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Un decreto al microscopio

Analizziamo i punti principali del decreto Bersani. La norma sui rapporti tra banca e cliente introduce maggiore trasparenza e ha un positivo impatto sulla concorrenza. Potrebbe però irrigidire la gestione dei tassi d’interesse. Aumentare l’offerta di servizio taxi è il primo passo per eliminare una significativa anomalia italiana. Ma i comuni si avvarranno effettivamente delle possibilità loro concesse? Per le libere professioni sarebbero necessarie alcune integrazioni. Come la tariffa a forfait per i professionisti e la liberalizzazione delle licenze delle farmacie.

Professioni, farmaci e concorrenza dopo il decreto Bersani, di Daniela Marchesi

Gli strumenti scelti dal decreto Bersani per incrementare la concorrenza nei settori che interessano gli ordini professionali direttamente (ad esempio, architetti, ingegneri, avvocati), o indirettamente (come nel caso dei farmacisti) si articolano essenzialmente su tre leve: fornire i presupposti per un ribasso dei prezzi, rendere le offerte di maggiore economicità il più possibile pubbliche e, al contempo, introdurre incentivi di comportamento, o forme di controllo, che evitino che la concorrenza sui prezzi si traduca, nei fatti, in un peggioramento del servizio offerto al consumatore.
La scelta degli strumenti e dei pesi e contrappesi è eccellente, però la sua applicazione nel dettato normativo in molti casi non è ben mirata e per risultare davvero efficace necessiterebbe di alcune integrazioni.

Ribasso dei prezzi

Nel caso delle libere professioni il ribasso dei prezzi viene perseguito attraverso l’eliminazione delle tariffe obbligatorie minime o fisse.
Per i farmaci lo strumento scelto è quello di ampliare il numero dei soggetti che possono vendere i medicinali che non richiedono la prescrizione medica: da oggi anche i supermercati potranno offrirli.
Venir meno delle tariffe minime da un lato, apertura a grandi e numerosi esercenti dall’altro, dovrebbero inserire maggiore concorrenza in questi settori, i nuovi entranti avrebbero la possibilità di proporsi offrendo sconti e il risultato sarebbe quello di un generale ribasso dei prezzi.

Politica della diffusione dell’informazione riguardo sconti e prezzi più convenienti

Sia per i servizi offerti dai liberi professionisti, che per i farmaci la via seguita è quella della pubblicità: ai professionisti viene consentito di pubblicizzare qualità e prezzi dei servizi che offrono, a supermercati e farmacie viene espressamente richiesto di rendere chiare ed evidenti al pubblico le offerte di sconto.

Strumenti di salvaguardia della qualità del servizio offerto

Il problema fondamentale che si pone nell’incentivare una politica di ribasso dei prezzi in questi settori è quello di scongiurare che la concorrenza porti a prezzi più bassi a detrimento della qualità del servizio. Infatti, tutti questi servizi sono caratterizzati dalla presenza di una consistente asimmetria informativa tra chi li offre e chi li compra. Chi si fa costruire un’abitazione raramente è in grado di capire se la tal perizia sul terreno è davvero utile, quanto tempo richieda effettivamente un collaudo e come vada fatto e così via. Analogamente chi si fa difendere in un processo non sa se scambiare un cospicuo numero di memorie con la controparte è importante o meno per il risultato che desidera ottenere. Anche chi deve acquistare un medicinale da banco non sempre sa valutare solo sulla base del foglietto illustrativo se due medicinali sono assolutamente analoghi per risolvere i suo problema.
La conseguenza è che non si riesce facilmente a capire se lo sconto è reale, oppure no, perché poco si comprende di ciò che si sta acquistando.
Per evitare il più possibile che il professionista offra contro lo sconto un servizio scadente, nel decreto Bersani si offre la possibilità di introdurre per i servizi offerti da ogni categoria professionale regole che consentano di vincolare il pagamento (e la sua entità) al risultato. Nel caso degli avvocati si apre la possibilità di inserire le contingency fee: clausole, ampiamente diffuse negli Stati Uniti, che subordinano il pagamento della parcella dell’avvocato all’evenienza che si vinca la causa e che ne legano l’importo a quanto il cliente ottiene dalla controparte a seguito della sentenza, ad esempio in risarcimento.
Tali accordi sarebbero degli utili correttivi perché agganciano l’onorario al buon esito della prestazione e dunque disincentivano il professionista dall’offrire servizi modesti per abbagliare il cliente con prezzi particolarmente bassi. In altri termini consentono di aggirare il problema dell’asimmetria informativa tra cliente e offerente.
Per evitare che il consumatore sia disorientato nell’acquisto di medicinali il decreto impone che a venderli, anche nei supermercati, sia sempre e comunque un farmacista, il cui ruolo è quello di spiegare funzioni ed effetti dei diversi farmaci e perciò di orientare il consumatore nell’acquisto.

I limiti di questo sistema di pesi e contrappesi

Perché tutto questo sistema produca i suoi risultati è necessario che la formula di determinazione dell’onorario del professionista sia a forfait. Se invece è a tempo, o a prestazione, il sistema non produce gli effetti virtuosi desiderati. Infatti se, come accade ad esempio nel caso degli avvocati, la parcella è il risultato della somma di moltissime singole tariffe applicate per altrettante singole prestazioni offerte al cliente, che fanno tutte parte dello svolgimento di una stessa causa (memorie, studio della causa, conclusioni eccetera), eliminare i minimi non equivale a produrre parcelle più basse, né consentire la pubblicità aiuta il cliente a essere meglio informato: paradossalmente un avvocato che fa sconti può finire per chiedere un onorario più alto di uno che non ne fa, dipende da quanto complica la causa (e perciò da quanto moltiplica il numero delle prestazioni necessarie). Con questa tipologia anche il correttivo del pagamento legato al risultato può funzionare poco, perché serve a evitare un uso troppo ridotto degli strumenti necessari al raggiungimento del risultato, mentre in questo caso il problema è diametralmente opposto: l’eventuale, e inutile, sovraccarico di strumenti impiegati, volto ad alzare il può possibile la parcella a dispetto di un dichiarato sconto sulle singole tariffe.
Attualmente, le formule di determinazione dell’onorario per le diverse tipologie di professionisti sono le più varie, addirittura nell’ambito di una stessa professione ve ne possono essere diverse a seconda del tipo di attività, e le tariffe a orario e a prestazione, cioè quelle per le quali il decreto è inefficace, sono largamente impiegate.
Sarebbe pertanto di fondamentale importanza che in sede di conversione del decreto si imponesse che tutte le tariffe siano a forfait.

