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Pensioni: 10 correttivi al posto di uno scalone

Ritoccare le regole di un sistema previdenziale è operazione molto delicata. Si deve dare il tempo ai lavoratori coinvolti di rivedere i propri piani di lavoro e risparmio, evitare di generare nuove sperequazioni e nuovi interventi in futuro. Il Governo Prodi dovrà rimediare agli errori commessi nella scorsa legislatura rivedendo la normativa con orizzonti lunghi, guardando alla sostenibilità del sistema, alla necessità di dare spazio a un secondo pilastro, piuttosto che all’esigenza di fare cassa da subito. Ecco dieci possibili correttivi che mirano ad anticipare l’entrata in vigore del sistema introdotto dalla riforma del 1996.

Ritoccare le regole di un sistema previdenziale è operazione molto delicata. Si tratta di dare il tempo a chi ne è coinvolto di rivedere i propri piani di lavoro e risparmio, impedire nuove sperequazioni (oltre a quella posta in essere, a danno delle generazioni più giovani, dall’invecchiamento della popolazione in un sistema in cui i lavoratori pagano la pensione a chi si ritira dalla vita attiva) e cercare di introdurre automatismi, regole contingenti, che possano evitare, un domani, un nuovo intervento d’imperio dell’autorità pubblica in caso di andamenti demografici ed economici non previsti.

L’azione del Governo (vecchio e nuovo)

Nella passata legislatura si è fatto esattamente l’opposto. Come abbiamo documentato ampiamente su questo sito, la riforma Maroni-Tremonti i) ha reso ancora più favorevole, per i contribuenti più ricchi, il regime previdenziale delle generazioni nate tra 1944 e il 1950, che hanno avuto una opzione in più, il cosiddetto superbonus, ii) con lo scalone del 2008, ha privato i nati negli anni tra il 1951 e il 1956 della possibilità di scegliere quando andare in pensione, a differenza non solo delle generazioni precedenti, ma anche di quelle successive e iii) ha perso l’occasione offerta dalle verifiche del 2001 e del 2005, previste per legge, per rivedere i cosiddetti “coefficienti di trasformazione” e bloccato ogni riforma fino al 2008 con la “certificazione dei diritti acquisiti”, che peraltro non è servita a ridurre l’esodo verso le pensioni di anzianità. Come da noi previsto, l’Inps si attende un aumento sostanziale delle richieste per anzianità di circa il 40 per cento in questo biennio (le previsioni più pessimistiche indicano oltre 200mila richieste all’anno), inficiando quindi le ipotesi alla base dei risparmi della Tremonti-Maroni: ancora una volta prevale l’effetto annuncio. L’attesa fino al 2008 peraltro non si spiega con la necessità di dare ai lavoratori il tempo di modificare i loro comportamenti perché la riforma non concede loro alcuna scelta: si limita a chiudere delle finestre per le pensioni di anzianità.
Il nuovo Governo ha avviato un difficile negoziato con le parti sociali e sembra intenzionato a intervenire nuovamente sulla normativa nella Finanziaria 2007, una azione inevitabile come ha chiarito anche il governatore della Banca d’Italia nelle sue “Considerazioni finali”. Bene che intervenga con orizzonti lunghi, guardando alla sostenibilità del sistema, alla necessità di dare spazio a un secondo pilastro, collettivo, piuttosto che all’esigenza di fare cassa fin da subito. Le pensioni non sono materia da manovra correttiva in corso d’anno.

Dieci possibili interventi

Per contribuire al confronto, ecco un elenco di possibili correttivi e una spiegazione dei loro effetti. La filosofia comune degli interventi è di anticipare l’entrata in vigore del sistema pensionistico introdotto con la riforma del 1996, preso a modello da molti paesi che hanno radicalmente riformato i loro sistemi previdenziali negli ultimi anni (Svezia, Polonia e Lettonia, mentre anche l’Ungheria parrebbe intenzionata ad adottarlo).

