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J-1, il visto (quasi) impossibile

Dopo l’11 settembre, il visto di studio o lavoro per gli Stati Uniti si ottiene solo attraverso una procedura complessa e costosa. Si cerca di evitare che i terroristi entrino nel paese camuffati da studenti, lavoratori o accademici in conferenza? O che il “legal alien” si trasformi poi in un immigrato clandestino? Qualunque sia la sua motivazione, è una politica poco efficace e inutilmente vessatoria. Anche perché chi ha un passaporto digitale e un biglietto aereo di andata e ritorno può agevolmente entrare negli Usa per sei settimane, senza alcun visto.

Negli ultimi anni, la politica degli Stati Uniti in tema di immigrazione è drasticamente cambiata. Gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno evidenziato importanti lacune nel sistema di controllo dell’autorità statunitense, la Us Immigration Customs Enforcement. Gli attentatori erano entrati negli Usa legalmente, con visti di lavoro o turismo, successivamente modificati una volta entrati nel paese. Insomma, erano stati controllati dalla Us Immigration.

Procedure complesse e costose

Da allora, le procedure di ingresso (richiesta dei visti, controlli alle frontiere eccetera) sono diventate molto più restrittive. Alcuni cambiamenti hanno risvolti positivi. L’utilizzo di passaporti a banda magnetica e foto digitale aiuterà di certo lo scambio di informazioni tra le autorità dei diversi paesi. E sebbene ci sia il rischio di creare un “grande fratello” che controlli tutti i movimenti, potrebbe finire per velocizzare almeno le procedure alle frontiere.
In altri casi, si ha il sospetto che la situazione sia sfuggita di mano ai politici. L’irrigidimento della normativa sembra finalizzato più a vessare i “legal aliens” desiderosi di entrare negli Stati Uniti, – ricordate il temibile burocrate Frank Dixon nel film “The Terminal”? – che a proteggere il paese da possibili attacchi terroristici.
Qualche esempio? Un italiano che vuole entrare negli Usa per motivi di studio o lavoro o anche solo per partecipare a una conferenza le cui spese saranno rimborsate da un’università americana, deve chiedere un visto J-1. Per ottenerlo si deve seguire una procedura molto complessa e alquanto costosa. Complessa perché oltre ai lunghissimi formulari da riempire, il legislatore americano ha inventato un documento “open”: l’alien deve dimostrare di avere forti legami con l’Italia. “E come?”, si chiede perplesso l’Italian alien: basterà una foto della famiglia in vacanza? L’abbonamento al Milan? Ma se ho pagato il calcetto per tutto l’anno, figurati se rimango in America. Ed è anche costosa: quasi 200 euro di tasse governative e 2 euro al minuto per parlare con il consolato statunitense in Italia. Dove i funzionari sono prolissi, poverini, ti devono spiegare tutti documenti da fare
Perché questa complessa procedura per avere un visto di studio o lavoro? Si sta cercando di evitare che terroristi entrino negli Stati Uniti camuffati da studenti, lavoratori o accademici in conferenza? O si vuole evitare che il “legal alien” si trasformi in un immigrato clandestino alla scadenza del visto?
Qualunque sia la motivazione, questa politica non funziona. Un italiano in possesso di un passaporto digitale fresco di questura e un biglietto aereo di andata e ritorno può agevolmente entrare negli Usa per sei settimane, senza dover ottenere alcun visto. Al costo di 10 dollari potrebbe anche ottenere una patente americana, valida quale documento di riconoscimento. Se lo volesse, potrebbe poi rimanere nel paese, illegalmente.
Esempi come questo mostrano la sclerosi della recente politica migratoria statunitense. Date le sue finalità, sulle quali si sta aprendo comunque un fronte interno, come testimonia la protesta degli immigrati legali con le marce del 1° maggio, le procedure di entrata sembrano poco efficaci e inutilmente vessatorie. Good luck, Viktor Navorski.

Leggi anche:  Rimesse degli immigrati: aumento figlio dell’incertezza

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Sommario 19 luglio 2006

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Per la neutralità della rete

  1. Michele Gambera

    Il visto J1 e’ per gli exchange students 9per esempio i vincitori do borsa fulbright). Il visto F1 e’ per gli studenti che vanno a proprie spese o con assistantship dall’universita’ americana. Il visto J1 e’ tradizionalmente imperfetto in quanto richiede, al termine del periodo di studio, di ritornare per due anni nel paese d’origine (nota bene, non genericamente fuori dagli USA ma esattamente nel paese d’origine). Per cui se uno vuole passare un periodo di lavoro negli USA dopo gli studi, con il visto J1 e’ dura. Per questo le borse Fulbright di solo viaggio sono un cattivo affare nel senso che per risparmiare il costo di un biglietto aereo ci si obbliga a lasciare gli USa al termine degli studi.

