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  1. antonio gesualdi Rispondi
    Non male un articolo di questo tipo in un sito di economisti. Vorrei solo ricordare a chi fosse interessato che ci sono lavori sistematici su questo argomento della scuola di Peter Laslett e di Emmanuel Todd. La suddivisione del mondo in tipologie famigliari è dibattuta da molti decenni e soprattutto i demografi e gli antropologi hanno raggiunto delle ottime definizioni. Gli economisti, purtroppo, continuano a considerare tutto numerabile e ci spingono fuori strada. Oggi abbiamo anche economisti che vorrebbero dare lezioni di politica. E in Italia abbiamo ministri di economia non passati al vaglio dell'elettore. Un vero abuso di democrazia. Se torniamo a fare analisi fondate sulla mentalità e la cultura e sulla trasmissione dei valori (antropologia culturale anche da noi e non solo sulle povere tribù africane!) forse ne verremmo fuori meglio. Brava Paola. Se puoi insisti e continua a scrivere soprattutto su siti come questi.
  2. Claudio Alberti Rispondi
    Non ho letto l’articolo citato, ma credo fortemente che il rapporto tra economia e famiglia (o meglio, familismo) è biunivoco, almeno in Italia: senza dubbio, infatti, l’economia risente della nostra concezione della famiglia, ma anche la nostra concezione di famiglia è stata fortemente condizionata dalla situazione economico-sociale italiana nel corso della storia. Da secoli l’Italia è un feudo delle rendite (fondiarie o meno), è una società chiusa e immobile, con un’entità statale quasi inesistente e fortemente condizionata dal ruolo della Chiesa Cattolica (che non per niente esalta il valore della famiglia). La nostra è, nella storia, la penisola dei cento comuni, e quindi delle cento diverse elites comunali – sempre uguali a se stesse, qualunque cosa succedesse negli anni, il più delle volte scarsamente democratiche, attente esclusivamente a un passivo mantenimento della propria posizione privilegiata –, delle identità localistiche esasperate, dominata dal XIX secolo da una borghesia che, a differenza delle esperienze rivoluzionarie europee, ha assimilato i propri comportamenti a quelli della precedente casta nobiliare (quindi: ricchezza fondata sulle rendite, immobilismo sociale e culturale, assenza di senso civico, familismo e clientelismo), essendo assente un sentimento giacobino maggioritario. In questo contesto deficitario di degne elites politiche (e, quindi, economiche), e di strutture in grado di creare un solido sentimento di cittadinanza e amor patrio, e possibilità di scalate sociali meritocratiche, è stato normale, da parte della società italiana, il rinchiudersi in un comunitarismo esasperato, legato esclusivamente alla familia e, purtroppo, senza uscite, che ancora oggi, come lo studio di quell’articolo sembrerebbe dimostrare, arreca danni gravissimi sulla strada che dovrebbe condurre l’Italia alla modernità.