Nel caso della vendita dei farmaci, il punto debole è nel continuare ad agganciare la distribuzione a luoghi fisici, invece che alla professionalità del soggetto che deve servire l’utente. Si sono aggiunti i supermercati alle farmacie, ma l’efficienza imporrebbe che se il farmacista è l’elemento fondamentale per assicurare l’informazione e la razionalità dell’acquisto, sia a lui consentito di aprire un punto vendita dove vuole, e non l’inverso, come ora viene stabilito. I costi imposti al supermercato per poter offrire farmaci dotandosi di un farmacista e predisponendo, come richiesto, una sezione del negozio separata e appositamente dedicata a questi prodotti, sono tali che solo agli esercizi di grandi dimensioni sarà possibile sfruttare questa opportunità. Cioè a quelli che di norma si trovano fuori dai centri cittadini, e dunque non sono facilmente raggiungibili al bisogno. E i medicinali da banco in genere non si comprano in anticipo, per farne scorta.
Il costo politico sarebbe alto, ma se si vogliono preservare tutti e tre gli obiettivi indicati, la soluzione è liberalizzare le licenze e dare la possibilità a ogni farmacista di aprire dove crede un punto vendita.
Diversamente, si deve sacrificare uno dei tre obiettivi: o il ribasso dei prezzi, conservando l’esclusiva alle farmacie. O il contenimento delle asimmetrie informative, consentendo la vendita ai supermercati, ma senza imporre la presenza del farmacista. O l’effettività del servizio, scegliendo la soluzione, adottata dal decreto, di consentire di fatto solo ai grandi supermercati di vendere, ma assumendo un farmacista.

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I taxi e le licenze aggiuntive, di Andrea Boitani

Nei giorni scorsi il Governo ha mandato un significativo segnale: intende esercitare appieno la competenza esclusiva che la Costituzione riserva allo Stato in materia di tutela e promozione della concorrenza. Ne sono significativi esempi il cosiddetto “decreto Bersani” e il disegno di legge delega sui servizi pubblici locali. Qui di seguito si concentrerà l’attenzione su un solo punto del decreto, quello riguardante i taxi, lasciando a un successivo approfondimento la complessa questione dei servizi pubblici locali.

Cosa dice il decreto

articolo 6 del decreto legge prevede una “deroga al divieto di cumulo di licenze per il servizio di taxi”. Divieto previsto dalla normativa nazionale in vigore da quasi quindici anni e che ha contribuito a far sì che in quasi tutte le città italiane trovare un taxi sia molto difficile (soprattutto nelle ore di punta) e che, quando lo si trova si spenda mediamente più che in molte altre città europee, a parità di percorrenze e di tempo.
Il decreto prevede che i comuni “possano” vendere delle licenze aggiuntive a chi già ne possiede una e che i proventi derivanti da tali vendite siano ripartiti, in misura non inferiore al 60 per cento e non superiore all’80 per cento, tra i titolari di licenze taxi che mantengono una sola licenza. E ciò al fine di compensare questi ultimi per la perdita in conto capitale derivante dall’aumento complessivo del numero delle licenze. I comuni, inoltre, possono rilasciare autorizzazioni temporanee a svolgere servizio taxi, al fine di fronteggiare picchi di domanda o “eventi straordinari”.
Il dispositivo del decreto va nella direzione più volte indicata su lavoce.info e, perciò, non possiamo che accoglierlo favorevolmente. Aumentare l’offerta di servizio taxi, consentendo anche la crescita imprenditoriale del settore attraverso la gestione di un certo numero di licenze, è il primo passo per eliminare una significativa anomalia italiana. Ma è solo il primo passo. Infatti, il decreto va convertito in legge e, anche qualora venisse convertito nella sua forma attuale, nulla garantisce che i comuni si avvalgano effettivamente delle possibilità loro concesse dal decreto.

Cosa faranno i comuni?

Dipenderà dalla capacità di pressione della agguerrita lobby dei taxisti (prima e dopo la conversione in legge) e dalla forza che i comuni sapranno o vorranno esercitare a favore dei propri cittadini. Si tratta di un problema generale, che riguarda tutte le riforme volte a promuovere la concorrenza nei servizi locali, da quelli commerciali (si ricordi la riforma Bersani del commercio del 1998, inapplicata o stravolta da Regioni e comuni) a quelli collettivi (si pensi alla riforma dei trasporti pubblici locali del 1997-99, anch’essa in gran parte inapplicata). Le norme sembrano risultare assai poco cogenti anche quando fissano obblighi, figurarsi quando offrono “possibilità“. È dubbio che il margine di guadagno per le casse comunali (fino a un massimo del 40 per cento dei ricavi derivanti dalla vendita delle nuove licenze) costituisca un incentivo sufficiente.
Inoltre, il decreto nulla dice sulle tariffe. Né poteva dire nulla, trattandosi di materia di competenza comunale. Ma affinché l’aumento dell’offerta si traduca in tariffe più basse è necessario che i comuni consentano sconti, opportunamente pubblicizzati sulle auto, rispetto al tassametro, che dovrebbe rappresentare soltanto il “prezzo massimo” e non più il “prezzo fisso”. Né il decreto poteva intervenire su ciò che determina la domanda di servizio taxi e sulle condizioni di operatività e quindi di efficienza del servizio stesso (dai turni alle corsie preferenziali). Solo i comuni possono intervenire, con politiche del traffico adeguate e modificando i regolamenti riguardanti i turni.
I taxisti hanno già manifestato la loro dura opposizione al decreto, nonostante la compensazione a loro favore che dovrebbe limitare molto, se non annullare, la perdita in conto capitale. La ragione è semplice: si oppongono a “qualsiasi” riforma che possa anche solo incrinare il loro potere di mercato, ritenendo (non a torto, dal loro punto di vista) che, se passa questa riforma, i comuni potrebbero addirittura avvalersene.
Le associazioni dei consumatori sembrano aver capito il valore, anche solo simbolico, del decreto. È auspicabile che facciano sentire la propria voce in modo forte e chiaro, per controbilanciare quella dei taxisti in una battaglia che sarà dura e non breve. E per allenarsi ad altre battaglie sui servizi pubblici locali.

