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  1. Milena Ortalda Rispondi
    Sacrosanto. Aggiungo, a seguito di consolidata decennale esperienza come consulente culturale di enti pubblici e imprese, che il pubblico impiego in particolare ma le imprese subito a seguire avrebbero necessità di una riforma estesa che vada ad impattare non solo sulla regolamentazione del mercato del lavoro, ma sull'APPROCCIO a tale mercato, incentivando e diffondendo una "cultura della flessibilità" che consenta di svilupparne i vantaggi limtando gli abusi: 1) Lavoro flessibile (basta con il termine "precariato" usato in modo generalistico, onnicomprensivo e quindi spesso a sproposito) di alto livello che veda riconosciuti in termini di parcella a- la disponibilità ad operare per fasce temporali brev/medie/lunghe identificate in relazione alle necessità dell'azienda o dell'ente e b- la formazione continua sviluppata autonomamente: questo si ottiene legittimando e incentivando l'utilizzo di professionisti "flessibili", fissando tariffari minimi adeguati, ratificando l'accesso a incentivi e benefit standard ove già disponibili per i dipendenti (mensa, ticket pasto, posteggio, agevolazioni per i bambini ecc. il tutto in relazione alla temporalità dell'attività svolta) 2) Controllo severo sull'attività del "vero" precario (neodiplomato o neolaureato senza esperienza, giovane lavoratore a bassa qualifica ecc.) in termini di a- garanzie di durata minima dignitosa dell'accordo di lavoro b- possibilità di accedere a contratti di formazione e praticantato con maggiore libertà presso aziende che dimostrano un trend di effettiva crescita c- incentivazione, anche con un potenziamento e valorizzazione delle "borse del lavoro", del contatto diretto tra aziende e enti che necessitano di collaboratori e manodopera e soggetti che per la/le prima/e volta accedono al mercato del lavoro, con possibilità di stipulare contratti diretti - sempre in presenza di determinate condizioni di crescita dell'azienda - senza dover necessariamente ricorrere alle agenzie di lavoro interinale.
  2. Francesco Pirone Rispondi
    Mi ritorna in mente l’espressione di quei datori di lavoro che dicono: “conviene a me e conviene anche a te”, per poi proporre lavoro a nero, retribuzioni “fuori busta”, contratti di lavoro “altri” da quello subordinato a tempo pieno e indeterminato pur svolgendo un’attività che andrebbe contrattualizzata in tal modo. I vantaggi per l’impresa sono chiari: flessibilità/ricattabilità del lavoro, abbattimento dei costi diretti. Per i lavoratori i vantaggi sono stati davvero pochi e limitati a quote forti dell’offerta di lavoro, ovvero quelli ad elevata professionalizzazione che avrebbero comunque svolto un’attività autonoma. Il problema vero è di quelli che, invece, pur aspirando ad un’occupazione subordinata a tempo pieno e indeterminato e pur svolgendola di fatto, si ritrovano con un contratto di diversa natura. L’analisi dimentica che questi lavoratori di fatto: (a) si assumono forzatamente il rischio d’impresa; (b) sono fuori in larga misura dal sistema delle garanzie dell’occupazione e dal sistema di protezione sociale; (c) si trovano a svolgere attività in condizioni di lavoro peggiori rispetto a quelli con contratto a tempo indeterminato. Dice bene, però, che la PA è stata quella che ha abusato, e lo fa ancora, delle forme contrattuali atipiche, ma non dimentichiamoci che anche nel settore privato ci sono delle forme di sfruttamento, mascherate con qualche strana combinazione tra contratti atipici e modelli organizzativi “innovativi”, che andrebbero affrontate con la massima urgenza. Sulla legge Biagi, per concludere, trovo veramente scorretto sostenere che essa non ha contribuito alla deregolamentazione del mercato del lavoro. Se si ragiona su forme contrattuali stravaganti e marginali non si capisce quali sono stati gli effetti della legga 30/2003: perché non andiamo a vedere quali effetti ha portato la nuova normativa sul lavoro somministrato, soprattutto nei lavori a bassa professionalizzazione? Scopriremmo che le cose stanno un po’ diversamente.
