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  1. Franco ELIA Rispondi

    Da tempo mi sto domandando perchè non riesco a trovare una, dico una, voce critica sullo sbandierato allungamento della vita in Italia e questo quando immancabilmente tale allungamento viene posto in relazione al problema delle pensioni. Mi chiedo, da ignorante della materia universitaria di statistica e demografia, ma da conoscitore, obbligato, della materia assicurativa e bancaria, perchè non si parla mai delle fonti cui attingono quei rilievi statistici? Non dovrebbero essere sicuramente fonti semplicemente anagrafiche perchè un minimo di buon senso porta a capire la differenza di vita tra contadino autocnono e minatore, benestante di rendita e proletario metalmeccanico, armatore e mozzo di coperta, e così avanti e così indietro. Nelle stanze segrete di assicurazioni e banche si elaborano statistiche mirate per professioni, attitudini di vita, occupazioni e mestieri e su queste si calibrano i c.d. coefficienti di capitalizzazione anticipata per i risarcimenti e gli indennizzi (assicurazioni) e per la concessione di mutui e altre sofisticherie (banche). Volete finalmente renderc/vi conto della illiceità delle basi statistiche acriticamente assunte? Attendo.

  2. Alberto Rispondi
    1) Sarebbe onesto considerare che occupazioni diverse portano a situazioni fisiche, intorno ai 60 anni, molto diverse;non è paragonabile il lavoro di un operaio impiegato nel settore manifatturiero per molti anni con quello degli impiegati, siano essi del settore industriale, men che meno, se essi operano nella pubblica amministrazione. L'automazione ha aiutato a migliorare solo in parte il carico di lavoro fisico a cui sono sottoposti tali lavoratori. Non mi pare che la individuazione dei lavori usuranti abbia superato questa reale situazione. A mio modesto avviso non sarebbe affatto scandaloso che i requisiti per la maturazione della pensione di anzianità per gli operai fosse diversa e più favorevole rispetto a quella per gli impiegati, dirigenti etc,etc. 2) Ritengo di non sbagliare a ritenere che la riforma Dini, con l'introduzione del calcolo della pensione con il sistema contributivo per tutti i lavoratori con contributi versati inferiori ai 18 anni alla data del 1995, porterà, fra circa 10 anni, il lavoratore a permanere volontariamente al lavoro, più che potrà e fin quando gli verrà concesso, sia per l'eseguità della persione maturata , sia per la mancanza dei requisiti, anche se questi fossero di soli 35 anni, dovuti ai vuoti di continuità contributiva legate all'impiego con contratti atipici di lavoro, o per una miscellanea di contributi versati in parte come lavoro dipendente, in parte come lavoro atipico. Relativamente a tale aspetto, credo che, pur esistendo differenze sulle percentuali di contributi versati, una qualche forma di ricongiungimento dovrebbe essere pensata per evitare inspiegabili discriminazioni. Ringraziando per l'attenzione, Alberto
  3. nicola palazzo Rispondi
    Quando si mette in moto la macchina della persuasione che mira a fare entrare in confusione, o addirittura ad ottenere il consenso degli stessi portatori di interessi sacrificati,è difficile mantenere il buon senso. In vivere più a lungo, lavorare più a lungo? Il prof. Rosina sostiene la necessità di prolungare la vita lavorativa degli ultracinquantenni e contemporaneamente di ridurre il ritardo dei giovani nell'entrata nel mondo del lavoro .Se il principio di non contraddizione conserva ancora una qualche validità, spieghi l'illustre professore ,come del resto tanti altri che acriticamente sostengono questa tesi,come il permanere in servizio dell'ultracinquantenne(ma, vista la soglia di età per accedere alla pensione di anzianità. Sarebbe più corretto parlare di quasi sessantenni)pincopallino accelera l'entrata nel mondo del lavoro,sul posto da lui occupato,di un giovane. Se l'esercizio dialettico non riesce propongo di tentare con un rito di moltiplicazione dei pani e dei pesci.Mi scuso per lo spunto ironico, ma chi scrive è un pensionato cinquantanovenne, sicuro di aver fatto bene a non permanere nel posto di lavoro,certamente ora occupato da qualche giovane collega,con modesto trattamento pensionistico e due figli a carico ,trentenni brillantemente laureati e pressochè disoccupati essenzialmente per mancanza di padrini politici e non,ma anche in parte per il prolungamento della vita lavorativa di anziani avidi (vedi incentivi),tanto "esperti" quanto ormai privi di energia e creatività.ma questa ,per quanto comune, sarebbe storia sociale vera che non interessa a nessuno. Cordiali saluti Nicola palazzo
    • La redazione Rispondi