Più concorrenza per i conti correnti, ma non basta, di Angelo Baglioni

Il “decreto Bersani” contiene una norma volta ad aumentare la trasparenza nei rapporti tra banche e clienti e a favorire la concorrenza. Prevede che qualunque modifica delle condizioni contrattuali sui conti correnti, compresi i tassi d’interesse, sia comunicata al cliente con un preavviso minimo di trenta giorni. Il correntista ha diritto di recedere, entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione scritta, senza sopportare penalità e senza spese di chiusura. Finora, le variazioni delle condizioni contrattuali entravano in vigore quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Pregi e difetti

La norma è da vedere con favore per la trasparenza che introduce nei rapporti banca-cliente e per il positivo impatto sulla concorrenza.
Finora, il correntista veniva informato dalla banca “a cose fatte”, quando le nuove condizioni erano già applicate. D’ora in poi, il cliente potrà conoscere in anticipo eventuali variazioni e, soprattutto, potrà reagire cambiando banca: l’aspetto più interessante è che questa scelta avverrà senza costi per il cliente. I costi che tradizionalmente gravano sulla chiusura del rapporto sono uno dei principali fattori che limitano la concorrenza in questo settore: la presenza di “switching costs” scoraggia il cliente dall’abbandonare la “sua” banca, anche se ve ne sono altre che offrono condizioni più favorevoli.
Qualche dubbio sorge sulla effettiva rilevanza del provvedimento. Se, come sembra, riguarda solo le condizioni strettamente relative al conto corrente, la sua portata pratica sarà piuttosto limitata. Gran parte dei costi di “switching”, che gravano sulla clientela, sono connessi ai servizi abbinati al conto corrente, quali: risparmio gestito, carte di credito, domiciliazione bollette, accredito stipendio, mutuo. Facciamo solo due esempi: le commissioni di entrata nei fondi comuni, che sono un costo non recuperabile nel caso di passaggio a un’altra banca e di conseguenza a un’altra società di gestione del risparmio (Sgr); il costo di sostituzione della carta di credito con una nuova.
Occorre ridurre questi oneri per affrontare veramente il problema degli “switching costs”. Le soluzioni tecniche non mancano. Basterebbe abolire le commissioni di entrata nei fondi comuni; oppure indurre le banche a distribuire fondi offerti da una pluralità di società di gestione del risparmio r, così che un cliente possa cambiare banca senza essere costretto a cambiare Sgr (a questo fine andrebbe spezzata l’integrazione verticale tra banche e Sgr). Ancora: perché non prevedere la “portability” della carta di credito da una banca all’altra, visto che moltissime banche aderiscono allo stesso circuito (ad esempio: Visa o Mastercard)?

Un secondo rilievo deriva da una possibile rigidità che il decreto potrebbe produrre. Il mese di preavviso richiesto impedisce alle banche di variare rapidamente i tassi d’interesse applicati, limitando la reattività dei tassi bancari alle condizioni del mercato e agli impulsi di politica monetaria.
In conclusione, mentre da un lato è apprezzabile lo sforzo volto a ridurre i costi di “switching”, che andrebbe esteso ben al di là del conto corrente, dall’altro non sembra opportuno irrigidire la gestione dei tassi d’interesse bancari.

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Provaci ancora, ministro, di Luca Pellegrini

Il ministro Bersani ha al suo attivo una riforma del commercio che ha rappresentato un punto di svolta importante per la regolamentazione del settore, il primo serio tentativo di uscire dal regime di protezione esteso e minuzioso che lo ha caratterizzato per trenta anni. Ora ci riprova, con una serie di provvedimenti che intervengono su alcune tematiche specifiche che la riforma del 1998 non aveva toccato. E, cosa che ha potenzialità anche più significative, stabilisce alcune regole generali in materia di attività commerciali.

Farmacie: nessun danno irreparabile alla categoria

La questione specifica più rilevante è naturalmente quella relativa alla possibilità di vendere prodotti farmaceutici che non richiedono ricetta medica, i cosiddetti Otc: “over the counter”, al di fuori delle farmacie e di portare la titolarità di farmacie nell’evo moderno, eliminando restrizioni davvero estreme anche per un paese con così forti tradizioni corporative.

La caduta del monopolio sull’Otc merita qualche considerazione non solo per i vantaggi che ne verranno per il consumatore (prezzi più bassi) e per i farmacisti meno fortunati (quelli che non hanno ereditato una farmacia, che avranno nuove occasioni di lavoro), ma anche per una questione più generale. Ogni volta che si interviene su un’attività protetta viene sollevato un problema di equità in ordine alla svalutazione dell’investimento fatto sulla base di diverse “regole del gioco”. Così, come il taxista paventa una svalutazione della sua licenza, il farmacista teme la perdita di valore della sua farmacia. Una preoccupazione che in linea di principio ha una sua giustificazione e su cui gli interessi colpiti fanno leva per resistere ai provvedimenti di liberalizzazione. Ma, nel caso specifico come in altri molto simili, è vero?