  3. Flavio Favilli Rispondi
    Ad integrazione della breve storia dei co.co.co. può ritornare utile ricordare come il problema, in termini di numerosità, fosse già emerso negli anni ottanta. E’ infatti del 1987(o 1988) la proposta di Stefano Patriarca, presidente dell’Ires Cgil, che in una intervista a Repubblica proponeva di sottoporre a contribuzione previdenziale tali figure lavorative stante la loro sempre maggiore numerosità ad aggiramento delle norme sul lavoro dipendente. Un‘ulteriore spinta alla numerosità di tali contratti è poi venuta(dopo la riforma Dini ed il pacchetto Treu) dall’articolo 34 della legge 342/2000 che ha equiparato fiscalmente al lavoro dipendente le attività dei co.co.co, fino allora inquadrate come attività di lavoro autonomo, riconoscendo loro le detrazioni fiscali dei dipendente. Non solo, ma con circolare applicativa, la n. 207/E/2000, par.1.5.5, si prendeva atto che con la modifica legislativa era caduta la previsione contenuta nell’art. 49 Tuir che disponeva che l’attività di collaborazione dovesse avere comunque un contenuto intrinsecamente artistico o professionale. Infatti detta circolare affermava che dall’ inquadramento, con una diversa formulazione, nell’articolo 47 del Tuir , si traeva "la conseguenza che nell’ambito delle collaborazioni rientrino anche attività manuali ed operative" svolte - ovviamente - senza vincolo di subordinazione a favore di un determinato soggetto nel quadro di un rapporto unitario e continuativo senza impiego di mezzi organizzati e con retribuzione periodica prestabilita". Veniva così reso ammissibile che il contenuto della prestazione di collaborazione non dovesse limitarsi ad attività con un certo grado di professionalità, ma poteva ben essere esteso anche attività meramente esecutive.Con ciò veniva tolta ogni remora ai datori di lavoro nella stipula dei contratti di collaborazione per ogni tipo di mansione di cui l’impresa o la professione necessitasse.
  4. Francesco Silvestri Rispondi
    Quale amministratore di una micro-impresa privata di ricerche sull'economia dell'ambiente, sono contento di leggere una cosa che vado ripetendo da almeno due anni. Con il co.co.co si aveva una certa tutela del lavoratore, quantomeno in termini di continuità del rapporto, e non si costringeva l'impresa a defatiganti stipule di contratti e contrattini, proroghe e controproroghe. E' vero che il co.co.pro tutt'altro che flessibile (se applicato seriamente; se invece è utilizzato per eludere contratti più impegnativi, allora è semplicemente una furbata). Allo stesso tempo, per un'impresa come la nostra, attiva in un settore di super-nicchia, dove le commesse arrivano a bando e la loro dimensione media è di 12mila Euro, dove è anche capitato che i soci siano stati remunerati meno dei lavoratori, evolvere verso contratti a tempo indeterminato è insostenibile, significherebbe chiudere. Insomma, ridateci il co.co.co! PS: faccio notare che il co.co.co è ancora in vigore per gli enti pubblici (e nell'ultimo anno, due nostri collaboratori sono trasbordati a un ente pubblico con un co.co.co; non so dargli torto).
  5. Zefrem Rispondi
    Egr. dott. Cipolletta, ho letto con immenso interesse il suo elogio postumo dei cococo e, in parte, dei nuovi co.pro., ma mi permetta di segnalare che nel suo ragionamento, come in quelli di molti esponenti di Confindustria, del Governo (passato e presente), e di commentatori politici c'è una evidente falla: ossia tendere ad assimilare il collaboratore al dipendente. Il collaboratore NON e' un dipendente, e pertanto le due mansioni non possono essere equipollenti. Tutte le dissertazioni che trascendono questo principio sono, quindi, fallaci. Lei sostiene che alcune aziende hanno usato i cococo come "periodo di prova lungo", ma se c'era bisogno di un periodo di prova lungo perche' non allungarlo, o usare i contratti interinali, invece di rinnovare perpetuamente contratti di collaborazione ? Poi lei sostiene ancora che molti cococo sono stati assunti a tempo indeterminato, gradirei capire da dove trae questi dati. A parte il fatto che dalla mia esperienza personale, sul campo, emergono dati ben diversi, c'è una considerazione da fare: Perchè un datore di lavoro dovrebbe pagare 3000 un lavoratore che oggi gli costa 1000 e che in piu' non ha alcun diritto, non può opporsi a qualsivoglia vessazione e può essere licenziato a piacere ? Fino a quando non arriveremo a dei contratti di collaborazione che tutelino il collaboratore MOLTO PIU' di un dipendente non potremo avere vera possibilita' di scelta, per aziende e lavoratori, e vero sviluppo dell'economia, specialmente quella sostenuta dalle giovani generazioni.
