logo


  1. Tommaso Reggiani Rispondi
    Colgo con favore, ed autentico interesse, i risultati raccolti in questi ultimi anni dall’emergente filone metodologico costituito dalla “Economia della Felicità”. Sostengo che le osservazioni emerse e teorizzate, non siano sempre e necessariamente contrastanti rispetto alla teoria economica “mainstream”, le vedo piuttosto come un utile tentativo di ‘complicare l’economia’ (A.O. Hirschman), rendendola maggiormente attinente ed attenta ai radicali mutamenti sociali che hanno caratterizzato l’avvento della post-industrializzazione. Faccio un esempio. Evadendo dalle complementari considerazioni di ordine giuridico e filosofico, una delle giustificazioni (teorica e pratica) del sistema di tassazione progressiva sul reddito, a partire dalla quale si sono edificati i vari sistemi fiscali e di welfare, trova la sua origine presso il principio di utilità decrescente (anche detta ‘prima legge di Gossen’). Tale intuizione viene puntualmente ed opportunamente arricchita dagli studi empirici sulla felicità sintetizzati tramite il grafico a forma di ‘U’ rovesciata che mostra la dinamica del livello di felicità al crescere del reddito: oltre un determinato punto critico la funzione cambia pendenza! Questa inedita considerazione empirica costituisce evidentemente un nuovo e prezioso dato, da tenersi in auspicabile considerazione, anche in sede di determinazione delle future politiche fiscali.
  2. luigino bruni Rispondi
    Vorrei far notare che esiste una tradizione italiana sulla "pubblica felicità" che parte dal settecento napoletano e milanese e arriva fino ad oggi (anche se con periodi di pausa). Questa primogenitura italiana ci viene riconosciuta anche dalla letteratura internazionale (si veda l'intruzione allo speciale dedicato al tema dall'EJ nel 1997, e da diversi articoli di Sugden, per esempio). Forse, discutendo in italiano e in Italia del tema, una maggiore attenzione a questa specificità territoriale e culturale sarebbe apprezzata.
    • La redazione Rispondi
      Data la necessaria sinteticità degli interventi non ho potuto sviluppare il tema delle radici del dibattito sulla felicità nella storia del pensiero economico. A questo proposito il volume di Muratori (Muratori, L., Della pubblica felicità, Lucca, 1749) è di fatto il libro che apre in Europa il tema. In Italia il filone della “pubblica felicità” diviene dominante, tanto che a fine ottocento erano in molti (Pecchio, Cossa, Loria, …) a distinguere la tradizione inglese da quella italiana sulla base del nesso ricchezza-felicità: gli inglesi interessati alla “wealth of nations” e gli italiani alla “pubblica felicità”. Un testo fondamentale sarà successivamente quello delle Lezioni di economia civile (1765-67) di Antonio Genovesi, cui si ispirarono il leccese Giuseppe Palmieri (Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli, 1788), e a Milano Pietro Verri (Discorso sulla felicità, 1763). Tra Settecento e Ottocento il tema della felicità divenne centrale, e la stessa parola la troviamo in molte opere di economisti italiani (Isidoro Bianchi e Giambattista Vasco, ad esempio). L’ultima opera sistematica che ripresenta il tema della pubblica felicità è quella di Ludovico Bianchini, che nel 1855 scrisse “Della Scienza del ben vivere sociale”, dove troviamo molti riferimenti storici alla tradizione italiana. Con Ferrara, e la sua dura critica ai classici italiani considerati non economisti scientifici), la tradizione italiana visse una profonda crisi, e gli economisti neo-classici italiani guardarono esclusivamente alla tradizione inglese (ad eccezione di M. Pantaleoni, che invece continuò ad essere molto influenzato dai classici italiani.) Oggi questa antica tradizione di Economia civile sta tornando a vivere, in quegli economisti che ripongono al cuore della riflessione economica la reciprocità e la felicità pubblica. Per una rassegna vedasi Bruni L. e S. Zamagni, Economia civile, Il Mulino, 2004.
  3. Filippo Mezzanotti Rispondi
    Il rapporto tra felicità e studi economici da un certo punto di vista può essere anche pericoloso. Spesso quello che ha un impatto positivo sulla felicità delle persone, poi "sul lungo periodo" può avere effetti disastrosi. Sarebbe riduttivo quindi concentrarsi sulle sensazioni che la popolazione ha in rapporto a determinate situazioni o indici,dato che spesso queste stesse sensazioni sono frutto di una visione distorta, parziale, o semplicemente personale della realtà. Troppo spesso la politica si è fatta guidare da valutazioni di questo tipo, legandosi ad una prospettiva dell'hic et nunc che non ha portato niente di buono. Sarebbe più opportuno acquisire una visione più lungimirante e distaccata della realtà. Devo ammettere però che l'argomento è molto interessante...