La risposta va cercata uscendo dalla prospettiva “statica”, che viene assunta da chi difende posizioni di rendita garantite da restrizioni. Il problema dovrebbe essere posto in termini diversi, valutando se le dinamiche di mercato nel nuovo contesto possono consentire, dimostrando una qualche reazione proattiva, di recuperare la temuta svalutazione del proprio investimento. Provare a seguire questa logica nel caso delle farmacie può forse essere utile a titolo esemplificativo. Basta infatti lasciare per un momento una visione inchiodata allo stato di fatto generato dalle regolamentazione per vedere ampie possibilità di recupero nella vastissima area di prodotti legati alla crescente attenzione per il benessere fisico. Alcuni farmacisti sembrano considerarli con una certa sufficienza, come un rischio di banalizzazione di quella funzione di consulenza che essi rivendicano. Al contrario, un consiglio per una crema, un prodotto dietetico o, perché no, di bellezza non è meno importante di quello che riguarda una compressa per il mal di testa. È un’area di mercato in grande espansione, che ha generato un bisogno di servizio come quello che le farmacie possono dare a motivo della loro competenza e della fiducia di cui godono da parte dei loro clienti.

Accettare un cambiamento in questa direzione comporta naturalmente affrontare nuovi problemi (acquisire competenze su altre categorie di prodotto, rivedere i parametri di gestione, ripensare i criteri con cui viene usato lo spazio di vendita) e cambia in parte il mestiere di farmacista, ma si può fare. Nel valutare – per le farmacie, per i taxi, per le panetterie e, speriamo, in futuro anche per la vendita di carburanti e di prodotti a stampa – se si pongono problemi di equità, qualche test sulle possibilità di recupero, dimostrando un minimo di reattività alle nuove condizioni di mercato, andrebbe fatto. Rafforzerebbe la cogenza dei provvedimenti di liberalizzazione.

Commercio e concorrenza: qualche punto fermo e, forse, una piccola rivoluzione

Le norme di interesse per il commercio del nuovo decreto non si limitano però a interventi specifici. Anzi, le più importanti in prospettiva sono quelle contenute nell’articolo 3 del Titolo I, significativamente intitolato “Regole di tutela della concorrenza nel settore della distribuzione commerciale”.

L’intento è ambizioso perché si vuole stabilite una serie di principi generali da porre alla base dello svolgimento di qualunque attività di distribuzione commerciale, fondati sulla tutela della concorrenza. È evidentemente una linea di intervento che nasce dall’esperienza della riforma del settore del 1998, la cui forte spinta di liberalizzazione ha finito per essere decisamente depotenziata dalle Regioni che avevano una rilevante delega nella sua attuazione. Non solo, ma con la revisione del Titolo V della Costituzione e il definitivo passaggio alle Regioni della competenza in materia di commercio, si è aperta una fase che si preannuncia involutiva. Le Regioni si sono dimostrate molto esposte alle pressioni degli interessi in causa e poco sensibili ai valori della concorrenza. Queste prime disposizioni cercano di porvi rimedio.

Sono cinque i punti fermi indicati, rivolti ad altrettante potenziali barriere: eliminazione di requisiti professionali intesi a rendere più difficile l’accesso al mercato di nuove imprese; soppressione delle distanze minime tra esercizi commerciali, spesso usate per creare aree di protezione per chi è già sul mercato; libertà di definire l’assortimento, per evitare un ritorno alle tabelle merceologiche (vendita limitata ad alcune tipologie di prodotto); eliminazione dei divieti e limitazioni di vario genere alle attività promozionali (fatti salvi quelli che riguardano le vendite sottocosto e i saldi); divieto di fissare limitazioni alle quote di mercato a livello sub-regionale. Va notato, in particolare, l’effetto combinato del divieto di stabilire distanze minime e limitazioni di quote di mercato per aree sub-regionali: rende di fatto impossibile stabilire contingenti per nuove aperture, pratica adottata da molte Regioni. Se a ciò si aggiunge la “libertà di assortimento”, si toglie alle Regioni una parte molto rilevante degli strumenti che hanno usato per rallentare nuove aperture di grandi punti vendita. Sulla base delle regole stabilite dal decreto, la valutazione di nuovi investimenti commerciali non potrà che essere fatta su considerazioni di carattere urbanistico.

È facile prevedere che le nuove norme, a cui gli enti locali dovranno adeguarsi entro il 1° gennaio 2007, porteranno alla creazione di contenzioso, anche per qualche ambiguità che può nascere dalla lettura del testo del decreto. Ma un punto importante è stato stabilito: lo Stato rivendica con forza la propria competenza in materia di tutela della concorrenza e del consumatore e stabilisce dei “paletti” per le Regioni. Data la competenza esclusiva che hanno in materia di commercio, è l’unica strada percorribile. Può forse essere percorsa con ancora maggiore determinazione, non solo nel caso del commercio, ma nei confronti delle tante attività economiche ormai “federalizzate”.

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Sommario 27 giugno 2006

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23 commenti

  1. Alberto

    La norma che prevede che “le variazioni dipendenti da modifiche del tasso di riferimento devono operare, contestualmente in pari misura, sia sui tassi debitori sia su quelli creditori” (commentato nell’abstract dell’articolo ma non nel testo) mi pare assai simile all’imposizione di un prezzo amministrato: uno strumento assai diverso da quelli, totalmente condivisibili, usati per la maggior parte degli altri interventi (incluso l’altro intervento nel settore bancario, che favorisce la riduzione degli switching costs). L’intervento mi stupisce ancor più perché nell’ampio dibattito sul pass-through dei tassi di politica monetaria, sviluppatosi in concomitanza dell’introduzione dell’euro, non mi risulta sia mai stato proposto di uniformarne la velocità a livello europe attraverso interventi legislativi, presumibilmente perché se ne prevedevano gli efetti distorsivi. L’ambito di applicazione della norma non mi è chiarissimo; forse sarebbe opportuno limitarla ai contratti che prevedono esplicitamente l’indicizzazione a un medesimo tasso di riferimento.