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1. Aggiornamento dei coefficienti di trasformazione. Quando si va in pensione, i coefficienti convertono il montante di contributi accumulati durante la vita lavorativa in quiescenza annuale. Il coefficiente tiene conto di due aspetti: è graduato sulla base degli anni di anticipo rispetto ai 65 anni (cresce al crescere dell’età di pensionamento) ed è calibrato sulla speranza di vita, perché una vita attesa più lunga implica che le prestazioni devono essere versate per un numero maggiore di anni. I coefficienti attualmente variano da un minimo del 4,720 per cento (a 57 anni di età) a un massimo di 6,136 (a 65 anni di età). Ciò significa che chi, a 65 anni di età, avesse accumulato un montante per 100mila euro, si vedrebbe riconosciuta una pensione di 6.136 euro all’anno. Una loro revisione, che consisterebbe in una riduzione applicata a tutte le età e commensurata agli aumenti di longevità, interesserebbe solo i lavoratori soggetti al regime contributivo, che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, o quelli che avevano meno di 18 anni di contributi nel 1996 (solo per la parte contributiva). È un’operazione in grado di portare a risparmi dal 2012 in poi, quando andranno in pensione le prime generazioni a sistema misto, e in grado di scongiurare il rischio che la spesa pensionistica superi negli anni successivi il 15 per cento del Pil (il che significa evitare di dover aumentare i prelievi sul lavoro in futuro).

2. Revisione automatica dei coefficienti di trasformazione. Si tratta di rendere questi aggiustamenti automatici in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità compilate dall’Istat, come già avviene in Svezia. La revisione automatica eviterebbe di intervenire sempre in ritardo (e con processi decisionali che finiscono inevitabilmente per non garantire i lavoratori più giovani) nell’adeguare il sistema previdenziale alla dinamica demografica.

3. Incremento dei coefficienti di trasformazione al di sopra dei 65 anni di età. La riforma approvata nel 1996 non prevede un incremento dei coefficienti di trasformazione (dunque delle quiescenze) per chi continua a lavorare dopo aver raggiunto i 65 anni. Questo non incoraggia l’allungamento della vita lavorativa in linea con l’allungamento della vita vissuta.

4. Estensione a tutti del regime contributivo pro rata. Significa accelerare l’entrata in vigore del sistema contributivo che al momento si applica “pro rata” solo per la parte di contributi versati dopo il 1996, per i lavoratori con meno di 18 anni di contributi a quella data. Tardiva, in quanto oggi (a meno di interruzioni) questi lavoratori avrebbero 29 anni di contributi e quindi si applicherebbe il “pro rata” per un massimo di dieci anni, ma pur sempre coerente con l’idea di convergere al nuovo sistema previdenziale e offrire un segnale di superamento di iniquità intergenerazionali.

5. Introduzione di riduzioni attuariali per chi va in pensione prima del raggiungimento dei 65 anni di età. Come già proposto sul sito, si tratterebbe di applicare alle prestazioni riduzioni commisurate agli anni di anticipo rispetto ai 65 anni, ma solo sulla parte retributiva della pensione, con risparmi medi annui dell’ordine dello 0,23 per cento del Pil (con un risparmio cumulato che, se ci si spinge a un orizzonte temporale oltre il 2030, sarebbe in linea o anche superiore a quello previsto dalla riforma Tremonti-Maroni). È un’operazione soprattutto di equità. Se i provvedimenti da noi proposti fossero stati applicati dal 2004, avremmo già risparmiato più dello 0,2 per cento del Pil.

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6. Smobilizzo immediato del Tfr nelle piccole imprese. È un modo per tutelare soprattutto i lavoratori più giovani, oggi costretti ad attendere fino al 2009 prima di poter disporre di quel 7,5 per cento di retribuzioni oggi accantonato dai loro datori di lavoro, con rendimenti molto bassi.

7. Incremento dei contributi previdenziali dei co.co.pro e dei co.co.co (rimasti nella pubblica amministrazione), uniformandoli a quelli degli altri lavoratori alle dipendenze. Questa operazione potrebbe portare a raccogliere fino a un massimo di 1,3 miliardi aggiuntivi di contributi.(1)

8. Possibilità di aumentare volontariamente i contributi previdenziali per colmare eventuali buchi di carriera o periodi in cui i rendimenti sono stati più bassi (a seguito di una bassa crescita del Pil). È anche questo un modo di sfruttare la flessibilità del regime introdotto dalla riforma del 1996 e di rafforzare fra i contribuenti la consapevolezza che le pensioni future saranno proporzionali ai contributi versati.