  4. giuseppe caffo Rispondi
    Sono convinto che che gli individui siano più felici quando verificano che il proprio incremento di reddito sia graduale e costante (i vincitori di grosse somme alle lotterie raramente ne traggono una proporzionale felicità nel tempo). Soprattutto due fattori sono decisivi: 1- la convinzione che in futuro l'aumento del reddito sarà certa e costante (ancorchè graduale) 2- la convinzione che al miglioramento delle condizioni economiche non corrisponda un aumento dello stress (es. ansia per maggiori responsabilità o carichi eccesivi di lavoro).
  5. Giuseppe Scalas Rispondi
    La tentazione dell'economia di occuparsi della felicità è pericolosa, perché non vi sono le basi etiche per farlo. Si vedano per esempio le seguenti considerazioni: 1) Qual è il parametro da massimizzare? Il numero di persone felici o la felicità media? Cosa è meglio? Secondo me, è una domanda che non ha risposta. Anche perché la felicità, così come l'utilità, non è misurabile su scale assolute, ma solo su scale relative a singoli trade-off in specifiche circostanze. 2) Il paradosso di Sen regge in pieno. Infatti, la nostra etica ci impone di garantire a tutti un elevato livello di consapevolezza (altrimenti potremmo scoprire che la lobotomia di massa combinata all'assunzione di droghe euforizzanti è il miglior sistema per massimizzare la felicità). La consapevolezza fa sì che libertà e dignità siano condizioni necessarie per la felicità. Per cui, le uniche politiche della felicità possibili sono quelle in cui libertà e dignità siano garantite a tutti. Ciò pone necessariamente dei limiti alle politiche della felicità (che altro non sono che politiche di tassazione e di spesa pubblica sotto mentite spoglie). Purtroppo molti economisti e sociologi di scuola liberal (in italiano=di sinistra) si sono convinti che un totalitarismo soft, ovvero la tirannide delle élites, sia il modo di governo migliore, e questo si riflette anche sulle teorie della felicità, che altro non sono che ricerca di metodi per tenere il topo in gabbia tranquillo e ben pasciuto. Alla fine, si tratta di un socialismo mascherato, che tende a creare una società caratterizzata dal dominio sfrenato di una minoranza di burocrati. E visto che l'economia dev'essere multidisciplinare, non si può non considerare questo "stato stazionario" delle politiche della felicità. Al riguardo, consiglio una rilettura dei saggi di Christopher Lasch, in italia editi da Feltrinelli, che si è occupato del tema.
    • La redazione Rispondi
      Credo gli studi sulla felicità abbiano un obiettivo molto modesto ma importante. Perché non vedere cosa pensa la gente a proposito della propria felicità piuttosto che decidere autoritariamente (ecco l’autoritarismo) cosa può renderli felici ? Perché partire sempre da un atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’uomo e pensare che sia manipolato e non in grado di cogliere nel profondo ciò che rende la sua vita soddisfacente ? Fino ad ora è successo generalmente il contrario. Con un atteggiamento paternalista si è stabilito quali sono gli obiettivi da massimizzare assumendo che questi obiettivi rendano le persone felici (senza chiederglielo ma decidendo per loro). In realtà per fortuna in democrazia un momento in cui indirettamente i cittadini si pronunciano sull’approvazione o meno di tali obiettivi c’è ed è quello elettorale ed è anche per questo che gli studi sulla felicità sono importanti. Questa fiducia nelle persone, implicita nelle ricerche sulla felicità dichiarata, sembra ben riposta. I fattori che in media rendono (in diversa proporzione e combinazione le persone felici) sembrano essere molto ragionevoli (salute, istruzione, beni relazionali, reddito relativo, successo relazioni