. Tutto questo farraginoso meccanismo ha come punto di partenza i criteri di valutazione, tramite i quali si deciderà chi rimane dentro e chi fuori. A mio modo di vedere, l'impasse sta nel fatto che non sono ancora stati formulati dei criteri realmente OGGETTIVI per la valutazione dei lavoratori. Proporrei, quindi, di concentrarsi per il momento su questo problema. CONDIZIONE NECESSARIA per poter inziare a parlare seriamente del problema è la formulazione di cretiri oggettivi e robusti per la valutazione. Lancio un piccolo sassolino con un esempio. Come si può valutare serenamente la produttività di un lavoratore del settore dei servizi? Spesso il valore aggiunto di questi settori non è di immediata misurazione, e allora, come può essere oggettiva e robusta la stima della produttività in questi settori?
    • La redazione Rispondi
      Sì: un problema cruciale, in linea generale, sta proprio lì ed è giusta la sollecitazione a impegnarsi prioritariamente su questo terreno (che offre, tra l'altro, occasione per un impegno multidisciplinare di competenze giuridiche, economiche, sociologiche e di teoria dell'organizzazione). Però sul terreno delle tecniche di valutazione non siamo all'anno zero: nel settore privato si applicano diffusamente metodi molto raffinati di valutazione analitica dell'efficienza, dell'efficacia, e largamente anche della produttività del lavoro individuale e di gruppo. Quando poi si tratta della categoria dei nullafacenti per totale difetto di impegno o incompetenza, il problema è sovente di facile soluzione, mediante l'applicazione di quello che oltre Manica è indicato come l'elephant test: "quando vedi un elefante, non hai bisogno di criteri raffinati di distinzione per affermare che si tratta di un elefante".
  43. francesco piccione Rispondi
    a me sembra che il limite concettuale della proposta del prof. ichino sia rappresentata dalla circostanza che i lavoratori "fannulloni" coprono un ruolo organico, per cui una volta licenziati ne dovranno essere assunti altri; senza alcun risparmio di spesa. se lo scopo della proposta è quello di ridurre le spese non funziona. se, nivece, lo scopo è quello di rendere più efficiente l'amministrazione basterebbe applicare le leggi che già esistono, come rileva lo stesso autore. poco vale l'obiezione che le leggi - sul punto - sono disapplicate perché non vi è alcuna certezza che il meccanismo previsto dal prof. ichino funzioni. si rischierebbe, quindi, di avere un'altra legge che non viene applicate e questo è un danno.
    • La redazione Rispondi
      a) Per definizione, il nullafacente è il dipendente che può essere licenziato senza che l’efficienza della struttura ne soffra, anche se non lo si sostituisce. b) Per definizione, il licenziamento per riduzione del personale è quello che non è seguito da sostituzioni nell’organico della struttura mediante nuove assunzioni. c) Altra cosa, rispetto alla sostituzione mediante nuova assunzione, è la sostituzione mediante trasferimento di un lavoratore da altro ufficio o reparto dove si verifichi sovrabbondanza di personale.
  44. Ulisse Rispondi
    Ritengo che la proposta, oltre ad essere auspicabile nella sua portata moralizzatrice, sia assolutamente praticabile da un punto di vista tecnico e formale. Tuttavia, per affrontare correttamente il problema dell’inefficienza della pubblica amministrazione, è necessario distinguere tra amministrazioni statali ed amministrazioni collegate alle autonomie locali (in queste ricomprendendo regioni, enti locali, ma anche aziende sanitarie e agenzie regionali). Infatti, la “causa” dell’esistenza del nullafacente e, soprattutto, le modalità del suo sradicamento non sono del tutto sovrapponibili nelle due distinte ipotesi. Per quanto riguarda l’inefficienza nelle amministrazioni di tipo locale si deve partire dalla constatazione (ad oggi incomprensibilmente glissata) del pieno fallimento della separazione tra politica e gestione progettata dal D.Lgs. 29/1993. Negli enti dove la distanza tra i due ambiti è molto più breve rispetto alle amministrazioni statali, il management (city manager, direttori generali di regioni, aziende sanitarie, etc.), al di là di ogni ipocrisia, anziché in un’auspicabile dialettica con gli organi di indirizzo politico, si trova con questi in un rapporto di assoluta sudditanza (con evidenti implicazioni anche sul piano delle relazioni industriali, data la frequente contiguità tra sindacato e politica). In questo contesto, dove le scelte gestionali (anche quelle di micro-organizzazione!) sono fortemente e platealmente condizionate dal potere politico, non è affatto detto che la scelta del nullafacente da licenziare non risulti oggetto di misteriose concertazioni. Mentre si attuano le sacrosante iniziative proposte dal prof. Ichino, allora, si dovrebbe intervenire anche per arginare i disastri di una falsa managerializzazione della pubblica amministrazione. Ma sarebbe così scandaloso ipotizzare che per diventare direttori generali di un comune o di un’azienda sanitaria si debba superare un concorso nazionale come quello per accedere alla magistratura?