9. Introdurre un sistema di rendicontazione dei diritti previdenziali acquisiti uguale a quello introdotto dalle “orange envelopes” in Svezia, per cui ogni cittadino è informato, in maniera chiara e tempestiva, sulla propria situazione in termini di versamenti effettuati e di pensione futura. Questo sistema, di cui da anni chiediamo l’introduzione in Italia, servirebbe anche per ottenere risultati sull’offerta di lavoro simili a quelli di una forte riduzione del cuneo contributivo, perché non farebbe più percepire i contributi previdenziali come una tassa, ma come un accantonamento per la propria vecchiaia.

10. Revisione delle differenze di trattamento tra lavoratori uomini e lavoratrici donne introdotte dalla riforma Tremonti-Maroni per quel che riguarda lo “scalone” del 2008. Nel 2008 i lavoratori saranno soggetti al vincolo dei 60 anni di età (per 35 anni di contributi), mentre le lavoratrici dipendenti potranno accedere ancora alla pensione di anzianità dai 57 anni, purché optino completamente per il sistema contributivo e relative penalizzazioni. Per le donne che non intendono usufruire di tale possibilità, i 60 anni restano l’età “normale” di pensionamento per vecchiaia, per gli uomini questa è di 65 anni. Si noti che l’aggiustamento non sarebbe necessario se si introducessero riduzioni attuariali per tutti (proposta 5) garantendo al contempo flessibilità nella scelta di quando andare in pensione. È un sistema che comunque sarebbe più favorevole alle donne che si vedrebbero calcolata la pensione in base agli stessi coefficienti di trasformazione degli uomini nonostante la loro maggiore longevità (speranza di vita alla nascita superiore agli uomini per circa sei anni)..

 

(1) Nostri calcoli basati sull’Indagine sui Bilanci delle Famiglie del 2004. Le ipotesi sono che il contributo totale passi dall’attuale 18% (di cui 2/3 grava sul datore) al 25% della remunerazione lorda. Nell’ipotesi che il nostro campione sia rappresentativo e che i risultati non siano drammaticamente influenzati da andamenti ciclici – il contributo addizionale pro capite di circa 670 euro annui, si applica a circa 2 milioni di soggetti.

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Sommario 8 giugno 2006

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23 commenti

  1. Luca

    Gentile professor Boeri,
    condiviso quasi in toto la sua analisi, anche se a mio avviso si sofferma poco sulle problematiche di equità intergenerazionale che rappresentano invece uno dei problemi chiave per il futuro di questo paese. Mi limito ad illustrarle una mia osservazione avente un tipico approccio di “political economy”. In particolare leggendo la stampa di ieri ho notato con forte rammarico che una delle prime iniziative del nuovo governo è stata quella di sedersi attorno al tavolo con i sindacati e rassicurarli proprio sul fatto che, sul versante pensionistico, NULLA verrà modificato, se non una lieve anticipazione dell’entrata in vigore della riforma Berlusconi per quanto riguarda la previdenza integrativa. In Italia non vantiamo certamente un sindacato (o almeno parte delle sue componenti) molto virtuoso dal punto di vista economico. Qualsiasi politico sa che in Italia senza l’appoggio dei sindacati non si va (purtroppo) da nessuna parte. In Inghilterra, dopo i tentativi riusciti da parte dei governi conservatori di indebolire l’enorme potere sindacale delle unions, persino Tony Blair dichiarò appena eletto (cito direttamente una fonte del Times datata 23 Luglio 1994) che i sindacati sarebbero stati trattati con “correttezza ma non con favori”. Ovvero un governo di sinistra che decise di darci un taglio con i favoritismi alle forze sindacali. Crede che Prodi riuscirà nello stesso intento (ammesso che abbia lo stesso intento) anche in Italia? Oppure i lavoratori (soprattutto giovani) dovranno sempre vedersi le riforme che privilegiano efficienza ed equità sistematicamente bocciate? Attenzione perchè la situazione precariato + inequità generazionale può rappresentare una vera e propria bomba sociale che rischia di scoppiare (come è avvenuto già in Francia) nelle componenti giovanili di questo, che mi sembra di capire siano abbastanza esauste, di questo paese.