  2. Enrico Gallina

    Mi è piaciuto l’articolo.
    Da tanto tempo ne condivido le argomentazioni.
    Vorrei solo aggiungere che a mio parere l’ostacolo più preoccupante in termini di switching costs sono le commissioni di trasferimento titoli che – in quanto fissate in misura percentuale – possono raggiungere cifre ragguardevoli rispetto a qualsiasi commissione/costo/spesa fissa.
    Per questo alcune banche hanno introdotto un cap a 25 euro. Il che ha senso anche dal punto di vista economico in quanto la spesa di trasferimento deve coprire il costo fisso amministrativo di variazione dell’input contabile della Montetitoli e altra società di clearing.

  3. Keoma

    Francamente, sulla questione dei “tassinari”, esprimo qualche oggettiva perplessità.
    I “tassinari” sono sicuramente una “corporazione”, almeno in questo senso tendono a porsi con ormai da anni – pur con significative eccezioni – pericolosi ammiccamenti con gli ambienti, in particolare di A.N., ma anche dell’ ultradestra ….
    Però non mi sembrano certo la “peggio corporazione” o la più ricca e quindi cominciare seriamente sostanzialmente solo con loro non mi sembra sul piano simbolico una grande pensata del governo Prodi.
    Tanto più che le altre misure “liberalizzatrici” ( su notai, farmacisti, avvocati ecc.), categorie sicuramente più ricche e rapaci, non sono tali da fare a queste categorie chissà quale danno …..
    Rimane però il fatto, parlando nello specifico di Roma, che ormai si spende più di taxi per andare e venire dalla capitale all’aereoporto di Fiumicino che di biglietto aereo per andare, per esempio, da Fiumicino a Bologna e ritorno …..
    Il che è oggettivamente una grossa anomalia che un qualche intervento lo meritava …
    Non so però, ripeto, se l’intervento fatto è quello giusto e se la logica liberale della maggiore “concorrenza” porterà poi effettivi benefici per i comuni mortali ….. in passato non sempre ciò è avvenuto e quindi la “ricetta” non mi sembra automatica ….
    Al tempo stesso però mi domando pure se gli scioperi selvaggi e i blocchi stradali di questi giorni li avessero fatti, invece dei tassinari, i metalmeccanici o i tramvieri cosa sarebbe successo con la Commissione di Garanzia e soprattutto con polizia e carabinieri ….

    Keoma

  4. Emiliano

    Vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori di “La voce” l’interessante aspetto di politica economica che sta dietro la riforma liberalizzatrice del Governo di centro-sinistra. Un riforma in senso liberista (non per un luogo comune) si sarebbe attesa maggiormente da un Governo di centro-destra. Questo, di fatto, il Italia con Berlusconi non è avvenuto , perchè le lobby che Prodi è andato a toccare sono sacche elettorali del centro-destra. Berlusconi piuttosto, se avesse potuto, avrebbe utilizzato politiche Keynesiane per incrementare la spesa pubblica, anche quella corrente, per mere questioni elettorali. Ritengo anche quelle di Prodi mere questioni “elettorali”. Infatti il decreto va a colpire solamente le categorie che, per la maggior parte, non hanno votato e non voteranno in futuro, il centro-sinistra.
    E’ vero che in passato Governi liberali (Inglilterra e USA) hanno usato politiche neo-keynesiane per far ripartire l’economia, ma in quei casi, forse, c’era davvero una volotà di politica economica precisa e studiata.
    In Italia noto piuttosto l’incapacità politica, di entambi gli schieramenti, di fare riforme strutturali, indifferenziate, ovvero che colpiscano lobby che votano a destra ed a sinistra, indipendendentemente dalla colorazione politica del Governo.
    La vera sfida della politica economica per l’Italia è superare la logica campanilistica dei partiti e fare riforme strutturali che servano all’economia per crescere ed essere più competitiva.
    Ritengo che non siamo ancora pronti!

  5. Fulvio Giulio Visigalli

    L’eccellente pacchetto di riforme economiche promosso dall’attuale Esecutivo ricalca in buona parte quel pacchetto di riforme contenute nell’ormai dimenticato Piano di Lisbona. L’ex Ministro per le Politiche Comunitarie, On. Giorgio La Malfa, aveva già indicato a suo tempo la via per uscire dalla profonda crisi italiana. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Speriamo che il ritardo venga colmato al più presto grazie alla buona volontà di tutte le parti sociali coinvolte. Ci stiamo giocando il futuro in Europa.

  6. dino

    1) Per quanto riguarda i taxi penso che sia ancora poco. Infatti lasciando ai comuni l’onere del rilascio delle licenze potrebbe finire tutto in un nulla di fatto. Tutti i sindaci hanno sempre avuto paura della lobby dei taxisti e hanno sempre ad essi ubbidito. . Temo chce il decreto rimarrà
    inapplicato…
    2) Professioni e farmacie. Ancora poco. Bisognerà anche liberalizzare l’accesso alla professione. Non solo un laureato in farmacia dovrà poter decidere quando e dove vuole di aprire una farmacia. Ma anche nelle altre professioni bisognerà ABOLIRE L’ESAME DI STATO e l’inutile sfruttamento legalizzato della pratica professionale (ABOLIRE I TIROCINI).