affettive, ecc.) dipingendo una società molto lontana per fortuna dalla parodia dello schiavo felice. L’altro punto a mio avviso fuorviante è pensare che lo stato incida poco sulla felicità/infelicità dei cittadini e che se ci mettiamo a studiare la felicità i condizionamenti aumentano. Al contrario lo stato incide inevitabilmente e come con ogni sua decisione investendo beni sensibili per la felicità del cittadino (quelli segnalati sopra più inflazione, disoccupazione, crescita, ecc.). Qualche volta rischia di farlo definendo degli obiettivi che possono non massimizzare la felicità collettiva. Dunque meglio sentire anche la voce dei cittadini rimanendo ben consci dei limiti di queste indagini e del modo saggio in cui vanno interpretate (ad es. orientamento verso i trade-off e le scale relative come giustamente sottolinea il lettore). Terzo ed ultimo, sono ovviamente d’accordo che libertà e dignità sono i prerequisiti della felicità ma non esiste una relazione univoca tra non interventismo dello stato e questi due attributi della persona. Come Sen insegna la libertà è nulla senza capabilities o capacità. Le capacità di fare si costruiscono dando pari opportunità. La relazione tra intervento pubblico da una parte e libertà, capacità e dignità della persona dall’altra è dunque molto più complessa. Dipende dal tipo di intervento o di riduzione di presenza dello stato se l’impatto dell’iniziativa accresce o riduce queibeni che sembrano fare la felicità collettiva. Dunque sperando di fugare le paure del lettore gli studi sulla felicità implicano fiducia nelle persone e il tentativo di andare oltre un atteggiamento paternalista dell’elites (niente rischio di totalitarismo soft, nessun aumento necessario di spesa pubblica e nessun bias politico conoscendo bene gli studiosi in materia…).
  6. buchan Rispondi
    Non e' scoperta recente che l'economia politica debba essere interdisciplinare, semmai e' dai marginalisti che si e' dimenticato il suo ambito di azione umana (vedi; "praxeology", Ludwig Von Mises; Murray Rothbard). Teutologica e' la considerazione che qualsiasi politica debba considerare l'uomo "tutto intero", almeno teoricamente stupirebbe il contrario! Diverso e' considerare un concetto astratto come la felicita' elemento guida di politica economica (perche' non la infelicita', invidia, avidita', sentimentalismo, gioia ...?). Che il policy maker si debba chiedere se ha trasmesso felicita' e' lecito, purtroppo non e' misurabile ex-ante o ex-post (risponde se e' felice chi ha subito un incremento di imposte? E una banca che vede alzarsi i tassi risponde che e' infelice? Un incremento del tasso ufficiale di sconto crea felicita'? Una sua diminuzione? La normativa sulla regolarizzazione delle licenze taxi ha reso felici sia utenti sia tassisti? Le risposte sono scontate). E' uno dei tanti elementi astratti che servono solo ad eccitare l'intelletto degli accademici. Che gli individui incorporino diverse nozioni nelle loro scelte non stupisce, sono individui e non solo economisti! L'individuo incorpora tutto se stesso nelle scelte. Non nego l'evoluzione degli studi, nego la loro utilita', rifiuto l'aggiunta di un ulteriore concetto astratto ai tanti gia' presenti in analisi economica, perche' so che anche questo concetto verra' ridotto a pura analisi quantitativa e sottratto dal suo ambito di azione umana. Questo non aiuta a perseguire la felicita' delle persone, le confonde, le seduce, le inganna (si immagini un Governo che annuncia che il livello di felicita' calcolato dagli economisti, in base allo stesso approccio marginalista/matematico dominante, e' aumentato!?). Svestiamoci del comodo abito dell'economista per realizzare che la scienza inventata e' solo un gioco mentale, serve se e' reale.