    • La redazione

      Io credo che non sia un problema solo di destra o sinistra, ma come lei stesso scrive, di gerontocrazia. Comunque stiamo a vedere. Saluti

  2. dp

    Buongiorno,
    leggo sempre con interesse, anche professionale, le vostre analisi. Vorrei attirare la vostra attenzione anche su due altri problemi diversi tra loro, ma che si riconducono comunque allo stesso argomento.
    1. Il sistema di contribuzione dei lavoratori autonomi. L’attuale sitema retributivo scarica enormi costi sulle altre gestioni. Pur avendo un sistema equiparabile ai lavoratori dipendenti richiede un’aliquota previdenziale di quasi la metà. Inoltre, per gli autonomi che possono beneficiare del retributivo, è congegnato in modo tale da prestarsi a modalità di versamento scorrette: per tutta la vita lavorativa mantengono bassa la contribuzione, la faccio esplodere negli ultimi tre anni e mi assicuro una pensione molto superiore ai contributi versati.

    2. I futuri lavoratori “anziani” nelle aziende. Le aziende italiane hanno maturato una filosofia di sistematica espulsione di questi lavoratori che, ora, non sarà più possibile mandare in pensione precoce. Quali scelte sistemiche e culturali operare?

    Un direttore del personale

    • La redazione

      Grazie. Osservazioni molto pertinenti. Sul primo punto direi che bisogna senz’altro avvicinare l’aliquota contributiva a quella di computo per i lavoratori autonomi. Sul secondo che ci sono cambiamenti nell’organizzazione del lavoro che permettono un miglior utilizzo di lavoratori con grande esperienza. Un altro aspetto fondamentale è la formazione continua. Come sempre, si cambia approccio (e cultura) quando si è spinti a farlo. Quindi cambiamo le regole per far cambiare la cultura, non utilizzando questa come giustificazione per non fare le riforme. Saluti

  3. GB Garza

    Gentile dr. Boeri,
    Credo che la riforma Maroni-tremonti abbia penalizzato gravemente, i già penalizzati, futuri pensionati (classe 1957).
    Coloro che, con un età di 54 anni, maturano i requisiti dei 40 anni di contributi al 31/03/2012, hanno la finestra al 01/07/2013, cioè 16 mesi dopo!!!
    Inaudito, non è utile metterci mano per correggere?
    Non si potrebbe unificare requisiti e finestre, seppur tenendo conto dei riflessi sui conti?
    Sarebbe almeno una operazione trasparente.
    Grazie e saluti.

  4. francesco m.parini

    Condivido in generale i correttivi segnalati e suggerisco un undicesimo punto. Abolire il divieto di cumulo tra pensione e lavoro autonomo/libera professione. Bisogna tener conto dei numerosi lavoratori dipendenti espulsi dopo i cinquanta anni dai posti di lavoro;troppi vecchi per il mondo del lavoro, troppo giovani per la pensione. Sono in un guado terribile.

  5. Alberto

    Il problema dei pensionati e delle pensioni italiane non sono i sindacati. Sarebbe opportuno partire da qui per svolgere le ulteriori analisi. Ormai è diventato un luogo comune.
    Sul resto: una persona lavora 35-40 anni e ha il diritto di ricevere una giusta pensione per il tempo che gli resta da campare. Questo è l’obbiettivo (lasciatemelo dire, minimo) in un paese che si vuole civile. Tutto il resto è vuota retorica. Rimando alla lettura di un libretto che fa piazza pulita delle favole che destra, sinistra, confindustria e bella gente ci racconta su “conflitto tra generazioni”, “culle vuote” e “limiti imposti dal
    minore aumento della produttività”: Giovanni Mazzetti, Il pensionato furioso, Bollati Boringhieri.
    Buona lettura

    Cordialità

  6. tito boeri

    è veramente da brivido quello che dice un attento direttore del personale nei commenti al suo articolo , si parla di futuri” lavoratori anziani” : ormai per diretta e provata esperienza personale posso affermare che dai 50 anni compiuti ,ma oggi mi risulta anche prima, si entra diritti nel gruppo dei “trombati “vale a dire lavoratori quadri e dirigenti ormai tagliati da ogni attività produttiva, quelle stesse che in cerca di migliorare i bilanci aziendali tagliano a destra e a manca sul personale ; da lavoro dipendente l’aspirante cinquantenne passa al lavoro autonomo di consulenza perdendo diritti acquisiti di versamenti inps , sopravvivendo chi ce la fa ( ma molti si fermano e non si rialzano più ) ma per il discorso pensionistico è una disfatta irriparabile con un destino al limite sempre della soglia di povertà .
    Vorrei suggerire che la mancanza di stabilità nel considerare i lavoratori anziani condiziona in basso tutta un’economia che già poco rende ai molti per
    privilegiare gli interessi di pochi super manager che sanno fare solo i tagliateste .