  7. Massimo Laurenti

    Altro tema per incidere sulle posizioni di rendita “parassitaria” nel settore delle derrate alimentari potrebbe essere quella di ridurre drasticamente alcuni dei circa 7 passaggi che si hanno dal produttore al consumatore, magari incentivando l’aggregazione di molti produttori che potrebbero vendere direttamente i loro prodotti evitando così di essere strangolati da chi specula sul loro lavoro al solo fine di fare profitto.
    Un suggerimento per far pagare a tutti l’IVA:
    si potrebbe far scaricare dal proprio reddito fatture relative a spese di beni e servizi fino ad un tetto da definire per poi avere una deduzione del 19% così come previsto per le spese mediche. Ne trarrebbe vantaggio il consumatore ed il fisco che incasserebbe sicuramente più imposta.

  8. vera bliznakoff

    Circa i dubbi dell’autrice che il consumatore si trovi indifeso a fronte di compensi professionali costruiti non sul forfait ma in base al tempo,segnalo il metodo proposto dal Consiglio Nationale degli architetti francesi che consente ad ogni singolo professionista di determinare, attraverso una formula matematica legata all’ammontare annnuo di quanto ritiene giusto e possibile guadagnare rapportato ad indicatori di produttività e costi specifici per le varie tipologie prestazionali offerte,in via preliminare il costo orario professionale per le specifiche tipologie prestazionali e renderle pubbliche. Li vi è l’obbligo di esporre la metodologia usata ed il compenso predefinito in bella vista all’ingresso dello studio.
    Grazie:Vera Bliznakoff

  9. Filippo

    La cagnara fatta intorno a riforme in gran parte demagogiche, seppur condivisibili nella logica, è riuscita nel suo intento di coprire quelli che sono i provvedimenti destinati veramente ad incidere.
    La discussione richiederebbe ben più di 2000 caratteri. Mi limito a menzionare il fatto di aver reso esenti le operazioni immobiliari, che creerà non pochi problemi (per usare un eufemismo) a una miriade di piccoli operatori, costretti a rivedere, A CAUSA DI UNA TASSAZIONE RETROATTIVA, piani economici concepiti anche anni fa.
    Interessante al proposito lo speciale comparso oggi sul Sole 24 Ore.

  10. Michele Giardino

    Le intenzioni sono ottime, ma il Governo ricordi che è di esse che sono lastricate le vie dell’inferno. E’ vero, c’è malanimo verso le banche, diffuso e ampiamente giustificato; ma questo non deve influenzare scelte oggettivamente importanti. Il rapporto cliente-banca ha natura contrattuale. Il Paese ha abbandonato da decennni il concetto di banca-istituzione, lasciandosi dietro varie assurdità conesse. Ma occorre coerenza: spetta alla banca gestire sia il proprio conto economico che le relazioni con i clienti, e senza interferenze. Fissare per legge obblighi che incidono in quella sfera può forse pagare a breve, ma finirà per ricordare a qualcuno il famoso “diritto al credito” teorizzato con forza quando le banche erano in gran parte di proprietà pubblica e altri totem dimenticati. Anche i milioni di lettere da inviare a tutti i clienti ad ogni cambiamento lasciano perplessi. Sono un pesante costo che andrà comunque ad incidere su qualche prezzo. Meno costoso, ma icomparabilmente più efficace, sarebbe obbligare le banche a pubblicare reiteratamente sui maggiori giornali nazionali e locali, magari in forma comparativa, ogni variazione di clausole sfavorevole alla clientela . Il danno d’immagine è molto più temibile e molto meno traslabile sui prezzi.

  11. Francesco Pastore

    Vorrei far notare che in alcune professioni, specificatamente in quella del dottore commercialista e avvocato, esistono da tempo profonde differenze nell’applicazione delle tariffe tra diverse zone del paese, tra Nord e Sud. In particolare al Nord (da Roma in su) è diffusa la applicazione di tariffe “a tempo”, nel Meridione d’Italia invece si è più inclini all’applicazione di tariffe “a risultato”, o come indicato nell’articolo “a forfait”. Questo sicuramente tutela i consumatori, per questo ben venga una definizione per legge.
    Per il resto non mi dilungherei sull’impatto più o meno liberista delle riforme rispetto a governi di centro-destra. Io parlerei invece di riformisti rispetto a conservatori. Era da tempo che in molti, compreso molti collaboratori de LaVoce.info auspicano una eliminazione alle tante barriere che ostacolano la libera circolazione di merci, servizi e persone in tanti settori della vita produttiva. Quella dei taxi è emblematica, così come lo è stato per il commercio nel 2003. Pensate che c’era gente che vendeva licenze per aprire una merceria (per la quale non occorre alcuna autorizzazione) a 30 milioni! Rendite di posizione inutili ed improduttive.
    Finalmente una scelta riformista, speriamo si prosegua andando a stimolare la crescita delle imprese e dei posti di lavoro.

  12. Giorgio

    Il decreto Bersani nella parte sulla vendita dei farmaci esclude dalla liberalizzazione le aziende che vendono online, che più di ogni altra hanno la possibilità di produrre un effetto di riduzione del prezzo dato che i loro prezzi sono sempre consultabili e confrontabili in tempo reale e che non soffrono di limiti geografici di accessibilità e possono quindi introdurre elementi di concorrenza anche dove l’offerta degli esercizi “tradizionali” ( farmacie o supermercati che siano ) è molto limitata. Così facendo esclude per assurdo anche realtà online che sono emanazione di consorzi di farmacie ( tra l’altro di farmacie comunali di reggio emilia…teoricamente il massimo del politically correct per un governo di centro sx 🙂 Se la presenza del farmacista è ( e mi permetto di dubitarne ) elemento fondamentale per equilibrare l’asimmetria informativa questa potrebbe essere garantita anche da negozi virtuali. L’unica differenza sarebbe che l'”assistenza” del farmacista verrebbe fornita con mezzi telematici