  2. Gian Luca Clementi

    Caro Vincenzo, non v’e’ dubbio che dopo 9/11 le procedure che un non-residente deve seguire per ottenere l’accesso agli Stati Uniti siano piu’ complesse di quanto fossero in precedenza. Non e’ sorprendente, ed e’ secondo me pienamente giustificabile. Riscontro pero’ che parte delle informazioni che fornisci non rispondono a verita’. Per brevi soggiorni, il visto J-1 e’ necessario solo qualora si venga negli Stati Uniti per prestare attivita’ lavorativa. La partecipazione ad una conferenza o ad un seminario non entra in questa fattispecie. L’Universita’ o organizzazione che inoltra l’invito non deve far altro che dichiarare che la corresponsione di denaro non e’ da ritenersi compenso per servizi svolti, ma semplicemente rimborso spese. Circa la patente di guida: in tutti gli Stati, le autorita’ competenti rilasciano la patente solo a coloro in possesso di social security number (assimilabile al codice fiscale italiano). Tale codice e’ ottenibile solo tramite la sponsorizzazione del datore di lavoro, e quindi previo ottenimento di un visto.
    Concludo ricordandoti che ancora oggi, le procedure che un Italiano deve seguire per recarsi negli Stati Uniti per lavoro o studio sono molto piu’ semplici e meno onerose di quelle che deve seguire un cittadino statunitense o di altro paese che si reca in Italia per le stesse ragioni. Valga ad esempio l’esperienza di un collega canadese che due anni addietro ha trascorso il suo sabbatico presso una nota istituzione italiana. Il malcapitato collega ha ottenuto la dichiarazione del Ministero del Lavoro che il consolato d’Italia richiede per il rilascio del visto. Una volta giunto in Italia, si e’ recato in questura per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Dopo una lunga attesa iniziata alle 6 del mattino, gli e’ stato chiesto di presentare il sopra-citato documento emesso dal Ministero, documento che era stato trattenunto dal Consolato! La situazione si e’ risolta con un viaggetto andata e ritorno per recuperare il documento!

    • La redazione

      Caro Gianluca,
      Ti ringrazio delle precisazioni: ottenere la patente è diventato
      effettivamente più complesso, come sottolineavi. Credo che la partecipazione ad una conferenza o ad un seminario possa ancora richiedere un J-1 a seconda della provenienza dei fondi utilizzati per il pagamento delle spese dello speaker (un nostro collega ha una horror story!). Nel complesso mi sembra però
      che il mio discorso rimanga: che dopo 9/11 l’accesso agli Stati Uniti sia diventato più complesso non è certo né sorprendente né difficile da giustificare, ma è la razionalità delle nuove norme che mi lascia perplesso.
      Perché rendere così difficile ottenere un J1 a chi può comunque entrare negli US senza visto? In realtà credo di conoscere la risposta: alcuni dei terroristi di 9/11 entrarono con visti analoghi: che la politica immigratoria statunitense soffra di “adaptive expectations”? In fine, non so se sia meno vessato un italiano che vuole andare negli States o un americano che si reca in Italia (alla fine io ci sono riuscito: ti rispondo da Los Angeles). Immagino che nei due casi si possano trovare molte storie raccapriccianti, ma non guarderei all’Italia come benchmark di efficienza burocratica, anche se si sa che “mal comune mezzo gaudio”. Diciamo che la mia intendeva essere
      un’osservazione più time-series che cross-section. Ciao Vincenzo

  3. Alefer

    Leggendo l’articolo e ricordando la trafila burocratica per ottenere il visto mi vengono, così ex abrupto, due commenti: gli Stati uniti devono pur sovvenzionarsi in qualche modo le guerre che vanno a farsi in giro per il mondo; secondo, come mai solo i passaporti di Roma non devono sottostare a cotale iter? e va bene che il grande fratello magnetico aiuta, ma per chi deve farsi quattrocento chilometri, pagare un albergo per essere ad ore antelucane in ambasciata e poi subire l’interrogatorio questa cosa non sa tanto di regalia medievale?

  4. Stefano

    Io ho ottenuto il mio visto J1 nel 2004. La trafila e’ stata lunga e noiosa ma non terribile. Nel mio caso, sono stato esentato dalla regola dei 2 anni. Inoltre, sono stato informato di una procedura per poterla rimuovere (bisogna chiedere alla ambasciata italiana).
    Avevo gia’ passato un periodo negli US con finanziamento di una universita’ italiana. In quel caso, ho approffittato del “Visa Waiver Program”, che permette di entrare negli US per meno di 90 gg. Sempre senza visto, ho ottenuto da un ente governativo un rimborso delle spese di viaggio per una conferenza. Il J1 serve solo se si deve ricevere uno stipendio o stare piu’ di 3 mesi.
    Dovro’ rinnovare il visto nel 2007. Spero che la situazione non peggiori ulteriormente!

    • Marta

      Ciao! Come hai fatto ad essere esentato dalla regola dei 2 anni? GRAZIE

  5. Vincenzo

    La mia esperienza personale è che, una volta ottenuto il DS 2019 (se l’isituto che ti chiama dagli Stati Uniti ti vuole, lo ottieni in poco tempo), il visto J1 è uno scherzo, personalmente ho impiegato meno di una settimana per prenotare l’intervista a Napoli e concluderla, sono stati celeri e simpatici e il visto è arrivato a casa dopo pochi giorni. Unica nota stonatissima, il numero telefonico per informazioni e prenotazioni è un numero a pagamento di quelli decisamente onerosi.

    Per quanto riguarda la regola dei due anni, credo che non sia difficilissimo ottenere la deroga, è sufficiente avere una richiesta o dichiarazione dell’istituto ospitante, in cui si dichiara che il dott. Tizio Caio è importante e indispensabile per l’istituto in questione. Non credo che dall’Italia vorranno fare tante resistenze, non hanno troppo bisogno di laureati, a quanto pare. Purtroppo.
    Quindi molto dipende dalla reale volontà e possibilità dell’istituto americano di avervi alle sue dipendenze.

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