      Caro Nicola Palazzo, suggerisco di leggere piu' attentamente il mio pezzo, scoprira' che le nostre posizioni non sono poi cosi' lontane. Tant'e' che nel testo dell'articolo mi chiedo se rispetto al favorire la permanenza nel mercato del lavoro degli over 50 "non vada assegnato un grado minore di priorità rispetto a quello di rimuovere gli ostacoli che rallentano l'entrata stabile dei giovani italiani". E piu' avanti nel testo ribadisco che la cosa piu' urgente e' "la riduzione del ritardo nell'entrata (e più in generale migliori opportunità e condizioni lavorative all'inizio della carriera lavorativa)". Riguardo poi alla denuncia della difficile condizione dei giovani le suggerisco di leggere il mio precedente articolo per Lavoce: "Com'e' difficile essere giovani in Italia". Cordiali saluti, AR
  4. gianluigiotto Rispondi
    Tutti i dati da Lei riportati corrispondono purtroppo alla pura realtà dei fatti. Però si deve comunque tener presente che il sistema economico vigente, pur portandoci a questa situazione, ci permette ancora di ragionare a benessere generale crescente. Ora la prospettiva è che il mondo, in particolare occidentale, sarà composto di una consistente percentuale di anziani. Questa tendenza è in atto da anni ma non pare che ciò abbia impedito il continuo svilupparsi della nostra economia; anzi gli anziani quando si è potuto sono stati espulsi dal lavoro in giovane età, (vedi i cinquantenni, vedi i prepensionamenti finanziati dallo Stato anche in aziende con ottimi bilanci) proprio perché il sistema produttivo lavora meglio con le giovani generazioni e soprattutto tende sempre di più ad aumentare la sua produttività ed a utilizzare sempre meno lavoratori. Credo di aver aggiunto alle sue considerazione altre che peggiorano ulteriormente il quadro prospettico di un mondo nel quale i lavoratori attivi saranno pochi rispetto ai non occupati o ai sottooccupati anziani e non. I tentativi che vengono fatti per “vivere più a lungo, lavorare più a lungo”, temo che siano accorgimenti che servono soltanto ad alleviare il problema. Quindi più che ripensare al patto generazionale fra giovani e anziani per rendere equilibrato il sistema previdenziale, credo che vada rivisto il patto fra chi lavora e chi non lavora, ovvero fra chi guadagna molto e fra chi non guadagna, evitando gli squilibri di distribuzione del reddito a favore di più ricchi (vedi l’alto e con andamento crescente indice Gini, soprattutto in Italia) che si sono creati nel mondo occidentale, da quando si sta portando avanti il tentativo di erodere quelle conquiste sociali che i lavoratori hanno ottenuto con tanti sacrifici e lotte durante lo scorso secolo.
  5. rosina Rispondi
    Gentile prof. Rosina, quello che dispiace leggendo articoli e studi sulla forza lavoro e sull'invecchiamento della popolazione con le conseguenze sulla spesa pubblica previdenziale è che non si mette abbastanza in evidenza come le persone over 60/65 anni molte volte lavorano nel terzo settore (volontariato) a titolo gratuito, ma producono reddito ad esempio nel settore dei servizi. Quello che viene fuori (certo in modo involontatio) sembra una contrapposizione netta tra vecchi improduttivi e giovani produttivi. Non si potrebbe rilevare in contabilità nazionale e/o nelle statistiche sulla forza lavoro questa circostanza. E' vero che esiste il problema dell'attribuzione del valore a queste attività, ma credo che vada fatto uno sforzo per dare valore a tutta una serie di realtà, che è giusto che emergano a livello ufficiale.
  6. alessia Rispondi
    Concordo pienamente con quanto scritto dall'autore in modo così chiaro e preciso. Il problema principale per il nostro Paese è la mentalità esistente. Fino a quando le donne saranno viste con sospetto nelle aziende perchè potenziali future mamme le cose non potranno cambiare veramente. Bisognerebbe poi anche fare capire a tanti imprenditori nostrani che le donne non necessariamente sono adatte a svolgere quasi esclusivamente lavori di segretariato, ma ci sono anche tante laureate in materie scientifiche ed economiche in grado di eseguire bene altri tipi di lavoro. La strada è dunque tutta in salita, ma forse il vero cambiamento dobbiamo attuarlo prima di tutto noi donne lottando per i nostri diritti e per vederci riconosciuti i nostri meriti. Cordiali saluti Alessia
  7. Tommaso G. Rispondi
    Sul tema del livello di occupazione, il problema italiano rimane sempre la posizione strutturalmente critica del sud, che, in ottica regionale europea, si posizione come luogo peggiore per una "decente" occupazione (soprattutto per le donne). Ciò non toglie che anche al nord sulla questione giovani e lavoratori >50 ci sia molto lavoro da fare.