  7. romano calvo

    aggiungerei anche maggiore flessibilità in uscita: moltissimi 50enni rimarrebbero al lavoro con part time o forme miste di lavoro autonomo se ciò andasse a migliorare le prestazioni previdenziali anzichè – come oggi – a ridurle.
    grazie

  8. michele

    Caro prof. Boeri, come sempre – quando c’è un buco (e peraltro l’invocazione dei buchi e delle emergenze in Italia è una modalità ricorrente della pratica politica) – l’attenzione va giustamente a una serie di fattori, tra i quali emerge la necessità del contenimento della spesa pubblica.
    Lei e la sua collega, in questo intervento, proponete più ipotesi di soluzione al problema pensionistico – condivisibili o meno – che si presentano spesso come improntate anche ad una esigenza di equità.
    Non entro nel merito, anche se si potrebbe in quanto i redditi pensionistici futuri (non futuribili) che vengono a delinearsi sono risibili, anche se “equi”.
    Il punto è un altro. Vi chiedo: come si può parlare di equità puntando l’attenzione, prima che ad una equità complessiva del sistema sociale e della produzione/ripartizione delle sue risorse (sì, perchè ritengo debba esserci anche un qualche diritto a produrle…), a quella di un sottosistema nel quale, a livello di grandi numeri e cioè dei milioni di pensionati, ci si può e potrà spartire “equamente” la mera sopravvivenza?
    Equità, in questo caso, diventa un puro gioco di parole: si risaneranno i bilanci, si immiseriranno ancora di più intere categorie sociali e non si intaccherà di un briciolo il problema dell’equità complessiva del sistema Italia.
    Direte: ma da qualche parte bisogna pur cominciare, e le rendite di posizione diffuse sono tante nel nostro paese.
    Bene, rispondo: facciamone un elenco e vediamo quelle che più costano e più sono pericolose per un elevato numero di cittadini, e non solo per i bilancini degli organismi di controllo internazionale che, li abbiamo visti tante volte all’opera anche recentemente, controllano quel che credono e quando lo credono, spesso come la Giustizia bendata di Edgar Lee Master in Antologia di Spoon river. Sinceramente non capisco come tecnici competenti del vostro calibro prescindano dal fatto che, se si vuol ristabilire equità, ci siano disuguaglianze più inquietanti da attenuare.

  9. Pier Giorgio

    Mi sono sempre chiesto come mai, se il sistema non si regge in piedi, si cercano sempre e solo risparmi sulle pensioni future.
    Se non ci sono più soldi, tutti devono sacrificarsi.
    Non vedo perchè il pensionato debba continuare a percepire la sua pensione e il pensionando vi debba in parte rinunciare.
    Si parla di diritti acquisiti!?
    Quando ho iniziato a lavorare ho stipulato una sorta di contratto con lo stato: ho “accettato” di versare dei contributi perchè lo stato mi avrebbe assicurato una certa pensione ad una certa età o anzianità.
    Questo contratto è stato stracciato dallo stato che me ne ha “proposto” uno peggiore; ma anche quest’ultimo è stato stracciato (sono nato nei primissimi mesi del 1951!).
    Ora vorrei sapere perchè lo stato non straccia anche i contratti stipulati con chi è già pensionato.
    Non vedo riflessioni in questa direzione: forse mi sfugge qualche cosa che preclude assolutamente la revisione delle pensioni in erogazione.

  10. mariocicala

    Sono un 55enne in mobilità fino al 2008. Purtroppo essendo un lavoratore del nord la legge 243/2004 mi esclude dai potenziali lavoratori (10.000 solo quelli del Sud) che possono andare in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età. E’ costituzionale? possibile che nessun emendamento e’ stato fatto per rivedere questo famoso comma 18 del art.1 legge 243/2004?
    saluti a tutti
    mario

    • La redazione

      Non vedo cisa c’entri la Costituzione. Cosa dovrebbero dire i lavoratori che, avendo nel 1996, meno di 18 anni di contributi sono passati ad un regime molto meno generoso di chi aveva anche solo un mese in più di contributi? La verità è che bisogna lasciare libertà di andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, ma con riduzioni attuariali per chi va in pensione prima. E’ una questione di equità. Saluti

  11. Beppe

    Concordo con chi sostiene di intervenire anche sui pensionati attuali, ad esempio con un contributo di solidarietà stabilito in percentuale ed in proporzione al valore di tutte le pensioni che, a vario titolo, hanno goduto di condizioni privilegiate (numero degli anni per maturare il diritto, ammontare della pensione, ecc.) rispetto a quelle previste dalla normativa vigente.

