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  1. Cristian Rispondi

    1. mi sembra giusto di diminuire i costi di registrazione di un brevetto, tuttavia il brevetto è un monopolio, un privilegio e come tale va pagato. Si potrebbe ad esempio mantenere le tasse basse per i primi due anni (così l'azienda ha il tempo di avviare la sua "invenzione"), ma dopo le tasse devono aumentare in modo da scoraggiare chi brevetta solo x bloccare. 2. Non capisco bene cosa indenda l'articolo con l'abbassare il grado di inventività per le nuove tecnologie, mi sembra pericoloso e in contraddizione con quanto scrive dopo sulla qualità.

  2. Alberto Rispondi
    Ringrazio della risposta che mi è stata data; se possibile, mi piacerebbe rilanciare. Quando un brevetto scade, è possibile copiarlo legalmente in toto. Logicamente, alla scadenza del brevetto è avvantaggiato chi parla la lingua della descrizione. Se, pertanto, la lingua è unicamente l’inglese, vengono avvantaggiati gli inglesi, gli americani e gli australiani piuttosto che gli italiani: è un dato di fatto che l’inglese non è, in Italia, così largamente condiviso come altrove. Forse nelle grandi aziende non è un problema, ma nei piccoli laboratori (che spesso fanno ottime innovazioni) posso garantire che non è così. Si provi a fare una ricerca di anteriorità in inglese; un consulente esperto ce la fa (e si fa pagare bene), uno studente universitario o un piccolo imprenditore spesso non riesce. Tanto per dare un’idea di quello che si potrebbe fare, si potrebbe contrattare la perdita della traduzione in italiano con una sede secondaria dell’EPO, totalmente svincolato dall’UIBM, che si preoccupi di fare un rapporto di ricerca in italiano per gli inventori per 300 euro. Questa sarebbe per noi una grandissima contropartita.
    • La redazione Rispondi
      L’inglese è la lingua nella quale si esprimono i ricercatori integrati nella comunità scientifica internazionale. E non vediamo per quale ragione le imprese piccole, ma con una strategia innovativa ambiziosa, non dovrebbero reclutare ricercatori con un profilo internazionale. Per un dottore di ricerca, ad esempio, non pensiamo sia un problema effettuare una ricerca di anteriorità in inglese. Sarebbe dunque opportuno che le imprese prestassero maggiore cura e attenzione nel reclutamento degli addetti alla ricerca. In una fase di transizione la sua proposta potrebbe comunque essere di ausilio alle imprese marginali.
  3. Carlo Rispondi
    A mio avviso e' molto importante evitare gli errori e gli eccessi degli USA nel campo dei brevetti software. Oltreoceano si e' arrivati a degli assurdi per cui vengono brevettate presunte "tecnologice" che di tecnologico ed innovativo non hanno niente, creando solo delle rendite di monopolio. Qualche esempio? La "tecnologia" di amazon.com per comprare con un clik solo. Cosa seguira'? Il brevetto delle lettere dell'alfabeto?
    • La redazione Rispondi
      La Voce si è occupata approfonditamente della brevettabilità del software, mettendo in guardia dal rischio di replicare le esperienze degli USA. Pertanto, su questa problematica rimandiamo agli articoli di Bono e Santarelli (15 marzo 2005), Aghion e Modica (20 giugno 2005), Orsini e Portolani (20 giugno 2005).
  4. Alberto Rispondi
    Da cittadino europeo sono d'accordo con tutto ciò che è scritto nell'articolo. Da italiano, però, vorrei fare alcune precisazioni. Il brevetto comunitario non si fa strada perché soffre di problemi per le traduzioni. I brevetti sono, in generale, fonti di conoscenza fondamentali: quando un brevetto scade, è possibile copiare un prodotto basandosi sulla sua descrizione, che è pubblica, gratuita e fornita dal titolare stesso del brevetto. Naturalmente, i primi fruitori di tali informazioni sono coloro che parlano la lingua in cui la descrizione è scritta. Per questo motivo l’Italia chiede la traduzione in italiano dei brevetti europei. Un brevetto comunitario automaticamente valido in tutta l’UE dovrebbe essere tradotto in tutte le lingue europee (una ventina), con costi enormi di traduzione, oppure essere in una sola lingua (certamente inglese, francese o tedesco), il ché si tradurrebbe in una rendita di posizione per le aziende inglesi, francesi o tedesche (addirittura americane o australiane) rispetto alle aziende italiane, spagnole, greche. In più, l’ufficio centrale italiano dei brevetti non fa assolutamente niente, per cui ci troveremmo assolutamente svantaggiati rispetto a tedeschi e francesi, i cui uffici brevetti ministeriali danno, per poche centinaia di euro, rapporti di ricerca completi ed esaustivi. Noi italiani dovremmo, per prima cosa, imparare bene l’inglese e, per seconda cosa, dotarci di un ufficio brevetti ministeriale che lavori bene; solo successivamente dovremmo appoggiare il brevetto europeo. Appoggiare il brevetto europeo significherebbe regalare a inglesi, francesi e tedeschi ulteriori vantaggi, dandoci una solenne mazzata sui piedi.
    • La redazione Rispondi
      La divulgazione delle informazioni contenute nel brevetto avviene in concomitanza con la sua pubblicazione, non alla sua scadenza. Il rischio che un brevetto venga “copiato” si materializza dunque già al momento della sua concessione, generando un inevitabile trade-off tra incentivo a innovare e diffusione delle nuove conoscenze. Proprio per questo è importante un meccanismo di tutela della proprietà intellettuale. Ad onor del vero, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi dedica parte delle sue risorse alle problematiche della traduzione (http://www.uibm.gov.it/uibmdev/oebtraduzioni.aspx). In ogni caso, siamo pienamente d’accordo con l’ultima parte del suo intervento: i brevetti dovrebbero essere scritti in una lingua largamente condivisa e conosciuta, come appunto l’inglese. La nostra impressione è che proponendo di tradurli in tutte le lingue dell’Unione Europea si finisca con il tutelare soprattutto gli interessi di chi si occupa di contenzioso in materia brevettuale: è infatti evidente che nelle cause per violazione brevettuale ciascun soggetto tenderebbe a fare riferimento ad una interpretazione “autentica” nella propria lingua del testo del brevetto al centro della controversia.