  6. Chiara Pelizzoni Rispondi
    Pur condividendo, segnalo macroscopici difetti di sistema. La posizione di cococo/co.pro diventa vessatoria se il lavoratore non è più un giovane sostanzialmente a carico della famiglia. Il cococo con esperienza (soggetto trentenne che lavora da alcuni anni) fa i conti con malcostume del sistema e normative contrarie alle pari opportunità. 1.Il parasubordinato è trattato alla stregua di un dipendente per orariodi lavoro e responsabilità. Accade però che la retribuzione venga fissata in base al netto. Mi spiego: i 1000 euro dati in busta paga, ispirati al compenso del collega dipendente, si traducono in un compenso reale molto inferiore. Il dipendente vede aggiunti TFR e contributi previdenziali (oltre 32% per i dipendenti, circa 19% per cococo), 1-2 mensilità aggiuntive ed è sottoposto a inferiore imposizione fiscale. Questo fa sì che i 1000 euro del cococo (ritenuti accettabili dalla società) si traducano in un compenso netto di 650-700 euro, a parità di posizione lavorativa. Tale dinamica è bizzarra in un mercato che generalmente remunera il rischio. Non solo la retribuzione dovrebbe tenere in considerazione quanto detto sopra e il fatto che il cococo deve poter provvedere ad eventuali contributi integrativi. Ma soprattutto il vantaggio della sua immediata “licenziabilità” dovrebbe originare una remunerazione più alta di quella del dipendente. 2.Si aggiunge poi un trattamento normativo beffardo: è da poco consentito l’atteso cumulo dei contributi versati nella gestione separata e nella gestione ordinaria. La norma richiede però che i versamenti nella prima siano relativi a min 5 anni. Questo fa sì che a un giovane che lavori come cococo per 2-3 anni e poi sia assunto dall’azienda, non vengano riconosciuti i contributi versati nei primi anni. L’apartheid dei cococo non fa onore al sistema. La flessibilità del mercato del lavoro dovrebbe sì risiedere nella possibilità di instaurare rapporti a tempo determinato, non già in un avvantaggiarsi di prestazioni sottocosto.
  7. Alessandra Cremonesi Rispondi
    Gentili lettori e redattori, Da anni sento parlare di riforme del m.d.l., di T. Treu, Biagi e co.co.co. Ho 29 anni, laureata in sociologia con 110/110 e lode, 9 amici/che laureate in altre discipline come mepiù o meno 4 o 3 anni fa sono per lo stato italiano disoccupati: in realtà due sono in Inghilterra come ricercatori (biochimica e letteratura romanza), uno in Spagna (laureato in Geologia) e fa il P.R. per le disocteche di Benidorm e guadagna 2000 euro al mese (se vende anche pasticche non lo) uno sta a Parigi e fa castings (lavora 8 giorni al mese a 160 euro al giorno) e sta benissimo. Io sono in Belgio e collaboro a Festival ecc... mi occupo di video ma nessuno mi ha mai insegnato niente e guadagno 2100 netti al mese. Uno sta a Tunisi e fa il mediatore di stracci (panni lana e scarpe selezonate in Italia) per ditte tunisine che producono poi, dai materiali grezzi, tappeti che poi gli italiani delle città ricomprano ecc...Con questo voglio dire: 1) A cosa è servito studiare cinque oppure sei anni? In un articolo di qualche mese sui costi per studente universitario per lo Stato italiano, le cifre si aggiravano intorno ai 9000 euro al mese...Perchè tutto questo? Qual'è il rapporto mondo universitario e mondo del lavoro in Italia? 2) Dove sono le istutuzioni? Pronto? Mi sentite. La cosa più dolorosa che ho provato lasciando il paese dei magnaccia (l'Italia) è stato quando ho scoperto che andandomene nessuna istituzione mi ha chiesto niente (da Bruxelles due giorni fa ho chiamato l'ufficio competente del lavoro per chiedere come mettere la mia posizione in regola; non perchè mi interessasse, ma per vedere fino a che punto sono incompetenti: ebbene ho dovuto spiegare io la normativa alla persona responsabile per gli affari europei dell'ex collocamento 3) Siamo sicuri che la discussione fondamentale non sia quella istruzione-lavoro? Scuola superiore ed università? 4) Il contesto da cui parto e che ho qui osservato è Napoli.
  8. giuseppe Rispondi
    L'abolizione dei co. co. co. si inquadra in un processo che vede la micro o piccola impresa penalizzata nei confronti della grande impresa. A parte gli eccessi da correggere e le aliquote contributive da elevare, l'utilizzo dei co.co.co.è servito a far emergere lavoro nero, proporre una flessibilità del lavoro alle piccole imprese, che non possono certo avvalersi dei complicati sistemi proposti dalla legge Biagi e rivolti soprattutto alla grande impresa. Attualmente è complicato sfuggire alla logica del lavoro nero per chi è "piccolo", e magari vorrebbe crescere nella legalità, ma e frenato dalla rigidità dei contratti a tempo indeterminato. Ai tempi dei co.co.co. molti giovani privi di competenze specifiche venivano assunti in prova e in formazione,e molti di essi, dopo un congruo periodo, vedevano trasformato il loro contratto a tempo indeterminato. L'abuso che ne ha fatto la pubblica amministrazione è semplicemente scandaloso.