  12. BP

    Leggo con appassionato interesse al dibattito. Anche un po’ confuso. Si era detto che con la riforma (Dini e successive integrazioni, se non sbaglio) con il sistema contributivo, a valere per i nuovi assunti, e per chi non aveva ad una certa data (prima 15 e poi 18 anni di contribuzione), passava al contributivo per gli anni successivi, si sarebbe pagato la sua pensione. Che con il contributivo, spariva l’anzianita` e che il sistema garantiva la flessibilita` di potere scegliere di andare in pensione in una eta` tra i 57 ed i 62 anni (oltre potendo). Mi domando se tutto questo e` ancora vero visto che nessuno piu` ne parla. Mi domando anche, che cosa osta, passare al contributivo pro rata da subito per tutti. Che sarebbe equo. Mi domando anche che cosa osta di avere, se non il TFR pregresso in busta paga, almeno il cosiddetto TFR maturando da subito, per convogliarlo in parte su fondi di pensione integrativa e, perche` no, in parte verso consumi e/o risparmi. Si fa un gran parlare di poche leggi e semplici. L’argomento pensioni e` diventato un ginepraio, con regole e regolette, che aumentano la confusione.

  13. zorro

    Come risulta evidente dal vostro articolo le varie manovre sulle pensioni hanno “favorito” a vario titolo le generazioni dal 1944 al 1956. Le successive, come la mia del 1962 non solo sono state escluse ma continuano ad essere oggetto di penalizzazioni. Faccio presente che persone come me che hanno iniziato a lavorare da giovani si ritrovano oggi in un mercato del lavoro instabile (che tende ad espellere non più solo i 50enni ma gli ultra40enni) con paletti via via sempre più lontani.
    L’aumento dell’ età pensionabile è tutto sommato abbastanza ininfluente per le “nuove generazioni” che entrano nel mondo del lavoro a 30-35 anni per cui si troveranno ad aver lavorato un numero “giusto” di anni per l’età prevista (ormai si parla appunto di 65 anni) mentre le generazioni di mezzo come la mia dovranno “tirare” in un mondo ipercompetitivo con una presenza nel mondo del lavoro per ben oltre i 40 anni. Un’ osservazione: visto tra l’altro che la vita media delle donne è superiore a quella degli uomini perchè non si propone di equiparare almeno l’età per la pensione di anzianità tra i due sessi ? Un’ultima osservazione: non c’è incongruenza sul fatto che i dipendenti pubblici possono lavorare fino a 67 anni e poi si parli di pre-pensionamenti ? Visto tra l’altro che sono tutti “garantiti” perchè non si obbliga a farli uscire al momento che maturano la pensione di anzianità, garantendo così anche un ricambio?

  14. ciccio

    classe 1952, anno inizio lavoro 1970, nel 2010 farò 40 anni di lavoro con 58 di età. Non mi sembra giusto che (per es.) non possa andare in pensione nel 2009 con 39 anni di versamenti e 57 anni di età.
    Perchè 60 e 35 si e 57 e 39 no? pur avendo lavorato 4 anni in più.
    La proposta è quella di un conteggio che tenga conto sia dell’età che degli anni lavorati.
    Per esempio con una somma di 95 (60+35=95)
    si potrebbe avere una gradualità molto più lineare ed equa, dando la possibilità a chi ha lavorato di più di andare in pensione. Cosa ne pensate?

  15. manuela lecchi

    Classe 1956, inizio lavoro 09/09/1970. al 31/03/2011 maturo 40 anni di contributi e avrò diritto alla pensione il 1° luglio 2012.(età anagrafica anni 56) e per la precisione gli anni di lavoro saranno 41 e 9 mesi.
    Domanda: non vi sembra già troppo? Avete intenzione di elevare ulteriormenete l’età anagrafica? dovrò per sempre rincorrere finestre, abbaini, tenuto conto che la mia età sarà sempre inferiore alle proposte pensionistiche (60 – 62 – 65), dal momento che ho iniziato il lavoro (peraltro in fabbrica) all’età quasi infantile di anni 14 .
    In sintesi è vostra intenzione proporre a chi si trova in queste condizioni di lavorare 45 0 50 anni ?