  13. Giorgio

    Non concordo comunque pienamente con la tesi dell’autore sull’asimmetria informativa. Il parallelo con i servizi professionali non è a mio parere perfettamente calzante. Nell’acquisto del farmaco da banco tipicamente il cliente confronta i prezzi di prodotti CERTAMENTE equivalenti provenienenti da fornitori diversi. O perchè ha già deciso quale tipo di preparazione commerciale acquistare o, quantomeno, di quale principio attivo ha bisogno.
    Se confronto tra loro lo stesso preparato o preparati diversi ma tutti ad es. a base di paracetamolo non vi è alcuna asimmetria informativa. Vi è eventualmente asimmetria se confronto preparati ad es. contro il mal di testa con differenti principi attivi scegliendo unicamente in base al prezzo….modalità di acquisto probabilmente non così diffusa e nella quale comunque i controlli che vengono fatti alla fonte dal ministero della sanità credo garantiscano adeguatamente il cliente consumatore della qualità di base di qualsiasi prodotto decida di acquistare

  14. g colitti

    Due considerazioni sul problema delle licenze dei tassisti, la prima tecnica, la seconda politica. Vorrei che qualcuno mi spiegasse in che modo si pensa di introdurre una maggiore concorrenza limitandosi a ridurre le barriere all’entrata senza toccare le tariffe. L’effetto che si avrà è che avremo qualche tassista in più (e questo al consumatore interessa per la maggiore facilità di trovare il servizio) ma il costo della corsa, non avendo toccato le tariffe, rimarrà invariato. Pertanto al tassista che volesse accettare la sfida della concorrenza e volesse adottare una strategia competitiva quale consiglio potremmo dargli? Su quali leve dovrebbe costruire la propria strategia di business? Il prezzo: non può. Lavorare di più: non può per via dei turni rigidi prefissati.
    La seconda considerazione, politica, riguarda il fatto che il settore dei tassisti è rigidamente controllato dalla politica. Le Amministrazioni comunali fissano infatti le barriere all’entrata (licenze), stabiliscono i prezzi (tariffe) e definiscono i limiti di offerta (turni). Perché il Governo ha deciso di toccare uno solo di questi tre elementi? Mi sembra quantomeno un atteggiamento dilettantistico o velleitario a meno di non pensare maliziosamente che il Governo abbia voluto passare la patata bollente ai Sindaci delle grandi città (Milano; Roma, Napoli, forse Firenze e Bologna, Bari, in totale non più di 15.000 tassisti) i quali saranno poi coloro che dovranno prendere le decisioni.

  15. biagio di lernia Trani(bat)

    Oltre ai taxi,adesso comincia la stagione degli scioperi nel trasporto aereo.
    Cominciano gli assistenti di volo e poi il resto.
    Il fatto grave è leggere che gli assistenti di volo della compagnia Eurofly sciopereranno anch’essi.
    Il Titolo della compagnia aerea,appena quotato in borsa, perde il 53% del suo valore.
    I piccoli risparmiatori che hanno comprato la IPO è stato truffato. Adesso si aggiunge anche lo sciopero degli assistenti di volo, che affosseranno ulteriormente l’Azienda, che sarà costretta a portare i libri in tribunale.
    Un atteggiamento Italiano da combattere.
    Anche qui Prodi deve metterci una “pezza”
    biagio di lernia

  16. Federico Ferro-Luzzi

    Mi sembra che ormai si stia dimenticando che il Mercato ha due “capi”, entrambi importanti: il contraente finale e il foritore del servizio e che la regolamentazione deve necessariamente tenere conto di entrambi (leggasi: si da molta importanza al contraente finale e poca al diritto del fornitore di entrare nel Mercato).
    Nel caso dell’abolizione delle tariffe minime non si tiene punto conto della circostanza che grossi studi possano offrire prestazioni gratuite a latere di quelle pagate (es: piccola causa per incidente stradale alla moglie dell’A.d. che tanto lavoro invia… e parlo per esperienza personale) che schiacciano la concorrenza (il piccolo, o neofita, avvocato); in altri termini (e per ovvie semplificazioni), si autorizza l’offerta “sottocosto” che esclude dal mercato i soggetti meno forti sullo stesso.
    Tra le altre cose la tariffa minima è ottimo punto di riferimento per il contraente finale, meglio, lo sarebbe stato qualora fosse stata adeguatamente pubblicizzata.
    A mio parere bisognerebbe, al contrario, eliminare la tariffa massima ed aumentare il controllo sull’effettiva applicazione della tariffa minima che consente anche al piccolo avvocato di far valere la preparazione senza doversi accaparrare il cliente con “offerte strabilianti” (salvo poi campare a pane e cipolla…e non nel senso dell’economista).
    Federico Ferro-Luzzi

  17. francesco

    Il futuro disegnato da queste e altre novità mi atterrisce. Così come la liberalizzazione delle licenze commerciali ha causato la sostanziale morte del piccolo commercio, con tutte le conseguenze sociali, estetiche, urbanistiche, così dal tassista piccolo imprenditore e uomo libero si passerà al tassista dipendente e schiavo salariato di qualche grande gruppo. Sono timori irrazionali di un misoneista o si stanno avverando le previsioni di Massimo Fini?