    • La redazione Rispondi
      Non capisco quale altro obiettivo migliore e più elevato per l’uomo dovrebbe esistere se non il perseguimento della felicità (il lettore cita invidia, avidità, sentimentalismo ma non vedo chi li metterebbe sullo stesso piano). E’ molto meno “reale” una “scienza” che vuole massimizzare il grado di utilità o soddisfazione dell’uomo postulando in astratto cosa renda la persona felice (come si è fatto sino ad ora) che una che si preoccupa di riscontrare empiricamente cosa c’è veramente nelle preferenze degli individui e nelle loro funzioni di utilità/felicità. Le analisi empiriche sulla felicità servono appunto a non farci perdere il contatto con il reale e a correggere il tiro… Nessun economista serio è poi così sprovveduto da prendere per certi valori puntuali fondati su dichiarazioni soggettive, ma allo stesso tempo possiede oggi i mezzi per valutare, ad esempio, il costo relativo per la persona di “mali” come la disoccupazione, l’inflazione e la recessione fornendo utili suggerimenti a politici, economisti sulle preferenze degli elettori e spiegando perché alcuni sistemi economici e alcune popolazioni scelgono politiche o modellano istituzioni che perseguono politiche economiche più espansive ed altre no …
  7. buchan Rispondi
    L'importanza della felicita' nella vita degli individui e' concetto innegabile. Tuttavia, che la sua misura possa divenire una variabile di politica economica, sembra decisamente un ulteriore tentativo da parte dell'astrazione economica di misurare un fattore che e' soggettivo e non quantificabile. Si sono forse tediati, gli economisti, del criterio della massimizzazione dell'utilita', cercando di rendere più felice l'analisi economica, arricchendola di originali concetti astratti, ai quali ricondurre le stesse variabili tipiche della scienza economica, come inflazione e disoccupazione? Solo alcune brevi considerazoni, tra molte. Come ricercare livelli misurabili di felicita' comuni a singole categorie di persone, o addiruttura ad una intera nazione, come prerequisito di qualsiasi azione di politica economica, senza che i suoi risultati siano meno chairi di quanto lo sino ora? Come sostenere, dal punto di vista economico politico, che esistono variabili di felicita' diverse da quella della massimizzazione del reddito disponibile, quando, cosi' facendo, si trascende dal contesto di economia monetaria basata sullo scambio indiretto, nella quele ragionevolmente serve denaro per massimizzare l$B!G(Butilita' e sul quale si basa l'analisi economica? L'analisi empirica servirebbe a convincere che ben pochi individui con aspettative future positive, salvo gli $B!H(Bschiavi felici$B!I(B, sarebbero in grado di prescindere la felicita' dal proprio livello di reddito/patrimonio e/o dallo stesso livello che vedono negli altri: tali individui garantiscono il consenso politico. L'economia e' comune buon senso altamente rielaborato; buon senso consiglia di lasciare ad altri campi il perseguimento della felicita', concetto troppo ampio perche' sia emulato sull'altare della cupa scienza economica.
    • La redazione Rispondi
      Rispondo brevemente elencando alcune ragioni sul perché sempre più economisti sono convinti che bisogna occuparsi anche di felicità : 1) la separazione in compartimenti stagni tra le diverse discipline crea seri problemi proprio nel momento delle formulazioni delle proposte di policy. Se una disciplina non è in grado di vedere tutto l’uomo, integrandosi con i risultati delle altre, prescriverà delle ricette sulla base di una visione di uomo del tutto parziale con effetti negativi sulla sua felicità per non essere stata in grado di calcolare effetti collaterali che la sua visione parziale della persona gli impedisce di vedere (per fareun esempio i) se un modello economico non considera l’importanza delle relazioni interpersonali per la felicità individuale può prescrivere una ricetta di policy senza accorgersi degli effetti collaterali negativi della stessa sui beni relazionali e sulla felicità collettiva e ancora ii) se un esperto ambientale non integra alle proprie conoscenze sulla scarsità delle risorse naturali quelle sul funzionamento dell’economia prescriverà che bisogna consumare di meno per risolvere i problemi dell’umanità non tenendo conto degli effetti del consumo sulla povertà, e così via). 2) è ormai da molto tempo che le funzioni di utilità di molti nuovi filoni di ricerca includono variabili molto diverse dalla mera massimizzazione dei consumi. Basti considerare i filoni dell’economia della reciprocità, della avversione all’ineguaglianza, della fairness, ecc. Gli studi sperimentali più recenti hanno stimolato ed incoraggiato questi approcci dimostrando che gli individui incorporano queste nozioni nelle loro preferenze e nelle loro scelte. iii) se il fine ultimo delle istituzioni è quello di non porre ostacoli al perseguimento della felicità collettiva evitando ovviamente che la libertà o felicità di alcuno si fondi sulla costrizione o sull’infelicità di altri (e non si vede quale altro dovrebbe essere il loro fine) è evidente che dobbiamo approfondire cosa ci rende felici. Siccome le decisioni di politica economica sono tra quelle con il più vasto impatto sul benessere e sulla felicità della popolazione l’economia in primis deve studiare il problema delle determinanti della felicità. iv) gli studi sulla felicità aiutano a comprendere meglio le differenze di istituzioni e politiche economiche tra paesi. Illustrando per esempio l’eterogeneità degli effetti di variabili economiche stesse (recessione, inflazione, disoccupazione) sulla felicità dei cittadini. Il buon senso dunque consiglia di formulare ricette di policy partendo da una visione dell’uomo tutto intero, non ipotizzando a priori cosa lo rende felice attraverso una funzione di utilità che guarda ad una sola faccia del problema, ma testando le diverse ipotesi sul campo. Se questo non avvienegli economisti rischiano di formulare ricette che, applicate dai politici, potrebbero paradossalmente aumentare il livello d’infelicità collettivacondannando i politici stessi all’insuccesso.