  8. elisa strobbia Rispondi
    Io non sono così ottimista sulla tenuta del nostro sistema previdenziale nonostante l'auspicabile contributo dei lavoratori immigrati, che a mio parere vanno integrati nella nostra società il prima possibile e dare loro la cittadinanza. E' stato mai effettuato un calcolo su quando potrebbe fallire l'INPS se la situazione economica non dovesse migliorare e la tendenza demografica all'invecchiamento della popolazione restare quello odierno? Grazie e cordiali saluti
  9. maria di falco Rispondi
    Gentile prof. Rosina, mi riferisco al suo articolo del 28.8 in cui afferma che la bassa occupazione femminile si spiega soprattutto con la difficoltà delle donne di conciliare il lavoro con gli impegni familiari e con gli impegni di "care" in generale. Infatti, lei continua, le carenze del welfare italiano sono tali che diventa cruciale il ruolo delle reti informali di aiuto informale, il cui asse portante sono le donne. a questo proposito vorrei chiederle se non si possa pensare di scrivere nel bilancio dello Stato (di tutti gli Stati, come regola universalmente accettata) il lavoro di care svolto dalle donne ed uscire dalla logica del PIL, basata sul fatto che è considerato ricchezza solo ciò che è collegato ad un valore "esterno", come lo stipendio, il valore delle merci, ecc. Il lavoro di cura delle donne non ha purtroppo valore di scambio, ma solo valore d'uso. Ma proprio come ha detto lei alle carenze del welfare sopperisce il lavoro delle donne e proprio per questo dovrebbe poter essere rilevato nel bilancio dello Stato. Tutto questo non c'entra direttamente con la qualità di disoccupato vissuta soggettivamente dal singolo individuo (vista la rilevanza al sentire soggettivo che viene data nei questionari Istat sull'occupazione), tuttavia credo sia importante l'emersione a livello nazionale di un lavoro finora non considerato. Lei cosa ne pensa ?
    • La redazione Rispondi
      Condivido pienamente. Ci sono dei tentativi di costruzione in vari paesi (ad esempio la Finlandia) di un "satellite account of household production". L'impresa non e' pero' delle piu' facili. Alcuni passi in avanti si stanno facendo. Ad esempio i dati armonizzati a livello europeo sul "time use" recentemente rilevati (anche in Italia) possono rivelarsi preziosi per stime dell'"unpaid household labour". Saluti, AR
  10. stefano facchini Rispondi
    L'analisi della curva demografica non giustifica l'allarmismo sulla tenuta del sistema previdenziale pubblico in quanto la bassa natalità delle coppie italiane e l'aumento dell'età media della popolazione anziana vengono ampiamente compensate dall'immigrazione a prevalente carattere giovanile dall'alto indice di fertilità. Basterebbe rendere più agevole l'inserimento socio-economico della manodopera immigrata per esempio agevolando l'ottenimento della cittadinanza. Quello appare quindi come un argomento strumentale per imporre il secondo pilastro previdenziale. Per quanto riguarda l'allungamento della vita lavorativa dei lavoratori poche aziende private sono disposte a non privarsi dei lavoratori over 50 più costosi e meno disposti alla flessibilità dei precari under 35, è quindi impensabile tentare di rimuovere ostacoli alla loro permanenza nel mondo del lavoro in ambiti competitivi. Eventuali soluzioni: 1) agli over 50 espulsi definivamente dal mondo del lavoro vengano destinate quote di posti di lavoro nello stato come categoria protetta con contribuzione ridotta fino al raggiungimento dell'età pensionabile; 2) si implementi l'autoimprenditoria over 50 organizzando corsi presso le locali camere di commercio e finanziando le nuove imprese attraverso prestiti agevolati garantiti da joint-ventures tra enti pubblici, banche, fondi privati e ventures capitalists; in seguito corsi e fondo si autofinanzierebbero con la restituzione graduale del capitale prestato e subito reinvestito. Per quanto attiene poi al sottoutilizzo in Italia delle risorse a più alto potenziale produttivo quali donne e giovani, specie nel settore dei servizi in forte esansione, la responsabilità è da attribuire a deficit sia nella mentalità della nostrana imprenditoria sia in lacune legislative, per cui occorre intervenire ad entrambi i livelli per colmare il gap culturale delle classi dirigenti italiane rispetto agli altri paesi ad economia avanzata e davvero competitiva.