    • La redazione Rispondi
      Concordo. Consegue da queste osservazioni che, se e quando il discorso venisse proposto anche al livello regionale e ai livelli inferiori delle amministrazioni locali la questione della garanzia di indipendenza e correttezza dell’OIV può porsi in modi parzialmente diversi. La proposta, così come è presentata qui, è comunque esplicitamente riferita all’amministrazione statale.
  45. ing. paolo bianco Rispondi
    ho letto con grande interesse la proposta. Poichè non sono un esperto (non sono nemmeno un dipendente, per la verità), mi sfuggono alcuni punti: 1) quali sono i modi con cui i componenti l'organo di valutazione, ove esso non esiste, vengono nominati, con quali requisiti e da chi? Non dovrebbe inoltre esserci un controllo sugli organismi di controllo? 2) perchè vengono redatti elenchi solo dei dipendenti con rendimento insufficiente? Questo significa che il lavoratore licenziato può indicare al suo posto solo uno degli altri "insufficienti", e che quindi i valutatori possono porre gli "amici" al riparo da qualsiasi rischio, perchè le valutazioni dei "promossi" non vengono rese note 3) quali sono i criteri con cui viene valutata quantitativamente la produttività? è possibile fare un esempio concreto, per esempio riguardante un dipendente che lavori in un ufficio tecnico comunale (non è il mio caso)? Questi criteri sono stabiliti autonomamente dall'organismo di valutazione? E se sì, come, a maggioranza o all'unanimità? 4) come si concilia questa valutazione con gli aspetti concorrenti della normativa sulla privacy? (per esempio, come stabilire se l'attività di invio di decine di email/telefonate al giorno sia produttiva, se non è possibile esaminare il contenuto delle stesse?) 5) lei parla di produttività negativa, includendo i reati commessi negli ultimi 5 anni; come conciliare questa scadenza con la lentezza del sistema giudiziario? Se si deve attendere la pronuncia della cassazione, è assai improbabile che vi sia qualcuno che rientri nella definizione. Se non la si attende, non diventa la legge incostituzionale? Infine, non c'è il rischio che qualche dipendente, per esempio preposto ad attività di controllo, il cui rigore (che è un pregio) genera numerose cause di ricorso, venga invece penalizzato come criminale? La ringrazio per l'attenzione (e per la proposta).
    • La redazione Rispondi
      1) I criteri di scelta dei membri dell’OIV dovrebbero essere, mutatisi mutandis, sostanzialmente gli stessi che presiedono alle nomine nelle authorities, coll’obbiettivo di ridurre al minimo il rischio di scorrettezze nel comportamento dei valutatori. 2) Secondo la proposta gli elenchi sono due, uno dei totalmente nullafacenti per difetto di impegno personale e/o di competenza professionale e uno degli altri dipendenti il cui rendimento è ritenuto scarso (o anche nullo, ma non per quel difetto). 3) Esempio concreto riferito all’ufficio tecnico: va nel primo elenco l’impiegato che viene al lavoro un giorno su due pur essendo sano come un pesce e che, quando viene, sovente timbra e scompare per occuparsi di suoi fiorenti affari privati; in una scuola: va nel primo elenco il professore di inglese che risulta conoscere male questa lingua, che da anni in classe parla prevalentemente di sport e svolge meno del 15% del programma e si ammala regolarmente il lunedì o il giorno in cui finiscono le ferie (oggi, se le famiglie protestano, questo professore viene tutt’al più trasferito in un altro istituto, dove egli continua tranquillamente a non insegnare). 4) Il diritto di riservatezza o privacy protegge la vita privata del lavoratore, non la sua attività di ufficio né in particolare l’uso da parte sua degli strumenti telematici affidatigli per lo svolgimento dei suoi compiti (ivi compresa la posta elettronica, che deve poter essere consultata, per ragioni di ufficio, in qualsiasi momento). 5) Il datore di lavoro privato ha il diritto di licenziare subito il dipendente che ruba in azienda, senza necessità di attendere la condanna definitiva in sede penale (salvo, ovviamente, l’onere a carico del datore stesso di dimostrare davanti al giudice del lavoro la fondatezza dell’accusa); in questo non c’è nulla di incostituzionale (perché mai dovrebbe potersi licenziare il lavoratore per un’assenza ingiustificata di una settimana, e non per una mancanza più grave costituente addirittura reato, commessa ai danni dell’azienda?); non si vede perché – se non per indebito lassismo questa regola non venga applicata anche nel settore pubblico.
