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  1. Claudio Rispondi
    Non sono daccordo su nessun tetto, daltronde si può ottenere la stessa cosa dividendo equamente gli introiti dei diritti televisivi e quant'altro fra tutte le squadre partecipandi (una sorta di par condicio calcistica) e nel contempo affidando il controllo dei bilanci a strutture affidabili e completamente avulse al mondo del calcio.
  2. Franco Rispondi
    Non sono d'accordo sul "tetto" a Totti. Se lo "stipendio" di Totti (e di tutti gli altri giocatori di calcio professionisti) viene pagato soltanto dagli incassi dei biglietti degli stadi e cose simili (gadgets, pubblicità, ecc.) senza la minima ricaduta sulle tasse del cittadino, perché no? Se queste retribuzioni sono pagate, di fatto, dagli amanti di questo sport, perché non dovrebbe seere possibile? Qualcuno ha proposto di porre il "tetto" a V. Rossi, a Schumacher, agli attori cinematografici, ecc.? Il punto nodale, secondo me, deve essere: se ad un certo punto le società non hanno più soldi per pagare i propri giocatori, chiudono bottega e pazienza per i tifosi. Secondo me questa è democrazia e libertà di spendere i propri soldi. Saluti, Franco
  3. Principe Myskin Rispondi
    Personalmente ritengo del tutto inverosimile che un paese in cui è gravemente carente il concetto di pubblica amministrazione o di controllo e vigilanza (come scandali in settori ben più importanti certificano a scadenze regolari), possa seriamente pensare di implementare un sistema come un tetto salariale per gli sportivi professionisti. Una soluzione del genere assomiglierebbe a una gattopardesca foglia di fico. A ben vedere, poi, un serio enforcement di un tale sistema oltre a essere impossibile, non converrebbe a nessuno (nè agli atleti, né alle società maggiori, né a quelle più piccole che vivono di mutualità, cioè di fetta ricavi delle prime). Si operi piuttosto dove si può: sorteggio arbitrale integrale, giudici sportivi estratti a sorte con incarichi semestrali (non si dica che il diritto sportivo è tecnicamente complesso..) Se poi si vuole la terapia d'urto, si smetta di drogare tutto il sistema di risorse e si abolisca la mutualità (e il campionato europeo arriverà con la forza dell'inerzia) Principe Myskin
  4. Riccardo Fabiani Rispondi
    Pur apprezzando la complessità scientifica dell'articolo, sono decisamente perplesso di fronte alle conclusioni: il tetto ai salari è una soluzione che sprofonderebbe il nostro calcio, facendo fuggire i migliori giocatori e costringendo al nanismo l'imprenditorialità delle società italiane, che in questo modo non sarebbero incentivate ad una crescita virtuosa - di certo questo non è avvenuto neanche col precedente regime, ma le soluzioni dovrebbero essere altre. Come la riduzione del numero delle squadre, che porterebbe ad una competizione più sana perché "sostenibile"; o incentivare i club ad acquistare gli stadi e a investire nelle attività collaterali al calcio.
  5. giuseppe Rispondi
    La cosa che mortifica è la considerazione che mentre per i giocatori di calcio si è creato un sistema che porta ad accettare l'incremento sproporzionato e spropositato di compensi sempre più miliardari, per i" cervelli" della ricerca, per gli scienziati italiani, per le tecnologie di salvaguardia della umanità si riservano tagli e condizioni per mandarli via, all'estero, premiando in questa società italiana i calci invece di premiare e e di promuovere le idee, il cervello .
  6. GIOVANNI CUTINI Rispondi
    Mi sembra una proposta iper condivisibile e in linea con la situazione attuale, sia del mondo del calcio, sia del nostro paese. Bisognerebbe sviluppare un'azione popolare (tipo raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare ) da presentare alla nostra ministro dello sport.
  7. Giuseppe Cadel Rispondi
    Gentile Redazione, desidererei commentare le Vostre proposte per la riforma dell'"economics" del calcio, cominciando dal salary cap: un tetto "rigido" al monte stipendi sarebbe un'eccellente idea in presenza di due elementi, primo – come avete sottolineato – un sistema di controlli e sanzioni assai stringente per impedire che vengano effettuati pagamenti in nero e, secondo, un livellamento verso l'alto della forza economica delle squadre, che ora in Europa non c'è. Nello sport professionistico USA qualunque squadra può permettersi in rosa un giocatore da 5 milioni di Dollari annui di stipendio, nel calcio europeo (anche a livello di Serie A) no, pertanto, un tetto rigido sarebbe efficace per le grandi squadre ma non per le piccole, per le quali risulterebbe comunque troppo alto: molto meglio un tetto salariale "mobile" in funzione del fatturato, sarebbe un incentivo a guadagnare di più per poter spendere di più per il parco giocatori. Inoltre, vorrei evidenziare anche che il salary cap andrebbe adottato a livello europeo, in caso contrario, le squadre italiane dovrebbero competere nelle coppe europee contro avversari che non avrebbero limiti teorici di spesa, con rischio di squilibri competitivi. Un altro stumento di perequazione adottato negli USA che si è pensato di importare in Italia è il revenue sharing: al di là della contrattazione collettiva dei diritti TV, qualsiasi meccanismo di suddivisione delle altre voci di fatturato (proventi dello stadio diversi dai biglietti, merchandising, etc.) non sarebbe un incentivo a guadagnare sempre di più – per il fatto che poi tale guadagno andrebbe comunque suddiviso con le società che non hanno fatto nulla per conseguirlo: per esempio, se la società X ha investito parecchio per dotarsi di uno stadio all'avanguardia che le consente un forte incasso, perché dovrebbe essere costretta a dividerne una parte con la società Y che non ha fatto questi investimenti? Cordialmente, GC
    • La redazione Rispondi
      Ringrazio per gli utili commenti al mio intervento. Le due critiche principali mi pare riguardino l'enforcement del tetto ai salari e la paventata fuga dei migliori giocatori. Riguardo alla seconda, credo di aver esposto chiaramente la mia opinione: se le nostre squadre non possono permettersi le stelle del calcio, che li lascino pure liberi di accasarsi all'estero e tanti auguri a chi dovesse continuare a garantirgli contratti nell'ordine dei molti milioni di euro. La prima è invece una critica per molti versi condivisibile, dato che il problema della difficile (ma non impossibile) implementazione del tetto è stato evidenziato sul piano teorico e sperimentato nella realtà dei campionati pro americani. Tuttavia, è anche vero che il tetto ai salari - ovviamente "mobile", cioè legato al fatturato - è l'unico strumento di riequilibrio la cui efficacia è riconosciuta da tutti, economisti e manager delle leghe sportive. Le altre misure, quali il revenue sharing o la stessa mutualità, non danno invece analoghe garanzie ed in alcune circostanze possono dimostrarsi controproducenti o disincentivanti (anche se non sarei a priori ostile a sperimentare un mix delle varie misure: come ho scritto, esistono diversi modelli di governance da cui poter trarre ispirazione). Quanto ai rimedi non legati al riparto delle risorse, quali la riduzione del numero delle squadre e l'introduzione dei playoffs, sono molto favorevole, anche se in un mercato dei fattori globale come quello del calcio, dove ogni club può procurarsi il talento all'estero, non credo esista correlazione tra numerosità dei partecipanti al campionato ed equilibrio sul campo (lo squilibrio è problema annoso: si pensi che dal 1979 ad oggi solo 4 nuovi club sono arrivati nelle prime 3 in serie A), mentre la logica dei playoffs presuppone una maturità della cultura sportiva che dubito esista ad oggi nel nostro calcio. NG