    • La redazione

      Nessuna intenzione di elevare l’età anagrafica, nè di imporre altri “scaloni”, semplicemente tenere conto dei coefficienti di aggiustamento già previsti dalla Dini. Mantenendo la flessibiulità sull’età di uscita, si può tenere conto in maniera più equa della speranza di vita e dell’età anagrafica a cui si esce dal mercato del lavoro. A parità di condizioni, chi decide di lavorare più a lungo riceve un premio implicito in tali
      coefficienti.

  16. paolo

    A proposito dell’accesso dibattito sulla riforma del sistema pensionistico di questi giorni, ci avevano spiegato che con la riforma Dini varata nel 1995, con il sistema contributivo (più penalizzante rispetto al retributivo), ciascuno accantonava la propria pensione proporzionalmente ai contributi versati…..Già allora si decise di salvaguardare le “vecchie” generazioni, facendo transitare d’ufficio al nuovo sistema solo chi allora aveva maturato meno di 18 anni d contribuzione. Altro che patto intergenerazionale…..Mentre la mia generazione vede continuare ad usufruire dei privilegi del vecchio sistema solo chi ha qualche anno di età di più (che ha usufruito di tutti i benefici di un sistema che continua a scaricare sulle nostre spalle pecche e storture del passato ma anche del presente), continua ad essere oggetto di “correttivo” nelle finanziarie. Allora perché non si parla invece di estensione del contributivo ? Perché non si parla di equiparare l’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne (65 anni) ? Senza parlare di scandalosi privilegi come quello dei deputati che maturano la pensione dopo appena una legislatura (di cui non sento parlare nessuno…..). Penso che dopo 35 anni di questo mercato del lavoro (ben diverso da quello fordista e garantito delle “vecchie” generazioni), abbiamo ben diritto ad andarcene a riposo quando vogliamo (evidenzio che le nostre pensioni, in virtù del nuovo sistema contributivo saranno circa del 50%, rispetto a quelle del sistema retributivo di cui continuano ancora a beneficiare i nostri “padri” (leggi persone che hanno anche solo 4-5 anni più di noi). Allora, perché invece di parlare di innalzamento dell’età pensionabile non si prendono misure serie, equilibrate e oprattutto “universaliste”, come dovrebbero essere i criteri che informano una vera società democratica?

  17. Paolo

    Più che abolire il divieto di cumulo, lo renderei più flessibile, per esempio rinnovando il famoso ticket per l’acquisto dei requisiti.
    E’ possibile che chi come me è andato in pensione l’1/1/2006 con 37 anni di contributi e 57anni e 6mesi di età, non possa più accedre alla possibilita di cululare la pensione con redditi di lavoro?
    Complimenti per la rubrica

  18. Dario

    Scrivo a nome di diversi lavoratori che, come me, hanno incominciato presto a versare contributi (20 anni di età), e che ad oggi hanno già maturato 33 anni di versamenti, ma sono ancora “giovani”…(53 anni).
    Vorremmo esprimere il nostro pieno appoggio alla proposta uscita già nel 2004, ossia quella della “quota” pensionabile (esempio quota 95), che si raggiunge sommando sia l’età, sia gli anni di contribuzione.
    Questo perchè occorre davvero tenere presente anche “quanti” anni uno ha lavorato, perchè è ovvio che, se uno va in pensione a 58 anni ma con 38 di lavoro, la pensione l’ha già pagata in anticipo, e ne avrebbe ben diritto!
    Noi siamo una generazione particolare… Se non si introduce (per il pensionamento) il sistema delle quote, rischiamo di non riuscire ad andare in pensione neanche dopo 40 anni di lavoro – perchè avremmo “solo” 60 anni di età, e per qualcuno “strabico” saremmo sempre troppo giovani !
    Grazie per l’attenzione, e cordiali saluti.

  19. maffiotti vera

    E invece centra la costituzione. Quando si dice che la legge è uguale per tutti non parla di nord e di sud. Quando si dice di salvare i precari, non dice (come stanno pensando alla commissione bilancio) di salvare solo quelli del sud, e non dice neppure che sia giuridicamente corretto fare 290 prepensionamenti con i seguenti requisiti: 18 anni di contribuzione e 58 anni di età. In barba a tutte le leggi vigenti (è stato fatto da Tremonti e Sacconi nel 2009). Andatevelo a leggere su "autonomia e solidarietà news".

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