  46. Paolo Porcaro Rispondi
    Tutto molto ragionevole, ma a mio modesto parere poggia su fondamenta periclitanti. La nomina degli OIV da chi dovrebbe essere fatta o avallata? Oltre al componente di nomina sindacale, non c'è altra indicazione specifica in merito... Temo, in ogni caso, che il referente ultimo degli OIV sarebbe la corrente politico-sindacale prevalente in quel luogo e momento, e questo, unitamente alla difficoltà - talvolta alla impossibilità - di individuare obiettivi di produzione altrettanto precisi che nelle aziende private, esporrebbe tali organismi al pericolo di diventare odiosi "centri di epurazione politica". Vedo inoltre molto difficile - se non nei casi più eclatanti - separare la "incapacità professionale" dalla oggettiva inefficienza organizzativa. E laddove si dovesse accertare la seconda, andrebbero licenziati i dirigenti? Ed a quel punto, chi proporrebbe il licenziamento dei dipendenti? Vedo, più che un pericolo di delazione "orizzontale", uno scaricabarile verticale dal dirigente incapace di gestire il personale (o semplicemente assente) alle ultime ruote del carro - intendendo quelle meno o per niente dotate di copertura politica...
    • La redazione Rispondi
      1) Rinvio alla risposta n. 1 all’ing. Paolo Bianco. 2) Nelle aziende private il buon valutatore è normalmente in grado di distinguere, con un buon grado di affidabilità, il caso dell’improduttività dovuta a incompetenza professionale o scarso impegno personale da quello dell’improduttività dovuta a difetto di organizzazione imputabile alla dirigenza; è disponibile abbondante letteratura in proposito. Certo, in questo secondo caso l’azienda privata che non licenzia il dirigente fallisce, ciò che non accade nel settore pubblico. Questo è il motivo per cui occorrono un OIV capace di individuare il dirigente totalmente incapace e un vincolo per l’amministrazione a licenziarlo. Si tratta ovviamente di un second best: sarebbe meglio un meccanismo concorrenziale, di mercato, che qui sovente non può operare.
  47. Franco Zannoner Rispondi
    La soluzione e' troppo complicata/costosa e non va alla radice del problema: sono i dirigenti che vanno licenziati (oppure va ridotto lo stipendio) se non raggiungono gli obbiettivi (tra quali c'e' anche quello di fare lavorare i sottoposti). Perche', invece non cercare metodi per introdurre la concorrenza a tutti i livelli della pubblica amministrazione?
    • La redazione Rispondi
      D’accordo sull’introdurre la concorrenza anche nel settore pubblico dovunque sia possibile compatibilmente con le peculiarità della funzione pubblica (v. la risposta a Paolo Porcaro). Più in generale, occorre innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi, a tutti i livelli, dovunque possibile. Ma anche la possibilità che il nullafacente sia licenziato costituisce un incentivo importante, che deve essere introdotto per motivi di equità prima ancora che di efficienza. La proposta qui presentata non pretende certo di indicare la terapia per i mali dell’amministrazione pubblica, ma soltanto di mostrare che il licenziamento dei nullafacenti sarebbe possibile sul piano tecnico-giuridico, sfatando la convinzione diffusissima che nella situazione italiana attuale questa sia un’opzione assolutamente impraticabile. La scelta di non praticarla è di natura essenzialmente politica.
  48. Vitali Valentino Rispondi
    Scaricare la responsabilità sui dirigenti della pubblica amministrazione mi pare ingiusto e una semplificazione del problema , soprattutto se prima non si vanno ad analizzare i poteri che effettivamente sono stati loro affidati. Significativo è il caso della scuola : nelle contrattazioni nazionali il sindacato confederale ha sempre sbarrato la strada ad un aggiornamento/semplificazioni delle norme disciplinari e l'ARAN si è ben guardata dal contrastare tale tendenza. Assegnare al dirigente il potere di comminare la sanzione dell'avvertimento scritto , in un contesto ipergarantista come quello scolastico , significa invitarlo a desistere da ogni intervento (perderebbe solo tempo) . Il problema vero è che nella pubblica amministrazione il sindacato, nonostante le apparenze, è passato dal ruolo di controllore al quello di governo (ne sono una riprova le logiche di reclutamento interne ai ministeri di persone provenienti dal mondo sindacale "amico") . Si è fatto finta di privatizzare il lavoro della pubblica amministrazione solo per gli aspetti che ne hanno aumentato l'autoreferenzialità a beneficio dei lavoratori , senza benefici per l'utenza. Il problema vero del nostro paese è quello di ripensare seriamente al ruolo del sindacato nei rapporti con il governo, rompendo le collusioni tra i due poteri . I dirigenti pubblici sono, loro malgrado, le vittime di un sistema che li priva di ogni potere effettivo divenendo "la messa a terra" dell'intero sistema. L'articolo lo conferma.
    • La redazione Rispondi
      È vero anche questo: nella misura in cui a un dirigente non si consente di esercitare per davvero il potere direttivo e il potere disciplinare su coloro che da lui dovrebbero dipendere, neppure si può poi addossargli la responsabilità del mal funzionamento del reparto affidatogli. E nel dubbio se il pessimo funzionamento sia dovuto principalmente a suo difetto o a difetto dei poteri effettivamente conferitigli, non si potrà certo considerarlo come un nullafacente. Ma pagarlo di meno rispetto al dirigente il cui reparto funziona bene, almeno questo sì. E un OIV può servire anche a questo scopo.