  8. Marco D'Egidio Rispondi
    Parlare di felicità è un po’ generico;a volte ho sentito parlare di felicità, soddisfazione e benessere, come se fossero però la stessa cosa. Invece no. Il benessere è un “ambito” della felicità collettiva che concerne l’aspetto economico della vita delle persone. In generale non è detto che il denaro diffonda felicità. La soddisfazione pone in relazione i risultati con l’impegno per produrli. Il benessere è oggettivo, la soddisfazione soggettiva. Il benessere ha più aspetti in comune con la ricchezza disponibile e l’aumento dei redditi, mentre la felicità è più difficile da indagare per l’importanza di fattori extra-economici. Nell’ipotesi che si parli di benessere, bisogna distinguere le fasce di reddito, all’interno delle quali incrementi uguali di ricchezza producono diversi incrementi di benessere. E’ più facile che un manager si dichiari “benestante” anche ad aumento nullo di reddito,mentre un operaio senta la mancanza di benessere, anche dopo aumenti significativi dei salari. Il benessere medio aumenta con la ricchezza media, ma all’interno delle diverse fasce sociali la percezione di sicurezza e disponibilità economica variano. La mia opinione è che il denaro produce benessere, uno solo degli aspetti della felicità, per un meccanismo di immediato riscontro. L’insicurezza e l’inquietudine di oggi sono legate all’accrescimento delle disuguaglianze sociali nel processo globale. Chiedersi se e quanto il denaro influisca sulla felicità è una domanda troppo imprecisa. Non sarebbe interessante allora, assieme alla ricerca di nuovi parametri come fiducia, ambiente, qualità della vita, anche chiedere al cittadino (di cui si annotano le condizioni socioeconomiche) quanto si senta soddisfatto e quanto si senta nella situazione di benessere e alla fine quanto si senta felice,relativamente a vari ambiti della sua vita? Come nelle analisi multicriteria. Il confronto delle differenze sarebbe utile per studiare come il denaro si insinui nella vita delle persone.
    • La redazione Rispondi
      La questione del termine utilizzato negli studi della felicità è ovviamente fondamentale e molto dibattuta. 1) Se teniamo fermo l’ancoraggio ai risultati empirici recenti nella discussione sul termine non possiamo non far riferimenti ai vocaboli usati nelle indagini più importanti (Indagine Mondiale sui Valori, Eurobarometer, German Socioeconomic Panel). Come questi siano poi compresi da ogni intervistato attraverso il filtro del suo retroterra culturale è un altro discorso. Si utilizzano in genere due termini “felicità” e “soddisfazione di vita” ritenendo in genere che il primo sia più a rischio di essere influenzato dall’emozione del momento avvicinandosi ad una idea di felicità come somma di momenti felici. Il termine soddisfazione di vita (life satisfaction) indurrebbe l’intervistato ad una valutazione più globale e meno influenzata dall’emotività del momento. Di fatto i risultati empirici in genere variano pochissimo e dunque sembrano confermare che i due termini risultano quasi sinonimi nella percezione degli intervistati o almeno lo sono quanto all’impatto di fattori significativi sudi esse. 2) Concordo poi sul fatto che il termine benessere viene solitamente collegato dagli economisti a indicatori di reddito o di carattere socioeconomico ed è quindi evidentemente legato a variabili oggettive e non a percezioni soggettive come la felicità. 3) L’idea di un’analisi multicriteria avanzata dal lettore è sposata da alcune di queste indagini che effettuano domande specifiche sulla soddisfazione relativa al reddito o alla salute. 4) L’azzardo di estendere l’analisi statistica a fattori extra-economici riscontrato dal lettore è un rischio che, a mio avviso, dobbiamo assolutamente correre. La disponibilità di nuove informazioni, per quanto imprecise, ci consente per la prima volta di contraddire il famoso detto di Einstein per il quale “le cose che contano non si contano”. Cercando di contarle e di misurare il loro impatto evitiamo il rischio di credere che non esistano o di non valutare gli effetti su di esse di variabili più strettamente economiche che siamo in grado di misurare più facilmente.