  18. UGO

    Mi sembra interessante far notare come le misure introdotte dal decreto Bersani stiano facendo emergere, accanto agli ovvi conflitti di carattere politico (destra/sinistra) e a quelli di carattere sociale o di categoria (libere professioni/lavoratori dipendenti/imprese), anche nuove fratture interne alle stesse libere professioni, soprattutto di carattere generazionale e di cui la stampa quotidiana non ha affatto parlato, ma che erano da tempo ben note agli studiosi di scienze sociali. Se si vanno ad intervistare professionisti appena abilitati e professionisti ben “avviati” si registreranno opinoni diverse, in particolar modo sui temi della tariffa minima e della libertà di pubblicità. Chi gode di una rendita di posizione non vuole rinunciarvi, mentre chi inizia da outsider è disposto a rischi più alti e mettersi maggiormente in gioco, salvo poi difendere la rendita di posizione una volta raggiunta. Del resto, se i professionisti affermati sono una tra le categorie che ha visto crescere maggiormente reddito e ruolo negli ultimi anni, come evidenzia l’ultima indagine sui redditi di Bankitalia, i professionisti in ingresso rappresentano una delle componenti più importanti della moderna precarietà e si connotano spesso come “lavoratori poveri”, con redditi da lavoratori dipendenti, se non inferiori, e rischi da lavoratori autonomi.
    Saluti Ugo

  19. erminia

    La liberalizzazione del prezzo dei farmaci non poteva essere raggiunta atteaverso una diminuzione del prezzo imposto alla case farmaceutiche e di riflesso anche al famacista? Sono una farmacista di un piccolo paese di circa 1800 abitanti che svolge anche una funzione di presidio sanitario e vi chiedo : con la possibilità anche per i grossiti di medicinalidi aprire ovvero gestire farmacie le piccole farmacie non scompariranno? Sarà un bene soprattutto nei piccoli paesi distanti da latri centri diversi chilometri come nel mio caso? Ed infine , non
    sembri una divagazione perchè il Governo non si attiva presso la regione Campania per rendere puntuali i pagamenti delle asl nei confronti dei farmacisti che sono costretti a gestire in questo modo situazioni economiche difficili?
    In defintiva sembra che dalle norme del decreto tranne quelle sul trasferimento di farmcie che mi vede d’accordo, unitamente ai ritardi enormi nei pgamenti del dovuto ai farmacisti ci stai avviando verso una diminuzione delle farmacie operanti sul territorio e soprattutto nei piccoli centri piuttosto che sul loro aumento. Grazie dell”ospitalità
    Erminia

  20. nakirasan

    Alcune personali riflessioni: la pubblicità è una tutela del consumatore solo se controllata (esempio per tutti la “par condicio” ricihesta e “rispettata” durante le campagne politiche); per tutelare il consumatore e per dare tutto in pasto ai soliti grandi operatori ritengo che sia un organo unico a dover fare l’informazione al consumatore, raccogliendo per tutti i preofessonisti del settore i prezzi praticati e le specializzazioni effettivamente possedute, questo organo deve pubblicizzare queste informazioni e deve sanzionari chi non rispetta le i prezzi comunicati. Concorrenza: si veda chi è il Colap e quali sono le associazioni che vi sono rappresentate; forse poi si potrebbe anche convenire che la concorrenza vera vuol dire fornire al consumatore servizi di qualità più o meno buona e non inflazionarlo ulteriormente di “patacche” (esempio il marchio di qualità sui prodotti che rispettano le norme europee non lascia spazio ai prodotti cinesi, a prezzi stracciati che arrivano senza aver rispettato le diverse normative), perchè nel lavoro professionale invece questi semplici concetti non si applicano?

  21. emilia

    Da semplice utente-consumatore, plaudo in generale al decreto Bersani, che trovo comunque solo l’inizio di un percorso virtuoso che potrebbe portare il nostro paese a standard ormai comuni a quelli dei paesi con i quali amiamo confrontarci.

    Nel caso specifico dell’abolizione delle tariffe minime dei professionisti, vorrei che si valutasse un elemento del quale si parla poco ma che, per la mia esperienza, non è certo trascurabile. Le poche volte in cui ho dovuto avvalermi della consulenza di un avvocato, su un arco di tempo di circa 20 anni ( e non si trattava sempre dello stesso professionista), l’argomento tariffa minima è stato sempre usato come espediente per ottenere pagamenti in nero, con conseguente massiccia evasione fiscale. Tutte le volte, infatti, l’applicazione della tariffa minima prevista per la prestazione da me richiesta avrebbe prodotto, a detta del professionista, costi così alti da rendere più appetibile il pagamento di una cifra forfettaria, ovviamente in nero. Non credo di essere la sola a cui questo sia capitato e mi piacerebbe che, tra una protesta di lesa maestà e l’altra, i signori professionisti spendessero qualche parola anche su questo.

    emilia giorgetti

  22. Luigi Cannella

    A giudicare dalle dichiarazioni di giubilo rilasciate ieri dai tassisti, più che soddisfati per il risultato ottenuto, la riforma Bersani ha fatto il classico buco nell’acqua. Il ministro ha parlato improvvidamente di pareggio che, in questo ambito, vuol dire che nulla è cambiato. Come volevano i tassisti. Avanti il prossimo.

  23. gianpaolo

    Una premessa, anche se ho compiuto solo un semestre di pratica legale “effettiva”, ho avuto la possibilità di rendermi conto del macchinoso meccanismo che regola, di fatto, la formulazione della parcella legale.
    Anche se l’ordine lo vieta espressamente, di fatto, gli studi legali, in particolare nelle cause civilistiche, già praticano parcelle legate al risultato processuale conseguito.
    Tale effetto è conseguito indicando, nell’onorario, prestazioni fino a concorrenza del 20% della somma risarcita.
    Di fatto, quindi, la disciplina degli ordini è ampiamente elusa!
    La ragione di tale sotterfugio risiede nella impossibilità dei legali, in particolare i meno affermati, di richiedere le tariffe stabilite dagli ordini.
    Questi ultimi, quindi, imponendo tariffe minime tendono ad ostacolare fenomeni competitivi a detrimento degli interessi dei maggiori studi.
    Eliminare le tariffe minime, collegandole al risultato, consentirebbe la legittimazione delle prassi operative consolidatesi nella maggior parte degli studi rimuovendo l’ipocrisia che regna nell’ordine dei legali!!
    Tuttavia, credo che la vera svolta pro-concorrenza, possa essere rappresentata eclusivamente dalla sottrazione della vigilanza sull’accesso agli ordini a favore di soggetti non in conflitto di interessi (come docenti universitari e magistrati)!
    A

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